Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Non siamo in grado di fare le Olimpiadi

Finalmente da Roma arriva una notizia chiara, le Olimpiadi del 2024 non si faranno nella Capitale. Questo mette fine all’inconcludenza esibita dalla giunta Raggi fin dall’inizio della sua avventura, dato che quella sulle olimpiadi è la sua prima vera decisione. Il Comitato Olimpico e chiunque sperava in un palcoscenico internazionale di rilancio per Roma si rassegnerà o passerà a città che hanno già dimostrato di saper organizzare eventi internazionali, come Milano.

Anche se decidere qualcosa è sempre meglio di niente, è utile vedere qual è il processo che porta a una decisione e quali saranno le sue conseguenze. L’argomento principale per opporsi alle olimpiadi da parte del Movimento 5 stelle è, tanto per cambiare, quello economico, il principe dei motivi che possono usarsi in un’epoca dominata dal calcolo come la nostra. Secondo il pensiero corrente le olimpiadi costano troppo e danno troppi grattacapi e nessun vantaggio a chi decide di ospitarle. Meglio lasciare che siano altri, meno furbi e più sprovveduti di noi, a organizzarle. A questo approccio, che ha tutte le apparenze della razionalità ma stranamente non presenta mai calcoli, studi o pareri tecnici, come ci si aspetterebbe da persone che parlano in modo razionale e pronte a supportare le proprie argomentazioni, se ne affianca un altro che verrebbe definito politico se per il Movimento Cinque Stelle la politica non fosse una parolaccia. Giusto o sbagliato che sia i governanti pentastellati sono convinti che la classe dirigente e imprenditoriale romana, e più in generale italiana, non sia degna di fiducia nel gestire un evento come le Olimpiadi, e dunque è meglio togliere subito qualsiasi tentazione e lasciare che i soldi siano usati per attività più proficue.

Su quest’ultimo argomento ci sarebbe tanto da discutere. Non tutta la classe dirigente è così disastrata, e si possono sempre usare gli strumenti adatti per impedire alla corruzione di prendere piede. Ma soprattutto ora c’è il Movimento 5 Stelle a fare da argine e sarà al governo di Roma per i prossimi cinque anni, o anche i prossimi dieci se governerà così bene come dicono i suoi esponenti. Chi meglio di loro per vigilare che le opere per le Olimpiadi si svolgano nel migliore dei modi? Se io mi sentissi molto superiore a qualcuno nel fare qualcosa e lo sbandierassi di continuo ai quattro venti non mi tirerei indietro, quando mi venisse offerta l’opportunità di dimostrare la mia bravura. Al contrario, ci sguazzerei dentro e farei in modo da fare funzionare finalmente le cose come voglio io, e sfruttando una grande opportunità, non lavoretti di poco conto.

L’unico motivo per tirarsi indietro sarebbe la consapevolezza di non essere così bravi. Le Olimpiadi, per una classe politica impreparata, sono una rogna da cui stare lontani. Forse il Movimento Cinque Stelle inizia a capire che non basta girare in scooter e alzare la voce dicendo qualcosa che ci fa sentire furbi per governare, e questa consapevolezza piace talmente poco che si tirano indietro di fronte alla prima occasione per dimostrare quanto valgono.

Ma queste sono solo supposizioni. Gli argomenti a sfavore delle Olimpiadi sono seri tanto quanto quelli a favore. Le grandi manifestazioni attirano la corruzione come il collo di Berlusconi una cravatta a pois. È un problema serio, come hanno dimostrato le recenti Olimpiadi di Rio (sulle cravatte a pois ormai ci siamo rassegnati). Le risorse economiche da pompare nell’organizzazione sono onerose, forse troppo per un paese che non sta crescendo e che preferisce ancora mantenere un sacco di gente che non ha merito né competenze ma ha un lavoro e non può essere licenziata. Certo, ci sarebbe quel piccolo particolare che l’Italia ha già organizzato le Olimpiadi, in un periodo in cui cresceva molto ma era ancora una società semi rurale, con un sacco di analfabeti e un PIL non paragonabile a quello che oggi ci permette di sedere nel G8. Questa minuzia viene ribaltata con un altro argomento economico, secondo cui staremmo ancora pagando quelle Olimpiadi, ma per sfortuna anche in questo caso nessuno ha dimostrato con dei dati quanto questa obiezione sia affidabile. Potrebbe esserlo, o potrebbe essere il classico luogo comune a cui si crede per pigrizia. Il resto degli argomenti richiama alla memoria tempi andati in cui gli italiani erano affidabili, si andava in giro in cinquecento, c’era la lira e tutto andava meglio, non come adesso, con tutti questi euro e immigrati e politici.

Dunque l’Italia del 2016, con le sue risorse umane, culturali, economiche e tecnologiche non può organizzare una manifestazione che proprio quest’anno si è svolta in un’economia in via di sviluppo. A volte si insinua che ormai le Olimpiadi sarebbero una manifestazione corrotta fatta per economie ansiose di dimostrare di essere grandi e disposte a farsi abbindolare dagli sponsor. Sicuramente non per gente cresciuta come noi. A Londra, Pechino e Tokyo, solo per citare le due precedenti edizioni e la prossima, saranno contenti di essere considerati abitanti poco adeguati a stare tra i raffinati della Terra.

L’Italia dunque non ha il coraggio, la cultura e le risorse per fare una cosa che qualsiasi altra grande potenza mondiale non vede l’ora di poter organizzare. Abbiamo tutti i nostri buoni motivi, chi lo nega? C’è sempre una buona ragione per non fare nulla, non toccare nulla, non andare avanti, non discutere nemmeno di quello che potrebbe essere fatto. Ancora qualche anno di prudenza e il nostro posto tra i paesi progrediti sarà preso da chi se lo merita, da paesi desiderosi di guardare avanti e di lavorare duro per crescere. Noi a quel punto spariremo anche dalle competizioni sportive. Mandare atleti in giro per il mondo costa, e poi che senso ha competere, quando sappiamo già di essere i migliori?

La sfida della mia generazione

Abbiamo guardato l’Europa sgretolarsi, negli ultimi mesi. La crisi sui migranti, il referendum per l’uscita della Gran Bretagna, l’insofferenza degli stati a est ai regolamenti a cui loro stessi hanno scelto di aderire sono tutti colpi all’Unione Europea. L’idea che possa esserci, al di là delle differenze statali e dei diversi sistemi di potere, un’azione politica ed economica comune in tutto il continente europeo sembra oggi illusoria e persino pericolosa, dato che diverse forze politiche attribuiscono proprio all’Unione Europea la responsabilità della crisi del mondo occidentale. Invece è proprio oggi che bisogna rendere più forte l’Unione, superare le piccolezze nazionali che l’hanno tenuta finora al guinzaglio e l’hanno trasformata in un covo di burocrati inefficienti e manovrabili. L’obiettivo di qualsiasi onesto cittadino europeo dovrebbe essere una federazione di rappresentanti eletti che attuano una politica estera, economica e militare comune a tutti gli stati, e più tempo tardiamo a rivendicare questo obiettivo, più facciamo in modo che vincano i populisti.

Una sfida difficile, soprattutto oggi. Da anni nelle teste delle opinioni pubbliche l’UE è diventata un organismo che soffoca, con i suoi divieti, qualsiasi possibilità di crescere e uscire dal pantano economico. L’impressione può essere corretta, dato che le strutture intergovernative in anni recenti sono state usate da alcuni governi (senza fare nomi, la Germania) per imporre ad altri le proprie convinzioni e i propri modelli economici. Altri stati (sempre per non fare nomi, l’Italia) hanno approfittato di quelle che venivano chiamate ingerenze, ma che in realtà erano cessioni di sovranità che erano state accettate liberamente, per attribuire all’Europa la propria inadeguatezza e l’incapacità congenita a risolvere problemi e ad assumersi delle responsabilità. Se il debito pubblico italiano sta strangolando le sue generazioni più giovani non è per colpa dell’Europa, ma unicamente dell’incompetenza dei governanti italiani e, non meno importante, dell’irresponsabilità dei cittadini italiani che per anni hanno vissuto al di sopra delle possibilità e ora non vogliono pagarne il conto. Di conseguenza ogni cosa è stata attribuita all’Europa e ai suoi burocrati, che, riparati dietro un processo decisionale barocco, spesso danno l’impressione di prendere decisioni non per il bene dei cittadini europei ma per favorire le lobby finanziarie, le vere detentrici del potere. In un mondo in cui gli stati nazionali non riescono più a tenere testa allo strapotere della finanza globale, l’Europa è stata vista, spesso a ragione ma altrettanto spesso a torto, come il gendarme della finanza, totalmente dedita ad arrestare qualsiasi iniziativa degli stati di riprendere il controllo sull’economia e di favorire gli interessi dei cittadini.

In uno scenario del genere il miracolo è che una cosa come Brexit non sia arrivata prima. Attribuire la responsabilità dei propri problemi interni all’Unione Europea, che penalizzerebbe l’economia e incoraggerebbe la libera circolazione dei migranti, è una tentazione troppo grande anche per il meno populista dei politici in circolazione, e in questo momento ci sono pochi statisti in giro e troppi cialtroni in abito che non vedono l’ora di dire a un ceto medio sempre più spaventato esattamente quello che vuole sentirsi dire. La colpa dei vostri problemi è degli immigrati. Dei burocrati di Bruxelles. Delle lobby. Di chiunque tranne che del sistema di cui voi stessi vi siete avvantaggiati fino ad oggi e che ora ha cambiato direzione, come una marea, e cerca di risucchiarvi in un gorgo invece di limitarsi a rinfrescarvi i piedini.

Fino a poco tempo fa in Italia eravamo convinti che solo il ceto medio italiano, con la sua cultura innamorata delle soluzioni autoritarie, avesse dei rigurgiti di nostalgia per il periodo in cui i più deboli facevano i maggiori sacrifici e in sovrappiù venivano convinti a non lamentarsi a suon di manganellate. Ora apprendiamo che anche opinioni pubbliche più “illuminate” come quella inglese, quella francese e quella tedesca tendono a dare la colpa a chi è più povero o scuro di pelle e a cercare soluzioni che hanno il pregio di lasciare tutto esattamente com’è, brutalizzando le fasce sociali più deboli. La ricerca di un nemico esterno e di soluzioni che esibiscano il più possibile il carattere nazionale, che qui in italia si riassume nello slogan “prima gli italiani” e in tutta la paccottiglia ideologica da bar sport che lo accompagna, sono ben più di coliche nella pancia di una nazione. Sono un fascismo in fase nascente, che non si è organizzato in squadracce ma ha gli stessi presupposti prevaricatori, totalitari e autarchici. L’ossessione per il nemico esterno, europeo, liberale o musulmano, deriva dalla convinzione che solo gli italiani purosangue, maschi bianchi cattolici e di destra, abbiano diritto alla cittadinanza. Tutti gli altri sono parassiti da eliminare.

Oggi che le forze della distruzione della democrazia liberale stanno tornando a uscire dal sottosuolo in cui erano state relegate, chi pensa che libertà, democrazia e diritti siano più che parole ma siano ciò che dà senso a una vita dovrebbe battersi per avere più unione nell’Europa, una maggiore presenza a livello sia locale che federale delle istituzioni europee e una maggiore cessione di sovranità. Il bersaglio di questi fascisti da farsa è l’Europa perché è un ostacolo alle loro pretese di controllare i bassi umori del popolo, e noi dovremmo rafforzare, invece, un governo fatto di razionalità, di diritto semplice e certo, di rispetto dei diritti umani. È una lotta analoga a quella che i nostri avi poco più che ventenni affrontarono per riunificare l’Italia. I motivi sono simili. Bisogna superare la superstizione e gli interessi particolari di pochi governanti e ricchi aristocratici per abbracciare un bene più grande, quello dei popoli di tutta Europa. Solo uniti, e con un governo federale, si può arrivare a questo scopo. È il nostro momento. Non facciamolo passare.

Arrendersi al terrore

Non è passando davanti a un negozio, o entrandoci, che siamo liberi. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, in questo 2016 che si svolge nella crisi d’ansia più grande della storia recente. Neanche l’attacco alle Torri Gemelle ci spaventò tanto. Allora eravamo alla fine di un bel periodo di pacche sulle spalle, tutto era stato vinto e non c’era più niente da dimostrare, se non che il pezzo di mondo in cui viviamo era ricco e l’unico modo di vivere era quello inventato da noi. Gli aerei arrivarono sulle torri lasciandoci con bocca spalancata e tremori e occhi arrossati per quanto li avevamo stropicciati, un intero vocabolario di nuovi termini e nuove idee entrò nella nostra vita. Un risveglio. La fine di un sogno, l’ingresso del mondo reale nelle nostre vite.

Oggi siamo dei veterani. Abbiamo fatto due guerre e siamo stati in luoghi devastati, abbiamo visto persone disperate attraversare il mare per condividere un pò del nostro benessere, siamo stati, tutti, sotto attacco di folli con il mitra, in locali e stazioni della metro fatte saltare con l’esplosivo, in mezzo a strade in cui un attimo prima sorridevamo e mangiavamo un gelato e un attimo dopo la polvere, l’acciaio e il sangue erano sparsi nel raggio di centinaia di metri e uomini armati urlavano di liberare tutto e le sirene erano l’unico suono rassicurante in cui potevamo sperare. Neanche le nostre lacrime sono servite a pulirci le guance, siamo rimasti tremanti e distrutti da tutto quello che abbiamo visto, anche se solo su uno schermo televisivo, e dopo avere spento tutto e aver cercato di riprendere la nostra vita normale abbiamo continuato a tremare.

La cosa più dannosa che abbiamo fatto è questa. Tremando ci siamo dimenticati che non basta spegnere per dimenticarci di tutto quello che succede. Che siamo stati messi in trincea contro la nostra volontà, a combattere una guerra a cui non abbiamo chiesto di partecipare. In ogni momento è come se avessimo un’uniforme addosso ma non vogliamo accettarlo, andiamo avanti come se si potesse davvero tornare a quando il mondo era il migliore dei mondi possibili.

Che ironia, il migliore dei mondi possibili si sta rivelando un inferno per tutti quelli che lo abitano. Basta qualche attacco coordinato per seminare il panico e aumentare la richiesta di misure eccezionali, che governanti del tutto incapaci sono sempre molto ben disposti a soddisfare. Rivogliamo indietro i bei vecchi tempi ma non sapremmo che farcene. Perché il punto della questione è tutto qui. Ripetiamo di voler essere liberi, di voler difendere questa vecchia, corrotta ma ancora fragile e preziosa democrazia dagli attacchi dei fascisti islamici per i quali l’unica prospettiva è quella della morte, ma non abbiamo nessuna prospettiva, nessuna idea di vita da contrapporre a questi schifosi. Abbiamo scambiato tanto tempo fa la vita con un percorso rigido che toglie spazio a qualsiasi avventura e improvvisazione, e con una lista di roba che bisogna avere in casa, addosso e nelle proprie vicinanze per essere delle persone a modo. La vera paura non è quella per la propria vita, di cui molti non saprebbero davvero cosa farsene, ma è di perdere tutto quello che si ha. Detto ancora meglio, l’unico sentimento che oggi domina è la paura di qualcosa di talmente fumoso che nessuno riesce a chiamare per nome. Nessuno vuole morire, ma unicamente perché siamo illusi che saremo eterni, chiusi dentro i nostri bozzoli pieni di roba.

A mancare è il coraggio. Secondo Churchill è una virtù essenziale, perché permette a tutte le altre di emergere. Di virtù in giro se ne vede poca, mentre la sola cosa in cui siamo bravi è accumulare, ringhiare, difendere il nostro fortino, ritirarci in tante piccole enclave con i cannoni puntati verso tante altre piccole enclave. La chiusura è la musica che fa marciare il mondo, al punto che alcuni pensatori, che sicuramente non hanno mai messo il naso fuori dai corridoi con aria condizionata in cui esercitano le proprie meningi, hanno teorizzato l’eroismo di chi si arrende, di chi non vuole avere delle avventure e fare qualcosa di unico della propria vita ma sceglie di marciare in coda agli altri per paura di essere visto a trasgredire le ferree leggi non scritte della nostra società. Interi eserciti di schiavi attaccati alle sedie costretti a passare i propri anni migliori chiusi in uffici, a elemosinare un tozzo di pane per poter vivere come tutti  ed essere rassicurati che sì, anche loro sono normali, anche loro appartengono all’umanità, non saranno degradati né messi al palo per questo. E queste persone, questi monumenti alla resa totale incondizionata di fronte a tutto quello che rende la vita sterile e disperata, sarebbero degli eroi?

Anche i re dicevano che i veri eroi sono i sudditi obbedienti. Ed è per lo stesso motivo che oggi si parla così: è un eroe, è coraggioso, chi sceglie di lavorare, comprare e stare zitto, chi mette da parte ogni ambizione. Tutti eroi che fanno una pace separata, ma invece di staccarsi da una guerra che non hanno scelto preferiscono rimanere in trincea per paura e conformismo, pronti a farsi usare come carne da macello da un sistema che non li conosce per nome e per faccia.

Questo ci spetta? Qualche anno di pacche sulle spalle, e alla fine un pò di soldi e nessuna soddisfazione, se non quella di avere fatto le cose nel modo giusto?

Il modo giusto. Alla fine di una vita passata a fare quello che ci si aspetta, una persona non sa nemmeno più come si formula un sentimento personale. Eppure dovremmo imparare a riconoscere quello che sentiamo davvero, non quello che ci si aspetta che sentiamo.

Cose offensive

Ghost+Perv+Shower

Da un po’ di tempo quando si parla di libertà di espressione salta fuori una parola, veloce, velocissima. Offesa incombe su qualsiasi dibattito come un monitodinapolitano per chiunque si dedichi a pensare, per professione o per hobby, a temi che coinvolgono minoranze, religioni, gruppi che reclamano diritti e chiunque in passato sia stato vittima di una discriminazione. Attento, non devi offendere. Attento, chi offende è spedito dalla parte del torto senza citazione di Brecht. Oppure si arriva al punto surreale in cui si può dire qualsiasi assurdità purché non si sia offensivi. Dobbiamo chiederci se questa attenzione a non offendere gli altri sia così utile, o se non faccia più danno che bene alla libertà di espressione.

Ricorda un’altra mania del passato, quando con l’etichetta di politically correct veniva ripulito il linguaggio da modi di parlare che potevano discriminare alcune categorie. Si sono sprecati i proverbiali barili di inchiostro contro il politicamente corretto, i suoi ministri, i suoi esegeti e la sua polizia. Senza scomodare Orwell e la neolingua, è strano per una società che fa bandiera della libertà di opinione mettere in piedi un sistema per limitare quella stessa libertà. In Italia era soprattutto la sinistra a recepire questo modo di pensare. Il paradosso di una parte politica che cerca di stabilire chi può e chi non può parlare ha sempre scatenato la rabbia della destra conservatrice più o meno moderata, che avendo sempre avuto un’enorme invidia penis e non avendo mai avuto argomenti che andassero oltre la gara di rutti è sempre stata insofferente al politicamente corretto. (Ok, è ingiusto e scontato, non tutta la destra conservatrice parla con i rutti. Ho conosciuto degli intellettuali di destra e leggevano Hitchens. Senza capirlo. Tra un rutto e l’altro.)

Chi da destra attacca il politicamente corretto di solito ne fa una questione di ipocrisia e di censura pura e semplice: a sinistra si fanno belli con i buoni propositi ma si guardano bene dal condividere lo stile di vita di chi dicono di voler supportare, e poi coprono di belle parole delle autentiche schifezze come, mio Dio mio Dio, dei frociazzi che si baciano. Fanno tanto i comunisti ma hanno la casa al mare. Quello che è peggio, gli alfieri del pensiero corretto si sentono migliori. Giudicano. Sono radical chic o ––  usato particolarmente spesso – maestrine, una figura che ossessiona talmente tanti conservatori da rendere inevitabile chiedersi da quali fantasie siano ossessionati i nostri amici di destra.

Questa lotta conservatrice contro il politically correct e la sua surrettizia censura spesso non ha altro scopo che la rivendicazione della propria rozzezza, il piagnucolio di chi vuole essere lasciato in pace a ridere quando dice cacca. Ipocriti, maestrine,  voglio vedere se mi sculacciate (vi piacerebbe). Ma ciò non toglie che il linguaggio sia davvero pattugliato da una specie di gendarmeria, e che chi va contro questa atmosfera da manette alla mente di solito ha anche le intuizioni più acute. La correttezza, più che un modo per non offendere altri e non scatenare il pensiero discriminatorio, è diventata a sua volta un modo per intimidire, per eliminare voci dal dibattito, per silenziare.

9115036-Offended-old-senior-woman-rejecting-offer-with-her-hands-Stock-Photo

Negli ultimi tempi però non si parla più di politicamente corretto (tranne che sul Foglio, vedi questione dell’invidia penis), e molto più spesso si invoca l’offesa come argomento definitivo per togliere la parola a qualcuno. Si fa confusione, volutamente, tra la difesa delle minoranze, cosa sacrosanta e a cui tutto è subordinato, e l’offesa di una singola persona o di un gruppo, che è qualcosa di sgradevole ma forse non è qualcosa da cui qualcuno dovrebbe essere protetto per legge. Essere offesi, soprattutto in un dibattito, non è un argomento: è un sentimento, qualcosa di assolutamente personale, soggettivo, non negoziabile. Esperienze personali e reazioni private, per quanto forti e dolorose, non dovrebbero essere motivo per censurare la libertà di pensiero e di espressione di qualcun altro. La cosa invece è sfuggita di mano. Chi è offeso diventa subito una vittima e non deve fare più niente se non attendere che la riparazione del torto. Libri, film, monologhi, articoli che contengono opinioni o fatti potenzialmente offensivi non devono essere diffusi se non dopo un’adeguata pulizia. Nel caso più estremo gli offesi hanno preso un mitragliatore e qualche poveretto ha insinuato che fossero comunque delle vittime, offese da qualcuno che aveva manifestato il proprio pensiero nel modo che aveva ritenuto più opportuno.

Stati Uniti e Gran Bretagna sono prime linee di questa battaglia silenziosa tra libertà di pensiero e censori autoritari di qualsiasi colore. Campus universitari, articoli di giornale, siti di informazione e social network sono attraversati da social justice warrior che molto spesso hanno il solo obiettivo di fare sparire opinioni non conformi alla dottrina della uguaglianza sociale. Intorno alle democrazie si sta creando un campo magnetico che cerca di proteggere le persone da qualsiasi opinione sgradevole. Per il loro bene, ci mancherebbe altro.

images

In Italia dibattiti di questo tipo non si tengono, almeno non sul tenore di quelli americani e inglesi. Però da anni è in corso un dibattito sulla satira, che di solito si riattizza quando qualche vignettista ha la fortuna di provocare la reazione di qualche politico stupido. Come si sa, qui siamo tutti per la libertà d’espressione, purché rimanga all’’estero. Siamo tutti Charlie ma ci accaniamo contro i nostri vignettisti quando sono “irrispettosi”. Siamo per i diritti dei manifestanti in Turchia ma decisamente a favore dei poliziotti in Italia. Siamo per la libertà di satira ma solo finché è satira, e naturalmente ciascuno ha la sua definizione, molto personale, sentimentale di satira.

Senza nemmeno pronunciare le parole politicamente corretto, ci stiamo mettendo le manette da soli senza accorgercene, regalando un potere incredibile a chi ha tutto l’interesse a fare tacere, a togliere di mezzo le voci difformi, a uniformare il tutto. Non a caso, i maggiori distinguo – ma non i soli – quando si parla di difesa della libertà di parola arrivano dalla Chiesa, che non gradisce per niente che si offenda il sentimento religioso. Alla chiesa piace pensare – e non da ora, e nonostante Papa Ciccio – che la religione sia un motivo sufficiente per limitare per legge la libertà d’espressione e di pensiero. La struttura di pensiero della chiesa è usata da un sacco di gente, molto spesso persone che si dichiarano, e credono di essere, dei sinceri liberali, ma che invocano a giorni alterni la pulizia mentale, il decoro, la discussione per bene e tutti gli altri specchietti dietro cui nascondere un enorme desiderio di censura. A queste persone dovremmo rispondere che non siamo d’accordo, e farlo nel modo più irriverente, ironico e pungente possibile. O anche no, basta un dito medio. Sarà un gesto da poveracci, ma lo è meno che mascherare con il galateo il proprio fascismo discreto.

 

Nuova ciccia

Bene, bene, benissimo. Sto lavorando a questo sito un po’ lentamente perché, beh, sto scrivendo un mucchio di altro materiale. Quindi questo è solo un post di aggiornamento sulle cose che ho riordinato. Sto lavorando anche a un paio di post, promesso.

– Ho fatto confluire tutti i post del mio blog sidefist.org su questo dominio. Quel blog l’ho tenuto per un anno, è stato uno sfogatoio su cui ogni tanto parlavo di politica estera con qualche incursione nella cultura pop. I post che vengono da lì ora hanno un’apposita categoria. Tra i miei preferiti, Inadatti agli Esteri, in cui parlavo della politica estera di questo governo quando ancora tutto lo psicodramma di Daesh era ancora di là a venire; Un nuovo ruolo, con cui cercavo di fare il punto su come si stanno riposizionando le grandi potenze in medio oriente; Mancano i microfoni e C’è bisogno di sporco contengono la mia insoddisfazione per tutto il potenziale sprecato che vedo in Italia, gente che invece di spaccare sedie sta lì a scodinzolare per ottenere un pò di attenzioni; Dramma Sportivo e Gente per Bene invece parlano di mie grandi passioni, del perché mi piace guardare il calcio ma non tutto l’anno, perché adoro l’etica DIY, perché il pugilato è una rappresentazione drammatica e perché essere incappato nello skateboarding quando ero un preadolescente sfigato mi ha salvato la vita. Menzione speciale per Economia da Bagno, con immagini che rimarranno, immortali, nella storia del blogging italiano.

– Sotto la categoria “Segno” ci sono alcuni degli articoli che ho scritto per la rivista di cui sono redattore. Non tutti, ovviamente, ma segnano bene lo stile.

– Biografia e contatti sono aggiornati all’altro ieri. Nel frattempo ho solo mangiato una bistecca, dormito e svolto regolarmente tutte le mie funzioni fisiologiche.

– Ancora non ci sono i contatti social, e ancora c’è qualche problema con la paginazione, ma risolverò. Sono anche sparite le immagini dai post, ma quello dipende dal plugin che usavo nel vecchio template che gestiva il sito.

Direi che è tutto. A risentirci presto, se non verrò seppellito dalla mole di articoli e ricerche che devo leggere.

Ne è passato di tempo

Sono passati quanti, quattro anni? Più o meno. Nell’ultimo post che ho scritto su questo sito dicevo di essere in una fase di ripensamento del mio modo di fotografare, e l’ho ripensato talmente a fondo che pochi mesi dopo quel post ho completamente smesso di fotografare per rimettermi a scrivere. Senza rancore, fotografia, ma non ci piacevamo.

Nel frattempo ho scritto un romanzo, ho collaborato con una rivista culturale, ho scritto fumetti, ho traslocato. Ho anche tenuto altri blog di nascosto, e ora mi dannerò la testa per cercare di riunificare tutti quei testi con questo sito, che, ehi, porta ancora il mio nome, quindi è qui che sarebbe meglio che la mia scrittura apparisse.

Questo è semplicemente un post di ripresa di contatto. Non prometto niente, e non lo manterrò. Prossimamente aggiornerò la biografia e la parte dei contatti, e inizierò a mettere i contenuti che in questi anni ho sparso altrove. L’idea, dato che mi sto occupando di nuovo di politica internazionale, è di avere un luogo su cui pubblicare le mie riflessioni. Ma questo è solo un pretesto. La verità è che ho voglia di scrivere, di mettere parole nero su bianco e di farlo per un pubblico. Questo sito mi sembra meno effimero degli altri. Vedrò di farlo funzionare. A presto.

Due minuti, centoquaranta caratteri

Questo post l’ho pubblicato lunedì su Medium. Lo metto qui per avere tutto in un solo posto, in attesa di traslocare ogni singolo post sul mio sito. Rimanete sintonizzati, salute. 

 

Non c’è neanche il tempo di fermarsi a pensare. Dal mattino, quando arriva la notizia della morte di uno famoso, è un bombardamento social, immagini che si rincorrono tra loro, il mondo che si attiva nel grande rito collettivo di commemorazione di uno che è entrato a vario titolo nella sua vita. Nel farlo usciamo fuori allo scoperto, piccoli esseri umani concentrati soprattutto su di noi e sulla nostra avventura, pieni di vizi e comportamenti talmente piccoli che dovremmo chiamarli foruncoli, non vite. La grande orchestra umana si attiva e ciascuno è la star del suo film, ciascuno si affretta a comunicare al mondo quanto sia prevedibile la sua reazione di fronte al più prevedibile e previsto degli eventi.
Prima la notizia, secca, che piomba sul mondo e che chiunque dotato di un qualsiasi profilo su social network rilancia immediatamente. David Bowie è morto. È morto. Morto. David Bowie. Davvero: David Bowie è morto, pace all’anima sua. Dopo una coraggiosa battaglia con il cancro. Non voglio neanche immaginarmi cosa stiano nascondendo pudicamente queste parole, le trafila amara, il treno di speranze che si spengono un’analisi dopo l’altra, una operazione dopo l’altra. L’immagine nello specchio, lo stesso viso che abbiamo visto cambiare un milione di volte, che si ostina a cambiare contro la volontà del suo possessore, che si sgonfia. Un calvario umano. Pace all’anima sua, ovunque si trovi in questo momento (nella mia testa immagino Bowie un pò spaesato, simile alla gif di John Travolta, che non capisce cosa gli sta succedendo ma che presto troverà il modo di adattarsi. Lo ha fatto sempre, era la sua specialità, perché non dovrebbe farlo anche oggi?)
Ma torniamo a noi, la massa di mammiferi bipedi uguali a Bowie che apprendono della morte di Bowie. Dopo il primo momento in cui si rilancia la notizia cercando di diffonderla il più possibile si entra nella fase delle esternazioni di lutto più o meno ispirate. In questo momento – e nel caso di David Bowie è arrivato davvero presto, nel giro di due ore dalla prima conferma – qualsiasi essere umano connesso a un social network manifesta il suo lutto affranto invocando il nome del defunto e augurandosi che, da quel lassù in cui inevitabilmente viene a trovarsi qualsiasi anima che abbia la fortuna di grattare un pò di fama su questa terra prima di lasciarci, possa insegnare agli angeli a suonare il marranzano, a recitare o a fare qualsiasi cosa in cui Egli fosse bravo. Da questo momento Lui inizia ad assumere proporzioni ancora più mitiche nella testa delle persone, che piangono e invocano il padreterno: perché si prende sempre i migliori? Perché proprio oggi, proprio di lunedì (lunedì di merda) deve morire proprio lui, che ci aveva fatto sognare con i suoi dischi, che ha recitato, che ha cambiato la storia del rock e, per dirlo con Bastonate, lo ha fatto almeno cinque volte?
Mondo infame, quello in cui le rockstar devono morire. Che ne dite se per dimostrare il nostro disgusto preconfezionato e provare il brivido di avere delle emozioni vere, ogni tanto nella vita, inondiamo lo spazio pubblico di dichiarazioni affrante un tanto al chilo che non vogliono dire nulla? Vai, allora. Mettiamo canzoni prese da youtube, scriviamoci sotto che adesso il mondo non sarà più lo stesso e inizierà a ruotare in un altro senso e si fermerà nella posizione dell’equinozio di primavera, quando le notti sono un pò fresche e le stelle sembra che brillino più forte per commemorare Lui. Le foglie torneranno immediatamente sugli alberi ma si posizioneranno a mezz’asta, i cani non si annuseranno neanche una volta in segno di rispetto, le nascite saranno annullate. Oggi è morto Bowie, per chi non lo sapesse. Il mondo è un posto diverso.
Ma questo è ancora l’inizio, per la miseria. Ancora si devono aprire le scatole della più patetica umanità, quella bassa che vive nella bambagia delle sue fortune senza avere idea di quanto se la passi bene e deve inventarsi motivi di tristezza anche quando succede l’inevitabile. Se ancora nessuno se ne fosse accorto, le persone muoiono. Si può ritardare in modo indefinito quando arriverà quel momento, ma arriverà, e più passa il tempo più è probabile che accada. Nella nostra società questo discorso è impopolare, nessuno ama che gli venga ricordato che prima o poi dovrà schiattare, ma è esattamente così: prima o poi moriremo tutti, e tutti, nessuno escluso, hanno o avranno qualche lutto in famiglia. Dunque, risparmiamoci tutta la solfa di sì ma per me è diverso, appena ti morirà qualcuno ne riparliamo. No, per te non è diverso. Sei fatto di merda e tornerai nella merda. Insieme a tutti noi.
Questa patetica umanità sta producendo lunghi lamenti sul compianto Bowie. Ci sono, ovviamente, molte cose bellissime da dire su di lui. Le canzoni che hanno segnato un’epoca, il trasformismo portato ad arte, la recitazione, una musica che è entrata nel sistema. Ascolti Bowie ed entri in una specie di dimensione fantascientifica, pensi a viaggi nello spazio e poi allo zoo di Berlino e a un video di Moby e poi alle migliaia di cose, a volte riuscite altre meno, che era in grado di tirare fuori da quella sua testa. Era imprevedibile, e bisognerebbe salutare questa imprevedibilità, costruire su quello che ci è stato dato, e andare avanti.
Questo, credo, sarebbe il modo migliore di ricordarlo. Invece in queste situazioni saltano fuori gli avvoltoi travestiti da pinguini, quelli che con gli occhioni gonfi di lacrime e il cuore ridotto in cenere dalla propria stessa mediocrità iniziano a dirti che adesso tutto sarà più difficile, i migliori se ne stanno andando e non possiamo più rimpiazzarli, un’era si sta chiudendo e noi non possiamo fare altro che assistere impotenti al suo tramonto e scriverne l’epitaffio. Piccoli scribacchini con la sviolinata precoce scriveranno di Bowie per dire quanto siano insoddisfatti della musica di oggi e di come gli anni <aggiungere -anta qui> fossero i migliori.
A noi resta solo la tristezza. Quella siamo bravi ad amministrarla. Scriviamo del passato pensando al presente e troviamo nuove conferme alla nostra patologica arrendevolezza, la nostra incapacità di creare qualcosa di nuovo. Non ci basta tirarci indietro, dobbiamo giustificare perché lo abbiamo fatto, e come se non celebrando un grande facendolo diventare ancora più grande, un Titano?
Nuove notizie in cronaca: i Titani nascono, crescono, suonano qualcosa, invecchiano, muoiono. Non vi rende più grandi o romantici il comportarvi come se non lo sapeste. Tutte le persone che nella nostra cultura proiettata sul passato celebriamo per cercare nevrotiche conferme della nostra grandezza prima o poi moriranno, e non servirà a niente ripeterci che erano i Più Grandi, che non possono lasciarci, che adesso il mondo è più solo senza di loro. Il mondo continuerà a girare.
Ma chi gira con il lutto pronto in canna non pensa davvero che il mondo sarà un altro posto, più solo e più grigio. Chi lo pensa davvero è chi si mette all’opera e scrive altri libri, altre canzoni, gira altri film, vive altre vite per portare un pò di colore a questo posto di merda. Gente che raramente ha il tempo di piangersi troppo addosso. No, chi va in giro con il cuore affranto per il Titano è, lui stesso, parte del problema, piccola infinitesima causa del grigiore del mondo. Il bisogno di esternare il proprio dolore non ha nulla a che fare con chi muore. Non è neanche una cosa nuova, i lutti pubblici sono sempre esistiti, e continueranno a esistere. Ma questa gara a chi è più sensibile e dice la cosa più toccante è ridicola, a farsi un giro sui social network in questi casi sembra davvero che siano caduti i pilastri esistenziali di centinaia di milioni di persone, cosa che, mi auguro, non è vera. Perché comportarsi come se lo fosse, allora? Perché dà un’immagine di sé. Ci fa apparire persone sofisticate e sensibili in un colpo solo. Come in un mega specchio vediamo noi stessi nei messaggi di cordoglio degli altri e restituiamo agli altri la loro immagine.
Tutto questo si ripeterà al prossimo giro. Chiusi nelle nostre stanzette a fare vite di merda e a fingere di avere avuto un’emozione grossa, una volta in macchina mentre ascoltando David Bowie cercavamo di scoparci Marta, la tizia del secondo anno che ci aveva messo mesi ad accorgersi che eravamo degli animi tormentati. Un’emozione che ci ha spinti piano piano sotto quel reggiseno e quelle mutandine colorate, e che è finita in due minuti e 140 caratteri di cordoglio.

Se non si fosse capito

Sto un po’ smuovendo le cose, in questi giorni. Sto scrivendo un po’ più regolarmente e ho finalmente messo mano al mio vecchio sito, che in questo momento è in condizioni pietose perché, beh, problemi tecnici. Non ho voglia di lasciare scritti a fluttuare sulla mia scrivania come se fossero stronzi in attesa di finire nella loro fossa biologica, per cui facciamo che questo, che ho scritto ieri, lo metto qui. Quando avrò un sito vero cercherò di spostare le poche cose che non fanno schifo lì. Nel frattempo, grazie per la collaborazione, e fottetevi. 

 

Quello che è successo a Colonia il primo giorno dell’anno sta lentamente scivolando dai titoloni al nulla assoluto nella tipica mossa da deficit dell’attenzione dei giornalisti italiani. Cose più importanti arrivano sul piatto, il parlamento italiano riapre e quei cattivoni dell’Isis non hanno mancato di farsi vivi con un attentato in un luogo turistico. Cosa di cui non li ringrazieremo mai abbastanza, ci riempiono i titoli di carne fresca e hanno avuto anche il buon senso di andare in un posto molto fotografato e frequentato da turisti occidentali, non quelle robe che nessuno si caga neanche per sbaglio.
Dunque, qualsiasi cosa sia successo, siamo costretti a non sentirne più parlare da una logica di cui nessuno si assume la responsabilità. Dovremo accontentarci di quello che si è saputo fino ad adesso. C’è stato un attacco coordinato, ma forse no, di non si sa quante persone a non si sa quante donne, e non si sa quanti uomini di non si sa quale nazionalità sono stati fermati per non si sa quale capo d’accusa.
Il momento per parlarne sul serio e sguinzagliare reporter che fanno domande a destra e a manca sarebbe proprio questo, e invece, con mossa da maestri, i giornali italiani hanno iniziato la ritirata verso il fondo delle home page. L’inferno di Colonia, come se fosse stato un altro Bataclan (con tutto il rispetto per le donne molestate a Colonia, sono due cose diverse). L’attacco coordinato e pianificato sulla rete, ovviamente, anche se nessuno ha prove di un simile coordinamento. Il fatto che fossero tutti neri forse costituisce prova a carico.
Lo so, sono un fissato, ma non è colpa mia. È il sistema dei media, il sistema politico, è come funzionano le nostre teste. Diamo più attenzione alla rappresentazione che non a come vanno le cose, ci piace divertirci con i nostri filmini mentali, come se ci gustassimo ogni volta una bella pugnetta raccontandola poi ai nostri amici come se fosse la migliore delle scopate della nostra generazione. Il modo in cui viene raccontata e recepita la vicenda di Colonia dice tantissimo su di noi, prima ancora che su immigrati e rapporti con le donne. Quando ci si allena a lungo a reagire a certi stimoli in un certo modo poi si acquisisce uno stile: succede nello sport e in un sacco di altre cose divertenti – politica, sesso, guerra, gelato. Il modo in cui si reagisce a stimoli analoghi ci può dire molto su come è fatta una persona, un gruppo, una società.
Questo, a parità di stimolo. E lo stimolo, per Colonia, è confuso. I giorni passano, le inchieste sono in corso, e le cose che si sanno sono poche. Sono state presentate 516 denunce da altrettante donne per quella notte, di cui “il 40% per molestie sessuali” (ma i numeri cambiano velocemente per ora). Sono stati fermati, finora, 19 uomini, tutti stranieri, alcuni irregolari e alcuni con permesso di soggiorno. Sono state raccolte diverse testimonianze di donne che quella sera si trovavano a Colonia e sono state molestate. Su alcune c’è stato un tentativo di stupro. Le indagini continuano, una frase che normalmente dovrebbe essere rassicurante ma che, superata l’età in cui si crede ancora che la polizia non menta (cinque anni), suona più come “stiamo cercando un atterraggio morbido”. Sicuramente la polizia ha giocato male fin dall’inizio, cercando di coprire gli avvenimenti, poi di minimizzarli, poi di fare passare sotto silenzio tutte le sue mancanze.
Quello che si sa, che si sa davvero, è tutto qui. Il resto sono tutte cose che ci mettiamo noi, che proiettiamo, come si direbbe sul lettino di uno psicanalista, su una storia confusa e ancora priva di contorni. Il nostro cervelluzzo privo di immaginazione (maledetti proibizionisti) detesta le cose prive di contorno e allora cerca di aggiustarle a modo suo, con gli elementi che ha e secondo le sue predisposizioni e preferenze porcelle. In questo caso, perversioni vere e proprie radicate nella psiche dell’uomo bianco da almeno tre secoli: il Terribile Uomo Nero con Cazzo Lungo che viene a toglierci le Nostre Donne e a violentarcele, l’Invasore Selvaggio che noi accogliamo amichevolmente e ce lo mette nel culo. Se come me avete avuto la curiosità di seguire la vicenda dall’inizio e appartenete alla Kasta di chi sa usare Google Alerts e le liste news di Twitter (perdonami Hank Moody per come sto sputtanando la mia stessa lingua), avrete visto che la parola “nordafricani” è apparsa fin da subito negli articoli che davano notizia della notte delle molestie a Colonia, e con “fin da subito” intendo dire nel cazzo di occhiello dei titoli. Prima ancora che si sapesse bene che cosa fosse successo. Suggerimento: non si sa bene neanche adesso. Come mai si parlava già allora di nordafricani, di gente che strappava il permesso di soggiorno in faccia ai poliziotti? In che lingua lo avrebbero detto al poliziotto tedesco, in inglese, in tedesco, direttamente in nordafricano per fare prima, sperando che i poliziotti tedeschi parlassero il dialetto berbero?
Questo ci porterebbe a concludere che no, non possono essere stati assolutamente degli immigrati, dei richiedenti asilo. Altra minchiata. Potrebbe essere stato chiunque. Il punto, come spero sia chiaro, è: non ne sapete un cazzo. Non potete parlarne, nemmeno per difendere a tutti i costi il multiculturalismo o quale che sia la bandiera che vi fa sentire degli esseri umani migliori in questo periodo, e non potete parlarne perché non avete elementi in mano per farlo. Chiudete il becco.
Che poi, in che modo, esattamente, i crimini di una decina, un centinaio, fosse anche un migliaio di immigrati dovrebbero ricadere sul rimanente milione? Ma non era una società democratica questa, in cui la responsabilità è personale e in cui non si fanno processi sommari a interi gruppi sociali?
Il che ci porta all’argomento successivo, quello della violenza di genere. A Colonia è questo che è successo. Degli uomini hanno aggredito delle donne in quanto tali, pensando di essere legittimati a farlo, pensando di poterla fare franca. Anche in questo caso, però, ci sono diversi casi di ridicolo di cui ci si dovrebbe occupare. Ah. Il ridicolo. Che grosso problema aver abbassato così la tacca. Qualcuno pensa di avere degli argomenti solo per il fatto di essere offeso da qualcosa. Il mondo deve FARE QUALCOSA per riparare all’offesa. Beh, che io ricordi, essere offesi è uno stato d’animo e non significa proprio un cazzo nel mondo dell’argomentazione razionale. Da quando gli stati d’animo hanno dignità nel discorso pubblico? Da quando abbiamo perso il senso del ridicolo, appunto.
Ma divago. Dicevamo delle violenze di genere, altra reazione automatica del nostro cervello collettivo nutrito ad antidepressivi di fronte a casi come questo. Giustamente, giustamente. Però non vedo la necessità di incolpare l’intero genere maschile per quello che hanno fatto un migliaio di rappresentanti, a volere proprio andare di mano larga, dei suoi rappresentanti. Li conosco, tutti quei discorsi sulla cultura patriarcale e su come gli uomini siano tenuti a caricarsi sulle spalle la colpa di essere nati con una nerchia pendula in mezzo alle gambe. Ma posso assicurarvi che io e molte altre migliaia di persone simili a me non abbiamo nulla a che spartire con quelli che passano la sera di capodanno palpeggiando. Siamo splendidi esemplari di uomini occidentali etero e bianchi capaci di rispettare le donne, il loro posto nel mondo, i loro diritti, la loro identità. Non abbiamo nulla a che fare con quelli lì, e non sono disposto ad assumermi responsabilità per cose che non ho fatto solo perché sono come sono, non più di quanto sia disposto ad assumermi responsabilità per quello che fanno altri odiosi esseri umani bianchi quando si lanciano in qualche stupida follia neocoloniale. Mi spiace, ma me ne tiro fuori. Passate quando avrete capito il significato delle parole responsabilità individuale.
Detto questo, la cosa curiosa di questo argomento è il modo in cui molti uomini bianchi etero eccetera genuinamente misogini e razzisti si stiano scoprendo femministi al solo scopo di alimentare il proprio razzismo e, in sovrappiù, di prendersela con il femminismo vero. Che sì, avrà un mucchio di pecche teoriche, ma non ce li vedo questi qui impegnati in un seminario su Simone de Beauvoir. Molti vedono il femminismo come un raduno di isteriche impegnate a bullizzare il più possibile gli uomini, ma questa visione cosa accidenti c’entra con quello che è successo a Colonia la notte di capodanno? Perché tra i commenti on line e nella mia timeline Twitter, quella cloaca a cui mi sono tanto affezionato, devo leggere cose come 121 donne stuprate a Colonia, grazie tante femministe?
Ci si vuole togliere i sassi dalle scarpe, va bene. Ma allora perché non tirare in ballo altra roba? 512 denunce, grazie mille buco nell’ozono. Il femminismo c’entra, nella testa di alcuni poveretti, perché si tratta di donne, argomento di cui il femminismo, talvolta, si occupa. Quindi, daje. Lanciamoci contro un movimento di pensiero perché ehi, a capodanno è successo qualcosa di strano di cui ancora non abbiamo un’idea chiara, ma sicuramente dato che si tratta di donne devono entrarci loro, le femministe che vanno in piazza a chiedere uguali diritti ma poi l’uguaglianza se la scordano quando è l’ora del conto al ristorante. Ah! SGAMATE!
Essendo cresciuto durante quella follia della Guerra al Terrore riesco a sentire puzza di reazione quando ancora le carcasse sono dietro l’orizzonte, e questo, credetemi, è uno di quei casi. Le Nostre Donne, la Minaccia Nera. Manca solo la richiesta di maggiore protezione. Ah no, ecco: si deve iniziare a controllare meglio gli accessi, e naturalmente bisogna impiegare più uomini e mezzi della polizia. Mio Dio, non vi sentireste molto più tranquilli anche voi, se decine di poliziotti in più venissero impiegati a salvaguardare l’onore e l’integrità delle Nostre Donne?
Finiamo così. Una volta mi invitarono a una festa. Doveva essere una mangiata di pizza con annesse birre, ma una volta arrivati in quell’appartamento buio e pieno di fumo nel centro di Bologna scoprii che non c’era da mangiare, e non c’era neanche la birra, solo tre bottiglie di tequila, due di Jagermester e altri superalcolici di colore chiaro di cui non ricordo l’etichetta. Rifiutare sarebbe stato scortese, e poi un bicchiere cosa mi avrebbe potuto fare? Ovviamente due ore dopo ero ubriaco marcio, e a stomaco vuoto, e ricordo anche di avere avuto un attimo di euforia prima di collassare stordito e iniziare a vomitare interi barili e stare male per le successive ventiquattro ore.
Ecco. L’idea di risolvere i nostri problemi di sicurezza mettendo più polizia in giro mi fa esattamente lo stesso effetto: prima un pò di ebrezza, poi sto male, poi ho idea che non mi riprenderò mai più. Imparate a dire di no, lo dicono anche le pubblicità progresso, le fa lo stesso governo a cui chiediamo di proteggerci. Fidatevi di loro una volta tanto. E se proprio dovete vomitare fatelo in bagno, non nella testa della gente.

Un nuovo ruolo per la Russia in Medio Oriente

Se la bontà di una strategia si vede dagli effetti più che dalle intenzioni, in questo momento la Russia sta conducendo in medioriente una partita più efficace di quello occidentale. Nei vari movimenti di truppe russe in Siria di questi giorni si possono vedere le avvisaglie di un nuovo assetto del Medioriente.

Gli Stati Uniti hanno svelato, ieri, che genieri russi sono al lavoro per costruire una grande base militare a sud di Latakia, in Siria, l’ennesimo tassello di un avanzamento tanto discreto quanto profondo nel territorio del regime di Bashar al Assad. Poco dopo Putin ha confermato l’impegno russo nella zona. Da mesi si parla della presenza degli osservatori e degli ufficiali militari di Mosca sulla sponda siriana del mediterraneo, a cui ha fatto seguito la costituzione di un ponte aereo con cui i russi avrebbero portato in Siria attrezzature militari e logistiche nell’ambito della collaborazione decennale con Assad.

A segnare una svolta nella complicata posizione russa nel conflitto siriano sarebbe stata proprio la scoperta che ci sarebbero truppe militari, carri armati, aerei e torri di controllo in territorio siriano, un ampliamento rispetto alla presenza di semplici osservatori che farebbe presupporre un ruolo più attivo dei russi nella guerra civile ormai in corso da quattro anni. Non è ancora un’escalation, ma non è una mossa di pace.

Oltre all’impegno sul terreno tattico c’è anche un maggiore impegno diplomatico e politico. Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, ha spesso avanzato proposte di negoziazione per fare cessare le ostilità, aumentando anche in questo caso il peso della Russia nella vicenda siriana. Tutte le proposte prevedono il coinvolgimento del rappresentante del vecchio regime, Bashar al Assad, in qualsiasi trattativa di pace per stabilizzare la Siria e sconfiggere l’avanzata della lo Stato islamico.

A mettere in crisi i governi occidentali è soprattutto l’ambiguità della politica russa. Da un lato Putin cerca di mostrare alle opinioni pubbliche una facciata moderata, proponendosi come mediatore. La Russia ha già assunto, nel 2012, il ruolo di pompiere della polveriera mediorientale, fermando l’avanzata bellica degli Stati Uniti che ritenevano inevitabile un intervento per l’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. L’immagine di statista affidabile continua a essere la maggiore garanzia di autorevolezza di Putin. Al tempo stesso la Russia si sta posizionando militarmente in Siria, in modo da sostenere il proprio alleato ed avere uomini e mezzi già pronti sul terreno nel momento in cui i titubanti governi occidentali dovessero decidere un intervento sul terreno. In quel momento, infatti, la Russia avrebbe dei soldati già pronti, e sarebbe molto difficile chiedere a Putin di farsi da parte. Come già in Crimea la Russia sta portando avanti una politica del doppio binario, puntando a mettere la comunità internazionale di fronte a un fatto compiuto.

L’obiettivo di Mosca è giungere a una Siria pacificata e in cui l’assetto geopolitico della zona sia ancora garantito dal suo storico alleato Assad, che in questo modo continuerebbe a garantire l’unica base sul mar Mediterraneo di cui disponga la flotta russa. Non a caso negli ultimi tempi si è parlato di ingrandire la piccola base di Tartus. A questo si sommerebbe un coinvolgimento nella crisi siriana di soggetti che metterebbero in posizione di svantaggio gli Stati Uniti d’America, come l’Iran, Hezbollah, lo stesso Assad. L’obiettivo finale in altre parole sarebbe ridisegnare il Medioriente secondo le esigenze russe, mettendo in discussione gli interessi economici e politici degli Stati Uniti in quella zona.

La risposta occidentale, e in particolare statunitense, è confusa. L’Occidente è stato colto di sorpresa al sorgere della crisi dello Stato islamico, di fatto una creatura dell’invasione statunitense dell’Iraq. Quando l’ISIS prese Mosul alcuni diplomatici americani dissero che gli uomini di al Baghdadi non erano una minaccia seria e che bisognava occuparsi dei veri terroristi, quelli di al Qaeda. L’avanzata dello Stato islamico diventò in fretta troppo grande per essere trascurata o nascosta, e i governi occidentali, privi di una qualsiasi politica e costretti a subire l’iniziativa, iniziarono a spedire dei bombardamenti aerei sulla zona, mettendo in chiaro da subito che la disponibilità occidentale a risolvere il problema dello Stato islamico si fermava di fronte alla possibilità di un intervento concreto. L’occidente, in altre parole, non faceva altro che un intervento di rappresentanza.

Il desiderio neanche tanto nascosto era che ci pensassero altri a risolvere il problema. Intorno all’estate del 2014 si fece un gran parlare dei Peshmerga curdi, descritti come la sola speranza occidentale per arginare l’avanzata dell’ISIS. I curdi venivano usati come fanteria da parte delle cancellerie occidentali, o almeno questo era il disegno, del tutto perfetto fino a che non si è dovuto fare i conti con la realtà: i curdi sono sempre stati i nemici principali del governo turco, che in quella zona è il maggior alleato strategico dell’Occidente e che per mesi ha impedito di usare le sue basi alla Nato, consentendo invece ai militanti dello Stato islamico di passare attraverso il confine con la Siria sia per lottare contro il regime di Assad che per attaccare le postazioni curde. Nessun governo occidentale ha mai accennato a niente di tutto questo, se non per evocare la possibilità di ulteriori bombardamenti cosmetici.

Dunque siamo di fronte a a un Occidente senza nessuna strategia. A mancare è, soprattutto, il disegno politico. Se ci fosse sarebbe più facile invocare un intervento militare, cercando quantomeno di fermare l’avanzata dello Stato Islamico e il consolidamento al potere di Bassar al Assad. Ma proprio questo è un altro dei problemi: c’è talmente tanta confusione che non si sa bene cosa si vuole, chi si dovrebbe mettere al posto del governo della nuova Siria, in che modo si dovrebbe consolidare il suo potere. L’Occidente vorrebbe la Russia fuori dalla Siria e dal Mediterraneo, tenere fuori Assad dal potere e al tempo stesso sconfiggere gli islamisti. Un po’ troppo, e troppo contraddittorio, per il tipo di forze che ci sono sul campo. Allo stato attuale, gli Stati Uniti e i governi europei sono davanti alla scelta tra lottare contro il jihadismo, appoggiando involontariamente Assad, o lottare contro quest’ultimo, appoggiando involontariamente il jihadismo. Una contraddizione che in passato ha già portato alla crescita incontrollata del potere dei militanti islamici, e ad altre scelte miopi come rifiutare offerte di un negoziato con Assad.

Dall’altro lato, la strategia della Russia è molto chiara. Giocando sulla politica a doppio binario Putin vuole accreditarsi come l’unico e il più grande mediatore per la pace della Siria, cercando di darsi un’immagine di nemico dei terroristi. Disponendo di uomini sul campo che lottano contro lo Stato islamico e del peso politico guadagnato negli ultimi anni in medio oriente, il governo russo cercherà di fare sedere il governo di Bassar al Assad a un tavolo delle trattative per la pace e di accreditarlo come alleato nella lotta al terrorismo. In uno scenario di lungo periodo, la Russia manterrà la sua posizione nel Mediterraneo e disegnerà un riequilibrio strategico del Medioriente in cui a pesare non saranno più gli interessi degli Stati Uniti ma la Russia e e i suoi alleati.

Quello su cui i governi occidentali dovrebbero concentrarsi dunque è l’elaborazione di una politica chiara di intervento in Siria e l’individuazione dei mezzi più adatti a riuscirci. Non c’è più il tempo di cercare soluzioni che sulla carta potrebbero accontentare tutti. Bisogna lasciarsi alle spalle le paure del decennio scorso e, banalmente, fare ciò che è giusto, perché nel momento in cui l’unico linguaggio che si parla è quello militare non si può sperare di convincere gli altri con le buone maniere. Esistono forze che devono essere fermate, e occorre una forza di interposizione. Non a scopi offensivi, ma per permettere ai siriani di scegliersi l’assetto di potere che ritengono più opportuno, e di consolidare quell’assetto.

Gente per bene: Mike V

Mike Vallely è uno skater che fa un sacco di altre cose: canta e scrive e dirige compagnie di skate. Non si fa tanti problemi sui ruoli che indossa, cerca di vedere un mondo migliore e di sbattersi per ottenerlo. Molto difficilmente lo si troverà a lamentarsi delle cose che non vanno. A modo suo è stato una porta d’accesso a un mondo che difficilmente sarebbe potuto arrivare a un ragazzino della provincia italiana degli anni novanta. Adesso, venti anni dopo, gli sento dire cose di grande importanza e gli vedo fare le stesse cose che piacerebbe fare a me. Non nel senso che vorrei andare in skate e rompermi il naso facendo hockey. Ma Mike V mischia, comunica, scrive poesia, fa skate, va in giro a ispirare i bambini, canta in gruppi punk, fa podcast, fa partire compagnie di skate. È questa intensità, questa temperatura, questo mettere sé stessi nelle cose che si fanno senza compromessi che mi fa pensare parecchio. C’è bisogno di gente come lui, in giro. Provo a spiegare perché.

Il nome di Mike Vallely mi è capitato a tiro in qualche punto agli inizi degli anni novanta. Ero un piccolo dodicenne della provincia più a sud d’italia e cercavo qualcosa che mi piacesse non perché me lo avessero passato i miei genitori, ma perché piaceva a me. Lo skate mi era sembrata da subito un’ottima idea. C’era movimento, c’era la possibilità di fare uno sport divertente, c’erano dei miei amici che già lo facevano. Soprattutto era un passatempo che mi spingeva a stare fuori di casa, mi dava la possibilità di girare per strada in modo diverso dal salire sull’auto di mio padre. Un modo nuovo di scoprire una piccola città, il più basilare: a piedi, con una tavola, sudando e sfrecciando tra i passanti, muovendo il fisico invece che guardando da un finestrino o seguendo percorsi e luoghi obbligati.
Dopo avere comprato una tavola da quattro soldi, una Jacobson in offerta da Treesse a quarantamila lire, ci misi su un paio di ruote enormi e iniziai a darmi da fare per imparare a saltare – a ollare. Poi, dato che fin da piccolo sono stato un secchione con la fissa per l’analisi e per la conoscenza di quello che sto facendo, mi misi a cercare riviste di skate nella speranza di trovare qualche dritta. In realtà è chiaro che stavo cercando un’appartenenza, volevo appropriarmi dei codici della mia nuova tribù. Ma, sorpresa sorpresa, iniziando a leggere quei giornali scoprii che il sud italia non era un luogo in cui la gente faceva davvero skate: noi dovevamo arrangiarci con qualche panchina e la piazza centrale del paese, in cui la gente ancora nemmeno ci guardava disgustata perché non aveva la più pallida idea di chi fossimo o cosa stessimo facendo, mentre al nord si andava nello skatepark, avevano rampe quasi verticali e aggeggi in legno e posti al chiuso, una cosa inconcepibile. Inconcepibile ancora oggi, tra l’altro. Il mio ultimo contatto con la scena skate, a Palermo, si è svolto nella piazza di fronte a Teatro Politeama e sui gradini di fronte a una banca, con i passanti che si incazzavano quando provavo a fermarli perché c’era uno skater lanciato e se avessero continuato a camminare si sarebbero presi una tavolata in testa.
In quelle riviste iniziai a scoprire un mondo. Alcune cose oggi fanno sorridere, come la rivista Skate, la più diffusa nella mia zona, che in seguito scoprii essere diretta dallo stesso tizio che dirigeva Il Paninaro, e infatti fu proprio su Skate che per la prima volta sentii parlare di grunge scambiandolo per un fenomeno di vestiario, dato che si parlava solo di jeans usati e camicie di flanella e non di musica. Poi c’era XXX Skateboard Magazine, altro livello, paginate su paginate di trick e foto e reportage dai contest, il periodo era quello dei flip dappertutto, anche sul cesso ci si metteva a fare Ollie flip frontside shove it 180 to tailflip to nose varial to flip to flip to FLIP, era una cosa che doveva stare dappertutto, poi scoprirono il noseslide e allora ogni trick si doveva chiudere o aprire con il noseslide o il tailslide, poi qualcuno ebbe un’idea e AH! Flip e noseslide insieme! Cosa può esserci di meglio? Si iniziava appena a usare i truck per grindare, ma non mi è mai piaciuto, consumava i venture nuovi e il marmo del parchetto in cui andavamo a skateare non reggeva bene l’impatto di me + la jacobson che pesava più di me, e dovevamo tenerci buoni i guardiani se no non potevamo più entrare.

(Ho trovato un archivio on line delle vecchie copertine di XXX, se c’è qualcuno a cui piace l’archeologia.)

Trick a parte, in quelle riviste si parlava anche di musica. Mi pare fosse proprio su XXX la cronaca del primo concerto punk in assoluto di cui io abbia mai sentito parlare, i NoFx con i Lag Wagon in qualche capannone sperduto in nord italia. Pensavo che i punk fossero roba con jeans stretti chiodo e cresta, dei teppisti, invece me li ritrovavo vestiti come skaters – come me – sulla mia rivista preferita, che tra l’altro metteva come didascalia a una foto de leg uegon singher chen giàmp rilli aigh, un capolavoro assoluto, un contatto con l’HC prima ancora di leggere una qualsiasi rivista musicale.

Insomma, intorno allo skate si coagulava già allora un movimento culturale, di cui Mike Vallely era parte integrante e protagonista. Io da piccolo dodicenne leggevo, andavo in skate e assorbivo, e capivo che il punk era cosa buona prima ancora di averne ascoltato un pò o di avere visto una foto di un punk. Perché? Per via di Mike V e del suo poster e di come ogni tanto prendono una certa piega le cose. “Skate” aveva sempre, nel paginone centrale, dei poster grandi quanto un foglio A4, e uno di questi era una foto di Mike Vallely che saltava una panchina. Uno scatto frontale di un semplice salto, niente di eccezionale. Vallely era serio, la faccia mezza coperta da un cappello con visiera, eppure i segni particolari erano visibili, il muso duro, le scarpe da skate, il braccio steso che mostrava il tatuaggio sul gomito. Non so perché, ma quella foto mi piacque un sacco e la appesi, e dato che mi piaceva così tanto decisi di informarmi di più su chi era quel Vallely, scoprendo che era uno dei due grandi dello skate di allora.

Ok, di grandi ce n’erano un sacco, incluso un certo Tony Hawk, ma allora il vert non andava di moda, si faceva street e i due più in voga erano Vallely e Ed Templeton, che adesso è ancora in circolazione ma non ha più messo piede su uno skate e preferisce fare il (grande) fotografo. Se Templeton, però, era lo skate come lo volevano fare i dodicenni e le case produttrici, che aveva un atteggiamento un pò strano però rilasciava interviste ed era disponibile e insomma skateava e basta, Vallely aveva già allora la fama da duro, era descritto come un attaccabrighe che non aspettava altro che una scusa per menare le mani. Ma il peccato capitale di Vallely era di essere uno skater che non pensava solo e unicamente allo skate. Era un cantante di musica hardcore, gli interessavano altre cose, e questa cosa era vista molto male, se ne parlava con una certa impazienza.

Me ne rendo conto solo adesso, ma allora già mi arrivava questa divisione tra il lato commerciale dello skateboarding, che per me era rappresentato da Templeton, e quello DIY, più lato Vallely. Naturale che io tifassi Templeton, volevo solo andare in skate e avere un’identità da skater, e per di più avevo dodici anni, quindi non sentivo nessuna necessità di sporcare lo skate con cose da grandi come rabbia, pugni, identità.

(inciso per lo storico dello skate di passaggio. Non so se davvero Templeton rappresentasse l’anima commerciale dello skate. In realtà anche lui ha fondato il suo brand e lo mantiene dal 1994, facendo tutte le grafiche e la direzione artistica, e senza fare troppo chiasso anche lui ha sempre avuto un’attitudine DIY. Ma sto parlando di come vivevo questa cosa allora, non di come fosse in realtà).

E però. A me Vallely piaceva, aveva energia, skateava a meraviglia in ambienti urbani e aveva questa attitudine punk, combatteva per il suo diritto di fare skate dove gli pareva e di non avere interruzioni a cazzo se non stava facendo del male a nessuno, atteggiamento che sarebbe poi stato riassunto alla perfezione nel video CKY in cui si mette a fare a botte e a litigare con un sacco di gente. Soprattutto Mike V sembrava tutto quello che nella piccola provincia siciliana non arrivava ed era vietato fare arrivare agli occhi di un dodicenne. Skate, punk, stare per strada, mettere in discussione l’autorità, era sempre rasato e somigliava a uno skinhead e dunque era ovviamente un fascista, roba che a ripensarci oggi mi fa sghignazzare, ma allora dovevo fare molta attenzione a cosa decidevo di mostrare ai miei genitori.

Ora, le cose vanno sempre molto veloci, e a noi piace pensare che siano lineari e che da un punto A si finisca al punto B e ci sia un motivo per cui avviene, un motivo che è possibile spiegare. Ma non sempre è così. A volte salire su uno skate ti fa assaggiare, in modo intuitivo e preverbale (perdonami mamma se ho usato tutta la mia cultura per mettere in uno stupido blog un termine come preverbale) tutto un mondo di significati e contestazioni. Grazie a Vallely e al suo modo di skateare ho scoperto che punk e hardcore non erano necessariamente roba da delinquenti, e quando un annetto dopo incappai in Henry Rollins per me fu chiaro che apparteneva  al mio mondo e iniziai ad ascoltarlo (su Rollins mi fermo qui, perché Bastonate ha detto alla perfezione tutto quello che c’è da dire su cosa abbia rappresentato il buon Henry). C’era tutto un mondo al di fuori della mia piccola cittadina, e bastava andare in skate per scoprirlo.

C’è stato un momento in cui poi Mike V l’ho perso di vista perché ho iniziato ad occuparmi di altro, suonare la chitarra e fare il piccolo punk di provincia degli anni novanta e leggere Marx senza capirci un cazzo. Lo skate era diventato roba da bimbi. Ma questo è quello che mi raccontavo io, in realtà lo skate mi era rimasto sottopelle e pur non andandoci continuava a interessarmi, e quando Tony Hawk riuscì per la prima volta a chiudere il 900 rimasi un sacco di tempo a guardare e riguardare il video, e c’è stato un momento verso i primi anni 2000 in cui in effetti mi vestivo come Tony Hawk, con i pantalonazzi corti e le magliette colorate e le scarpazze da skate, complice anche l’atmosfera no global che ti faceva sentire figo ad andare in giro conciato in quel modo. Chiaro che mi arrivassero anche notizie su Mike Vallely, sul suo mettere insieme ottomiliardi di compagnie e chiuderle un attimo dopo e continuare a fare skate e un sacco di altre cose, fare wrestling e cantare con un gruppo e fare a botte durante la sua prima partita professionistica di hockey e ricavarne un braccio rotto e bontà sua mettersi a cantare con i Black Flag, un corto circuito niente male ora che ci penso, e nulla di tutto questo mi stupisce perché ho sempre saputo che Mike Vallely è uno che vive in quell’ambiente mentale in cui si fanno le cose senza aspettare che ci sia qualcuno, un governo o una grossa casa produttrice, a dirti come farle e quando farle e farle senza offendere il pubblico.

In effetti questa è la cosa che mi è mancata di più, fin dai primi tempi in cui skateavo. In Sicilia l’autoproduzione è sinonimo di sì, va beh. A suo tempo aspettavamo che qualcuno ci costruisse uno skatepark, e quando questo non successe e dei miei amici costruirono una piccola rampa in una casa abbandonata, la trovammo distrutta dopo un paio di sere e un tizio in contatto con la polizia ci fece sapere che era meglio andare a giocare in un altro modo perché c’erano state lamentele e potevamo passare qualche guaio con i tutori della legge – e naturalmente anche oggi ci sarebbe chi dà ragione al Rappresentante di Sto Cazzo, perché le regole e il rispetto e signora mia. Ma certo. Meglio per strada a drogarci. Se guardo alla pagina wiki sulla scena punk italiana ci sono sottosezioni per le scene di qualsiasi regione, tranne che per la Sicilia, dove evidentemente il decoro la fa da padrone, il DIY non ha fatto molta presa e quel genere di rabbia la reprimiamo a man bassa perché come si sa noi abbiamo il sole e il mare ed è il paese migliore del mondo e dire che le cose vanno male è fare il gioco dei polentoni che ci vogliono tanto male. Chiusa parentesi.

Avanti veloce, un paio di anni fa. Mi metto a fare arti marziali, e sempre perché mi piace leggere di quello che faccio incappo in un libro, Per un cuore da Guerriero di Daniele Bolelli. Mi metto ad ascoltare il podcast di Bolelli, e chi è ospite di una delle prime puntate? Mike Vallely. Che adesso ha anche un podcast tutto suo, il Mike V Show, in cui parla di, beh, delle cose importanti di cui bisogna parlare oggi, di mettere un sacco di intensità nelle cose che si fanno, di non chiudersi in un recinto ma di sperimentare con le cose e di farne un sacco e di farle bene e di togliere qualsiasi uomo nel mezzo, qualsiasi filtro, persona o istituzione che magicamente dovrebbe arrivare a risolvere i nostri problemi e metterci nelle condizioni di fare le cose. Stronzate.

Ancora oggi Mike V ha quella attitudine DIY – con qualche soldo in più, sospetto – proprio per i motivi che ho appena detto: non gli va di avere tra i piedi un’industria che gli dice cosa fare, come deve skateare, come andrebbe vissuto lo skate, come andrebbe commercializzato, e non gli va a un livello tale che si permette, pur essendo uno skater professionista tra i più grandi al mondo, di non essere uno skater professionista tutto il tempo. Proprio il suo essere staccato da certe logiche gli permette di essere un cantante e un giocatore di hockey e così via e di spendere sé stesso al massimo, senza sentirsi di tradire nessuno se fa quello che gli pare.

Penso ci sia tanto bisogno di persone come Mike V, a questo mondo. Perché l’alternativa fa schifo. Vallely vive con intensità, ha una sua visione e non si fa gettare per terra dagli inevitabili fallimenti. L’alternativa sono gli individui pigri e squallidi che si vedono in giro, le persone che si sono spente per diventare membri rispettabili della società, che hanno rinunciato a qualsiasi sogno e a qualsiasi visione di una vita migliore per accontentarsi e vivere all’interno della linea di sicurezza, che soccombono alle paure e si trincerano dietro identità e cose per andare avanti. Mike V è l’antidoto – uno degli antidoti, naturalmente – a tutto questo, all’accontentarsi e all’appartenere. Il problema nasce quando si vuole che lo skate – o il mondo, per quello che riguarda – sia tutto così, sia solo così, senza spazio per chi vuole fare dell’altro. Mike Valley invece fa skate come dovremmo vivere tutti. Con intensità ed energia, e cercando di essere un individuo.

Page 1 of 17

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén