Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Nuova ciccia

Bene, bene, benissimo. Sto lavorando a questo sito un po’ lentamente perché, beh, sto scrivendo un mucchio di altro materiale. Quindi questo è solo un post di aggiornamento sulle cose che ho riordinato. Sto lavorando anche a un paio di post, promesso.

– Ho fatto confluire tutti i post del mio blog sidefist.org su questo dominio. Quel blog l’ho tenuto per un anno, è stato uno sfogatoio su cui ogni tanto parlavo di politica estera con qualche incursione nella cultura pop. I post che vengono da lì ora hanno un’apposita categoria. Tra i miei preferiti, Inadatti agli Esteri, in cui parlavo della politica estera di questo governo quando ancora tutto lo psicodramma di Daesh era ancora di là a venire; Un nuovo ruolo, con cui cercavo di fare il punto su come si stanno riposizionando le grandi potenze in medio oriente; Mancano i microfoni e C’è bisogno di sporco contengono la mia insoddisfazione per tutto il potenziale sprecato che vedo in Italia, gente che invece di spaccare sedie sta lì a scodinzolare per ottenere un pò di attenzioni; Dramma Sportivo e Gente per Bene invece parlano di mie grandi passioni, del perché mi piace guardare il calcio ma non tutto l’anno, perché adoro l’etica DIY, perché il pugilato è una rappresentazione drammatica e perché essere incappato nello skateboarding quando ero un preadolescente sfigato mi ha salvato la vita. Menzione speciale per Economia da Bagno, con immagini che rimarranno, immortali, nella storia del blogging italiano.

– Sotto la categoria “Segno” ci sono alcuni degli articoli che ho scritto per la rivista di cui sono redattore. Non tutti, ovviamente, ma segnano bene lo stile.

– Biografia e contatti sono aggiornati all’altro ieri. Nel frattempo ho solo mangiato una bistecca, dormito e svolto regolarmente tutte le mie funzioni fisiologiche.

– Ancora non ci sono i contatti social, e ancora c’è qualche problema con la paginazione, ma risolverò. Sono anche sparite le immagini dai post, ma quello dipende dal plugin che usavo nel vecchio template che gestiva il sito.

Direi che è tutto. A risentirci presto, se non verrò seppellito dalla mole di articoli e ricerche che devo leggere.

Ne è passato di tempo

Sono passati quanti, quattro anni? Più o meno. Nell’ultimo post che ho scritto su questo sito dicevo di essere in una fase di ripensamento del mio modo di fotografare, e l’ho ripensato talmente a fondo che pochi mesi dopo quel post ho completamente smesso di fotografare per rimettermi a scrivere. Senza rancore, fotografia, ma non ci piacevamo.

Nel frattempo ho scritto un romanzo, ho collaborato con una rivista culturale, ho scritto fumetti, ho traslocato. Ho anche tenuto altri blog di nascosto, e ora mi dannerò la testa per cercare di riunificare tutti quei testi con questo sito, che, ehi, porta ancora il mio nome, quindi è qui che sarebbe meglio che la mia scrittura apparisse.

Questo è semplicemente un post di ripresa di contatto. Non prometto niente, e non lo manterrò. Prossimamente aggiornerò la biografia e la parte dei contatti, e inizierò a mettere i contenuti che in questi anni ho sparso altrove. L’idea, dato che mi sto occupando di nuovo di politica internazionale, è di avere un luogo su cui pubblicare le mie riflessioni. Ma questo è solo un pretesto. La verità è che ho voglia di scrivere, di mettere parole nero su bianco e di farlo per un pubblico. Questo sito mi sembra meno effimero degli altri. Vedrò di farlo funzionare. A presto.

Due minuti, centoquaranta caratteri

Questo post l’ho pubblicato lunedì su Medium. Lo metto qui per avere tutto in un solo posto, in attesa di traslocare ogni singolo post sul mio sito. Rimanete sintonizzati, salute. 

 

Non c’è neanche il tempo di fermarsi a pensare. Dal mattino, quando arriva la notizia della morte di uno famoso, è un bombardamento social, immagini che si rincorrono tra loro, il mondo che si attiva nel grande rito collettivo di commemorazione di uno che è entrato a vario titolo nella sua vita. Nel farlo usciamo fuori allo scoperto, piccoli esseri umani concentrati soprattutto su di noi e sulla nostra avventura, pieni di vizi e comportamenti talmente piccoli che dovremmo chiamarli foruncoli, non vite. La grande orchestra umana si attiva e ciascuno è la star del suo film, ciascuno si affretta a comunicare al mondo quanto sia prevedibile la sua reazione di fronte al più prevedibile e previsto degli eventi.
Prima la notizia, secca, che piomba sul mondo e che chiunque dotato di un qualsiasi profilo su social network rilancia immediatamente. David Bowie è morto. È morto. Morto. David Bowie. Davvero: David Bowie è morto, pace all’anima sua. Dopo una coraggiosa battaglia con il cancro. Non voglio neanche immaginarmi cosa stiano nascondendo pudicamente queste parole, le trafila amara, il treno di speranze che si spengono un’analisi dopo l’altra, una operazione dopo l’altra. L’immagine nello specchio, lo stesso viso che abbiamo visto cambiare un milione di volte, che si ostina a cambiare contro la volontà del suo possessore, che si sgonfia. Un calvario umano. Pace all’anima sua, ovunque si trovi in questo momento (nella mia testa immagino Bowie un pò spaesato, simile alla gif di John Travolta, che non capisce cosa gli sta succedendo ma che presto troverà il modo di adattarsi. Lo ha fatto sempre, era la sua specialità, perché non dovrebbe farlo anche oggi?)
Ma torniamo a noi, la massa di mammiferi bipedi uguali a Bowie che apprendono della morte di Bowie. Dopo il primo momento in cui si rilancia la notizia cercando di diffonderla il più possibile si entra nella fase delle esternazioni di lutto più o meno ispirate. In questo momento – e nel caso di David Bowie è arrivato davvero presto, nel giro di due ore dalla prima conferma – qualsiasi essere umano connesso a un social network manifesta il suo lutto affranto invocando il nome del defunto e augurandosi che, da quel lassù in cui inevitabilmente viene a trovarsi qualsiasi anima che abbia la fortuna di grattare un pò di fama su questa terra prima di lasciarci, possa insegnare agli angeli a suonare il marranzano, a recitare o a fare qualsiasi cosa in cui Egli fosse bravo. Da questo momento Lui inizia ad assumere proporzioni ancora più mitiche nella testa delle persone, che piangono e invocano il padreterno: perché si prende sempre i migliori? Perché proprio oggi, proprio di lunedì (lunedì di merda) deve morire proprio lui, che ci aveva fatto sognare con i suoi dischi, che ha recitato, che ha cambiato la storia del rock e, per dirlo con Bastonate, lo ha fatto almeno cinque volte?
Mondo infame, quello in cui le rockstar devono morire. Che ne dite se per dimostrare il nostro disgusto preconfezionato e provare il brivido di avere delle emozioni vere, ogni tanto nella vita, inondiamo lo spazio pubblico di dichiarazioni affrante un tanto al chilo che non vogliono dire nulla? Vai, allora. Mettiamo canzoni prese da youtube, scriviamoci sotto che adesso il mondo non sarà più lo stesso e inizierà a ruotare in un altro senso e si fermerà nella posizione dell’equinozio di primavera, quando le notti sono un pò fresche e le stelle sembra che brillino più forte per commemorare Lui. Le foglie torneranno immediatamente sugli alberi ma si posizioneranno a mezz’asta, i cani non si annuseranno neanche una volta in segno di rispetto, le nascite saranno annullate. Oggi è morto Bowie, per chi non lo sapesse. Il mondo è un posto diverso.
Ma questo è ancora l’inizio, per la miseria. Ancora si devono aprire le scatole della più patetica umanità, quella bassa che vive nella bambagia delle sue fortune senza avere idea di quanto se la passi bene e deve inventarsi motivi di tristezza anche quando succede l’inevitabile. Se ancora nessuno se ne fosse accorto, le persone muoiono. Si può ritardare in modo indefinito quando arriverà quel momento, ma arriverà, e più passa il tempo più è probabile che accada. Nella nostra società questo discorso è impopolare, nessuno ama che gli venga ricordato che prima o poi dovrà schiattare, ma è esattamente così: prima o poi moriremo tutti, e tutti, nessuno escluso, hanno o avranno qualche lutto in famiglia. Dunque, risparmiamoci tutta la solfa di sì ma per me è diverso, appena ti morirà qualcuno ne riparliamo. No, per te non è diverso. Sei fatto di merda e tornerai nella merda. Insieme a tutti noi.
Questa patetica umanità sta producendo lunghi lamenti sul compianto Bowie. Ci sono, ovviamente, molte cose bellissime da dire su di lui. Le canzoni che hanno segnato un’epoca, il trasformismo portato ad arte, la recitazione, una musica che è entrata nel sistema. Ascolti Bowie ed entri in una specie di dimensione fantascientifica, pensi a viaggi nello spazio e poi allo zoo di Berlino e a un video di Moby e poi alle migliaia di cose, a volte riuscite altre meno, che era in grado di tirare fuori da quella sua testa. Era imprevedibile, e bisognerebbe salutare questa imprevedibilità, costruire su quello che ci è stato dato, e andare avanti.
Questo, credo, sarebbe il modo migliore di ricordarlo. Invece in queste situazioni saltano fuori gli avvoltoi travestiti da pinguini, quelli che con gli occhioni gonfi di lacrime e il cuore ridotto in cenere dalla propria stessa mediocrità iniziano a dirti che adesso tutto sarà più difficile, i migliori se ne stanno andando e non possiamo più rimpiazzarli, un’era si sta chiudendo e noi non possiamo fare altro che assistere impotenti al suo tramonto e scriverne l’epitaffio. Piccoli scribacchini con la sviolinata precoce scriveranno di Bowie per dire quanto siano insoddisfatti della musica di oggi e di come gli anni <aggiungere -anta qui> fossero i migliori.
A noi resta solo la tristezza. Quella siamo bravi ad amministrarla. Scriviamo del passato pensando al presente e troviamo nuove conferme alla nostra patologica arrendevolezza, la nostra incapacità di creare qualcosa di nuovo. Non ci basta tirarci indietro, dobbiamo giustificare perché lo abbiamo fatto, e come se non celebrando un grande facendolo diventare ancora più grande, un Titano?
Nuove notizie in cronaca: i Titani nascono, crescono, suonano qualcosa, invecchiano, muoiono. Non vi rende più grandi o romantici il comportarvi come se non lo sapeste. Tutte le persone che nella nostra cultura proiettata sul passato celebriamo per cercare nevrotiche conferme della nostra grandezza prima o poi moriranno, e non servirà a niente ripeterci che erano i Più Grandi, che non possono lasciarci, che adesso il mondo è più solo senza di loro. Il mondo continuerà a girare.
Ma chi gira con il lutto pronto in canna non pensa davvero che il mondo sarà un altro posto, più solo e più grigio. Chi lo pensa davvero è chi si mette all’opera e scrive altri libri, altre canzoni, gira altri film, vive altre vite per portare un pò di colore a questo posto di merda. Gente che raramente ha il tempo di piangersi troppo addosso. No, chi va in giro con il cuore affranto per il Titano è, lui stesso, parte del problema, piccola infinitesima causa del grigiore del mondo. Il bisogno di esternare il proprio dolore non ha nulla a che fare con chi muore. Non è neanche una cosa nuova, i lutti pubblici sono sempre esistiti, e continueranno a esistere. Ma questa gara a chi è più sensibile e dice la cosa più toccante è ridicola, a farsi un giro sui social network in questi casi sembra davvero che siano caduti i pilastri esistenziali di centinaia di milioni di persone, cosa che, mi auguro, non è vera. Perché comportarsi come se lo fosse, allora? Perché dà un’immagine di sé. Ci fa apparire persone sofisticate e sensibili in un colpo solo. Come in un mega specchio vediamo noi stessi nei messaggi di cordoglio degli altri e restituiamo agli altri la loro immagine.
Tutto questo si ripeterà al prossimo giro. Chiusi nelle nostre stanzette a fare vite di merda e a fingere di avere avuto un’emozione grossa, una volta in macchina mentre ascoltando David Bowie cercavamo di scoparci Marta, la tizia del secondo anno che ci aveva messo mesi ad accorgersi che eravamo degli animi tormentati. Un’emozione che ci ha spinti piano piano sotto quel reggiseno e quelle mutandine colorate, e che è finita in due minuti e 140 caratteri di cordoglio.

Se non si fosse capito

Sto un po’ smuovendo le cose, in questi giorni. Sto scrivendo un po’ più regolarmente e ho finalmente messo mano al mio vecchio sito, che in questo momento è in condizioni pietose perché, beh, problemi tecnici. Non ho voglia di lasciare scritti a fluttuare sulla mia scrivania come se fossero stronzi in attesa di finire nella loro fossa biologica, per cui facciamo che questo, che ho scritto ieri, lo metto qui. Quando avrò un sito vero cercherò di spostare le poche cose che non fanno schifo lì. Nel frattempo, grazie per la collaborazione, e fottetevi. 

 

Quello che è successo a Colonia il primo giorno dell’anno sta lentamente scivolando dai titoloni al nulla assoluto nella tipica mossa da deficit dell’attenzione dei giornalisti italiani. Cose più importanti arrivano sul piatto, il parlamento italiano riapre e quei cattivoni dell’Isis non hanno mancato di farsi vivi con un attentato in un luogo turistico. Cosa di cui non li ringrazieremo mai abbastanza, ci riempiono i titoli di carne fresca e hanno avuto anche il buon senso di andare in un posto molto fotografato e frequentato da turisti occidentali, non quelle robe che nessuno si caga neanche per sbaglio.
Dunque, qualsiasi cosa sia successo, siamo costretti a non sentirne più parlare da una logica di cui nessuno si assume la responsabilità. Dovremo accontentarci di quello che si è saputo fino ad adesso. C’è stato un attacco coordinato, ma forse no, di non si sa quante persone a non si sa quante donne, e non si sa quanti uomini di non si sa quale nazionalità sono stati fermati per non si sa quale capo d’accusa.
Il momento per parlarne sul serio e sguinzagliare reporter che fanno domande a destra e a manca sarebbe proprio questo, e invece, con mossa da maestri, i giornali italiani hanno iniziato la ritirata verso il fondo delle home page. L’inferno di Colonia, come se fosse stato un altro Bataclan (con tutto il rispetto per le donne molestate a Colonia, sono due cose diverse). L’attacco coordinato e pianificato sulla rete, ovviamente, anche se nessuno ha prove di un simile coordinamento. Il fatto che fossero tutti neri forse costituisce prova a carico.
Lo so, sono un fissato, ma non è colpa mia. È il sistema dei media, il sistema politico, è come funzionano le nostre teste. Diamo più attenzione alla rappresentazione che non a come vanno le cose, ci piace divertirci con i nostri filmini mentali, come se ci gustassimo ogni volta una bella pugnetta raccontandola poi ai nostri amici come se fosse la migliore delle scopate della nostra generazione. Il modo in cui viene raccontata e recepita la vicenda di Colonia dice tantissimo su di noi, prima ancora che su immigrati e rapporti con le donne. Quando ci si allena a lungo a reagire a certi stimoli in un certo modo poi si acquisisce uno stile: succede nello sport e in un sacco di altre cose divertenti – politica, sesso, guerra, gelato. Il modo in cui si reagisce a stimoli analoghi ci può dire molto su come è fatta una persona, un gruppo, una società.
Questo, a parità di stimolo. E lo stimolo, per Colonia, è confuso. I giorni passano, le inchieste sono in corso, e le cose che si sanno sono poche. Sono state presentate 516 denunce da altrettante donne per quella notte, di cui “il 40% per molestie sessuali” (ma i numeri cambiano velocemente per ora). Sono stati fermati, finora, 19 uomini, tutti stranieri, alcuni irregolari e alcuni con permesso di soggiorno. Sono state raccolte diverse testimonianze di donne che quella sera si trovavano a Colonia e sono state molestate. Su alcune c’è stato un tentativo di stupro. Le indagini continuano, una frase che normalmente dovrebbe essere rassicurante ma che, superata l’età in cui si crede ancora che la polizia non menta (cinque anni), suona più come “stiamo cercando un atterraggio morbido”. Sicuramente la polizia ha giocato male fin dall’inizio, cercando di coprire gli avvenimenti, poi di minimizzarli, poi di fare passare sotto silenzio tutte le sue mancanze.
Quello che si sa, che si sa davvero, è tutto qui. Il resto sono tutte cose che ci mettiamo noi, che proiettiamo, come si direbbe sul lettino di uno psicanalista, su una storia confusa e ancora priva di contorni. Il nostro cervelluzzo privo di immaginazione (maledetti proibizionisti) detesta le cose prive di contorno e allora cerca di aggiustarle a modo suo, con gli elementi che ha e secondo le sue predisposizioni e preferenze porcelle. In questo caso, perversioni vere e proprie radicate nella psiche dell’uomo bianco da almeno tre secoli: il Terribile Uomo Nero con Cazzo Lungo che viene a toglierci le Nostre Donne e a violentarcele, l’Invasore Selvaggio che noi accogliamo amichevolmente e ce lo mette nel culo. Se come me avete avuto la curiosità di seguire la vicenda dall’inizio e appartenete alla Kasta di chi sa usare Google Alerts e le liste news di Twitter (perdonami Hank Moody per come sto sputtanando la mia stessa lingua), avrete visto che la parola “nordafricani” è apparsa fin da subito negli articoli che davano notizia della notte delle molestie a Colonia, e con “fin da subito” intendo dire nel cazzo di occhiello dei titoli. Prima ancora che si sapesse bene che cosa fosse successo. Suggerimento: non si sa bene neanche adesso. Come mai si parlava già allora di nordafricani, di gente che strappava il permesso di soggiorno in faccia ai poliziotti? In che lingua lo avrebbero detto al poliziotto tedesco, in inglese, in tedesco, direttamente in nordafricano per fare prima, sperando che i poliziotti tedeschi parlassero il dialetto berbero?
Questo ci porterebbe a concludere che no, non possono essere stati assolutamente degli immigrati, dei richiedenti asilo. Altra minchiata. Potrebbe essere stato chiunque. Il punto, come spero sia chiaro, è: non ne sapete un cazzo. Non potete parlarne, nemmeno per difendere a tutti i costi il multiculturalismo o quale che sia la bandiera che vi fa sentire degli esseri umani migliori in questo periodo, e non potete parlarne perché non avete elementi in mano per farlo. Chiudete il becco.
Che poi, in che modo, esattamente, i crimini di una decina, un centinaio, fosse anche un migliaio di immigrati dovrebbero ricadere sul rimanente milione? Ma non era una società democratica questa, in cui la responsabilità è personale e in cui non si fanno processi sommari a interi gruppi sociali?
Il che ci porta all’argomento successivo, quello della violenza di genere. A Colonia è questo che è successo. Degli uomini hanno aggredito delle donne in quanto tali, pensando di essere legittimati a farlo, pensando di poterla fare franca. Anche in questo caso, però, ci sono diversi casi di ridicolo di cui ci si dovrebbe occupare. Ah. Il ridicolo. Che grosso problema aver abbassato così la tacca. Qualcuno pensa di avere degli argomenti solo per il fatto di essere offeso da qualcosa. Il mondo deve FARE QUALCOSA per riparare all’offesa. Beh, che io ricordi, essere offesi è uno stato d’animo e non significa proprio un cazzo nel mondo dell’argomentazione razionale. Da quando gli stati d’animo hanno dignità nel discorso pubblico? Da quando abbiamo perso il senso del ridicolo, appunto.
Ma divago. Dicevamo delle violenze di genere, altra reazione automatica del nostro cervello collettivo nutrito ad antidepressivi di fronte a casi come questo. Giustamente, giustamente. Però non vedo la necessità di incolpare l’intero genere maschile per quello che hanno fatto un migliaio di rappresentanti, a volere proprio andare di mano larga, dei suoi rappresentanti. Li conosco, tutti quei discorsi sulla cultura patriarcale e su come gli uomini siano tenuti a caricarsi sulle spalle la colpa di essere nati con una nerchia pendula in mezzo alle gambe. Ma posso assicurarvi che io e molte altre migliaia di persone simili a me non abbiamo nulla a che spartire con quelli che passano la sera di capodanno palpeggiando. Siamo splendidi esemplari di uomini occidentali etero e bianchi capaci di rispettare le donne, il loro posto nel mondo, i loro diritti, la loro identità. Non abbiamo nulla a che fare con quelli lì, e non sono disposto ad assumermi responsabilità per cose che non ho fatto solo perché sono come sono, non più di quanto sia disposto ad assumermi responsabilità per quello che fanno altri odiosi esseri umani bianchi quando si lanciano in qualche stupida follia neocoloniale. Mi spiace, ma me ne tiro fuori. Passate quando avrete capito il significato delle parole responsabilità individuale.
Detto questo, la cosa curiosa di questo argomento è il modo in cui molti uomini bianchi etero eccetera genuinamente misogini e razzisti si stiano scoprendo femministi al solo scopo di alimentare il proprio razzismo e, in sovrappiù, di prendersela con il femminismo vero. Che sì, avrà un mucchio di pecche teoriche, ma non ce li vedo questi qui impegnati in un seminario su Simone de Beauvoir. Molti vedono il femminismo come un raduno di isteriche impegnate a bullizzare il più possibile gli uomini, ma questa visione cosa accidenti c’entra con quello che è successo a Colonia la notte di capodanno? Perché tra i commenti on line e nella mia timeline Twitter, quella cloaca a cui mi sono tanto affezionato, devo leggere cose come 121 donne stuprate a Colonia, grazie tante femministe?
Ci si vuole togliere i sassi dalle scarpe, va bene. Ma allora perché non tirare in ballo altra roba? 512 denunce, grazie mille buco nell’ozono. Il femminismo c’entra, nella testa di alcuni poveretti, perché si tratta di donne, argomento di cui il femminismo, talvolta, si occupa. Quindi, daje. Lanciamoci contro un movimento di pensiero perché ehi, a capodanno è successo qualcosa di strano di cui ancora non abbiamo un’idea chiara, ma sicuramente dato che si tratta di donne devono entrarci loro, le femministe che vanno in piazza a chiedere uguali diritti ma poi l’uguaglianza se la scordano quando è l’ora del conto al ristorante. Ah! SGAMATE!
Essendo cresciuto durante quella follia della Guerra al Terrore riesco a sentire puzza di reazione quando ancora le carcasse sono dietro l’orizzonte, e questo, credetemi, è uno di quei casi. Le Nostre Donne, la Minaccia Nera. Manca solo la richiesta di maggiore protezione. Ah no, ecco: si deve iniziare a controllare meglio gli accessi, e naturalmente bisogna impiegare più uomini e mezzi della polizia. Mio Dio, non vi sentireste molto più tranquilli anche voi, se decine di poliziotti in più venissero impiegati a salvaguardare l’onore e l’integrità delle Nostre Donne?
Finiamo così. Una volta mi invitarono a una festa. Doveva essere una mangiata di pizza con annesse birre, ma una volta arrivati in quell’appartamento buio e pieno di fumo nel centro di Bologna scoprii che non c’era da mangiare, e non c’era neanche la birra, solo tre bottiglie di tequila, due di Jagermester e altri superalcolici di colore chiaro di cui non ricordo l’etichetta. Rifiutare sarebbe stato scortese, e poi un bicchiere cosa mi avrebbe potuto fare? Ovviamente due ore dopo ero ubriaco marcio, e a stomaco vuoto, e ricordo anche di avere avuto un attimo di euforia prima di collassare stordito e iniziare a vomitare interi barili e stare male per le successive ventiquattro ore.
Ecco. L’idea di risolvere i nostri problemi di sicurezza mettendo più polizia in giro mi fa esattamente lo stesso effetto: prima un pò di ebrezza, poi sto male, poi ho idea che non mi riprenderò mai più. Imparate a dire di no, lo dicono anche le pubblicità progresso, le fa lo stesso governo a cui chiediamo di proteggerci. Fidatevi di loro una volta tanto. E se proprio dovete vomitare fatelo in bagno, non nella testa della gente.

Un nuovo ruolo per la Russia in Medio Oriente

Se la bontà di una strategia si vede dagli effetti più che dalle intenzioni, in questo momento la Russia sta conducendo in medioriente una partita più efficace di quello occidentale. Nei vari movimenti di truppe russe in Siria di questi giorni si possono vedere le avvisaglie di un nuovo assetto del Medioriente.

Gli Stati Uniti hanno svelato, ieri, che genieri russi sono al lavoro per costruire una grande base militare a sud di Latakia, in Siria, l’ennesimo tassello di un avanzamento tanto discreto quanto profondo nel territorio del regime di Bashar al Assad. Poco dopo Putin ha confermato l’impegno russo nella zona. Da mesi si parla della presenza degli osservatori e degli ufficiali militari di Mosca sulla sponda siriana del mediterraneo, a cui ha fatto seguito la costituzione di un ponte aereo con cui i russi avrebbero portato in Siria attrezzature militari e logistiche nell’ambito della collaborazione decennale con Assad.

A segnare una svolta nella complicata posizione russa nel conflitto siriano sarebbe stata proprio la scoperta che ci sarebbero truppe militari, carri armati, aerei e torri di controllo in territorio siriano, un ampliamento rispetto alla presenza di semplici osservatori che farebbe presupporre un ruolo più attivo dei russi nella guerra civile ormai in corso da quattro anni. Non è ancora un’escalation, ma non è una mossa di pace.

Oltre all’impegno sul terreno tattico c’è anche un maggiore impegno diplomatico e politico. Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, ha spesso avanzato proposte di negoziazione per fare cessare le ostilità, aumentando anche in questo caso il peso della Russia nella vicenda siriana. Tutte le proposte prevedono il coinvolgimento del rappresentante del vecchio regime, Bashar al Assad, in qualsiasi trattativa di pace per stabilizzare la Siria e sconfiggere l’avanzata della lo Stato islamico.

A mettere in crisi i governi occidentali è soprattutto l’ambiguità della politica russa. Da un lato Putin cerca di mostrare alle opinioni pubbliche una facciata moderata, proponendosi come mediatore. La Russia ha già assunto, nel 2012, il ruolo di pompiere della polveriera mediorientale, fermando l’avanzata bellica degli Stati Uniti che ritenevano inevitabile un intervento per l’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. L’immagine di statista affidabile continua a essere la maggiore garanzia di autorevolezza di Putin. Al tempo stesso la Russia si sta posizionando militarmente in Siria, in modo da sostenere il proprio alleato ed avere uomini e mezzi già pronti sul terreno nel momento in cui i titubanti governi occidentali dovessero decidere un intervento sul terreno. In quel momento, infatti, la Russia avrebbe dei soldati già pronti, e sarebbe molto difficile chiedere a Putin di farsi da parte. Come già in Crimea la Russia sta portando avanti una politica del doppio binario, puntando a mettere la comunità internazionale di fronte a un fatto compiuto.

L’obiettivo di Mosca è giungere a una Siria pacificata e in cui l’assetto geopolitico della zona sia ancora garantito dal suo storico alleato Assad, che in questo modo continuerebbe a garantire l’unica base sul mar Mediterraneo di cui disponga la flotta russa. Non a caso negli ultimi tempi si è parlato di ingrandire la piccola base di Tartus. A questo si sommerebbe un coinvolgimento nella crisi siriana di soggetti che metterebbero in posizione di svantaggio gli Stati Uniti d’America, come l’Iran, Hezbollah, lo stesso Assad. L’obiettivo finale in altre parole sarebbe ridisegnare il Medioriente secondo le esigenze russe, mettendo in discussione gli interessi economici e politici degli Stati Uniti in quella zona.

La risposta occidentale, e in particolare statunitense, è confusa. L’Occidente è stato colto di sorpresa al sorgere della crisi dello Stato islamico, di fatto una creatura dell’invasione statunitense dell’Iraq. Quando l’ISIS prese Mosul alcuni diplomatici americani dissero che gli uomini di al Baghdadi non erano una minaccia seria e che bisognava occuparsi dei veri terroristi, quelli di al Qaeda. L’avanzata dello Stato islamico diventò in fretta troppo grande per essere trascurata o nascosta, e i governi occidentali, privi di una qualsiasi politica e costretti a subire l’iniziativa, iniziarono a spedire dei bombardamenti aerei sulla zona, mettendo in chiaro da subito che la disponibilità occidentale a risolvere il problema dello Stato islamico si fermava di fronte alla possibilità di un intervento concreto. L’occidente, in altre parole, non faceva altro che un intervento di rappresentanza.

Il desiderio neanche tanto nascosto era che ci pensassero altri a risolvere il problema. Intorno all’estate del 2014 si fece un gran parlare dei Peshmerga curdi, descritti come la sola speranza occidentale per arginare l’avanzata dell’ISIS. I curdi venivano usati come fanteria da parte delle cancellerie occidentali, o almeno questo era il disegno, del tutto perfetto fino a che non si è dovuto fare i conti con la realtà: i curdi sono sempre stati i nemici principali del governo turco, che in quella zona è il maggior alleato strategico dell’Occidente e che per mesi ha impedito di usare le sue basi alla Nato, consentendo invece ai militanti dello Stato islamico di passare attraverso il confine con la Siria sia per lottare contro il regime di Assad che per attaccare le postazioni curde. Nessun governo occidentale ha mai accennato a niente di tutto questo, se non per evocare la possibilità di ulteriori bombardamenti cosmetici.

Dunque siamo di fronte a a un Occidente senza nessuna strategia. A mancare è, soprattutto, il disegno politico. Se ci fosse sarebbe più facile invocare un intervento militare, cercando quantomeno di fermare l’avanzata dello Stato Islamico e il consolidamento al potere di Bassar al Assad. Ma proprio questo è un altro dei problemi: c’è talmente tanta confusione che non si sa bene cosa si vuole, chi si dovrebbe mettere al posto del governo della nuova Siria, in che modo si dovrebbe consolidare il suo potere. L’Occidente vorrebbe la Russia fuori dalla Siria e dal Mediterraneo, tenere fuori Assad dal potere e al tempo stesso sconfiggere gli islamisti. Un po’ troppo, e troppo contraddittorio, per il tipo di forze che ci sono sul campo. Allo stato attuale, gli Stati Uniti e i governi europei sono davanti alla scelta tra lottare contro il jihadismo, appoggiando involontariamente Assad, o lottare contro quest’ultimo, appoggiando involontariamente il jihadismo. Una contraddizione che in passato ha già portato alla crescita incontrollata del potere dei militanti islamici, e ad altre scelte miopi come rifiutare offerte di un negoziato con Assad.

Dall’altro lato, la strategia della Russia è molto chiara. Giocando sulla politica a doppio binario Putin vuole accreditarsi come l’unico e il più grande mediatore per la pace della Siria, cercando di darsi un’immagine di nemico dei terroristi. Disponendo di uomini sul campo che lottano contro lo Stato islamico e del peso politico guadagnato negli ultimi anni in medio oriente, il governo russo cercherà di fare sedere il governo di Bassar al Assad a un tavolo delle trattative per la pace e di accreditarlo come alleato nella lotta al terrorismo. In uno scenario di lungo periodo, la Russia manterrà la sua posizione nel Mediterraneo e disegnerà un riequilibrio strategico del Medioriente in cui a pesare non saranno più gli interessi degli Stati Uniti ma la Russia e e i suoi alleati.

Quello su cui i governi occidentali dovrebbero concentrarsi dunque è l’elaborazione di una politica chiara di intervento in Siria e l’individuazione dei mezzi più adatti a riuscirci. Non c’è più il tempo di cercare soluzioni che sulla carta potrebbero accontentare tutti. Bisogna lasciarsi alle spalle le paure del decennio scorso e, banalmente, fare ciò che è giusto, perché nel momento in cui l’unico linguaggio che si parla è quello militare non si può sperare di convincere gli altri con le buone maniere. Esistono forze che devono essere fermate, e occorre una forza di interposizione. Non a scopi offensivi, ma per permettere ai siriani di scegliersi l’assetto di potere che ritengono più opportuno, e di consolidare quell’assetto.

Gente per bene: Mike V

Mike Vallely è uno skater che fa un sacco di altre cose: canta e scrive e dirige compagnie di skate. Non si fa tanti problemi sui ruoli che indossa, cerca di vedere un mondo migliore e di sbattersi per ottenerlo. Molto difficilmente lo si troverà a lamentarsi delle cose che non vanno. A modo suo è stato una porta d’accesso a un mondo che difficilmente sarebbe potuto arrivare a un ragazzino della provincia italiana degli anni novanta. Adesso, venti anni dopo, gli sento dire cose di grande importanza e gli vedo fare le stesse cose che piacerebbe fare a me. Non nel senso che vorrei andare in skate e rompermi il naso facendo hockey. Ma Mike V mischia, comunica, scrive poesia, fa skate, va in giro a ispirare i bambini, canta in gruppi punk, fa podcast, fa partire compagnie di skate. È questa intensità, questa temperatura, questo mettere sé stessi nelle cose che si fanno senza compromessi che mi fa pensare parecchio. C’è bisogno di gente come lui, in giro. Provo a spiegare perché.

Il nome di Mike Vallely mi è capitato a tiro in qualche punto agli inizi degli anni novanta. Ero un piccolo dodicenne della provincia più a sud d’italia e cercavo qualcosa che mi piacesse non perché me lo avessero passato i miei genitori, ma perché piaceva a me. Lo skate mi era sembrata da subito un’ottima idea. C’era movimento, c’era la possibilità di fare uno sport divertente, c’erano dei miei amici che già lo facevano. Soprattutto era un passatempo che mi spingeva a stare fuori di casa, mi dava la possibilità di girare per strada in modo diverso dal salire sull’auto di mio padre. Un modo nuovo di scoprire una piccola città, il più basilare: a piedi, con una tavola, sudando e sfrecciando tra i passanti, muovendo il fisico invece che guardando da un finestrino o seguendo percorsi e luoghi obbligati.
Dopo avere comprato una tavola da quattro soldi, una Jacobson in offerta da Treesse a quarantamila lire, ci misi su un paio di ruote enormi e iniziai a darmi da fare per imparare a saltare – a ollare. Poi, dato che fin da piccolo sono stato un secchione con la fissa per l’analisi e per la conoscenza di quello che sto facendo, mi misi a cercare riviste di skate nella speranza di trovare qualche dritta. In realtà è chiaro che stavo cercando un’appartenenza, volevo appropriarmi dei codici della mia nuova tribù. Ma, sorpresa sorpresa, iniziando a leggere quei giornali scoprii che il sud italia non era un luogo in cui la gente faceva davvero skate: noi dovevamo arrangiarci con qualche panchina e la piazza centrale del paese, in cui la gente ancora nemmeno ci guardava disgustata perché non aveva la più pallida idea di chi fossimo o cosa stessimo facendo, mentre al nord si andava nello skatepark, avevano rampe quasi verticali e aggeggi in legno e posti al chiuso, una cosa inconcepibile. Inconcepibile ancora oggi, tra l’altro. Il mio ultimo contatto con la scena skate, a Palermo, si è svolto nella piazza di fronte a Teatro Politeama e sui gradini di fronte a una banca, con i passanti che si incazzavano quando provavo a fermarli perché c’era uno skater lanciato e se avessero continuato a camminare si sarebbero presi una tavolata in testa.
In quelle riviste iniziai a scoprire un mondo. Alcune cose oggi fanno sorridere, come la rivista Skate, la più diffusa nella mia zona, che in seguito scoprii essere diretta dallo stesso tizio che dirigeva Il Paninaro, e infatti fu proprio su Skate che per la prima volta sentii parlare di grunge scambiandolo per un fenomeno di vestiario, dato che si parlava solo di jeans usati e camicie di flanella e non di musica. Poi c’era XXX Skateboard Magazine, altro livello, paginate su paginate di trick e foto e reportage dai contest, il periodo era quello dei flip dappertutto, anche sul cesso ci si metteva a fare Ollie flip frontside shove it 180 to tailflip to nose varial to flip to flip to FLIP, era una cosa che doveva stare dappertutto, poi scoprirono il noseslide e allora ogni trick si doveva chiudere o aprire con il noseslide o il tailslide, poi qualcuno ebbe un’idea e AH! Flip e noseslide insieme! Cosa può esserci di meglio? Si iniziava appena a usare i truck per grindare, ma non mi è mai piaciuto, consumava i venture nuovi e il marmo del parchetto in cui andavamo a skateare non reggeva bene l’impatto di me + la jacobson che pesava più di me, e dovevamo tenerci buoni i guardiani se no non potevamo più entrare.

(Ho trovato un archivio on line delle vecchie copertine di XXX, se c’è qualcuno a cui piace l’archeologia.)

Trick a parte, in quelle riviste si parlava anche di musica. Mi pare fosse proprio su XXX la cronaca del primo concerto punk in assoluto di cui io abbia mai sentito parlare, i NoFx con i Lag Wagon in qualche capannone sperduto in nord italia. Pensavo che i punk fossero roba con jeans stretti chiodo e cresta, dei teppisti, invece me li ritrovavo vestiti come skaters – come me – sulla mia rivista preferita, che tra l’altro metteva come didascalia a una foto de leg uegon singher chen giàmp rilli aigh, un capolavoro assoluto, un contatto con l’HC prima ancora di leggere una qualsiasi rivista musicale.

Insomma, intorno allo skate si coagulava già allora un movimento culturale, di cui Mike Vallely era parte integrante e protagonista. Io da piccolo dodicenne leggevo, andavo in skate e assorbivo, e capivo che il punk era cosa buona prima ancora di averne ascoltato un pò o di avere visto una foto di un punk. Perché? Per via di Mike V e del suo poster e di come ogni tanto prendono una certa piega le cose. “Skate” aveva sempre, nel paginone centrale, dei poster grandi quanto un foglio A4, e uno di questi era una foto di Mike Vallely che saltava una panchina. Uno scatto frontale di un semplice salto, niente di eccezionale. Vallely era serio, la faccia mezza coperta da un cappello con visiera, eppure i segni particolari erano visibili, il muso duro, le scarpe da skate, il braccio steso che mostrava il tatuaggio sul gomito. Non so perché, ma quella foto mi piacque un sacco e la appesi, e dato che mi piaceva così tanto decisi di informarmi di più su chi era quel Vallely, scoprendo che era uno dei due grandi dello skate di allora.

Ok, di grandi ce n’erano un sacco, incluso un certo Tony Hawk, ma allora il vert non andava di moda, si faceva street e i due più in voga erano Vallely e Ed Templeton, che adesso è ancora in circolazione ma non ha più messo piede su uno skate e preferisce fare il (grande) fotografo. Se Templeton, però, era lo skate come lo volevano fare i dodicenni e le case produttrici, che aveva un atteggiamento un pò strano però rilasciava interviste ed era disponibile e insomma skateava e basta, Vallely aveva già allora la fama da duro, era descritto come un attaccabrighe che non aspettava altro che una scusa per menare le mani. Ma il peccato capitale di Vallely era di essere uno skater che non pensava solo e unicamente allo skate. Era un cantante di musica hardcore, gli interessavano altre cose, e questa cosa era vista molto male, se ne parlava con una certa impazienza.

Me ne rendo conto solo adesso, ma allora già mi arrivava questa divisione tra il lato commerciale dello skateboarding, che per me era rappresentato da Templeton, e quello DIY, più lato Vallely. Naturale che io tifassi Templeton, volevo solo andare in skate e avere un’identità da skater, e per di più avevo dodici anni, quindi non sentivo nessuna necessità di sporcare lo skate con cose da grandi come rabbia, pugni, identità.

(inciso per lo storico dello skate di passaggio. Non so se davvero Templeton rappresentasse l’anima commerciale dello skate. In realtà anche lui ha fondato il suo brand e lo mantiene dal 1994, facendo tutte le grafiche e la direzione artistica, e senza fare troppo chiasso anche lui ha sempre avuto un’attitudine DIY. Ma sto parlando di come vivevo questa cosa allora, non di come fosse in realtà).

E però. A me Vallely piaceva, aveva energia, skateava a meraviglia in ambienti urbani e aveva questa attitudine punk, combatteva per il suo diritto di fare skate dove gli pareva e di non avere interruzioni a cazzo se non stava facendo del male a nessuno, atteggiamento che sarebbe poi stato riassunto alla perfezione nel video CKY in cui si mette a fare a botte e a litigare con un sacco di gente. Soprattutto Mike V sembrava tutto quello che nella piccola provincia siciliana non arrivava ed era vietato fare arrivare agli occhi di un dodicenne. Skate, punk, stare per strada, mettere in discussione l’autorità, era sempre rasato e somigliava a uno skinhead e dunque era ovviamente un fascista, roba che a ripensarci oggi mi fa sghignazzare, ma allora dovevo fare molta attenzione a cosa decidevo di mostrare ai miei genitori.

Ora, le cose vanno sempre molto veloci, e a noi piace pensare che siano lineari e che da un punto A si finisca al punto B e ci sia un motivo per cui avviene, un motivo che è possibile spiegare. Ma non sempre è così. A volte salire su uno skate ti fa assaggiare, in modo intuitivo e preverbale (perdonami mamma se ho usato tutta la mia cultura per mettere in uno stupido blog un termine come preverbale) tutto un mondo di significati e contestazioni. Grazie a Vallely e al suo modo di skateare ho scoperto che punk e hardcore non erano necessariamente roba da delinquenti, e quando un annetto dopo incappai in Henry Rollins per me fu chiaro che apparteneva  al mio mondo e iniziai ad ascoltarlo (su Rollins mi fermo qui, perché Bastonate ha detto alla perfezione tutto quello che c’è da dire su cosa abbia rappresentato il buon Henry). C’era tutto un mondo al di fuori della mia piccola cittadina, e bastava andare in skate per scoprirlo.

C’è stato un momento in cui poi Mike V l’ho perso di vista perché ho iniziato ad occuparmi di altro, suonare la chitarra e fare il piccolo punk di provincia degli anni novanta e leggere Marx senza capirci un cazzo. Lo skate era diventato roba da bimbi. Ma questo è quello che mi raccontavo io, in realtà lo skate mi era rimasto sottopelle e pur non andandoci continuava a interessarmi, e quando Tony Hawk riuscì per la prima volta a chiudere il 900 rimasi un sacco di tempo a guardare e riguardare il video, e c’è stato un momento verso i primi anni 2000 in cui in effetti mi vestivo come Tony Hawk, con i pantalonazzi corti e le magliette colorate e le scarpazze da skate, complice anche l’atmosfera no global che ti faceva sentire figo ad andare in giro conciato in quel modo. Chiaro che mi arrivassero anche notizie su Mike Vallely, sul suo mettere insieme ottomiliardi di compagnie e chiuderle un attimo dopo e continuare a fare skate e un sacco di altre cose, fare wrestling e cantare con un gruppo e fare a botte durante la sua prima partita professionistica di hockey e ricavarne un braccio rotto e bontà sua mettersi a cantare con i Black Flag, un corto circuito niente male ora che ci penso, e nulla di tutto questo mi stupisce perché ho sempre saputo che Mike Vallely è uno che vive in quell’ambiente mentale in cui si fanno le cose senza aspettare che ci sia qualcuno, un governo o una grossa casa produttrice, a dirti come farle e quando farle e farle senza offendere il pubblico.

In effetti questa è la cosa che mi è mancata di più, fin dai primi tempi in cui skateavo. In Sicilia l’autoproduzione è sinonimo di sì, va beh. A suo tempo aspettavamo che qualcuno ci costruisse uno skatepark, e quando questo non successe e dei miei amici costruirono una piccola rampa in una casa abbandonata, la trovammo distrutta dopo un paio di sere e un tizio in contatto con la polizia ci fece sapere che era meglio andare a giocare in un altro modo perché c’erano state lamentele e potevamo passare qualche guaio con i tutori della legge – e naturalmente anche oggi ci sarebbe chi dà ragione al Rappresentante di Sto Cazzo, perché le regole e il rispetto e signora mia. Ma certo. Meglio per strada a drogarci. Se guardo alla pagina wiki sulla scena punk italiana ci sono sottosezioni per le scene di qualsiasi regione, tranne che per la Sicilia, dove evidentemente il decoro la fa da padrone, il DIY non ha fatto molta presa e quel genere di rabbia la reprimiamo a man bassa perché come si sa noi abbiamo il sole e il mare ed è il paese migliore del mondo e dire che le cose vanno male è fare il gioco dei polentoni che ci vogliono tanto male. Chiusa parentesi.

Avanti veloce, un paio di anni fa. Mi metto a fare arti marziali, e sempre perché mi piace leggere di quello che faccio incappo in un libro, Per un cuore da Guerriero di Daniele Bolelli. Mi metto ad ascoltare il podcast di Bolelli, e chi è ospite di una delle prime puntate? Mike Vallely. Che adesso ha anche un podcast tutto suo, il Mike V Show, in cui parla di, beh, delle cose importanti di cui bisogna parlare oggi, di mettere un sacco di intensità nelle cose che si fanno, di non chiudersi in un recinto ma di sperimentare con le cose e di farne un sacco e di farle bene e di togliere qualsiasi uomo nel mezzo, qualsiasi filtro, persona o istituzione che magicamente dovrebbe arrivare a risolvere i nostri problemi e metterci nelle condizioni di fare le cose. Stronzate.

Ancora oggi Mike V ha quella attitudine DIY – con qualche soldo in più, sospetto – proprio per i motivi che ho appena detto: non gli va di avere tra i piedi un’industria che gli dice cosa fare, come deve skateare, come andrebbe vissuto lo skate, come andrebbe commercializzato, e non gli va a un livello tale che si permette, pur essendo uno skater professionista tra i più grandi al mondo, di non essere uno skater professionista tutto il tempo. Proprio il suo essere staccato da certe logiche gli permette di essere un cantante e un giocatore di hockey e così via e di spendere sé stesso al massimo, senza sentirsi di tradire nessuno se fa quello che gli pare.

Penso ci sia tanto bisogno di persone come Mike V, a questo mondo. Perché l’alternativa fa schifo. Vallely vive con intensità, ha una sua visione e non si fa gettare per terra dagli inevitabili fallimenti. L’alternativa sono gli individui pigri e squallidi che si vedono in giro, le persone che si sono spente per diventare membri rispettabili della società, che hanno rinunciato a qualsiasi sogno e a qualsiasi visione di una vita migliore per accontentarsi e vivere all’interno della linea di sicurezza, che soccombono alle paure e si trincerano dietro identità e cose per andare avanti. Mike V è l’antidoto – uno degli antidoti, naturalmente – a tutto questo, all’accontentarsi e all’appartenere. Il problema nasce quando si vuole che lo skate – o il mondo, per quello che riguarda – sia tutto così, sia solo così, senza spazio per chi vuole fare dell’altro. Mike Valley invece fa skate come dovremmo vivere tutti. Con intensità ed energia, e cercando di essere un individuo.

Testa vuota

Ho dieci minuti per dirvi perché da un sacco di tempo non aggiorno questo blog. Impiegherò dieci secondi: fottetevi.

Vediamo di fare ripartire le cose. Mi sono perso come sempre dietro mille minchiate e dubbi su cosa scrivere e altre stronzate assolutamente personali, le classiche seghe mentali che, fondamentalmente, hanno la sola funzione di impedire di scrivere. Poi è iniziata la fase “sì, ma di cosa scrivo?” (risultato: non si scrive). Poi è stato il turno di “ok, ma scrivo solo in privato” (risultato: si scrive in privato, ma ci si sente come l’Uomo che Urla alla Fermata).

Va bene. Provo a ripartire, con un approccio più a cazzo, ma a scrivere. Saluti. A presto.

Taoismo da salotto

Taccuino nuovo, penna, tastiera. Tutto pronto, ma non è che abbia proprio tutta questa voglia di scrivere. Meglio aprire un file vuoto e scaldarmi un pò, perché sono le quattro del pomeriggio e io ancora mi sto scaldando, devo entrare nel vivo della mia scrittura quotidiana. Allenamenti al mattino e roba da fare in casa. Va bene. Questo è sidefist, benvenuti in nell’ultima settimana estiva.

Le mie letture del momento sono quanto di più strampalato potessi immaginarmi, il me stesso di qualche anno fa mi prenderebbe per il culo per due giorni se mi vedesse con questi libri accanto. Rompiballe, presuntuoso me stesso di qualche anno fa. Ora sto in una nuvola strana di non fiction italiana e inglese e testi taoisti. Ho scaricato su kindle due edizioni diverse del Tao te Ching e le sto leggendo con gusto, badando alle variazioni tra diverse sfumature. Quest’estate ne avevo letta solo una, ma dopo essere incappato in Alan Watts mi è venuta la curiosità di tornare a girare intorno a quei concetti. Un giro matto, dall’Arte della Guerra di Sun Tzu ai testi taoisti, e poi, ricordandomi di averne comprata una copia diversi anni fa, anche l’i Ching. Chissà per quale diavolo di ragione ne comprai una. Legano bene, e non è un caso, perché da I Ching sono arrivati molti dei concetti del Taoismo, che informa anche l’Arte della Guerra. Mi piace tantissimo soprattutto il sistema logico che intuisco dietro le affermazioni vacue e misteriose dell’I Ching, un vero e proprio modo per spiegare la natura in linguaggio binario, quello degli esagrammi, e con l’introduzione dell’elemento casuale in un sistema stringente di segni. Dietro le figure apparentemente ambigue c’è una vera e propria grammatica costruita su regole sintattiche precise. Peccato che qui in occidente sia stato degradato a sistema di divinazione, alla mercé di ciarlatani. A me sembra uno strumento di conoscenza molto affascinante.

Lo stesso rigore logico e formale non si può trovare nel Tao Te Ching. Ma in compenso è un libro di una bellezza commovente, con dei versi fatti apposta per celebrare e fare comprendere l’armonia del mondo anche quando davanti a noi sembra esserci caos.

Dato che ho scritto “bellezza commovente”, dopodomani il mio maestro di arti marziali mi farà picchiare a mani nude. Succederà, e me lo sarò meritato. in ogni caso, ho ricominciato gli allenamenti da una settimana. Il piede sinistro a tratti mi fa ancora un pò male, ma passerà. Ho tutta l’intenzione di fare almeno un giro sul ring, prima che finisca l’anno. Se a un certo punto dovesse fagliarmi lo spirito, provvederò guardando qualche film di Bruce Lee. Ognuno deve avere dei modelli.

Sto dentro un altro filone di letture per adesso, quello della non fiction con pretese letterarie. Sto leggendo Langewiesche, mi pare il migliore in circolazione, al momento, tra i viventi. So che c’è un universo anche in questo settore. Ne devo leggere ancora di cose.

Da qualche parte nella mia testa tutta questa roba, le arti marziali, il taoismo, lo stile e la letteratura si uniscono tutte insieme in un bel brodo saporito. Ma questo è perché devo essere un pò suonato, e vedo connessioni incredibilmente chiare dove gli altri vedono pallosi testi di filosofia, legnate e coglionazzi dall’ego ipertrofico (sto parlando degli scrittori). Dovrò riempire qualche pagina di taccuino cercando queste connessioni. So già che la risposta finale sarà 42, ma dovrebbe essere divertente arrivarci.

Direi che mi sono scaldato abbastanza, per oggi. Salute, due lettori. Parlate a qualcuno di questo blog, se vi piace.

Un canale, due modelli

Ecco un altro dei pezzi che ho pubblicato su Segno, nel luglio del 2011. Si parla di aree marine protette e del Canale di Sicilia. L’ho appena sforbiciato di mille parole, per lo più una lunga parte sulla decrescita, ma è rimasto lungo. Perché Segno è una rivista che pubblica roba lunga. Buona lettura. 

 

Un ambiente particolare

Nel mare Mediterraneo, il Canale di Sicilia ha lo stesso ruolo di una cerniera. Passaggio obbligato per tutte le navi, punto di separazione tra due bacini,  ma in realtà tra modi diversi di pensare il mondo. A est c’è la Grecia, gli arabi, la porta d’accesso al Grande Oriente. A ovest, la Spagna, l’Oceano, le porte per il nuovo mondo. A nord, gli avamposti del mondo occidentale, meta ambita di flotte di disperati che provengono da sud. Il Canale di Sicilia è un passaggio tra mondi, un punto di raccordo tra tensioni mondiali. Per una strana combinazione di forze naturali e sociali, è qui che tali tensioni si rendono visibili, sotto gli occhi impassibili delle coste siciliane e tunisina che racchiudono questo tratto di mare. La civiltà occidentale è nata qui, qui ha iniziato la sua storia di scambi tra est e ovest, ed è qui che potrebbe, di nuovo, decidere su quale direzione dare al futuro.

Il patrimonio biologico e naturale presente nelle acque del Canale, o Stretto, di Sicilia, e le sue caratteristiche uniche dal punto di vista geografico, hanno reso questo tratto di mare Mediterraneo una zona in cui la pressione, da parte dell’uomo, è altissima. Lo Stretto è il passaggio obbligato di tutto il traffico navale che dall’Asia e dal nord Africa si dirige verso i porti del nord Europa. Le grandi quantità di pesce, dovute a particolari condizioni geologiche e di correnti, hanno reso possibile la nascita di una grossa industria di pesca, che, gravando eccessivamente sulle riserve ittiche, ha messo in pericolo diverse specie protette.

La storia dello sfruttamento economico del Canale di Sicilia è lunghissima e ben documentata. Tuttavia, lo studio delle sue peculiarità ecologiche è iniziato solo di recente. Paradossalmente, come si legge in un rapporto di Greenpeace, c’è una grande disponibilità di informazioni disponibili sul Canale, rispetto ad altre zone d’altura, ma al tempo stesso ci sono ancora delle grandi lacune di conoscenza. Questo perché gli studi fatti fino ad una decina di anni fa erano orientati soprattutto a soddisfare la domanda europea di nuove risorse e di sfruttamento economico. Con l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, lo Stretto di Sicilia ha iniziato ad essere l’oggetto di studi più approfonditi, biologici ed oceanografici.

Gli studi condotti nella zona hanno stabilito che lo Stretto è un hot spot per quello che riguarda la riproduzione, l’habitat e il transito di diverse specie protette e rare. Nella zona sono stati individuati con sicurezza esemplari di squalo bianco, balenottere comuni, zone di transito di capodogli, specie uniche di corallo nero e di gorgonie. Una fauna marina che necessita studi approfonditi. La classificazione delle unicità e criticità del Canale da parte della comunità scientifica, e la loro rielaborazione da parte di diverse organizzazioni non governative, sono alla base della proposta di istituzione di un’area marina protetta nella zona.

 

Lo sviluppo e i suoi sostenitori

L’allarme, lanciato nell’estate del 2010, sembrava essere rientrato dopo pochi mesi. La notizia che società estere, dall’identità poco chiara, cercavano di ottenere permessi per prospezioni petrolifere, allarmò parte della popolazione della fascia costiera sud della Sicilia. A rendere ancora più gravi le cose, erano le modalità in cui tali richieste di permesso venivano svolte. Silenzi, segreti e il tentativo di nascondersi nelle pieghe della burocrazia per evitare di alzare troppa polvere.

Nell’opinione pubblica era ancora fresco il ricordo dell’incidente della Deep Water Horizon, nel golfo del Messico, costato la vita a 11 persone e che ha causato danni ancora incalcolati nell’ambiente marino della Louisiana. Bisognava fare le cose senza farsi notare troppo, contando sul fatto che, probabilmente, le piccole amministrazioni comunali della zona, oberate dalla burocrazia, non avrebbero badato troppo alle domande di ricerche e trivellazioni petrolifere in mare. Per lo stesso motivo, una piattaforma petrolifera della compagnia australiana Audax si materializzò, a luglio, a 13 miglia dalle coste di Pantelleria. Una distanza sospetta: abbastanza lontano da non rientrare nelle acque territoriali italiane; abbastanza vicino da poter studiare con calma il giacimento a ridosso del vecchio vulcano spento.

Poi, il ministero dell’ambiente emanò un decreto, in agosto, che vietava prospezioni ed attività estrattive a meno di 12 miglia dalla costa. Lasciando scontenti, in questo modo, gli attivisti della zona, che si chiedevano come questo limite avrebbe fermato una eventuale fuoriuscita di petrolio in acque più distanti. Il petrolio, il mare, non badano a leggi, ordinanze e confini. Ma per la poco attenta opinione pubblica locale, vero destinatario di un provvedimento tanto pubblicizzato quanto inefficace, giustizia era stata fatta: le ricerche erano state fermate.

A poco meno di un anno di distanza, la guerra in Libia e la battuta d’arresto del nucleare hanno riportato alla ribalta petrolio e gas come i principali vettori di approvigionamento energetico. Con il prezzo del petrolio alto e le altre forme di energia penalizzate[1], le compagnie vanno a caccia di petrolio anche dove una volta sarebbe stato poco conveniente estrarlo. E infatti, nel marzo di quest’anno, le compagnie petrolifere sono tornate alla carica, puntando sul decreto fermatrivelle del ministro dell’ambiente Prestigiacomo, che si limita a scalfire, senza per niente intaccare, le operazioni in zona. La Audax sta per tornare al largo di Pantelleria, intenzionata a trivellare, e la Transunion Petroleum ha avviato, in marzo, le procedure di valutazione per ricerche petrolifere al largo della provincia di Ragusa.

Il Canale di Sicilia diventa così il territorio in cui dare la caccia al carburante della crescita economica. In proposito, è chiarissima la posizione dell’assessore regionale alle risorse agricole e alla pesca, Elio D’Antrassi, che in una intervista ha dichiarato che il petrolio potrebbe essere un affare per la Sicilia, ed occorre trovare un punto di intesa con i pescatori.

I pescatori, fin da quando si è affacciata la notiza che il “loro” mare potrebbe essere interessato da ricerche petrolifere, si sono schierati contro. Uno schieramento che mira a salvaguardare l’economia della zona, basata, oltre che sul turismo, sulla pesca. Ma, anche in questo caso, quello che si vuole fare è continuare, lavorare ancora con il modello attuale di sfruttamento a tempo e prelievo indefinito. I pescatori della zona, in modo molto simile ad altri imprenditori, cercano di massimizzare i guadagni, e di minimizzare le perdite, spesso esternalizzandole e scaricandole sull’ambiente. Questo li porta a “raschiare” il più possibile il fondo del mare con le reti a strascico, spesso oltrepassando di gran lunga la capacità del mare stesso di rimpiazzare le perdite con nuove nascite. In alcuni casi, la pesca di alcune specie è talmente remunerativa da avere messo seriamente in pericolo l’ecosistema. I casi del tonno rosso e del novellame sono emblematici di un sistema che non è in grado di fermare sé stesso, neanche di fronte alla prospettiva dell’autodistruzione. Minacciato di estinzione dal sovrapescaggio, a causa del suo valore sul mercato mondiale, il primo; vietata da norme europee, ma tollerata dalle autorità locali e responsabile dell’impoverimento delle riserve ittiche, la seconda. Pescare specie in via di estinzione, o fare incetta di pesce appena nato con maglie finissime, sono metodi che sfiniscono ulteriormente un ecosistema già in pericolo, e che innescano il classico circolo vizioso. Con meno pesce, i pescatori devono andare ancora più lontano, spendendo di più e incidendo su zone più lontane, che saranno quindi private di riserve importanti.

A questo punto, entra in gioco la politica, a più livelli. I voti dei pescatori e delle loro famiglie sono importanti, e il modo più facile per catturarli è quello di mantenere le cose come stanno. L’industria della pesca, in questa rete di relazioni, finisce per essere finanziata, grazie all’intercessione del ceto politico, dallo Stato italiano, con contributi per l’acquisto di gasolio a prezzo politico, e con infinite deroghe che rendono nulli i provvedimenti europei. In questo modo, a pagare sono i cittadini, nei modi più diversi: pescatori che non possono avvalersi di contributi; ristoranti delle zone in cui non si possono vendere specie protette; contribuenti, che pagano per i proventi di un’industria che distrugge l’ambiente.

Come mai, in questo scenario, chi saccheggia l’ambiente non si ferma? La minaccia dell’esaurimento del pesce, infatti, dovrebbe rendere più sensibili alle istanze ambientali i pescatori, dato che, dopo tutto, l’impoverimento del mare non conviene a nessuno. A questa domanda, però, non esiste una risposta univoca. Si può supporre che il mix di diversi elementi, politici, economici e (soprattutto) culturali, spinga a mantenere le cose come stanno, non guardando al futuro, o fingendo che sarà come e meglio del presente. In altre parole, pescatori, politici e cittadini comuni non hanno nessun interesse a cambiare le cose. Questa politica è stata portata avanti con quella che potremmo definire miopia programmata: alle risposte problematiche che l’ambiente mostra, rispetto alla continua pressione umana, la politica e il mercato si adeguano con misure che cercava di salvaguardare il livello di pressione, e non l’ambiente. Per anni si è proceduto a misure che avevano come obiettivo il nascondere i cambiamenti ambientali, sotto forma di aiuti economici.

 

L’area marina protetta del Canale di Sicilia

Il Canale di Sicilia è stato proposto come area marina protetta da Unep-Map, il Piano mediterraneo del Programma Ambientale delle Nazioni Unite, e da Greenpeace. La proposta è diventata di stretta attualità soprattutto a causa delle operazioni petrolifere. La presenza di un’area marina protetta sarebbe una protezione legislativa di fronte a cui le compagnie petrolifere dovrebbero arretrare.

Paradossalmente, la difficoltà sta nell’immaginare le comunità locali che si schierano a favore di una proposta simile. I pescatori, come si è detto, tendono sempre a volere minori limitazioni, e reagirebbero in modo negativo a un divieto di pescare nel Canale. Un rifiuto del genere si è visto praticamente per ogni area protetta marina che è stata proposta, in Italia e in Europa. In più, la politica locale difficilmente acconsentirebbe a mettere dei lacci allo sfruttamento del territorio, che nella zona è una sorgente di lavori edili e clientele. Perché mai questi gruppi dovrebbero rinunciare a quelle che finora sono state le uniche fonti di reddito della zona?

A questa domanda si può rispondere guardando a quello che è successo in zone che sono già diventate aree marine protette, e per le quali esiste già una letteratura scientifica in grado di valutarne gli effetti. Le tendenze che emergono sono abbastanza chiare, tanto da essere state chiamate effetto riserva. L’istituzione di aree marine protette, anche dove l’ambiente è stato seriamente compromesso dalla sovrapesca, dalla cementificazione e dal turismo privo di regole, è servita non solo a riparare le perdite ecologiche, ma anche a dare un impulso massiccio alla creazione di un’economia diversa. La zona protetta, infatti, aiuta la riproduzione di pesci, che riescono a crescere ben oltre la taglia raggiunta in zona di pesca, ed è un impulso al turismo sostenibile e in generale alla presenza di strutture ad alto valore aggiunto ed a basso impatto. Ma i benefici si estendono anche alla zona al di fuori dell’area, che può sfruttare il flusso turistico, ed in cui i pesci, più grandi e liberi di riprodursi, affluiscono più numerosi, assicurando pescato regolare anche alla comunità di pescatori.

Un caso emblematico, in questo senso, è quello delle isole Medas, in Spagna, dove l’area marina protetta è stata istituita nel 1983 su pressione della popolazione, che aveva visto impoverirsi in modo sempre più drammatico la fauna ittica. All’inizio l’area fu pesantemente osteggiata dalla comunità locale dei pescatori, che ritenevano fosse finita un’era di benessere e di ricchezza per il semplice capriccio di qualche ambientalista. Passati alcuni anni, le Medas, secondo tutti gli studi che vengono effettuati nella zona, sono uno dei punti più ricchi di biodiversità del Mediterraneo, con un fiorente turismo subacqueo e naturalistico, e con un raddoppio del pescato. I pescatori hanno finito per essere, anch’essi, sostenitori dell’area marina protetta.

La scommessa di Unep-Map, di Greenpeace e delle diverse associazioni ambientaliste che stanno nascendo nella zona del Canale di Sicilia è, quindi, analoga a quella già vinta in altre aree marine protette. Confrontarsi il più possibile con la popolazione locale, senza la quale non è possibile l’istituzione dell’area. La popolazione locale gioca un ruolo ancora più importante nel rispetto delle limitazioni, che sono la vera ragione d’essere di un’area protetta. Una zona di protezione che viene vista come estranea è del tutto contraria allo spirito della sua istituzione, in senso sia economico che etico. Imporre un’area avrebbe lo stesso significato di lasciare la zona priva di ogni regola. Ma, come è già successo altrove nel mondo, un adeguato dibattito pubblico, in cui a ciascuno fosse data la possibilità di esprimere la propria opinione senza essere scavalcato dagli appoggi politici di altri, avrebbe risultati sorprendenti. Persino in Sicilia, dove la prima reazione a proposte del genere è il pensiero che possano succedere solo altrove, e mai qui. Le sei aree marine protette sulle coste siciliane, dimostrano il contrario.

 

Conclusioni

Il Canale di Sicilia è l’oggetto di attenzioni, e ambizioni, diverse. Da un lato, quelle classiche dell’economia, che ambisce a crescere in maniera indefinita. Dall’altro, nascono dalla società nuove esigenze, che richiedono maggior spazio nell’arena pubblica. L’attuale attivismo delle compagnie petrolifere nella zona è solo una fase, in cui tutte le contraddizioni del sistema economico vigente diventano manifeste. Per garantire la crescita indefinita della società, si fa finta che la crescita sia esente da costi ecologici e sociali. Tali costi invece possono essere drammatici, come ha dimostrato l’incidente della Deep Water Horizon.

A scontrarsi sono, quindi, due modelli di sviluppo. L’esito di tale scontro, che potrebbe sembrare impari, non è affatto scontato, dato che diverse volte la società ha dimostrato di andare contro la prepotenza economica, per salvaguardare interessi di tipo diverso.

[1]    Vedi per esempio i finanziamenti alle energie rinnovabili, oggetto di continui ripensamenti, tagli e adeguamenti normativi, che hanno l’effetto di rendere instabile un mercato in forte crescita.

Nel frattempo…

Deve essere un secolo che non scrivo su questo sito. Potrei controllare e scrivere con esattezza l’ultima data in cui mi sono degnato di fare apparire qualcosa, ma ok, il senso è quello. Dopo una fiammata, il buio. Vacanze, giri in Sardegna e Sicilia, basta palestra a causa di una brutta botta al piede sinistro, e un sacco di vino e cibo, e dormire come non dormivo da un anno, e letture, un sacco di letture. Pizzolatto (l’autore di “True Detectives”), Wu Ming, l’Arte della Guerra di Sun Tzu, un libro sullo stile di Glenn O’Brian più altre cose minori. Ho giocato molto con il concetto di stile e di arte marziale, di gesti ripetuti ogni giorno per creare un atteggiamento mentale preciso in ogni ambito della vita, dal vestire a come si beve o si mangia a come si fa esercizio fisico a come si scrive. Sperimentazione ancora in corso. Magari potrei scrivere qualcosa.

Con calma, pachidermica calma, l’idea è di ricominciare a scrivere le mie note, qui. Non ho ancora una collocazione precisa da dare agli scritti per il web, per come sono fatto preferisco riempire pagine e pagine di note su un quaderno in grafia puntuta e illeggibile con l’idea di usarle poi in seguito, senza ammorbare l’internet con i miei appunti su qualsiasi cosa mi capiti a tiro. Vorrei trovare una via di mezzo tra il non usare nulla e usare tutto. Ci sono pensieri che nascono per essere buttati in rete e morire il giorno dopo e va bene così. Nel frattempo, dovrei preparare un articolo sull’Iraq, delle note preparatorie per un soggetto, fare ricerche e via così. Una volta qualcuno mi ha detto che il primo settembre è il capodanno dei workhaolic. Per me rimane il primo settembre, con un sacco di lavoro davanti, e per dare inizio alla campagna d’autunno è ancora presto, l’autunno inizia tra tre settimane. Ma c’è un sacco di lavoro da fare, di cose da andarsi a prendere, e oggi si comincia di nuovo con la disciplina e la via adatte ad arrivarsi, si riaccendono i motori e si inizia a scaldarli. Buona settimana.

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