Monthly Archives: gennaio 2010

Saturday Poem

Pablo Neruda – Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca o colore dei vestiti,
chi non rischia,
chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi evita una passione,
chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i
piuttosto che un insieme di emozioni;
emozioni che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti agli errori ed ai sentimenti!

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza,
chi rinuncia ad inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia e pace in sè stesso.

Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare,
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di
gran lunga
maggiore
del semplice fatto di respirare!

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di
una splendida
felicità.

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The Stradivarius School of Luthiers

Sul Globe and Mail di oggi, il mio lavoro della settimana scorsa sulla scuola di Liuteria Stradivari, a Cremona. Articolo e fotografie possono essere viste cliccando QUI. Il pubblicato cartaceo, QUI.

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Fumi….

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Mi fa sempre una certa impressione fotografare Milano dall’alto. In una città di pianura, il poter guardare in un modo diverso il panorama è una specie di privilegio. Specie quando questo privilegio deriva dal tuo lavoro. Qualche giorno fa, durante una di queste sessioni di scatti dall’alto, ho potuto vedere qualcosa di interessante: tutti i fumi dei riscaldamenti accesi. Mi piace come, arrampicandosi un pò, si possa avere una visione diversa di quello che ogni giorno diamo per scontato. Il combustibile per i riscaldamenti viene sputato in atmosfera. Solo che spesso, in pianura e con tutti quei palazzi, non si vede.

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Ridondanza

Le foto e i reportage che arrivano dal disastro di Haiti, in qualche modo, si assomigliano. Non che siano tutte uguali tra loro. Ma ricordano, e fin troppo da vicino, altre foto di altri tristi disastri che sono successi negli ultimi anni. Il modo in cui sono fatte, e soprattutto gli aspetti che sottolineano, le storie che raccontano, non si distanziano molto da quelle che abbiamo visto in occasione del recente terremoto dell’Aquila, o dello Tzunami nel sud est asiatico.

Magari è solo una mia impressione. O, magari, bisogna dare tempo a chi sta lavorando sul campo di sviluppare storie più approfondite, che raccontino i diversi aspetti di una tragedia che, mi sembra, ancora non ha copertura adeguata. Paradossale, vero? Siamo sovraccaricati, di informazioni sul terremoto ad Haiti e sulla tragedia che vi sta avvenendo. Ma l’impressione che ho è che questa tragedia sia raccontata solo in parte. Che manchi qualcosa.

Un’ipotesi è che i fotografi siano già al lavoro su storie approfondite. Le quali, per definizione, hanno bisogno di più tempo per essere sviluppate. Quindi, mentre aspettiamo, quello che vediamo non è altro che una incredibile ridondanza, prodotta dai fotografi di grosse agenzie, i quali sembrano alla ricerca più dell’icona e della sensazione, che non del racconto di una storia. Sul blog di Foto8 ci sono parecchi esempi di questa ridondanza: elicotteri che decollano a distanza da folle bisognose, rovine in mezzo alle quali camminano persone disperate. Se c’è un denominatore comune, a queste foto, è la reazione, è l’autoassoluzione, è il dipingere gli haitiani come vittime di una situazione che non ha responsabili. Vero, ma solo in parte: il terremoto non ha responsabili. Ma vero anche che terremoti di potenza analoga avvengono anche in Giappone, dove non fanno tante vittime. E, se ad Haiti è andato tutto così male, una grossa fetta di responsabilità ce l’ha anche l’occidente. Il quale si autoassolve anche nelle fotografie che cerca, e pubblica.

Un’altra ipotesi è che i fotografi, al momento, siano più a caccia della didascalia, della foto iconica, del prossimo scatto che vincerà il World Press Photo 2011 (nota per chi volesse partecipare a quello 2010: sorry, ma il terremoto di Haiti è avvenuto ai primi di gennaio, queste foto non sono utilizzabili per il concorso di quest’anno), che non a caccia di storie da raccontare. Non stanno facendo il loro mestiere, in altre parole. Che dovrebbe essere quello di informare, di raccontare, di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale, di fare vedere quello che sta succedendo. Non di cercare scatti che finiranno in una esposizione.

Forse è proprio la categoria di fotogiornalismo, che va ripensata. Forse i fotografi stanno cercando, con tutte le proprie forze, di raccontare una tragedia troppo grande per essere raccontata in così poco tempo. Ma se stanno cercando, allora è proprio l’approccio che non va: ci sono troppe foto prese a random per la città e poco racconto di come la gente stia cercando di sopravvivere. Troppa gente allarmata per strada, troppi ritratti di persone avvilite, troppe piazze piene di macerie con corpi stesi. Forse bisogna orientarsi meno alle news, e più all’approfondimento. Senza lasciare che siano i colleghi giornalisti a occuparsi di questo (ovvero: senza lasciare che siano solo loro a occuparsene).

Comunque, non tutte le foto che arrivano da Haiti sono di questo tenore. Si trovano parecchi spunti interessanti. Per esempio, è una bella idea quella della prigione, apparsa sul NYT Lens. E’ solo l’inizio di una storia, ma è un modo diverso di raccontare. Oppure, la fotografia che ha segnalato Bob Sacha. E di idee ce ne sarebbero. Cosa succede in un condominio rimasto in piedi, dopo il terremoto? Chi è rimasto, chi è scappato, che problemi ci sono? Come stanno lavorando i poliziotti di Haiti, che vita hanno? Come si stanno comportando i cittadini dell’ovest, in arrivo su navi da crociera che non hanno cambiato rotta dopo il disastro? E gli uomini di chiesa, i religiosi, cosa stanno facendo per supportare la comunità?

Credo che molti inizieranno a lavorare su questi temi, se non lo hanno già fatto, e che i migliori lavori inizieranno ad arrivare ora. Ma, per il momento, quello che vedo è una fila di fotografi con in testa la replica esatta della presa di Saigon, con l’elicottero che decolla e la folla che vuole scappare a tutti i costi. E questo, se anche farà vincere molti premi di fotogiornalismo, sicuramente non farà bene all’informazione.

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Uno sguardo al futuro

Un post interessante di Thoughts of a bohemian, questa mattina. Dice bene quelle che dovrebbero essere ovvietà, ma che non lo sono, a proposito dell’inquinamento visivo a cui siamo sottoposti da tutti i media, nessuno escluso, che consultiamo ogni giorno:

Photography should be a revolutionary act. It should be a kick in the establishment, the common, the mundane. It has to be an act of revolt against banality and conformity, a powerful explosion of new ideas. It should be as violent to the mind as a thousand thunderstorms. It should rip apart the accepted socialfabric . It should denounce, point, accuse and solve. In one frame. It should be a declaration of war to everything we take for granted and accept as obvious.

(…)

Too much of what we see today in photography ( thank you, commercial stock) is a sea of banality, of repetition, of dullness. It is status quo and no more. A long straight road of  boring pre digested concept. Like a TV dinner : Please reheat and serve hot. Millions upon millions of images that rote just a few days after being exposed, so much full of artifice they are. A constant stream of annoying visual buzz that we hardly notice anymore.

Vero: la maggior parte delle fotografie che vediamo sui magazine, su siti di informazione, e ovunque capiti di incappare in una immagine, appartengono alla categoria “rassicurante-con-brio”. Nessuno sguardo nuovo e fresco sulla realtà, nessun interrogativo. Solo conferme visuali di quello che si legge, o di quello che si vuole trovare. Illustrazioni, didascalie, se vogliamo chiamarle in un altro modo.

Questo mi ricorda quello che da tempo va sostenendo Sandro Iovine (che mi onora della sua amicizia….): la qualità delle immagini scelte dall’industria, e dai suoi responsabili, tende costantemente verso il basso. Sandro punta sulla questione commerciale: con il calo delle vendite, i photo editor devono per forza fare scelte che sono influenzate più dalla sintonia delle immagini giornalistiche con le pubblicità, che non dalla qualità giornalistica o dal racconto della realtà. Detto altrimenti: non si può stupire il lettore con immagini nuove, se si vuole che il lettore guardi la pubblicità (e che il committente la pubblicità continui a metterla…).

A questo problema strutturale, poi, si accompagna secondo me quello culturale. Industria editoriale, giornalisti e pubblico, ormai, non sono più abituati allo scavo nella realtà, ma semplicemente alla conferma rassicurante. Conferma delle proprie opinioni, dei propri stereotipi, delle proprie paure. E la fotografia non è esente da questo processo.

Che fare, quindi, nel momento in cui le produzioni fotografiche di qualità e di ricerca non hanno sbocco presso il pubblico, se non attraverso il ghetto perverso delle esposizioni (per cui una foto è esposta in quanto opera d’arte, e non come racconto)? Secondo me (ed ecco che sto per scoprire l’acqua calda), il tanto vituperato internet sarà la salvezza. Quando il mondo giornalistico si toglierà di dosso la polvere, e capirà che il sistema di distribuzione digitale offre risorse dal valore – anche economico – incalcolabile, cominceranno ad apparire molto più spesso reportage giornalistici di qualità, sotto diverse forme. Il punto è che, per il momento, l’impostazione generale è quella di traslare, sul mezzo elettronico, modi e tempi comunicativi che sono propri del mezzo cartaceo. Quindi, molto spesso ci si orienta a un pubblico generalista, che per ovvie ragioni (le quali, quando si guarda bene, ovvie non sono mai) sembra non gradire molto questo genere di produzioni.

La mia idea, e la mia speranza, è che presto nasceranno dei contenitori giornalistici di qualità raffinata, anche in Italia, anche nel vecchio, pachidermico e corporativo mondo giornalistico italiano. Contenitori in grado di segmentare il proprio pubblico, e che, nella consapevolezza di non rivolgersi (di non doversi rivolgere) “a tutti”, faranno una buona differenziazione dei prodotti giornalistici offerti. Più spazio per servizi di qualità, senza competere con contenitori generalisti, che danno notizie brevi e raffazzonate. E il risvolto positivo potrebbe anche essere che le testate cartacee, una volta capito che non possono più competere con internet quanto a velocità e spazio per le notizie, dovranno orientarsi, per sopravvivere, ad altro. Come, ad esempio, approfondimenti che sarebbe impossibile, o difficilissimo, pubblicare solo su internet (qualcuno ha mai provato, ad esempio, a leggere un intero servizio di National Geographic, foto incluse, su internet? Ok, si può fare. Ma vogliamo davvero paragonarlo alla versione cartacea?).

Il risvolto negativo, molto negativo, è che per arrivare a questo genere di modello molte testate dovranno chiudere, o ridimensionarsi grandemente. Contrazione. Il che, spesso, porta anche alla concentrazione. Certo non mi rallegra, l’idea che a permettersi il giornalismo su carta, in Italia, possano essere solo due-tre gruppi editoriali. Ma è vero anche che la situazione di crisi attuale è dovuta ad una frammentazione patologica, che non ha uguali nel mondo.

Penso che l’anno appena iniziato porterà diverse novità nel panorama editoriale. Ora vediamo come si potranno gestire queste novità.

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What we need

“Photographers need to be problem solvers, they need to propose solutions to a roadblock, not complain about it”.

Via A Photo Editor.

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Bad weather

Mi piace scattare quando c’è maltempo. I colori prendono sempre una piega strana, le ombre scompaiono, e le nuvole hanno sempre un loro fascino, quando finiscono su file. A dire il vero, guardando le mie foto, mi sono accorto che vado molto meglio, quando in cielo ci sono nuvoloni, minacce di pioggia, sole che fa capolino.

Oggi è proprio un tipico giorno di gennaio, qui in Sicilia.

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Business digitali

A leggere siti, newsletters e blog che trattano di giornalismo e fotogiornalismo, uno si fa l’idea che il mondo del giornalismo stia andando a scatafascio, che tutto sia sbagliato, che i cari vecchi tempi in cui si pagavano un sacco di soldi per fare dei servizi sono finiti perché ora c’è la rete che permette la pubblicazione (quasi) gratis e che abbatte i costi.

E’ vero che la rete ha sovvertito molto questo mestiere. Ma io non ho mai creduto in chi rimpiange dei Mitici Tempi Andati che, molto spesso, sono solo delle idealizzazioni. Anzi, mi piace molto vivere in questo tempo: infinite possibilità di fare vedere a chiunque le proprie foto e i propri contenuti, infinito spazio per pubblicare, nessuna barriera…. Ok, bisogna trovare il modo di rendere economicamente sostenibile tutto ciò. Ma la verità è che anche il vecchio modello non era più sostenibile da nessuno (i giornali sono in perdita dagli anni settanta: vedi il blog di David Campbell, segnalato nel post precedente).

In rete si trovano anche gli antidoti al pensiero Bei Tempi che Non Torneranno. C’è una pattuglia di blogger, fotografi e professionisti che adoro leggere, per lo sforzo che compiono in ogni post di guardare avanti, di vedere tutte le opportunità che i nuovi mezzi di comunicazione offrono ai professionisti. Primo tra tutti, non si può non citare  Vittorio Zambardino, che ha un blog, Scene Digitali, che si occupa, ad ampio raggio, della cultura di internet nel nostro paese. Quello che è interessante, è che spesso Zambardino parla di giornalismo, senza paraocchi né illusioni corporative, e senza neanche usare quell’esaltazione da scoperta – dell’ultimo – minuto che certi giornalisti hanno quando parlano di nuove tecnologie. Ci sono un mucchio di idee e prospettive su quello che la rete potrà essere, o dovrebbe essere. Non sempre sono d’accordo con lui, e questo è un motivo in più per leggerlo.

Ci sono poi diversi altri blogger, che amo leggere per le diverse prospettive che offrono. Li ho linkati qui accanto. Quelli che leggo più spesso sono A photo editor, Thoughts of a Bohemian, Strictly Business. Sono tutti blog che trattano del business della fotografia, ma che lo fanno senza nascondere la testa nella sabbia, guardandosi intorno (io ho delle riserve sulle soluzioni restrittive che Strictly Business dà alla mancanza di fondi nell’informazione digitale. Ma il solito Campbell è stato molto più bravo di me a spiegarle, nella sua serie di post sull’informazione nell’era digitale).

Una scoperta recente è Duckrabbit: due giornalisti che producono pezzi multimediali, quello che da più parti viene visto come il futuro del giornalismo on line (e a  tal proposito, inizio a chiedermi: è da almeno quattro anni che sento questo mantra dello slideshow come futuro del fotogiornalismo on line. Ci credo, ci credo eccome; ma mi sembra che ancora non si voglia uscire dallo stato di sperimentazione, di “oh guarda quanto è bello e figo”. E, oltretutto, non vedo tantissimi siti di informazione, in italiano almeno, che ne fanno uso. Per il momento, da quello che vedo, si usano di più le gallerie cliccabili).

E, finale a sorpresa, un gruppo, i Nine Inch Nails, che da quando hanno abbandonato la casa discografica si sono buttati a testa bassa nel mondo 2.0: produzione e distribuzione di musica a basso o nessun costo, generazione di introiti da altre attività (concerti, merchandising, servizi on line, contenuti diversi per diversi costi), totale apertura alle nuove tecnologie e alla presenza in rete. L’ultima notizia è l’uscita di un video totalmente edito dai fans, dopo che i NIN avevano messo a disposizione i girati grezzi. I NIN non ci guadagnano, direttamente, nulla. Ma sono pronto a scommettere che tutto questo si trasformerà in pubblicità gratuita per i loro concerti e i loro dischi. Insomma: nel marasma, da cui l’industria musicale è tutt’altro che esente, c’è qualcuno che sembra aver trovato il modello giusto. Adesso bisogna tirar fuori le idee, prendere esempio e trovare il modo di applicare questo modo di lavorare al mondo della fotografia.

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Come back….

E rieccomi. E’ passato un bel pò di tempo dall’ultimo post: ultimi lavori chiusi, ritorno in Italia, un pò di tempo dedicato a famiglia, ragazza, amici. Adesso è tempo di ricominciare a lavorare per un altro anno (a proposito: buon 2010 a tutti). Quest’anno cambierò vita, farò un sacco di soldi, e imparerò a fare il moonwalking come si deve.

Buoni propositi a parte, mi piace iniziare l’anno con una citazione, un link, e un augurio:

The successful visual journalist in the new media economy is therefore going to be someone who embraces the logic of the web’s ecology, using the ease of publication, distribution and circulation to construct and connect with a community of interest around their projects and their practice. (…) It won’t be easy (but when was photojournalism or documentary photography easy?), but the successful visual journalist will be someone who uses social media (in combination with the more traditional tools of books, exhibitions and portfolios) to activate partnerships with other interested parties to fund their stories, host their stories, circulate their stories, and engage with their stories. The social value of this is obvious, and this social value will be the basis for drawing economic value so the work can continue.

Parole di David Campbell, che ha un blog su politica e media che consiglio a tutti di leggere. L’idea di Campbell è potente, molto potente, e piace pensare che, finalmente, si sia trovata una via d’uscita allo stallo in cui il fotogiornalismo sta versando da un bel pò di tempo (perché che sia necessario trovare un altro modello di funzionamento, su quello non c’è dubbio). Quello che ancora mi lascia perplesso, è che pochi riescono a dare esempi concreti, e operativi, di come questa connessione con i social network dovrebbe funzionare, e di come dovrebbe incoraggiare l’economia. Insomma: sulla carta sembra funzionare, ma in pratica?

Io intuisco che funzionerà, anche se ancora non so immaginarmi come. ma forse tocca proprio a noi fotografi inventare modelli che funzionino. E, con l’augurio di riuscirci, e di riuscire, chiunque, a trovare il modello funzionante, auguro un grande 2010 a tutti.

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