Le foto e i reportage che arrivano dal disastro di Haiti, in qualche modo, si assomigliano. Non che siano tutte uguali tra loro. Ma ricordano, e fin troppo da vicino, altre foto di altri tristi disastri che sono successi negli ultimi anni. Il modo in cui sono fatte, e soprattutto gli aspetti che sottolineano, le storie che raccontano, non si distanziano molto da quelle che abbiamo visto in occasione del recente terremoto dell’Aquila, o dello Tzunami nel sud est asiatico.

Magari è solo una mia impressione. O, magari, bisogna dare tempo a chi sta lavorando sul campo di sviluppare storie più approfondite, che raccontino i diversi aspetti di una tragedia che, mi sembra, ancora non ha copertura adeguata. Paradossale, vero? Siamo sovraccaricati, di informazioni sul terremoto ad Haiti e sulla tragedia che vi sta avvenendo. Ma l’impressione che ho è che questa tragedia sia raccontata solo in parte. Che manchi qualcosa.

Un’ipotesi è che i fotografi siano già al lavoro su storie approfondite. Le quali, per definizione, hanno bisogno di più tempo per essere sviluppate. Quindi, mentre aspettiamo, quello che vediamo non è altro che una incredibile ridondanza, prodotta dai fotografi di grosse agenzie, i quali sembrano alla ricerca più dell’icona e della sensazione, che non del racconto di una storia. Sul blog di Foto8 ci sono parecchi esempi di questa ridondanza: elicotteri che decollano a distanza da folle bisognose, rovine in mezzo alle quali camminano persone disperate. Se c’è un denominatore comune, a queste foto, è la reazione, è l’autoassoluzione, è il dipingere gli haitiani come vittime di una situazione che non ha responsabili. Vero, ma solo in parte: il terremoto non ha responsabili. Ma vero anche che terremoti di potenza analoga avvengono anche in Giappone, dove non fanno tante vittime. E, se ad Haiti è andato tutto così male, una grossa fetta di responsabilità ce l’ha anche l’occidente. Il quale si autoassolve anche nelle fotografie che cerca, e pubblica.

Un’altra ipotesi è che i fotografi, al momento, siano più a caccia della didascalia, della foto iconica, del prossimo scatto che vincerà il World Press Photo 2011 (nota per chi volesse partecipare a quello 2010: sorry, ma il terremoto di Haiti è avvenuto ai primi di gennaio, queste foto non sono utilizzabili per il concorso di quest’anno), che non a caccia di storie da raccontare. Non stanno facendo il loro mestiere, in altre parole. Che dovrebbe essere quello di informare, di raccontare, di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale, di fare vedere quello che sta succedendo. Non di cercare scatti che finiranno in una esposizione.

Forse è proprio la categoria di fotogiornalismo, che va ripensata. Forse i fotografi stanno cercando, con tutte le proprie forze, di raccontare una tragedia troppo grande per essere raccontata in così poco tempo. Ma se stanno cercando, allora è proprio l’approccio che non va: ci sono troppe foto prese a random per la città e poco racconto di come la gente stia cercando di sopravvivere. Troppa gente allarmata per strada, troppi ritratti di persone avvilite, troppe piazze piene di macerie con corpi stesi. Forse bisogna orientarsi meno alle news, e più all’approfondimento. Senza lasciare che siano i colleghi giornalisti a occuparsi di questo (ovvero: senza lasciare che siano solo loro a occuparsene).

Comunque, non tutte le foto che arrivano da Haiti sono di questo tenore. Si trovano parecchi spunti interessanti. Per esempio, è una bella idea quella della prigione, apparsa sul NYT Lens. E’ solo l’inizio di una storia, ma è un modo diverso di raccontare. Oppure, la fotografia che ha segnalato Bob Sacha. E di idee ce ne sarebbero. Cosa succede in un condominio rimasto in piedi, dopo il terremoto? Chi è rimasto, chi è scappato, che problemi ci sono? Come stanno lavorando i poliziotti di Haiti, che vita hanno? Come si stanno comportando i cittadini dell’ovest, in arrivo su navi da crociera che non hanno cambiato rotta dopo il disastro? E gli uomini di chiesa, i religiosi, cosa stanno facendo per supportare la comunità?

Credo che molti inizieranno a lavorare su questi temi, se non lo hanno già fatto, e che i migliori lavori inizieranno ad arrivare ora. Ma, per il momento, quello che vedo è una fila di fotografi con in testa la replica esatta della presa di Saigon, con l’elicottero che decolla e la folla che vuole scappare a tutti i costi. E questo, se anche farà vincere molti premi di fotogiornalismo, sicuramente non farà bene all’informazione.