Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Month: febbraio 2010

Assortimento

Ci sono un mucchio di cose in costruzione, in questi giorni, di cui terrò informati i miei due lettori. In questo momento sono a Palermo, per parlare con un tipo di una redazione, e per fare un paio di piccoli lavori (una fabbrica di coppole, e vorrei andare a curiosare a Termini Imerese, per vedere che aria tira). Il prossimo mese mi installerò in un nuovo studio a Milano, ho diversi reportage in preparazione, e in generale ci sono un sacco di buone cose all’orizzonte.

In questi giorni, per chi non se ne fosse accorto, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo. La foto dell’anno è di un italiano (della mia età, e che vive a Napoli: da parte mia, il quadruplo di complimenti), e ben altri 9 italiani hanno vinto qualcosa (tra cui Luca Santese, uno dei miei amici di Cesuralab). Ora: non c’è più bisogno di sottolineare come il fotogiornalismo italiano sia di qualità ben superiore alla media a cui ci abituano le testate italiane (anche perché altri lo hanno fatto meglio di me). Qui vorrei solo notare un paio di cose. Per esempio, che la maggioranza dei lavori è realizzata all’estero. Di solito il canto giaculatorio, a metà tra il moralistico e il compiaciuto, è “ma i nostri fotografi sono delle fighette, quand’è che parleranno di Italia?”. Buona domanda. A cui, fino a poco tempo fa, avrei risposto che si, in effetti, la tendenza a lavorare all’estero…. Ma poi uno si ricorda di come la fotografia viene trattata per tutto l’anno dai giornali italiani: approssimazione, banalizzazione, tette, culi, fotoricatti, teste parlanti, didascalizzazione pedante. La verità è che ai giornali italiani l’Italia, così come viene presentata dai fotogiornalisti italiani, non interessa. Non la vogliono. Vogliono di più l’immagine plasticosa e prefabbricata e sciatta che dell’italia si ha nelle redazioni.

Prova del nove? Nessuno (nessuno) dei lavori italiani premiati al World Press Photo è stato commissionato. Vuol dire che ai giornali italiani il buon fotogiornalismo, semplicemente, non interessa.

Saturday poem

Le chiacchere da bar mi hanno sempre appassionato. Stare seduti con amici, ad affrontare discorsi profondi o leggerissimi con lo stesso tono, una birra dietro l’altra. Sono un grande appassionato del settore. E in una di queste chiaccherate, negli ultimi giorni, era venuto fuori l’argomento: è meglio il cinismo, è meglio essere realisti, o è meglio essere sognatori? Chi vive meglio: chi si accontenta di quello che passa il mondo e sa goderselo, o chi si ostina a guardare avanti, a vedere un mondo migliore, da qualche parte nel futuro?

La risposta richiede vite intere di riflessioni, e mettersi ad affrontarla qui significherebbe perdere quei pochi lettori che ancora si ostinano a passare di qui… Ma tutta quella discussione mi ha fatto venire in mente una poesia di Whitman. Riassume bene il periodo, secondo me. Buon fine settimana a tutti!

Oh me, oh vita! – Walt Whitman

Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,
degli infiniti cortei senza fede, di città piene di sciocchi,
di me stesso che sempre mi rimprovero (perché chi più sciocco
di me, e chi più senza fede?)
di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi,
della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida
camminare a fatica attorno a me,
dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato in tanti nodi,
a domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre: che cosa
c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?

Risposta:
che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.

Snow

Sta nevicando, a Milano. Sperando che anche questa volta la nevicata non colga tutti “di sorpresa” (ma da quando in qua in una città del nord italia non ci si aspetta che nevichi?), auguro buon fine settimana a tutti!

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In progress…

C’è un tentativo di nevicata, questa mattina a Milano. Non una buona giornata per stare fuori, e per fortuna non ho avuto da uscire.

Mentre mi preparo per diversi progetti da realizzare da marzo in poi (è qui a Milano, di passaggio sulla via per Mosca, il G., con cui abbiamo parlato un pò di Caucaso e di possibili progetti; e poi, stavo pensando a qualcosa sugli operai, a riprendere il mio lavoro sulla Sicilia,  a un paio di cose in Francia, ad altro sulla via della realizzazione…), mi dedico a mettere ordine al mio archivio, ad aggiornare le mie letture, a mettere qualche foto sul mio sito. Da oggi è on line una nuova galleria: sono le foto del lavoro sull’accademia di liuteria Stradivari, che avevo fatto per il Globe and Mail e di cui avevo parlato QUI. Nel frattempo sto preparando un nuovo portfolio, e una nuova galleria di ritratti.

E, nel tempo libero, leggo Altai, di Wu Ming. Dei quali si può pensare quello che si vuole, ma sono dei narratori sopraffini, che riescono ad affabulare come pochi. Proprio il genere di abilità che bisognerebbe raggiungere con macchina fotografica e audio.

Yet to be produced

It’s important that we know our best work is yet to be produced.  Our best is what is in us now, not what we – or others – admire about the past.  The current creative paradox or those conflicts that remain unresolved are in front of us and are what needs examining.

Via Permission to suck.

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