Lettera aperta/ritratti

(inizio una serie di lettere aperte a personaggi assortiti del mondo della fotografia. Senza una cadenza precisa, ma ogni tanto, quando il tempo e gli argomenti lo consentiranno, ne pubblicherò qualcuna. Comincio, oggi, con un post – citazione, che i lettori più attenti di questo blog non avranno problemi a riconoscere)

Caro soggetto a cui devo fare un ritratto,

buongiorno, sono Antonio, e sono stato incaricato di fotografarti. Come dici? Ah, non dovrei darti del tu, giusto, scusa. Ho iniziato solo perché anche Tu mi davi del tu, ma credo che avere la macchina fotografica al collo mi faccia diventare più piccoletto. Dicevo, mi hanno incaricato di farti un ritratto. Si, proprio a te, sai, sei una persona importante, sicuramente devi aver fatto qualcosa per cui altra gente vuole vedere la tua faccia, e i ritratti pittorici, mi spiace, li usano solo quelli molto ricchi, o quelli non tanto a posto con la testa, o più spesso una combinazione dei due.

Si, ovviamente, lo so che tu non vieni mai bene in foto, e che lo fai solo perché ci sei costretto, e che preferiresti non farlo. E per di più, hai lo strano sospetto che io sia qui a lucrare, ah! che indecenza! Lucrare sulla Tua Immagine…. Tranquillo, i tuoi pensieri su come appari male in fotografia sono corretti, e tutti ci sentiamo a disagio come una quindicenne, davanti all’obiettivo. Solo che tu, ovviamente, hai anche una tua teoria sulla civiltà dell’immagine in cui il controllo del proprio apparire è potere….Guardami come sono bravo mentre sorrido ammirato, e ti faccio credere che tu abbia detto qualcosa di originale. In fondo, io sono pagato anche per sentire te che mi dici le tue banalità, che accomuna il tuo ego fragile ai tanti altri che ho fotografato. E credimi: dite tutti la stessa cosa, con poche varianti. Adesso siediti, e comincia ad ignorarmi mentre ti dico come è meglio metterti, assumendo una posa che risale alle foto che ti faceva il tuo papà, con lo sguardo non puntato in macchina, e la fronte corrucciata che cerca di simulare pensosità, e una sorta di dannazione intellettuale. Sei un personaggio pubblico, uno che la gente ha interesse a conoscere, ma non hai mai pensato di poter finire di fronte ad un obiettivo. Il tuo nome stampato sui giornali ti fa piacere, ma la tua faccia ti disturba. Anzi no: nemmeno quella. Ti disturba che quella faccia, per arrivare sul giornale, debba essere fotografata da uno come me. Uno che preme i pulsanti, e solo per questa ragione pretende di avere la tua attenzione. Scusa, soggetto. Quando avrò tempo ti impegnerò in una discussione sulla semiotica, ma adesso non ho tempo. Devo lucrare sulla Tua Immagine, e dimenticarmi, per il momento, che tu mi sei debitore almeno quanto io lo sono con te, visto che la mia attenzione potrebbe rivolgersi da tutt’altra parte.

No, stai tranquillo, non durerà molto a lungo. In fondo, tu non hai tempo da perdere, no? Hai un sacco di cose da fare, di libri da studiare, di roba a cui pensare, e non puoi fermarti a perdere dieci minuti del tuo tempo preziosissimo a farti fotografare, in modo che la gente sappia chi sei tu. Io no, per me è diverso, stai tranquillo, caro soggetto: ho passato quasi trent’anni della mia vita a studiare, leggere, formarmi, specializzarmi, a fare foto, master, lauree etc. etc. al solo scopo di venire qui, e vedere la tua faccia annoiata mentre ti faccio delle foto. Stai tranquillo, io ho tanto tempo da perdere. Piuttosto, vediamo di fare in fretta, perché già qualcuno, qualcuno con qualcosa infinitamente importante da dirti, ti chiama. Poi ti pubblicheremo, e mi chiamerai per dirmi che la foto che ho mandato non ti piace, e pazienza se mi hai dato appena tre minuti dei dieci concordati e al terzo scatto già eri impaziente e ti mettevi come ti pareva: per ritrarre te non c’è bisogno di più scatti. Il Vero Fotografo è colui che sa cogliere il carattere, l’identità, la psicologia di un uomo o di una donna, e che sa farlo in appena tre scatti.

Non c’è bisogno nemmeno che usiamo tutta questa attrezzatura. Lo so che intimidisce, che la vista di un flash su uno stativo ha mandato in psicoterapia fior di intellettuali. D’altronde, se Dio ci ha dato la luce del sole, che motivo abbiamo noi di sostituirci a Lui, con queste macchinette che emanano luce? Scusami se ho pensato di poter fare del mio meglio per il Tuo ritratto, ma non avevo pensato che Tu sai già come illuminarti.

Che dire, caro Soggetto? Il tempo a nostra disposizione è già finito. Mi sarebbe piaciuto conoscerti meglio, ma lo so bene: il tempo a disposizione, gli impegni. Ci sentiamo presto. Si, certo, posso mandarti qualche scatto di questa sessione, così potrai chiedermi via mail come mai non sei venuto esattamente come volevi, e come ti sarebbe servito per quella foto che devi dare al tuo webmaster, e che avevi pensato di procurarti aggratis dal sottoscritto dopo avergli fatto perdere del tempo. Guarda, possiamo anche fare così: puoi pubblicare la foto, mettendo il mio nome, come ti sei premurato di precisare, come se mi stessi facendo un regalo. E in più, potrei mandarti le mie ultime bollette del telefono: non credo che la Vodafone si accontenterà di “c’è il mio nome sul sito di Pinco Pallo” come pagamento.

Caro Soggetto da ritrarre, lo so che sono un incontentabile, e che se fosse per me ti terrei per 23 ore a cambiare posizione e luce in modo da avere quel riflesso negli occhi. Ma ti prego: stai un attimo fermo mentre cerco di fare il mio lavoro. Poi scomparirò, amici come prima, e leggerò anche il tuo libro, guarderò i tuoi film, mi appassionerò alle tue partite.

Se ci fossero scorciatoie, faremmo tutti i fotografi….

The photography landscape is littered with the roadkill of those who think they are entitled to success. But long-term, sustainable success — especially today — is not achieved by fancy photo tricks and online “attaboys.” It’s achieved by hard work, day in and day out.

Via Blackstar Rising.

Ingiuste fotografie

Sono ancora impegnato a fotografare la Settimana Alfonsiana (qui un resoconto della prima giornata). Ritratti degli ospiti (ieri ho fotografato Vito Mancuso, oggi è il turno di Guglielmo Epifani) e della situazione. Fatta eccezione per le luci, neon ai vapori di sodio che mi fanno venire gli incubi da due notti, non è una situazione di per sé molto impegnativa, così posso ascoltare le conferenze, che sono organizzate come esecuzioni diverse di un unico tema centrale, tratto dalle Sacre Scritture. Così, il teologo dà il suo punto di vista, lo scrittore – giornalista un altro, il filosofo un altro ancora, e così via. Il tema di quest’anno è “chiunque teme Dio e pratica la giustizia, a qualsiasi popolo appartenga, è a lui gradito”

Purtroppo non ci sono critici d’arte o fotografici, sarei stato curioso di sentire come avrebbero interpretato il tema della giustizia tra gli uomini. Lo suggerirò agli organizzatori, per il prossimo anno. Un’idea che mi è venuta, riguardo immagini e giustizia, è che molto spesso, per farsi un’idea della situazione, e governare, le classi dirigenti hanno bisogno di immagini. Immagini che dipingano la situazione, immagini che a volte vanno interpretate, ma che diventano un importante strumento di controllo.

Sto pensando, per esempio, al contributo incredibile che la cartografia, la fotografia da satellite, l’elaborazione di dati visivi di varia provenienza danno nel movimentare risorse e potere ai giorni nostri. Immagini satellitari di una inondazione, paragoni tra le stesse foto di un’area colpita da un terremoto, fotografie di reportage, sono gli strumenti più potenti di cui i mass media di oggi dispongono per movimentare l’opinione pubblica e svolgere una funzione di decisione dell’agenda politica. In altre parole, la gestione delle immagini fisse, insieme alla parola scritta e ai video, varia il modo in cui risorse materiali e simboliche vengono allocate. Dunque, in definitiva, hanno un influsso deciso su come la giustizia viene somministrata ai governati.

Sono convinto che le immagini fisse abbiano molto più potere, in questo senso, e che lo abbiano acquisito soprattutto negli ultimi anni. Ma, come sempre, c’è il rovescio della medaglia. Se è vero (e penso lo sia) che un’immagine fotografica, in quanto tale, ha sempre un grado di menzogna al suo interno, allora tale menzogna può essere utilizzata per praticare e incoraggiare le ingiustizie. Mostrare cose che non avvengono, o tacere cose che invece avvengono. Per tornare all’esempio delle immagini satellitari, le foto possono mostrare la distruzione, ma non le cause profonde di quella distruzione. Ed è un meccanismo che chi comanda conosce benissimo, saturando tutti i canali di comunicazione con immagini, quando succede qualcosa di controverso. In questo modo, abbiamo l’illusione di sapere ed essere informati; ma lasciamo passare sostanzialmente intatte tutte le ingiustizie che sono connesse al fatto controverso.

Per esempio, le foto di Abu Graib hanno contribuito a svelare e a porre rimedio ad una situazione di palese ingiustizia, in cui carcerati erano torturati e seviziati. Il giusto scandalo, le scuse dell’amministrazione americana, il dibattito sul trattamento equo dei prigionieri, hanno sempre però evitato accuratamente una domanda fondamentale: era giusto, o meno, che gli statunitensi fossero lì in Iraq? Ok: domanda che veniva posta in altre sedi e occasioni; e a cui non si poteva dare risposta in modo secco. Ma qui quello che mi preme è questo: di fronte al maggiore scoop fotogiornalistico del decennio, si aveva l’illusione che un’ ingiustizia fosse venuta a galla e punita, mentre in realtà ne passava sotto silenzio una ancora maggiore.

Come sempre, quindi, bisogna contestualizzare le immagini, e chiedersi chi le abbia prodotte e con quale scopo. La scuola del reportage fotografico si basa su un vecchio, nobile assunto, che vorrebbe il fotoreporter impegnato a scovare e mostrare le ingiustizie del mondo. Questo assunto non ha per niente perso valore, anzi, è più attuale che mai. Ma si deve tenere presente che le immagini di reportage potrebbero essere usate per perpetrare altre ingiustizie, più subdole, o per tacerne altre, o ancora per narcotizzare chi potrebbe chiedere conto di quelle ingiustizie. La fotografia non è mai giusta, o ingiusta, di per sé. Lo diventa.

Settimana Alfonsiana

Da oggi, e per tutta la settimana, sarò a Palermo, per fotografare lo svolgimento della Settimana Alfonsiana. Si tratta di una serie di incontri con personalità del mondo della cultura, della filosofia, del mondo accademico e religioso, ispirati da un tema tratto dalla Bibbia, che poi viene esaminato dal punto di vista di ciascun relatore. Quest’anno, tra gli altri, ci saranno Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Vito Mancuso, Massimo Cacciari, Guglielmo Epifani. Il programma completo si può leggere qui.

Credo che, oltre a fotografare le conferenze e il pubblico, cercherò di ottenere un ritratto ambientato per ciascuno degli ospiti. Mi porto un’attrezzatura minima (un flash, stativo, ombrello, concentratore, gelatine), e bel pò di inventiva. D’altronde, il luogo in cui si svolgono tutti gli incontri è un convento: una miniera inesauribile di buoni luoghi per fotografare.

Le conferenze, per chi volesse venire, si tengono alle 17 di ogni giorno, fino a venerdì, in Via Badia, nella sede dei Padri Redentoristi, nella zona di Uditore.

Ancora un po’ di fanta….

Nell’ultimo post parlavo di fotografia e fantascienza, chiedendomi come mai non ci fosse una produzione di fotografie fantascientifiche. Cinema e illustrazione, da sempre, ci fanno vedere ciò che è impossibile vedere.

La fotografia, quando si occupa di scienza e fantascienza, sembra invece mostrarci la via più semplice per capire cose complicate. Ma ammetto che detto così non sembra tanto professionale. E, soprattutto, non spiega come la fotografia ci mostri questa via più semplice, con quale meccanismo comunicativo.

Se non che, leggendo il blog (autorevolissimo, interessante: una lettura obbligata per qualsiasi appassionato di fotografia) di Michele Smargiassi, trovo un post in cui, parlando della mostra di Eleonora Rossi a Lucca che ha per tema il pentimento, l’autore si occupa di un argomento che ha parecchie affinità (mi sembra) con quello che volevo dire io.

Scrive Smargiassi:

L’ebbrezza di onnipotenza che continua a fluire nelle vene della fotografia a dispetto di mille smentite ha prodotto nel corso della storia parecchi tentativi di fotografare l’invisibile, l’astratto, se non addirittura il metafisico e l’ultraterreno.

Si, decisamente si. Atteggiamento che è semplificato alla perfezione da Garcia Marquez nel suo Cent’anni di solitudine, in cui a un certo punto Josè Arcadio Buendia si mette a usare il dagherrotipo per trovare la prova scientifica dell’esistenza di Dio. E, proprio come nel romanzo, la fotografia ha sempre mostrato una certa testardaggine nel perseguire questo compito.

Fino a quando la fotografia, con mezzi più o meno costosi, può mostrare degli oggetti, è, diciamo così, al sicuro. La riproduzione di microbi, particelle, o parti dello spazio profondo, o di fenomeni della fisica (l’esplosione di una mela al passaggio di un proiettile) è ancora un’impronta, un indice, una testimonianza della compresenza fisica di oggetto fotografato e supporto fotografico. Ma con oggetti meno facili? Inconoscibile, invisibile, metafisica…. Che dire, allora, del mondo fisico che ci circonda? Come si mostra, con le immagini, una particella di materia, un’onda gravitazionale, l’energia, la teoria della relatività?

Smargiassi, a proposito del pentimento, propone una spiegazione, che faccio mia:

la fotografia, quando osa affrontare argomenti che vanno oltre il sensibile e il tangibile, non può che diventare metonimia: ovvero non può offrirci che oggetti visibili per significare concetti invisibili.

In effetti. Quello che i fotografi che si occupano di scienza e scoperte scientifiche fanno, quando devono far vedere un concetto che va oltre il tangibile, non è altro che usare la parte per il tutto. Per esempio, Louie Psihoyos, quando deve mostrare una cosa come il sovraccarico di informazioni, la ridondanza e l’eccesso di materiale informativo nella nostra società, si serve di un mezzo – gli schermi televisivi – per significare quello che i Living Colour chiamavano Information Overload in una bellissima canzone.

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Ma, a ben pensarci, c’è un genere particolare della fotografia che fa sempre uso della metonimia: il reportage. Che non fa altro che selezionare pezzi di un continuum, che è la realtà, per rappresentarla. In questo caso, però, ad essere diversa è la finalità: non mostrare l’invisibile, ma riassumere un sistema – la realtà – che non si può osservare nella sua totalità senza mettere in opera una selezione, un taglio. Il che ci porta a discorsi sulla conoscibilità del reale, o sul disordine cui naturalmente tende il mondo. Disordine che la fotografia ha sempre cercato di contrastare, con i suoi strumenti: inquadratura, messa a fuoco, tempo dello scatto, luce. Tutti mezzi con cui selezionare qualcosa e lasciarne altre fuori, ridurre il rumore, trovare un codice. Di nuovo, il senso di onnipotenza. Se non altro, quando qualcuno mi dirà di sistemare quel macello sulla scrivania, potrò farmi trovare con la fotocamera montata sul cavalletto, e sostenere che sto mettendo ordine. Chissà se sarò credibile.

Fanta che? Vuoi della fantascienza da bere?

Essendo di estrazione un pò nerd, lo ammetto, mi piace da matti la fantascienza. Preferisco di gran lunga leggerla che guardarla su uno schermo, visto che molto spesso i film di fantascienza sono delle ciofeche inguardabili. Ma i bei film di fantascienza sono belli davvero. Non bisogna dimenticare che IL film, imprescindibile, è 2001: odissea nello spazio.

Navigando, ieri, mi è capitato di finire, per due volte, sul sito di Douglas Trumbull. Personaggio di cui, lo ammetto, non sapevo nulla, prima di guardare la pagina su Wikipedia, ma che in un attimo mi è diventato familiare: regista e produttore, ha realizzato gli effetti speciali di filmetti come Blade Runner, Incontri Ravvicinati del Terzo tipo, Star Trek e lo stesso 2001. Uno che la definizione di “effetti speciali” l’ha inventata, così come la conosciamo oggi. Ed è interessantissimo vedere i video in cui Trumbull svela i metodi, tutti analogici, con cui ha realizzato scene rimaste impresse a generazioni di spettatori. Non posso fare a meno di pensare a una qualsiasi città futura come se fosse uscita da Blade Runner, per esempio, con il clima impazzito, le industrie che divorano risorse, luce, spazio, che ne segnano il profilo de – umanizzato. Mondi forgiati nell’acciaio….

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La fantascienza, da sempre, ha, tra gli innumerevoli compiti che si è data, quello di farci vedere, letteralmente vedere, il mondo del futuro, come sarà, come potrebbe essere, e, forse, come già è, in versione estremizzata. E, dato che deve far – vedere, il ruolo del cinema, e dell’immagine, è sempre stato fondamentale nella fantascienza. Mi vengono in mente diverse sequenze, in cui il centro dell’inquadratura è l’occhio. Ma, ancora di più, mi viene in mente tutta una sottocultura di locandine, poster e copertine di libri che, di fatto, hanno segnato l’iconografia del genere, dagli anni ’40 in poi. Per esempio, in Italia, i libri di Urania sono sempre stati inconfondibili per il design delle copertine:

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Negli anni ’90 passarono a design più futuristici. In fondo, il cyberpunk iniziava a consolidarsi, “fantascienza” in quegli anni significava di più lunghi viaggi in freddissimi circuiti e reti telematiche, e anche la grafica cercava di adeguarsi, cercando di imitare questa freddezza cibernetica:

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Urania è sicuramente un punto di riferimento, anche visivo, per chi abbia seguito la fantascienza in Italia. Ma bisogna dire che anche altre case editrici hanno saputo darsi uno stile di riferimento. Per amor di brevità, ricordo solo i tipi di Fanucci, che stanno ripubblicando tutta l’opera di Philip K. Dick,  che hanno creato uno stile molto più minimale e iconico, rispetto a quello di Urania, ma che è efficacissimo, secondo me, nell’evocare atmosfere futuristiche piazzando l’essenziale nella copertina.

E la fotografia? Qui il discorso si fa interessante. Non credo esista settore editoriale, o grafico, in cui la fotografia venga usata meno, che nel settore della fantascienza. Si, ok: c’è tutta una produzione di fotografie, nate per scopi scientifici, che vengono rielaborate e usate come copertina. Penso a immagini di pianeti, galassie, e ai capolavori prodotti da Hubble, su cui bisognerebbe fare mostre su mostre. Ma, che io sappia, non esiste una produzione di foto fantascientifiche, propriamente dette, che interpretino la copertina di un libro, o la locandina di un film, con i mezzi propri dell’immagine fotografica.  Forse perché nel momento stesso in cui una scoperta, un’invenzione, una teoria scientifica, vengono fotografate, diventano meno fantascientifiche, più parte del reale. In fondo, la fotografia ha sempre avuto il ruolo di testimoniare la realtà; e questo potrebbe essere una delle dimostrazioni più lampanti.

Ho sempre pensato che fotografi di scienza come Peter Menzel, Louie Psihoyos e George Steinmetz, tra gli altri, hanno un certo tocco fantascientifico. Il che credo che sia dato dalla capacità di interpretare, in modo iconico e con gli strumenti della fotografia, importanti intuizioni della ricerca e della filosofia. Il compito del fotografo di (fanta)scienza quindi sarebbe fare vedere il difficile da capire, più che fare vedere l’impossibile da vedere. In questo, probabilmente, la fotografia si distanzia sia dal cinema, a cui da sempre abbiamo chiesto di rendere visibile l’impossibile da vedere, che dall’illustrazione, che può mostrare tutto ciò che gli occhi, probabilmente, non vedranno mai. La fotografia, quando si occupa di illustrare la scienza, lo fa per mostrare ciò che già esiste, ma che ancora non è stato capito (ovviamente non sto parlando di fotografia scientifica propriamente detta, dove la fotografia viene usata come strumento oggettivo di conoscenza. Anche se, a pensarci bene, anche quando la fotografia diventa più simbolica e interpretativa, lo fa per diventare un oggetto di conoscenza: per mostrare la scienza anche a chi non è un addetto ai lavori).

Discorso lungo, e complesso, e passibile di diverse critiche, me ne rendo conto. Ma parliamone: digitando “science fiction photography”, su google, ho trovato il progetto “Where I write: fantasy & science fiction authors in their creative spaces”, del fotografo statunitense Kyle Cassidy. Una serie di ritratti di scrittori di fantascienza ripresi nel loro studio. Idea grandiosa, ma, purtroppo, mancano i migliori: Neal Stephenson e Valerio Evangelisti. Mi toccherà rimediare.

Trovare soggetti sparsi

Una delle cose più difficili che trovo fare, da quando ho iniziato a fare questo lavoro, è individuare soggetti di cui occuparmi. A dire il vero, era una cosa difficile già prima, quando mi divertivo a scribacchiare storielle, e quando lavoravo in una radio locale di Bologna durante l’università (ah! bei tempi).

Trovare un argomento di cui parlare, una storia da raccontare con le parole o le immagini, non è mai stata una cosa facile; e non devo essere il solo a trovarmi in difficoltà, se nei corsi  di giornalismo di tutto il mondo una delle prime cose che vengono affrontate, è proprio cos’è la notizia e come si trova. (con scarsi risultati globali, devo dire). Io di solito sto lì a cercare, navigare su internet, leggere libri, parlare con le persone, sempre pronto a cogliere un’idea, a capire se ci sono cose che posso seguire e fotografare. Faccio i compiti per casa: mi dedico ad attività creative e rilassanti, in cui la mia mente può vagare, leggo e faccio cose che non hanno nulla a che vedere con la fotografia, tengo un diario, vado alle mostre. E ovviamente, nonostante tutti questi tentativi di rendere sistematica la produzione di idee, quelle maledette vengono sempre fuori nei modi più impensati. Facendo due chiacchere con la nonna, guardando un noioso calendario di foto – cartolina, bevendo caffé. Anzi no, bere caffé non ha effetti sull’ idea – finding: con tutto quello che mi bevo ogni giorno, dovrei avere un paio di idee rivoluzionarie a settimana. Invece, di rivoluzionario ho solo il caratteraccio.

Ho sperimentato anche qualche tecnica, di quelle consigliate dai coach. Brain storming, visualizzazione creativa. Ma il brainstorming mi è sembrato solo un modo faticoso per tirare fuori dalla testa, in un battibaleno, un mucchio di banalità che altrimenti sarebbero emerse con lentezza. Alla fine, guardi il foglio, e valuti che le idee (che ovviamente hai scritto senza giudicare, proprio come ti hanno suggerito) fanno schifo. Appallottoli il foglio, e ricominci.

Ma prima o poi l’idea salta fuori (credo grazie a tutto il lavoro preparatorio, chiamiamolo così). Di solito, sotto forma di un argomento, più o meno grande, che vuoi affrontare. Una volta, al mio master in reportage, un tizio se ne uscì con l’idea di fare un reportage sul medioevo. Punto. Panico tra gli altri partecipanti. Misurata reazione del Prof., Sandro Iovine, che in quei momenti (e sono tanti) immagino faccia brainstorming passando in rassegna nella sua mente tutti i modi più raffinati di uccidere. Un reportage sul medioevo; ma ho sentito anche di idee di reportage sui vulcani, sulle tigri, sulla società italiana, sul problema del riscaldamento globale. La gente ha aspirazioni elevate, senza dubbi.

Ora: preparare un reportage ricorda spesso il preparare un testo argomentativo (per certi aspetti. Per altri, è più simile al poetare). Nella fase di studio e circoscrizione dell’argomento, è meglio attenersi ad una semplice regola: più ristretto il soggetto, meglio si può maneggiare. Più che “vulcani”, meglio “eruzioni notturne dello Stromboli”; più che “riscaldamento globale”, “pale eoliche a Sambuca di Sicilia”, e così via. Restringere. E, alla fine, avere un soggetto di cui si può sapere, e fotografare, una porzione grande di ciò che c’è da sapere.

Ok. Ma, una volta che abbiamo il soggettone, l’argomento della storia, abbiamo finito? Ach nein! Qui diventa ancora più difficile, mannaggia alla fotografia. Io di solito mi incaglio proprio in questa fase. Immaginare reportage è facile. Immaginare come farli, è quello che distingue un fotografo vero da…. beh, da me. Ci sono saggi, libri e interi workshop succhiasoldi dedicati all’argomento. Il consiglio su cui tutti convergono è: sezionare il soggettone in tanti piccoli pezzi, che si possano seguire singolarmente, e poi fotografarli massivamente, più volte, in modo esauriente. Questa cosa chiama in ballo diverse abilità, come il sapere visualizzare in anticipo una storia, il sapere come la si vuole raccontare, l’impostazione e altre amenità simili. Tutte cose che presuppongono una buona conoscenza del soggetto. E qui iniziano le leggende: fotografi di National Geographic che scrivono 10 parole chiave su tovaglioli di bar, altri che si appuntano cose a biro direttamente sulle mani mentre fotografano, fotografi che tengono interi schedari per tenere in ordine il filo della storia….

Devo dire che è con una certa soddisfazione che ho letto il post di Alec Soth in cui lancia il progetto “From here to there”. Soth (che in passato aveva un blog molto migliore di quello odierno, molto più divertente) spiega che un trucco che usa per fare foto è scrivere una lista di soggetti su cui è curioso, e semplicemente uscire a cercarli. Anche se poi non li trova, l’atto stesso di cercare dei soggetti lo spinge a uscire, a fotografare, a sentire cosa succede nel mondo. Credo che sia un’idea grandiosa. Anch’io voglio scrivere la mia lista di soggetti. Tipo: progresso scientifico, musicisti jazz, uomini con il cappotto, cucine degli anni ’70. (ma la soddisfazione per aver letto quel post era un’altra. Era per aver scoperto che persino i grandi fotografi devono ricorrere a del lavoro per stimolare la creatività. Non una grande scoperta, ma fa bene rinfrescarla ogni tanto. E ci mette sullo stesso piano: io sono convintissimo del fatto che, con il dovuto impegno e lavoro, tutti possiamo riuscire a fare quello che vogliamo. Magari non diventeremo Alec Soth. Ma nemmeno rimarremo dove siamo).

E’, ripeto, un bell’esercizio da fare. Ma andrebbe integrato. I soggetti che propone Soth, infatti, sono, sembrano, slegati tra loro. E allora mi viene da chiedermi: c’è, dietro questi soggetti, un soggettone più grande che li racchiude? Un reportage in cui possono entrare piloti stranamente bassi, che, con in una mano una valigia e nell’altra un bambino che dorme, parlano con guardiani di musei in cui sono esposti quadri e pitture amatoriali, ma che preferiscono andare al bar accompagnati da una pecora che guida una berlina verso la cassa. Uhm. Dovrò pensarci. Forse è qualcosa sul riscaldamento globale?

In ogni caso, quell’elenco mostra dei soggetti (apparentemente) slegati tra loro (ed una delle obiezioni che si potrebbero muovere è che sono slegati fino a che non è una fotocamera a legarli), ed è una cosa che mi piace tantissimo, visto che slega la fotografia, la fotografia di reportage e documentaria, dal doversi occupare di una storia. Esistono anche ricerche di soggetti che non devono essere per forza condotte con un macro – soggetto in mente. Esistono micro – storie. Esistono fotografie, pure e semplici, scattate per pura e semplice curiosità. Il che è, di nuovo, una cosa un pò banale da ricordare. Ma non fa male farlo. Non per me e per i miei due lettori, almeno. Io non sono il genere di fotografo che passeggia sempre con la macchina in tasca, e quando esco con l’attrezzatura, devo avere una storia, per quanto piccola, in mente. Retaggio della mia formazione, degli insegnamenti del mio maestro e delle mie letture (chi tratta meglio della scelta del soggetto, e della divisione in sottogeneri, è David Hurn di Magnum, nel suo On Being a Photographer. Credo ci sia anche un pdf gratuito in giro per la rete, ma non ne sono sicuro). Ogni tanto vorrei liberarmi di questa “costruzione”, e secondo me inquadrare la ricerca di foto come fa, in questo caso, Soth, può rendere le cose più divertenti. Una lista di soggetti totalmente random. Penso che scriverò presto la mia. Chissà come sarà contento, il Direttore.

Impegno per impegno

I primi giorni di settembre sono dedicati (o, almeno, io li dedico) da sempre al passaggio da una fase dell’anno all’altra. Non si è più nel cuore dell’estate, con i suoi ritmi lenti, le immersioni e le paste coi ricci. E non si è ancora nella macchinetta tritacarne dell’inverno, con il suo freddo, il suo lavoro continuo. Così, uso questi giorni per ricaricarmi e prepararmi, riprendere contatto con il lavoro e tutte le cose da fare, rimettermi a leggere, a sintonizzarmi con il mondo.

(mi piace tanto, da che io ricordi, seguire il festival di Venezia in questo periodo. E non per il festival in sé, ma perché trovo che sia un bel modo di tornare a impegnare la testa, che durante l’estate è stata impegnata a pensare ad altre cose, o a non pensare e basta)

Questa estate è stata strana: mai più di due giorni fermo, sempre in giro, per la Sicilia, per i mari che la circondano, o per la mitteleuropa (a giorni pubblicherò le foto del mio viaggio automobilistico Palermo – Vienna. Medio formato in bianco e nero, maledetta la mia anima fighetta). Un sacco di caldo, e qualche foto. Anzi, parecchie foto. Tutte cose che mi hanno fatto trascurare un pò gli aspetti, chiamiamoli così, da ufficio del mio lavoro: spedire le mail, tenere gli edit aggiornati, contattare la gente, fare le telefonate, sollecitare la gente che non ti paga…. Il lato che, agli occhi di chi mi circonda, è più rassicurante: per qualche strano motivo, la gente non ti fa domande quando dici che il tuo lavoro consiste nello stare seduto a una scrivania davanti a un computer, e nell’avere una pausa pranzo.

Così, in questi giorni di settembre, che di solito la gente usa per avere delle impressioni (o, almeno, dai tempi dell’omonima canzone, è obbligatorio avere delle Impressioni di Settembre, e di condividerle. “Caro, ho come l’impressione che ‘sto pesce non sia proprio fresco”. “cara, la tua è proprio un’impressione di settembre”. E parte il giro progressive di organo Hammond), io li sto usando per rimettermi al passo. Aggiornarmi, scrivere mail e progetti, chiamare la gente per farli leggere. In teoria dovrei essere contento: lavoro otto ore al giorno, e quando mi chiama qualcuno non rispondo più “si, sono libero: faccio il fotografo”, ma “no, sono in ufficio al lavoro, vediamoci in pausa pranzo”. Che poi, l’ufficio non è altro che una stanza di casa. Eppure, mi sembra di sprecare del tempo. Si può sprecare del tempo lavorando?

A quanto pare, si. Nel senso che ci si tiene impegnati con mille cose, ma il lavoro, quello vero, quello creativo, non va avanti. Ne parlano, a zonzo per il web, un pò di blog dedicati alla creatività, e all’economia ad essa connessa. I miei preferiti: Permission to Suck (il cui Manifesto è proprio una bella lettura e fonte di ispirazione) e Lateral Action, soprattutto nel post intitolato Foolish Productivity). Tutti ruotano intorno all’idea che spesso questo tenersi occupati sia una trappola mentale. Molto spesso, l’individuo creativo deve lottare con tutta una serie di pensieri, che mi piace immaginare come tante versioni in miniatura della Bestia BugBlatta di Traal. Una bestia enorme, spaventosa e letale, ma del tutto stupida. Per eluderla, la Guida Galattica per Autostoppisti consiglia di bendarsi: la Bestia BugBlatta pensa che, se la vittima non può vederla, neanche lei può vedere la vittima, e la lascia in pace. Ecco, i pensieri bloccanti sono di questa portata: spaventosi, sembrano ineludibili e davvero insormontabili, finché non si scopre che hanno la stessa consistenza di un’asciugamano sulla testa. Uno di questi pensieri è “non ce la farò mai, è matematico” (segue alzata di spalle). Un altro è “gli altri sono in grado, io no, io non posso fare queste cose speciali” (ancora un’alzata di spalle). Un altro ancora è “il mio lavoro non mi porterà da nessuna parte” (alzata di spalle con salto carpiato). E, per finire questa carrellata (assolutamente non esaustiva: i cattivi pensieri, come parlamentari e tasse, cambiano di numero solo per crescere, mai per diminuire), “se lavoro con i ritmi che la società giudica rispettabili, nessuno mi guarderà male quando dirò che il mio lavoro è disegnare nuovi modelli di panchine per elefanti marziani” (alzata di spalle. A questo punto si è capito, suffragati dagli autorevoli studi del prof. Anacleto J. Amigdala, che questi pensieri provocano un riflesso al Gran Simpaticone del cervello, che per sottolineare la Veridicità Semantica Assoluta del concetto appena espresso, manda un impulso alle spalle. E’ un riflesso condizionato quindi! Come il canuzzo di Pavlov….).

In altre parole, cerchiamo di lavorare con quei ritmi perché la società ci ha detto che se non si tiene un orario 9-17 in una qualche attività, non si è produttivi. Ma bisogna proprio stabilire quand’è che un giornalista, un fotografo, un grafico, un designer, siano produttivi. Spedire mail, scrivere progetti, sono senz’altro strumenti essenziali di una professione. Ma si può dire che aumentino la produttività? Io dico di no. Le idee, e la loro realizzazione, avvengono in tutt’altro contesto, e questo contesto non è quello definito da Thunderbird e dal suo simpatico suono di “Inbox piena. Hai 127 messaggi da leggere. Se non li termini entro un’ora, il tuo computer regredirà a un Commodore 64”. Certo, senza tutto il lavoro di sostegno, le idee non si realizzano. Ma se tutto il tempo viene preso da quello, che cosa rimane?

Quindi: va bene il passare il tempo in ufficio a sbrigare faccende: nessun professionista che voglia definirsi tale non lo fa. Ma spesso questo lavoro tende a prendersi tutto il resto. Il che è male. Bisognerebbe trovare il tempo, l’equilibrio mentale e l’organizzazione per confinare tutto questo a un tempo definito, e passare il resto delle giornate, o della settimana, a cercare idee e a realizzarle.

La morale? Invece di continuare a scrivere mail, o di fare una noiosa selezione, ho passato il tempo scrivendo un post. E, dopo averlo scritto, mi sono reso conto di avere un’ottima scusa per mettermi a leggere Anathem senza sentirmi in colpa. Salute, dudes.

Nuova veste

Si, da oggi il sito, e i relativi portfolio, hanno una nuova veste, più fresca da guardare e da leggere. Presto, spero di aggiungere nuove gallerie di lavori fatti questa estate. E, ovviamente, notizie sui miei prossimi lavori, e qualche considerazione totalmente random sul mondo che mi circonda, fatta con il solito spirito.

A presto!