Fanta che? Vuoi della fantascienza da bere?

Essendo di estrazione un pò nerd, lo ammetto, mi piace da matti la fantascienza. Preferisco di gran lunga leggerla che guardarla su uno schermo, visto che molto spesso i film di fantascienza sono delle ciofeche inguardabili. Ma i bei film di fantascienza sono belli davvero. Non bisogna dimenticare che IL film, imprescindibile, è 2001: odissea nello spazio.

Navigando, ieri, mi è capitato di finire, per due volte, sul sito di Douglas Trumbull. Personaggio di cui, lo ammetto, non sapevo nulla, prima di guardare la pagina su Wikipedia, ma che in un attimo mi è diventato familiare: regista e produttore, ha realizzato gli effetti speciali di filmetti come Blade Runner, Incontri Ravvicinati del Terzo tipo, Star Trek e lo stesso 2001. Uno che la definizione di “effetti speciali” l’ha inventata, così come la conosciamo oggi. Ed è interessantissimo vedere i video in cui Trumbull svela i metodi, tutti analogici, con cui ha realizzato scene rimaste impresse a generazioni di spettatori. Non posso fare a meno di pensare a una qualsiasi città futura come se fosse uscita da Blade Runner, per esempio, con il clima impazzito, le industrie che divorano risorse, luce, spazio, che ne segnano il profilo de – umanizzato. Mondi forgiati nell’acciaio….

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La fantascienza, da sempre, ha, tra gli innumerevoli compiti che si è data, quello di farci vedere, letteralmente vedere, il mondo del futuro, come sarà, come potrebbe essere, e, forse, come già è, in versione estremizzata. E, dato che deve far – vedere, il ruolo del cinema, e dell’immagine, è sempre stato fondamentale nella fantascienza. Mi vengono in mente diverse sequenze, in cui il centro dell’inquadratura è l’occhio. Ma, ancora di più, mi viene in mente tutta una sottocultura di locandine, poster e copertine di libri che, di fatto, hanno segnato l’iconografia del genere, dagli anni ’40 in poi. Per esempio, in Italia, i libri di Urania sono sempre stati inconfondibili per il design delle copertine:

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Negli anni ’90 passarono a design più futuristici. In fondo, il cyberpunk iniziava a consolidarsi, “fantascienza” in quegli anni significava di più lunghi viaggi in freddissimi circuiti e reti telematiche, e anche la grafica cercava di adeguarsi, cercando di imitare questa freddezza cibernetica:

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Urania è sicuramente un punto di riferimento, anche visivo, per chi abbia seguito la fantascienza in Italia. Ma bisogna dire che anche altre case editrici hanno saputo darsi uno stile di riferimento. Per amor di brevità, ricordo solo i tipi di Fanucci, che stanno ripubblicando tutta l’opera di Philip K. Dick,  che hanno creato uno stile molto più minimale e iconico, rispetto a quello di Urania, ma che è efficacissimo, secondo me, nell’evocare atmosfere futuristiche piazzando l’essenziale nella copertina.

E la fotografia? Qui il discorso si fa interessante. Non credo esista settore editoriale, o grafico, in cui la fotografia venga usata meno, che nel settore della fantascienza. Si, ok: c’è tutta una produzione di fotografie, nate per scopi scientifici, che vengono rielaborate e usate come copertina. Penso a immagini di pianeti, galassie, e ai capolavori prodotti da Hubble, su cui bisognerebbe fare mostre su mostre. Ma, che io sappia, non esiste una produzione di foto fantascientifiche, propriamente dette, che interpretino la copertina di un libro, o la locandina di un film, con i mezzi propri dell’immagine fotografica.  Forse perché nel momento stesso in cui una scoperta, un’invenzione, una teoria scientifica, vengono fotografate, diventano meno fantascientifiche, più parte del reale. In fondo, la fotografia ha sempre avuto il ruolo di testimoniare la realtà; e questo potrebbe essere una delle dimostrazioni più lampanti.

Ho sempre pensato che fotografi di scienza come Peter Menzel, Louie Psihoyos e George Steinmetz, tra gli altri, hanno un certo tocco fantascientifico. Il che credo che sia dato dalla capacità di interpretare, in modo iconico e con gli strumenti della fotografia, importanti intuizioni della ricerca e della filosofia. Il compito del fotografo di (fanta)scienza quindi sarebbe fare vedere il difficile da capire, più che fare vedere l’impossibile da vedere. In questo, probabilmente, la fotografia si distanzia sia dal cinema, a cui da sempre abbiamo chiesto di rendere visibile l’impossibile da vedere, che dall’illustrazione, che può mostrare tutto ciò che gli occhi, probabilmente, non vedranno mai. La fotografia, quando si occupa di illustrare la scienza, lo fa per mostrare ciò che già esiste, ma che ancora non è stato capito (ovviamente non sto parlando di fotografia scientifica propriamente detta, dove la fotografia viene usata come strumento oggettivo di conoscenza. Anche se, a pensarci bene, anche quando la fotografia diventa più simbolica e interpretativa, lo fa per diventare un oggetto di conoscenza: per mostrare la scienza anche a chi non è un addetto ai lavori).

Discorso lungo, e complesso, e passibile di diverse critiche, me ne rendo conto. Ma parliamone: digitando “science fiction photography”, su google, ho trovato il progetto “Where I write: fantasy & science fiction authors in their creative spaces”, del fotografo statunitense Kyle Cassidy. Una serie di ritratti di scrittori di fantascienza ripresi nel loro studio. Idea grandiosa, ma, purtroppo, mancano i migliori: Neal Stephenson e Valerio Evangelisti. Mi toccherà rimediare.

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