Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Ancora un po’ di fanta….

Nell’ultimo post parlavo di fotografia e fantascienza, chiedendomi come mai non ci fosse una produzione di fotografie fantascientifiche. Cinema e illustrazione, da sempre, ci fanno vedere ciò che è impossibile vedere.

La fotografia, quando si occupa di scienza e fantascienza, sembra invece mostrarci la via più semplice per capire cose complicate. Ma ammetto che detto così non sembra tanto professionale. E, soprattutto, non spiega come la fotografia ci mostri questa via più semplice, con quale meccanismo comunicativo.

Se non che, leggendo il blog (autorevolissimo, interessante: una lettura obbligata per qualsiasi appassionato di fotografia) di Michele Smargiassi, trovo un post in cui, parlando della mostra di Eleonora Rossi a Lucca che ha per tema il pentimento, l’autore si occupa di un argomento che ha parecchie affinità (mi sembra) con quello che volevo dire io.

Scrive Smargiassi:

L’ebbrezza di onnipotenza che continua a fluire nelle vene della fotografia a dispetto di mille smentite ha prodotto nel corso della storia parecchi tentativi di fotografare l’invisibile, l’astratto, se non addirittura il metafisico e l’ultraterreno.

Si, decisamente si. Atteggiamento che è semplificato alla perfezione da Garcia Marquez nel suo Cent’anni di solitudine, in cui a un certo punto Josè Arcadio Buendia si mette a usare il dagherrotipo per trovare la prova scientifica dell’esistenza di Dio. E, proprio come nel romanzo, la fotografia ha sempre mostrato una certa testardaggine nel perseguire questo compito.

Fino a quando la fotografia, con mezzi più o meno costosi, può mostrare degli oggetti, è, diciamo così, al sicuro. La riproduzione di microbi, particelle, o parti dello spazio profondo, o di fenomeni della fisica (l’esplosione di una mela al passaggio di un proiettile) è ancora un’impronta, un indice, una testimonianza della compresenza fisica di oggetto fotografato e supporto fotografico. Ma con oggetti meno facili? Inconoscibile, invisibile, metafisica…. Che dire, allora, del mondo fisico che ci circonda? Come si mostra, con le immagini, una particella di materia, un’onda gravitazionale, l’energia, la teoria della relatività?

Smargiassi, a proposito del pentimento, propone una spiegazione, che faccio mia:

la fotografia, quando osa affrontare argomenti che vanno oltre il sensibile e il tangibile, non può che diventare metonimia: ovvero non può offrirci che oggetti visibili per significare concetti invisibili.

In effetti. Quello che i fotografi che si occupano di scienza e scoperte scientifiche fanno, quando devono far vedere un concetto che va oltre il tangibile, non è altro che usare la parte per il tutto. Per esempio, Louie Psihoyos, quando deve mostrare una cosa come il sovraccarico di informazioni, la ridondanza e l’eccesso di materiale informativo nella nostra società, si serve di un mezzo – gli schermi televisivi – per significare quello che i Living Colour chiamavano Information Overload in una bellissima canzone.

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Ma, a ben pensarci, c’è un genere particolare della fotografia che fa sempre uso della metonimia: il reportage. Che non fa altro che selezionare pezzi di un continuum, che è la realtà, per rappresentarla. In questo caso, però, ad essere diversa è la finalità: non mostrare l’invisibile, ma riassumere un sistema – la realtà – che non si può osservare nella sua totalità senza mettere in opera una selezione, un taglio. Il che ci porta a discorsi sulla conoscibilità del reale, o sul disordine cui naturalmente tende il mondo. Disordine che la fotografia ha sempre cercato di contrastare, con i suoi strumenti: inquadratura, messa a fuoco, tempo dello scatto, luce. Tutti mezzi con cui selezionare qualcosa e lasciarne altre fuori, ridurre il rumore, trovare un codice. Di nuovo, il senso di onnipotenza. Se non altro, quando qualcuno mi dirà di sistemare quel macello sulla scrivania, potrò farmi trovare con la fotocamera montata sul cavalletto, e sostenere che sto mettendo ordine. Chissà se sarò credibile.

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4 Comments

  1. Martino

    Non so perché ancora non mi ero iscritto ai tuoi feed 😛 Già che ci sono, e visto che è in tema con il post, ti segnalo questa fotografia “particolare”… http://www.nasa.gov/mission_pages/mer/multimedia/gallery/pia13419.html

  2. Antonio Giordano

    Eheh…. che bel sassolino alieno.
    Mi piace molto anche il nome gaelico, sono pazzi questi scienziati….
    Hai visto le nuove foto di Hubble? Stanno arrivando cose bellissime dal vecchio telescopio galattico 🙂

  3. Martino

    Mi avevano colpito le specifiche tecniche della foto in particolare:

    “This view, presented in approximately true color, combines component images taken through three Pancam filters admitting wavelengths of 601 nanometers, 535 nanometers and 482 nanometers. ”

    Anche tu misuri le foto in lunghezze d’onda? 😀

    Sempre al volo e sempre in tema, ottima segnalazione di Amedeo Balbi sul suo blog: http://www.keplero.org/2010/10/cose-belle-dal-cosmo.html

  4. Antonio Giordano

    Hai decisamente colto lo spirito 🙂

    Sai che questa è una difficoltà tipica di quando parlo di fotografia con ingegneri, scienziati e gente di quel ramo? Di solito tendono a vedere una fotografia come qualcosa che si può analizzare e sezionare in vari modi oggettivi (tra cui le lunghezze d’onda), mentre io guardo tutt’altro. Ma a volte parliamo linguaggi simili (se io dico che c’è una dominante rossa in un soggetto, probabilmente il suo spettro è più spostato verso il rosso). Ecco che arriva l’ovvietà: dipende dall’uso della foto.

    Fermo restando che di fronte a capolavori come le foto alle nebulose, non c’è nessuna discussione di “spettro” che voglio sentire, voglio godermi in pace la foto, e basta! 😉

    Incredibili le foto dell’ESO, non le avevo ancora viste….

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