Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Month: ottobre 2010 (Page 1 of 2)

Saturday poem: Pablo Neruda

E’ stata una settimana passata sulle rive del mare, a inseguirlo, a capire come si dispiega qui, sulla costa meridionale della Sicilia. Non potevo che utilizzare, quindi, una poesia di Neruda, che il mare ha cantato più volte nella sua vita. Questa, che non conoscevo, è tratta dal Memorial de Isla Negra. Buon fine settimana a tutti, e ci vediamo martedì!

Pablo Neruda – Il Mare

Ho bisogno del mare perché m’insegna:
non so se imparo musica o coscienza:
non so se è onda sola o essere profondo
o sola roca voce o abbacinante
supposizione di pesci e di navigli.
Il fatto è che anche quando sono addormentato
circolo in qualche modo magnetico
nell’università delle acque.
Non sono solo le conchiglie triturate
come se qualche pianeta tremante
partecipasse lenta morte,
no, dal frammento ricostruisco il giorno,
da una raffica di sale le stallattiti
e da una cucchiaiata il dio immenso.

Ciò che m’insegnò prima lo custodisco! È aria,
vento incessante, acqua e arena.
Sembra poca cosa per l’uomo giovane
che giunse a vivere qui con i suoi incendi,
e tuttavia il battito che saliva
e scendeva al suo abisso,
il freddo dell’azzurro che crepitava,
lo sgretolamento della stella,
il tenero dispiegarsi dell’onda
sperperando neve con schiuma,
il potere quieto, lì, determinato
come un trono di pietra nel profondo,
sostituì il recinto in cui crescevano
ostinata tristezza, oblio accumulato,
e bruscamente cambiò la mia esistenza :
diedi la mia adesione al puro movimento.

Google Earth

Il progetto su cui sto lavorando ha molto a che fare con l’esplorazione del territorio. Senza averlo pianificato prima, ho, di fatto, preso una porzione di Sicilia, l’ho segmentata (secondo criteri personalissimi, del tutto arbitrari e per niente scientifici) e sono partito in esplorazione. Lavoro che è stato reso incredibilmente facile da Google Earth, con il quale posso, ogni giorno, selezionare una porzione di territorio, esplorarla e controllare quali strade sarà più interessante percorrere.

Ci sono tanti servizi di cartografia, a zonzo per la rete. Alcuni anche migliori. Ma quello che mi piace di GE è che è molto facile da usare, i dati sono stati resi omogenei, in modo da non dover imparare ogni volta una leggenda diversa, e la comunità su cui si basa è una vera e propria fornace di informazioni. In più, ha un’interfaccia piacevolissima. E’ un programma indispensabile per chi ha interessi di geografia, storia, scienze.

GE si può scaricare QUI. Assicuratevi, anche, di passare da Google Earth Blog, ci sono un sacco di trick e tutorial che rendono ancora più interessante la navigazione e la ricerca, e links ai più svariati siti e files KMZ.

Tornato da un giretto sul Bordo Sud…

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(chi indovina a quale libro appartiene quella foto?)

La bellezza della scienza

Tempo fa avevo parlato, quiqui, di immagini che trattano di scienza. A dire il vero mi ero occupato più di fantascienza, di vedere cose che a noi non è dato vedere, e probabilmente non vedremo mai. Giusto a proposito, dunque, arriva la segnalazione di Martino, che (facendo riferimento a un post di Amedeo Balbi) mi segnala che l’European Southern Observatory ha pubblicato una classifica delle cento migliori immagini scattate dagli osservatori del deserto di Atacama, nel sud del Cile. Possono essere viste QUI.

Belle, vero? Personalmente, preferisco quelle panoramiche, in cui il cielo notturno è visto in un contesto, in cui entra in relazione con il nostro pianeta:

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(credit: ESO/Y. Beletsky)

Così a naso, però, mi viene in mente che queste immagini che piacciono di più a me, siano quelle che hanno più attenzione per l’estetica, e meno per il valore scientifico. In altre parole, sono più belle che cariche di informazioni. E d’altronde, questa mi pare un pò una regola, nel trattamento delle immagini fotografiche da parte di scienziati e fotografi: i primi fanno più attenzione agli aspetti informativi e scientifici, i secondi a questioni d’estetica:

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(Credit: NASA/JPL-Caltech/Cornell University)

Mi faceva giustamente notare Martino che in questa foto gli scienziati della Nasa ci tengono a specificare quali lunghezze d’onda sono visibili. Giustissimo, ed essenziale, se ti occupi di suolo marziano e vuoi sapere esattamente che cosa stai guardando. Ma altri, guarderanno altre cose: la grandezza del sasso, per esempio, o il colore della pietra. Non sempre, insomma, quello che in una immagine cercano i fotografi è analogo a quello che cercano gli scienziati. Il che potrebbe causare qualche problema quando un fotografo si trova a trattare soggetti scientifici: che cosa è opportuno fotografare, per esempio, di un acceleratore di particelle? Quanto è lecito sezionare e selezionare i pezzi, cercare una bellezza estetica a spese della correttezza informativa?

A complicare le cose, arriva il post di Michele Smargiassi, in cui invece viene raccontata tutt’altra storia. Si, gli scienziati cercano “altro” quando scattano fotografie, ma i colori che spesso scelgono, arbitrariamente, di assegnare ad una fotografia di, poniamo, una nebulosa, spesso sono dettati da fattori estetici. Belle foto astronomiche, infatti, incoraggiano il pubblico ad appoggiare le ricerche (e i finanziamenti).

In ogni caso mi pare che cercare una risposta nell’onnipotente contesto d’uso non sia sufficiente. Se, infatti, una foto è destinata a un magazine scientifico, deve essere sia molto densa dal punto di vista informativo, sia pubblicabile e soddisfacente dal punto di vista editoriale. Fotografia e scienza, in altre parole, devono incontrarsi a metà strada. O, per dirla meglio: il fotografo, lo scienziato, devono trovare un linguaggio con cui esprimere in modo esteticamente coerente e gradevole delle informazioni scientifiche.

In questo modo ritorna, quasi di soppiatto, la vecchia questione dell’oggettività della fotografia. C’è l’abitudine di trattare la fotografia come se fosse una fonte oggettiva di dati. Ma va sempre tenuto presente che, invece, fotografare è sempre un’interpretazione della realtà, ed è un errore trascurare questo fattore. Il fotografo che si trovi a trattare certi temi scientifici si troverà, a volte, a dover forzare la scena per rendere in modo migliore la foto, sia dal punto di vista estetico che informativo. La fotografia è una forma d’arte, e, in quanto tale, a volte si trova a dover mentire per poter dire la verità. E questo, succede anche quando a scattare una foto è un astrofisico, che costruisce un’immagine finale da tre immagini di tre spettri visivi diversi, componendoli insieme. Dunque, creando non una foto, ma qualcos’altro.

Detto questo: io sono, in generale, un amante delle fotografie di nebulose, da Hubble in poi. E quelle dell’ESO sono veramente eccezionali. Valore informativo o meno, sono anche fotografie stupende. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più su come potrebbero essere state realizzate: il metodo delle tre immagini fuse tra loro l’ho appreso leggendo Smargiassi, ma vorrei capire come, concretamente, si svolge la cattura delle immagini e la loro “fusione”. C’è qualche fotografo astronomico, o qualche astrofisico, o tutti e due, tra i miei lettori?

Saturday Poem: William S. Gilbert

Sono tornato da un breve giro a Catania, dove sono andato a fotografare i LNS. Si è ripetuta la solita scena di quando vado a visitare qualche laboratorio per fotografarlo, con me che spalanco la bocca come un bambino di fronte a qualsiasi cosa che vedo. E cose per cui restare a bocca aperta ce n’erano: plasma, robottoni in grado di rispondere alle tue domande, e ovviamente acceleratori di particelle e rivelatori lungo le linee, che sono gli aggeggi più eleganti che mi sia mai capitato di vedere. In effetti, se si va a fotografare gli acceleratori si va abbastanza sul sicuro.

E’ stato molto divertente, ed in questo mi ha aiutato tantissimo la disponibilità dello staff dei LNS, e gli stessi ricercatori, che a un certo punto saltavano fuori a frotte per proporre fotografie del proprio progetto di ricerca. Al più presto posterò qualcosa. Dovrei anche tornare, per fare gli ultimi ritocchi, ed occuparmi di un progetto di ricerca che ieri non era in condizioni di essere fotografato, ma che merita la giusta attenzione.

La poesia di oggi, quindi, non può che essere in tema. In realtà non avevo idea di cosa postare, visto che non ricordavo, nelle mie letture, poesie di argomento scientifico. Così, ho chiesto a Google, che mi ha aiutato a scoprire un paio di cose interessanti. In lingua italiana, sono finito sul blog Popinga, un’autentica scoperta, per me. Popinga scrive di scienza e letteratura, e, a parte scrivere dei limerick geniali (QUI se ne può leggere qualcuno) ha anche un interessantissimo repertorio di immagini. Il che significa che comincerò a leggerlo regolarmente. Poi, in inglese, ho trovato First Science, che si proclama la tua prima fermata per la scienza online. Approfondirò; ma nel frattempo, ho visto che c’è una bella sezione su poesie e citazioni scientifiche. Da cui traggo la poesia di questa settimana. Buon week end a tutti!

The Magnet and the Churn

William S. Gilbert

A magnet hung in a hardware shop,
And all around was a loving crop
Of scissors and needles, nails and knives,
Offering love for all their lives;
But for iron the Magnet felt no whim,
Though he charmed iron, it charmed not him,
From needles and nails and knives he’d turn,
For he’d set his love on a Silver Churn!
His most aesthetic,
Very magnetic
Fancy took this turn –
“If I can wheedle
A knife or needle,
Why not a Silver Churn?”

And Iron and Steel expressed surprise,
The needles opened their well-drilled eyes,
The pen-knives felt “shut up,” no doubt,
The scissors declared themselves “cut out,”
The kettles they boiled with rage, ‘tis said,
While every nail went off its head,
And hither and thither began to roam,
Till a hammer came up – and drove it home,
While this magnetic
Peripatetic
Lover he lived to learn,
By no endeavour,
Can Magnet ever
Attract a Silver Churn!

Bisogna dirlo a chi vorrebbe tornare indietro di 30 anni

Nowadays, just about anyone can take a pretty good photograph because the tools have become so easy to use.  And since amateurs don’t really have the fear of failure because they don’t have as “much at stake” – they tend to take more chances and good things come when you are willing to do that.  You can no longer define a professional photographer as one who just knows how to operate a camera proficiently. And if a pro positions himself/herself by the tools that they use, it’s only a matter of time that they become out of fashion as their tools become obsolete.

So rather than get defensive about being a professional and feeling threatened by the amateur – maybe we pros should take a lesson from them and focus on the joy of creating imagery.

Via Strictly Business.

Francesca Woodman

Milano è piena di mostre interessanti, in questo periodo. E se uno ci si trova di passaggio, è d’obbligo andarci, anche per respirare un pò. Sono andato a vedere Francesca Woodman a Palazzo della Ragione, giorni fa. Mostra che, questa volta, è stata allestita meglio di quella di McCurry nello stesso luogo, in cui si finiva a vagare in questa foresta di cavi e fotografie, senza avere esattamente un’idea dell’ordine di lettura suggerito. E’ importante avere un ordine di lettura a una mostra: se no, come posso dire di guardare le foto a casaccio?

Come la volta precedente, neanche questa volta conoscevo tanto dell’opera della Woodman. Sta diventando una specie di abitudine, questa di andare alle mostre senza sapere nulla, o quasi, di quello che sto andando a vedere, e nemmeno mi sembra malaccio: le uso per imparare. In realtà sulla Woodman avevo letto qualche saggio (soprattutto nel libro, fondamentale, di David Levi Strauss), visto qualche foto sparsa, ma non avevo mai affrontato in modo approfondito la sua opera. Mi ha molto colpito la coerenza della fotografa, considerando, tra l’altro, l’età in cui si è svolta la sua attività. Dai tredici ai ventidue anni. Una coerenza che è innanzitutto di temi: il proprio corpo, la propria identità, la definizione di sé stessa e degli altri in relazione al mondo, alle cose. E, poi, anche formale: bianchi e neri in formato quadrato, stampati sempre molto scuri.

L’identità, dicevo. Sono state spese un sacco di parole su Francesca Woodman e su questa sua ricerca, quasi ossessiva, di un’identità. Ricerca che era fotografica, e che tirava in ballo anche il mezzo fotografico. Guardando le foto della Woodman, infatti, si ha la certezza che rifiutasse la definizione normale di autoritratto, e che fosse in cerca di altri modi di definirsi. Nelle sue foto, in cui lei praticamente sempre era la modella, si vede molto raramente il suo viso, di solito sfuocato o tagliato via o coperto. Molto più frequente è il suo corpo nudo, che vaga nel fotogramma in cerca di un riferimento, di un’interazione con l’ambiente e con la stessa macchina fotografica. Una cosa che colpisce, infatti, è che la Woodman rende sempre molto chiaro che l’interazione è anche con il mezzo fotografico, con il suo sguardo, con lo sguardo di un osservatore. In questo modo, la ricerca della Woodman diventa una ricerca di sé stessa, agli occhi di sé stessa. La definizione di sé che passa dal contatto con l’ambiente.

Tutto questo emerge gradualmente guardando le foto in esposizione a Milano. In cui la Woodman fa uso abbondante di segni che riguardano l’identità (la cancellazione del viso, ma anche la riflessione negli specchi, l’apparizione di parti selettive del corpo, i vetri). La cosa più interessante, però, è vedere che la Woodman sembra avere elaborato un codice molto preciso, per parlare di sé e del suo corpo. Quando è nuda e vaga in una stanza, senza interagire con nulla che non sia il pavimento, di solito il corpo, o sue parti, sono sfuocate, come se l’assenza di riferimenti rendesse difficile la propria autodefinizione, anche di fronte alla macchina fotografica. Quando invece entra in gioco qualcosa, le cose si fanno più chiare. E questo qualcosa può essere semplicemente lo spazio (o i suoi limiti, come detto dalla Woodman stessa, in una citazione riprodotta all’interno della mostra), o altre cose, imposte dalla società (vestiti, oggetti che definiscono normalmente l’identità femminile come lingerie intime, scarpe ecc…).

In questi casi, la Woodman è sempre fissa e a fuoco nel fotogramma. Ma è come se si fosse perso qualcosa, nell’atto di rendere la propria identità più chiara. Come se l’identità, nel definirsi, si fosse ridotta, piegata a essere qualcosa che non vuole essere. Altre volte, Woodman gioca con il concetto stesso di identità che si definisce fotograficamente: mi riferisco, soprattutto, alla foto in cui si vedono tre donne nude, tutte e tre con il viso nascosto da una fotografia con il volto della stessa Woodman. Solo una delle tre ha le scarpe, e basta quel segno per differenziarla dalle altre. Suppongo, per aver visto le stesse scarpe in altre fotografie, che quella fosse la vera Woodman. Ma dopo un pò è difficile raccapezzarsi in tutto questo gioco di rimandi a sé e alla definizione, e non si capisce più quale sia la “vera Woodman”: quella che mostra il viso, quella sfuocata, quella nella foto, quella che fa le foto? Forse non lo sapeva neanche lei, ed è proprio in questo il nocciolo della sua ricerca.

Ricerca continua, profonda, coerente. Un lavoro che è difficile trovare in fotografi ben più maturi, figurarsi in una ragazzina. Ma, a dirla tutta, a me questo modo di fotografare non piace. Non perché non ne riconosca il valore. Ma perché sono convinto, e l’ho detto altre volte, che buona fotografia, buoni corpi di lavoro, siano al tempo stesso rivolti a guardarsi dentro, e a guardare al di fuori di sé. Per tornare alla vecchia metafora di Szarkowski, esistono lavori che usano la fotografia come specchio, che guardano dentro di sé e riflettono sul proprio mondo interiore, e altri che la usano come finestra sul mondo, per descriverne certi aspetti o la sua complessità. Per me questa distinzione è utile a riconoscere le buone storie fotografiche, che sono al tempo stesso sia finestre che specchi. Nel caso della Woodman, pur nella complessità che riconosco, mi sembra che ci sia un ossessivo lavoro su di sé, e poca attenzione a quello che succede intorno. Il che, per carità, posso capirlo, in una adolescente. Ma resta da chiedersi, allora, che cosa avrebbe potuto fare, con il suo incredibile talento, quando fosse cresciuta.

La mostra è ancora aperta fino al 24 ottobre, al palazzo della Ragione, Milano.

Saturday poem: Roberto Bolaño

Mancavano da un pò, i Saturday Poems. Ho deciso che, a cadenze del tutto arbitrarie e insindacabili, cercherò di pubblicare qualche poesia.

Visto che questa settimana l’ho dedicata a impacchettare cose, salutare Milano, e mettere insieme pensieri e azioni che guardassero avanti, mi è sembrata molto indicata questa. Buon fine settimana!

I cani romantici

di Roberto Bolaño

A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non importava.
Né lavorare, né pregare,
né studiare la notte
insieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una camera di legno,
in penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E a volte mi guardavo dentro
e visitavo il sogno: statua eternata
in pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorce
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma crescere a quel tempo sarebbe stato un crimine.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui io resterò.

Doisneau

Qualche giorno fa sono andato a vedere la mostra di Doisneau al Forma. Fotografo, Doisneu, di cui conoscevo pochissimo: ha lavorato per tutta la sua vita a Parigi, bianco e nero, e soprattutto Il Bacio, quello famoso, quello che finisce su tutte le copertine di libri di storie amorose. In Italia, per qualche ragione, quella foto viene spesso associata alle poesie di Nazim Hikmet:

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Ho interrogato Google sul perché di questo legame, ma non sembra esserci stato qualche incontro storico tra i due. Scelta dei grafici, dunque. Chissà perché proprio Hikmet e non altri poeti che hanno parlato d’amore….

In ogni modo, sono andato alla mostra senza sapere tanto di Doisneau, neanche come si pronunciasse il suo nome (la signorina della biglietteria lo pronuncia Duanò), ma, anzi, con qualche preconcetto in testa. Mi ero figurato il tipico sedentario intellettualoide francese, concentrato sul mettere la France in ogni sua cosa, un pò di basso profilo ma che produce cose di un certo valore. E, come dire? Avevo ragione. Ma tutto quello che mi era sembrato un difetto, dopo aver visto la mostra, è diventato un pregio.  Era sicuramente sedentario, ma è riuscito a tirare una varietà visiva impressionante dalla sua città, con uno stile marcato, personale e molto, molto profondo. Non uno sguardo da sprovveduto, insomma.

E’ che spesso alle mostre uno si aspetta seriosità e gravità, specie quando vengono affrontati temi come la povertà. Ma Doisneau, nell’affrontare quei temi, non rinunciava mai a impiegare uno stile costante, un’ironia divertita, che funzionava sia da scudo, sia da aiuto visivo alla comprensione. Un’ironia, in altre parole, che era figlia non della leggerezza (la quale, comunque, era un approccio costante nella fotografia di Doisneau), ma della delicatezza:

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E quella delicatezza dello sguardo, quell’ironia divertita, è stato il filo costante di tutta la mostra, e, credo, dell’opera di Doisneau. Un’ironia che a volte nasce semplicemente nel mondo, e Doisneau si limitava a registrare:

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Altre volte, invece, l’ironia veniva composta in macchina dallo stesso fotografo:

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Questo mi ha fatto tornare in mente un tema, di cui ho letto in Educare lo Sguardo di Roswell Angier. Ci sono foto in cui il fotografo deve limitarsi a riprendere quello che succede davanti a sé. E’ il caso, per esempio, di gran parte del fotogiornalismo, per come viene interpretato normalmente. Esiste un fatto, che il fotografo reputa degno di essere conservato visivamente, e viene ripreso. Altre volte, però, i fatti sono del tutto mentali, appartengono più a un ragionamento del fotografo che al mondo reale, e in quel caso vengono costruiti in macchina. Nel mondo non succede nulla, è nella fotografia che sta succedendo qualcosa. Un maestro in questo senso è Robert Frank, che nel suo The Americans raramente ci mostra delle cose che succedono, e più spesso le mette insieme, visivamente, su pellicola. Oltre a fare parlare tra di loro diverse fotografie, creando altri fatti, che sono tali solo in quanto presenti sulla pellicola.

Ecco, mi sembra che Doisneau preferisse questo approccio. Non che disdegnasse altri metodi. Ma guardando la mostra, si ha quasi l’impressione di vederlo, silenzioso, messo in un angolo, a guardare nel mirino. Si riesce a sentire il silenzio che, spesso, doveva aver pervaso lo sguardo, anche quando le situazioni che inseguiva erano rumorose:

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La mia parte preferita della mostra, come sempre, è stata quella delle teche in cui erano esposti ritagli di giornale, pubblicati, lavori “collaterali” come quello di pubblicitario. Così, ho potuto scoprire cosa facesse Doisneau quando non utilizzava l’approccio “silenzioso”. Pubblicità per l’olio Calvé, oppure una sorta di candid camera ante litteram, in cui la foto di una donna nuda veniva messa in una vetrina, e venivano fotografate le reazioni dei passanti. E’ stata la parte più esilarante della mostra. Accanto a questi ritagli, c’era anche un reportage sulla libertà degli amanti a Parigi: la gente si baciava per strada senza curarsi delle reazioni altrui, i poliziotti guardavano in modo indulgente, e a Parigi trionfava l’amore. Ho scoperto così che Doisneau non ha fotografato solo quel bacio, ma diversi, e con una piena consapevolezza della differenza tra bacio e bacio:

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Un fotografo, insomma, che conosceva bene il suo mestiere, e che non si poneva barriere sull’utilizzo della sua macchina fotografica. In qualsiasi campo si cimentasse, riusciva a mettere la sua ironia, il suo sguardo leggero e la sua maestria.

Quel bacio, poi, è diventato talmente iconico da essersi meritato il maggior riconoscimento dei nostri tempi: la riproduzione Lego.

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Ma, come ogni mostra che si rispetti, c’è stata anche la scoperta inaspettata. In questo caso, dato che era inclusa nel biglietto, ho anche guardato la mostra del Prix Pictet. C’era, visto il tema (la Terra) un bel pò di reportage. Ma il vincitore mi ha colpito parecchio. Si tratta di Nadav Kander, fotografo di Londra. Guardando il suo sito, ho scoperto che ha lavorato molto nella pubblicità e nel ritrattismo, e che i suoi progetti personali, molti dei quali di tipo paesaggistico, sono eccezionali. Come quello sullo Yang Tze, che ha vinto il Prix Pictet:

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Immagini che, a dire il vero, sono meglio da vedere esposte. Ce ne sono ancora un paio al Forma di Milano. Assicuratevi di leggere anche il testo introduttivo al progetto, sul sito di Kander.

(per tutte le foto del post tranne le ultime due il credit è di Robert Doisneau. Per l’ultima foto il credit è di Nadav Kander)

Vivere (ovunque)

Non è solo in Italia che si è obbligati a spostarsi nella grande città. Per poi spostarsi di nuovo per lavorare sul serio:

I am a Minnesotan. Writers are allowed to live where they live. But there’s something about being an artist that historically meant you had to move to New York. It’s really stupid, if you think about it. Because the subject matter, presumably, exists out there. And all these photographers that I know in New York can’t photograph in New York, and they go other places to photograph. I am of this place. It drives me crazy, and I fantasize about living other places, but New York is not one of them. I am interested in regional art in that there are these little regional differences to things that are quite interesting.

Alec Soth, via Walkerart Blog.

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