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Come ogni mattina, scendo a prendere il giornale. Lo so, sono una specie di dinosauro, non ho ancora fatto trent’anni e già mi attacco a questo feticcio cartaceo, pieno di notizie già vecchie, e che quanto prima scomparirà a causa della crisi. Ma il giornale è ancora l’unica tecnologia che, senza bisogno di fili, collegamenti, attesa per caricare il sistema operativo, e ricerca su Google, mi dà un quadro chiaro di quello che succede in Italia e, soprattutto, nella città.

A dire il vero, la vera ragione per comprare il giornale, per ora, è questa: una serie di notizie locali, e l’agenda. Tutte cose che a cercare su internet ci sono, ma sparse nel purgatorio dei siti di livello locale. E io non ho voglia di cercare per un quarto d’ora se ci sono mostre interessanti. Mi faccio una prima idea con il cartaceo. E l’idea che mi sono fatto, questa mattina, è che c’è una certa confusione con i termini.

Prendiamo, per esempio, una mostra fotografica. Quand’è che l’autore deve essere chiamato “artista”, e quando “fotografo”? Sembra, a una osservazione empirica, che il titolo di artista valga di più di quello di fotografo: i giornalisti usano artista quando vogliono dipingere un personaggio un pò strambo che fa della Ricerca su concetti alti. Una cosa intellettuale, una specie di libro, ma fatto con le fotografie. In questo caso, l’Autore è avvicinato di più al Pittore, l’Artista per antonomasia, che crea a partire da un’idea che ha dentro di se, e la rende visibile. La fotografia come specchio, per riprendere la metafora usata da John Szarkowski nella sua mostra Mirrors and windows. Un modo per riflettere la propria identità e la propria psicologia, e scavarci dentro.

Il termine fotografo, invece, sembra essere più utilizzato con finalità alchemico/artigianali. Il fotografo è quello che, per qualche motivo, sa usare meglio della media macchine, pellicole e luci, e che combina tutti questi ingredienti per farci vedere delle cose, belle, brutte o strane. L’autore è quindi uno come noi, che non fa altro che rendere visibili delle cose che già ci sono. La fotografia usata come finestra sul mondo che ci circonda, come punto di osservazione, più o meno oggettivo, su una realtà misurabile. Anche se secondo me in ogni fotografia ci sono aspetti dell’uno e dell’altro modo di intendere il mezzo (specchio e finestra), i giornali, in quanto rappresentanti di un senso comune più largo, tendono a considerare, e nominare, come artistico e alto ciò che mette mano sulla realtà, e come artigianale ciò che si “limita” a prenderne atto.

Non che le cose siano così semplici. Mi è capitato più di una volta di sentirmi chiamare “fotografo”, e sempre per un motivo diverso. E sempre più di una volta mi è capitato che il titolo di fotografo mi fosse negato, sempre per i motivi più diversi. Ad esempio, quella volta che mi hanno proposto di partecipare a una mostra amatoriale, riservata a non professionisti. Ho fatto notare che quella clausola mi impediva di partecipare, e mi è stato risposto “perché, tu già ti senti professionista?” Ho dovuto rispondere che la maggior parte del mio tempo e delle mie risorse sono dedicate sempre a realizzare fotografie, e che i miei unici introiti arrivano da questa attività. Dunque, non so se ci si debba sentire o meno professionali, ma in quella condizione credo che si, si sia un fotografo.

Altre volte, mi si chiamava fotografo perché maneggiavo macchine più grandi della media. Altre ancora, ero un fotografo perché parlavo di fotografia e cultura dell’immagine. Insomma, ci sono delle idee un pò confuse, e non solo nei giornali. Pare che essere un fotografo dipenda, di volta in volta, dal sapere utilizzare attrezzature complicate, da un fatto economico, o dall’essere incasellati in figure professionali precise (il fotoreporter, il paparazzo, e così via). Mentre sull’essere artisti ci sono altre idee in merito, ma ho l’impressione che siano idee che tendono a escludere i motivi per cui si è fotografi. Per dire, ricordo un’intervista a Berengo Gardin in cui il maestro escludeva categoricamente di essere un artista, ma di essere un umile fotografo: i veri artisti, diceva, sono i suoi soggetti, che si sono disposti in un certo modo. Lui si è limitato a fare scattare l’otturatore.

Quand’è, allora, che ci si può definire fotografi, e quando artisti? E’ davvero così netta, la distinzione? E se lo è, per quali motivi e quali linee di demarcazione? Non sono responsabili anche i fotografi per questa confusione? Essere fotografi significa mettere insieme una serie di pratiche, economiche e tecniche, o si va anche oltre?

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