Milano è piena di mostre interessanti, in questo periodo. E se uno ci si trova di passaggio, è d’obbligo andarci, anche per respirare un pò. Sono andato a vedere Francesca Woodman a Palazzo della Ragione, giorni fa. Mostra che, questa volta, è stata allestita meglio di quella di McCurry nello stesso luogo, in cui si finiva a vagare in questa foresta di cavi e fotografie, senza avere esattamente un’idea dell’ordine di lettura suggerito. E’ importante avere un ordine di lettura a una mostra: se no, come posso dire di guardare le foto a casaccio?

Come la volta precedente, neanche questa volta conoscevo tanto dell’opera della Woodman. Sta diventando una specie di abitudine, questa di andare alle mostre senza sapere nulla, o quasi, di quello che sto andando a vedere, e nemmeno mi sembra malaccio: le uso per imparare. In realtà sulla Woodman avevo letto qualche saggio (soprattutto nel libro, fondamentale, di David Levi Strauss), visto qualche foto sparsa, ma non avevo mai affrontato in modo approfondito la sua opera. Mi ha molto colpito la coerenza della fotografa, considerando, tra l’altro, l’età in cui si è svolta la sua attività. Dai tredici ai ventidue anni. Una coerenza che è innanzitutto di temi: il proprio corpo, la propria identità, la definizione di sé stessa e degli altri in relazione al mondo, alle cose. E, poi, anche formale: bianchi e neri in formato quadrato, stampati sempre molto scuri.

L’identità, dicevo. Sono state spese un sacco di parole su Francesca Woodman e su questa sua ricerca, quasi ossessiva, di un’identità. Ricerca che era fotografica, e che tirava in ballo anche il mezzo fotografico. Guardando le foto della Woodman, infatti, si ha la certezza che rifiutasse la definizione normale di autoritratto, e che fosse in cerca di altri modi di definirsi. Nelle sue foto, in cui lei praticamente sempre era la modella, si vede molto raramente il suo viso, di solito sfuocato o tagliato via o coperto. Molto più frequente è il suo corpo nudo, che vaga nel fotogramma in cerca di un riferimento, di un’interazione con l’ambiente e con la stessa macchina fotografica. Una cosa che colpisce, infatti, è che la Woodman rende sempre molto chiaro che l’interazione è anche con il mezzo fotografico, con il suo sguardo, con lo sguardo di un osservatore. In questo modo, la ricerca della Woodman diventa una ricerca di sé stessa, agli occhi di sé stessa. La definizione di sé che passa dal contatto con l’ambiente.

Tutto questo emerge gradualmente guardando le foto in esposizione a Milano. In cui la Woodman fa uso abbondante di segni che riguardano l’identità (la cancellazione del viso, ma anche la riflessione negli specchi, l’apparizione di parti selettive del corpo, i vetri). La cosa più interessante, però, è vedere che la Woodman sembra avere elaborato un codice molto preciso, per parlare di sé e del suo corpo. Quando è nuda e vaga in una stanza, senza interagire con nulla che non sia il pavimento, di solito il corpo, o sue parti, sono sfuocate, come se l’assenza di riferimenti rendesse difficile la propria autodefinizione, anche di fronte alla macchina fotografica. Quando invece entra in gioco qualcosa, le cose si fanno più chiare. E questo qualcosa può essere semplicemente lo spazio (o i suoi limiti, come detto dalla Woodman stessa, in una citazione riprodotta all’interno della mostra), o altre cose, imposte dalla società (vestiti, oggetti che definiscono normalmente l’identità femminile come lingerie intime, scarpe ecc…).

In questi casi, la Woodman è sempre fissa e a fuoco nel fotogramma. Ma è come se si fosse perso qualcosa, nell’atto di rendere la propria identità più chiara. Come se l’identità, nel definirsi, si fosse ridotta, piegata a essere qualcosa che non vuole essere. Altre volte, Woodman gioca con il concetto stesso di identità che si definisce fotograficamente: mi riferisco, soprattutto, alla foto in cui si vedono tre donne nude, tutte e tre con il viso nascosto da una fotografia con il volto della stessa Woodman. Solo una delle tre ha le scarpe, e basta quel segno per differenziarla dalle altre. Suppongo, per aver visto le stesse scarpe in altre fotografie, che quella fosse la vera Woodman. Ma dopo un pò è difficile raccapezzarsi in tutto questo gioco di rimandi a sé e alla definizione, e non si capisce più quale sia la “vera Woodman”: quella che mostra il viso, quella sfuocata, quella nella foto, quella che fa le foto? Forse non lo sapeva neanche lei, ed è proprio in questo il nocciolo della sua ricerca.

Ricerca continua, profonda, coerente. Un lavoro che è difficile trovare in fotografi ben più maturi, figurarsi in una ragazzina. Ma, a dirla tutta, a me questo modo di fotografare non piace. Non perché non ne riconosca il valore. Ma perché sono convinto, e l’ho detto altre volte, che buona fotografia, buoni corpi di lavoro, siano al tempo stesso rivolti a guardarsi dentro, e a guardare al di fuori di sé. Per tornare alla vecchia metafora di Szarkowski, esistono lavori che usano la fotografia come specchio, che guardano dentro di sé e riflettono sul proprio mondo interiore, e altri che la usano come finestra sul mondo, per descriverne certi aspetti o la sua complessità. Per me questa distinzione è utile a riconoscere le buone storie fotografiche, che sono al tempo stesso sia finestre che specchi. Nel caso della Woodman, pur nella complessità che riconosco, mi sembra che ci sia un ossessivo lavoro su di sé, e poca attenzione a quello che succede intorno. Il che, per carità, posso capirlo, in una adolescente. Ma resta da chiedersi, allora, che cosa avrebbe potuto fare, con il suo incredibile talento, quando fosse cresciuta.

La mostra è ancora aperta fino al 24 ottobre, al palazzo della Ragione, Milano.