Tempo fa avevo parlato, quiqui, di immagini che trattano di scienza. A dire il vero mi ero occupato più di fantascienza, di vedere cose che a noi non è dato vedere, e probabilmente non vedremo mai. Giusto a proposito, dunque, arriva la segnalazione di Martino, che (facendo riferimento a un post di Amedeo Balbi) mi segnala che l’European Southern Observatory ha pubblicato una classifica delle cento migliori immagini scattate dagli osservatori del deserto di Atacama, nel sud del Cile. Possono essere viste QUI.

Belle, vero? Personalmente, preferisco quelle panoramiche, in cui il cielo notturno è visto in un contesto, in cui entra in relazione con il nostro pianeta:

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(credit: ESO/Y. Beletsky)

Così a naso, però, mi viene in mente che queste immagini che piacciono di più a me, siano quelle che hanno più attenzione per l’estetica, e meno per il valore scientifico. In altre parole, sono più belle che cariche di informazioni. E d’altronde, questa mi pare un pò una regola, nel trattamento delle immagini fotografiche da parte di scienziati e fotografi: i primi fanno più attenzione agli aspetti informativi e scientifici, i secondi a questioni d’estetica:

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(Credit: NASA/JPL-Caltech/Cornell University)

Mi faceva giustamente notare Martino che in questa foto gli scienziati della Nasa ci tengono a specificare quali lunghezze d’onda sono visibili. Giustissimo, ed essenziale, se ti occupi di suolo marziano e vuoi sapere esattamente che cosa stai guardando. Ma altri, guarderanno altre cose: la grandezza del sasso, per esempio, o il colore della pietra. Non sempre, insomma, quello che in una immagine cercano i fotografi è analogo a quello che cercano gli scienziati. Il che potrebbe causare qualche problema quando un fotografo si trova a trattare soggetti scientifici: che cosa è opportuno fotografare, per esempio, di un acceleratore di particelle? Quanto è lecito sezionare e selezionare i pezzi, cercare una bellezza estetica a spese della correttezza informativa?

A complicare le cose, arriva il post di Michele Smargiassi, in cui invece viene raccontata tutt’altra storia. Si, gli scienziati cercano “altro” quando scattano fotografie, ma i colori che spesso scelgono, arbitrariamente, di assegnare ad una fotografia di, poniamo, una nebulosa, spesso sono dettati da fattori estetici. Belle foto astronomiche, infatti, incoraggiano il pubblico ad appoggiare le ricerche (e i finanziamenti).

In ogni caso mi pare che cercare una risposta nell’onnipotente contesto d’uso non sia sufficiente. Se, infatti, una foto è destinata a un magazine scientifico, deve essere sia molto densa dal punto di vista informativo, sia pubblicabile e soddisfacente dal punto di vista editoriale. Fotografia e scienza, in altre parole, devono incontrarsi a metà strada. O, per dirla meglio: il fotografo, lo scienziato, devono trovare un linguaggio con cui esprimere in modo esteticamente coerente e gradevole delle informazioni scientifiche.

In questo modo ritorna, quasi di soppiatto, la vecchia questione dell’oggettività della fotografia. C’è l’abitudine di trattare la fotografia come se fosse una fonte oggettiva di dati. Ma va sempre tenuto presente che, invece, fotografare è sempre un’interpretazione della realtà, ed è un errore trascurare questo fattore. Il fotografo che si trovi a trattare certi temi scientifici si troverà, a volte, a dover forzare la scena per rendere in modo migliore la foto, sia dal punto di vista estetico che informativo. La fotografia è una forma d’arte, e, in quanto tale, a volte si trova a dover mentire per poter dire la verità. E questo, succede anche quando a scattare una foto è un astrofisico, che costruisce un’immagine finale da tre immagini di tre spettri visivi diversi, componendoli insieme. Dunque, creando non una foto, ma qualcos’altro.

Detto questo: io sono, in generale, un amante delle fotografie di nebulose, da Hubble in poi. E quelle dell’ESO sono veramente eccezionali. Valore informativo o meno, sono anche fotografie stupende. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più su come potrebbero essere state realizzate: il metodo delle tre immagini fuse tra loro l’ho appreso leggendo Smargiassi, ma vorrei capire come, concretamente, si svolge la cattura delle immagini e la loro “fusione”. C’è qualche fotografo astronomico, o qualche astrofisico, o tutti e due, tra i miei lettori?