Assortimento

Volevo scrivere un post sul passare il tempo e rilassare la mente dopo una giornata di lavoro, ma dopo qualche riga mi è sembrato vuoto. Così, visto che c’è poco da aggiungere (ci saranno novità dalla prossima settimana, rimanete sintonizzati), vi segnalo un paio di cose:

– Sono andato a vedere Bollani al Politeama. Il pianista è in tour per dei concerti di Gershwin, ma ovviamente a fine serata aggiunge anche il tocco jazz. Semplicemente incredibile; Bollani è riuscito a farmi sentire ciò di cui parlava Barenboim, a proposito dello sviluppo narrativo della musica e della dialettica tra singole voce all’interno di un pezzo.

– sto leggendo Cherudek di Valerio Evangelisti, uno dei migliori scrittori italiani attualmente in circolazione, anche se uno dei più snobbati dalla critica seria (credo a causa del suo concentrarsi su generi popolari). Romanzo allucinato e, come sempre in Evangelisti, pieno di immagini potentissime, che rimangono impresse (ancora oggi ricordo le impressioni che mi suscitò Mater Terribilis, altro romanzone del ciclo di Eymerich). Lo consiglio vivamente.

E buona settimana a tutti!

Un pò di illuminazione

Da un pò di tempo sto pensando di scrivere un post per chiarire un concetto che ho usato tante volte, ma che non ho mai spiegato veramente. Il concetto è quello di evento che accade solo nella macchina fotografica, e NON lo spiegherò qui.

E’ che nella mia gestione di tutto quello che serve per entrare sempre più a fondo nel gorgo di questa professione io sono molto volubile. Un attimo prima mi interesso tutto di concetti, di Fotografia, di artisti, di linguaggio, e un attimo dopo mi interessa solo la tecnica, gli aggeggi, i giochini. E poi, a turno, spunteranno il lato economico, quello di impresa, quello creativo, quello esistenziale…. E poi da capo. Il bello è che tutti questi lati viaggiano in parallelo, senza mettersi d’accordo, così, magari, mi viene in mente che vorrei leggere qualcosa di filosofico sul ritratto fotografico, e nello stesso momento mi sento in colpa perché non sto curando i miei contatti; mi metto a curare i miei contatti, e una vocina mi dice che farei meglio a occuparmi della mia tecnica fotografica; mi metto… avete capito. Molto spesso, finisco per sentirmi come il papero di What the Duck.

Pensieri, insomma, che si possono avere in quei tipici periodi di un paio di settimane in cui tutto sembra rallentare. L’immagine più vicina è la sabbia sul fondo marino che si posa dopo essere stata smossa: si sta per posare, e quando tutti i granelli tornano a posto si dà un’altra bella agitata. E nei periodi in cui la sabbia sta posandosi, non mi piace rimanere inattivo. Faccio un pò di edit, cerco di sviluppare altri contatti per altri lavori, scrivo qualche progetto e, appunto, leggo Concetti Profondi, oppure faccio i compiti per casa, mi esercito con le luci. Per ora sono dentro il Lighting 102 di David Hobby, AKA Strobist. David Hobby è uno che ha suscitato diverse reazioni: alcuni lo hanno innalzato a livello di semidio, per la sua capacità di sfruttare al meglio la luce dei piccoli flash da slitta (davvero: pare che non ci sia niente che non riesca a illuminare, con un paio di SB); altri sono molto critici, perché sostengono che in realtà ci sono cose, fatte da Hobby, che sarebbe meglio fare con i cari vecchi flash a torcia o da studio.

Io ho avuto sempre un approccio indeciso, nei confronti dell’illuminazione creativa. Nel senso che, fin da quando, quasi alla fine dell’università, leggevo Le Luci della Fotografia di Bob Krist, ho sempre ammirato le incredibili potenzialità creative del flash, e della gestione della luce. Limitarsi alla sola luce ambiente, per quanto ricca di possibilità, è come imparare solo una parte dell’alfabeto, e non tutto (e non vale citare come controprova fotografi che hanno sfornato capolavori solo ed esclusivamente in luce ambiente, perché se iniziassimo questo gioco, bisognerebbe allora citare anche un sacco di fotografi che hanno fatto fior di capolavori usando solo il flash. Avedon e Newton, per dire i primi due che mi passano per la testa. Appunto: è un discorso che non ha senso, perché stiamo parlando di linguaggi complessi, sviluppati di volta in volta, e in modo coerente, dai fotografi).

Al tempo stesso, però, mi sono sempre chiesto se l’attenzione ossessiva che certi fotografi sembrano avere per l’illuminazione non sia un modo elaborato per mascherare la mancanza di idee su altri fronti. Così, ho mantenuto il mio scetticismo, ed ho lavorato in luce ambiente per un sacco di tempo.

Fino a che non sono andato a visitare i Laboratori Nazionali di Frascati. Lì mi si è acceso un campanello: sono convinto di avere fatto un buon lavoro, ma che avrebbe potuto essere infinitamente meglio, con i giusti strumenti visivi, con la giusta “cassetta degli attrezzi”. E allora ho iniziato a informarmi: a dire il vero, la rete è anche troppo piena di consigli e risorse, per chi le vuole cercare. Dapprima ho cercato di approfondire il ttl, il campo prediletto di Joe McNally. Ma visto che c’ero, ho messo in manuale il flash, e ho cominciato a studiare Strobist. Cosa che consiglio di fare a tutti, fotografi professionisti e amatori, perché, nonostante capire l’illuminazione non sia proprio una passeggiatina (non si possono usare i “trucchi”, se si vuole davvero gestire la luce), si viene ripagati con un’impennata della qualità, e un aumento del proprio linguaggio. Un modo, se si vuole, di differenziarsi dal marasma di persone che, vestendo l’abito dei puristi, ostentano rifiuto e ignoranza della luce artificiale, e finiscono per fotografare tutti alla stessa maniera.

Tutto questo, fermo restando che ci sono anche altre cose su cui bisogna concentrarsi per riuscire a fare belle foto. E su questo, si torna al punto di partenza: il giusto equilibrio tra l’illuminazione, la tecnica, e lo studio di quisquilie come estetica, composizione, storia della fotografia, e di altre cose meno connesse alla fotografia, ma che comunque sviluppano una sensibilità essenziale quando si fotografa. Cosa ne pensate, due lettori? Riuscite facilmente a tenere in equilibrio tutti le parti del vostro lavoro, o preferite concentrarvi di volta in volta su una? Pensate che ci siano parti che sono separate tra loro, o lo sono solo in apparenza, e in realtà svilupparle vi aiuta poi a procedere in modo corale?

Saturday Poem: Vinicio Capossela

Non deve essere silenziosa, né scritta sui libri, per essere poesia. Per chi comunque volesse sentire la canzone, si trova qui. Buon fine settimana!

Vinicio Capossela

In Clandestinità

Torna a casa tardi
per cena non hai orari
niente prendi e niente dai
vivi in clandestinità
Piccole partenze
rimandate poi per sempre
tutto poco e male
a strappo nell’ubiquità
“Come un uccello sulla gabbia
ho provato a essere libero…”
Cantavamo nella gioia
che non sai se puoi godere
che non sai se può durare
nella clandestinità
fino a raschiar la vita
per le cento città
sulla strada che ci unisce
e che divide da chi lasci
Le metti addosso una divisa
e ti guadagni la tua croce
in una cella di bellezza
dove cambi viso e voce
Chiusi in un incanto
dove non rimani uguale
e sei come non sei
nella clandestinità
Costruirsi un labirinto
un recinto, una prigione
per uscirsene di notte
e poter scappare fuori
Dove mister Pall
incontra mister Mall
e in tutta libertà
vivi in clandestinità
Abbraccio sottobraccio
per le scale di Alaveda
voi che fate
che vi dite
dove andate?
Ed nella tormenta Rastafari
e Cina e tutta la mia ghenga
che mi perdo se sto indietro
Come un uccello che ha provato ad esser libero
e che muore appena fuori
sono restato senza ali e senza te
Qualcuno mi protegga
da quello che desidero
o almeno mi liberi
da quello che vorrei
Dall’obbedienza e dal timore
e dalla viltà
guadagnar la libertà
dalla clandestinità
Abbraccio sottobraccio
per le scale di Alaveda
voi che fate
che vi dite
dove andate?
E la faccia del mattino
non mi faccia più male
Come un uccello sulla gabbia
sono volato nella strada senza te..
Dove mister Pall
incontra mister Pall
in tutta libertà
dalla clandestinità

Antimateria

Anche i più grossi quotidiani italiani, che di solito di queste cose se ne infischiano beatamente, hanno pubblicato stamattina la notizia dell’intrappolamento dell’antimateria, avvenuto al CERN e di cui ha parlato Nature. Vorrei andarci al più presto al CERN. Dopo il poker italiano di scienziati alla guida degli esperimenti di LHC, quel centro di ricerca diventa abbastanza importante, agli occhi italiani (o, almeno, dovrebbe esserlo).

Limerik,GIS Day

Da quando ho iniziato la mia piccola ricerca di poesie che trattano di scienza, o che giocherellano con argomenti scientifici, ho scoperto Popinga. Il suo blog è sempre un bello stimolo. Oggi Popinga ha postato una serie di Limerick scientifici, genere che sembra preferire, anche per l’umorismo che richiede. Ha delle punte di genialità, secondo me:

C’era un metodo di datazione assoluta

che si lagnava della poca fama avuta:

“Carbonio 14, potassio–argo…

sol per me c’è questo embargo!

Perché rubidio–stronzio lo si rifiuta?

Povero rubidio – stronzio…. Mi ha fatto pensare  alla visita, che ho fatto da poco, di un laboratorio fisico in cui si facevano analisi archeologiche non distruttive, usando degli acceleratori di particelle. A dire il vero era la parte meno movimentata di tutto il laboratorio, con un piccolo aggeggio che sparava raggi x dentro i reperti da studiare. Altrove era tutto un turbine di acceleratori lineari, ciclotroni, robot, osservatori astrofisici piazzati in mezzo al mare. Spero di poter postare qualche fotografia al più presto possibile.

Mi è sempre piaciuto girare per laboratori, sono pieni di spunti interessanti per mostrare delle meningi che lavorano a pieno regime. Durante la mia visita ai LNF, per esempio, mi capitava di vedere elettromagneti, pezzi di linea, aggeggi di diversa natura sparsi a zonzo per le sale sperimentali. Evidentemente erano lì in attesa di essere sistemati, di essere portati altrove; ma chi capita nel mezzo di queste operazioni vede un mucchio di cose inventate da chissà chi per ottenere chissà quale genere di dati. A un certo punto sembra di vedere il dialogo continuo tra queste macchine complesse e affascinanti e le persone che ci lavorano dentro. Chissà cosa tirerebbe fuori Popinga da un incontro tra acceleratori circolari e Linac, o tra tutte le cose che è possibile trovare in un laboratorio.

Osservare il dialogo tra acceleratori di particelle, poetare su metodi di datazione. La scienza è ben lontana dall’essere un noioso insieme di conoscenze difficili, e, presa per il verso giusto, può diventare la più interessante delle fonti di ispirazione. Sono convinto che, se è possibile poetare, e fare dell’umorismo (come prevede la definizione di Limerick), su centrali nucleari e mitocondri, facendo al tempo stesso della vera e propria divulgazione scientifica, è possibile farlo anche con la macchina fotografica. Divertire, incantare, rendere la bellezza delle cose che accadono in laboratorio, e farle arrivare a più persone possibile, a chi le scoperte del laboratorio appartengono di diritto. E fare tutto questo con un linguaggio fotografico adeguato, che conosca l’oggetto che sta cercando di rappresentare.

Appunto: i limerick sembrano solo banali poesiole che fanno sorridere, e invece possono scatenare riflessioni molto interessanti.

E mi piace pensare che non sia un caso che il convegno a cui domani andrò a dare un’occhiata (organizzato, tra gli altri, dal mio amico Mario di Elab), si intitoli GisTales: di dati, persone e strumenti. Si parla di cartografia, delle sue ultime frontiere, e dei sistemi, come Google Earth (“anche se meglio”, come mi è stato precisato), che hanno fatto fare un balzo avanti nella conoscenza di massa di questo settore. Mi piace l’accento sulla storia, anche in questo caso. A domani al GIS Day!

Fotomicrografia

Ho parlato più volte (qui, qui e qui) di immagini e fotografie scientifiche. A dire il vero mi sono sempre tenuto un pò sul bordo, considerando di più la fantascienza, e il ruolo che in essa hanno sempre svolto le immagini, fotografiche e non. Poi mi sono occupato di quale ruolo la fotografia potrebbe rivestire nella comunicazione scientifica, mostrandoci ciò che ancora non è visibile, e dosando l’estetica con il contenuto informativo per rendere accessibili concetti difficili, quali potrebbero essere quelli della fisica o della biotecnologia.

Nei miei post ho sempre portato ad esempio la fotografia astronomica, che, essendo un vecchio astrofilo dilettante, rientrava più tra i miei generi preferiti. Ma, mi è stato fatto notare, esiste un altro genere di fotografia scientifica che, nata nei laboratori per studiare degli oggetti, a volte si impone per la bellezza delle proprie immagini. E’ la fotomicrografia, che si occupa di studiare soggetti normalmente invisibili ad occhio nudo, attraverso fotocamere collegate ai microscopi. C’è un’inversione di scala, qui: dallo studiare l’infinitamente grande allo studiare l’infinitamente piccolo.

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(Carbon Nanotubes, post growth. Foto: Paul Marshall, Nikon Instruments Inc. Melville, NY)

Ho interrogato Google sulla fotomicrografia, e la prima cosa che ho scoperto è che non va confusa con la microfotografia, che è la riproduzione in miniatura di oggetti visibili, come documenti. Poi, ho scoperto che ogni anno si tiene una competizione di fotomicrografi, il Nikon International Small World Competition, che raduna i migliori specialisti del settore e premia gli scatti più belli dell’anno.

Anche qui, però, come ogni altro concorso fotografico, bisogna fare attenzione a cosa significa “gli scatti più belli”. Il concorso, infatti, si presenta come

the leading forum for showcasing the beauty and complexity of life as seen through the light microscope. For over 30 years, Nikon has rewarded the world’s best photomicrographers who make critically important scientific contributions to life sciences, bio-research and materials science.

Non basta, quindi, che le foto siano belle. Devono anche avere un interesse scientifico, aumentare le conoscenze di biologia o di scienze dei materiali. Eppure, a ben guardare alcune gallerie in giro per la rete (su Environmental Graffiti ce n’è una molto interessante), viene più di una volta il sospetto che le foto siano state scelte più per la loro estetica che per il loro contenuto.

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(Pleurosigma marine diatoms. Foto: Michael Stringer, Nikon Instruments Inc. Melville, NY)

Come ho detto, mi sembra che anche in questo caso torniamo alla questione della (finta) opposizione tra contenuto e informazione nella fotografia scientifica. Nel senso che, se anche i fotomicrografi avessero in qualche modo ritoccato ciò che stava nel microscopio per renderlo più presentabile, non lo troverei per nulla scandaloso. La fotografia ha il compito di rappresentare le cose, di renderle visibili e tangibili, di portare i nostri occhi là dove ancora non erano stati; non di essere un calco della realtà. E in questo caso, questo ruolo della fotografia è reso ancora più palese dai soggetti, che sono per definizione invisibili, nella vita quotidiana. Dunque, la fotografia in questo caso deve non solo rendere visibili i soggetti, ma farlo in un modo che per le persone comuni possa risultare comprensibile.

Non è da escludere, allora, che anche in questo caso si debba arrivare a un compromesso, tra quantità di informazioni effettivamente trasmesse, e semplici concessioni all’estetica. Perché il risultato di un mancato compromesso potrebbe essere, semplicemente, la mancanza  sia di bellezza, che di contenuto informativo. Torna alla grande, in altre parole, l’onnipresente contesto: in un concorso pubblico, credo sia normale che si inviino le foto con uno sguardo all’estetica, o in ogni caso foto diverse da quelle che si userebbero in laboratorio a fini esclusivamente di ricerca. Ma quello che mi piacerebbe vedere, oltre ai provini dei fotomicrografi, è, ancora, il processo con cui nascono queste foto, per capire se è in qualche modo apparentato con quello che serve a fare nascere le foto astronomiche, in cui immagini appartenenti a tre bande visive diverse vengono fuse tra loro e colorate in modo del tutto arbitrario. Se c’è qualche fotomicrografo a leggermi, sono benvenute, come sempre, le sue idee.

Non credo ci sia altro settore della fotografia, comunque, in cui sia più palese la funzione di cui ho detto, di rendere visibile l’invisibile. Ovviamente, questo accade, in gradi diversi, un pò in tutte le fotografie. Ma nella fotografia microscopica è proprio lampante. E non escludo quindi che, come negli altri generi, anche nella fotomicrografia si cerchi, molto spesso, di interpretare fotograficamente il mondo, per renderlo più comprensibile.

Per finire, un messaggio ai fotomicrografi: la prossima volta, per favore, scegliete un nome, per la vostra professione, che non somigli a uno scioglilingua,o a uno degli aggeggi che studiate nei vostri microscopi.

Saturday poem: T.S. Eliot

La poesia di fine settimana, oggi, l’ho scelta più per il poeta, che per la poesia in sé. Perché è stato bravo a esprimere una enorme quantità di cose, tra le quali una modernità che alcuni non capivano. Buon fine settimana a tutti!

T.S. Eliot

Cousin Nancy

Miss Nancy Ellicot
Strode across the hills and broke them
Rode across the hills and broke them–
The barren New England hills–
Riding to hounds
Over the cow-pasture.

Miss Nancy Ellicott smoked
And danced all the modern dances;
And her aunts were not quite sure how they felt about it,
But they knew that it was modern.

Upon the glazen shelves kept watch
Matthew and Waldo, guardians of the faith,
The army of unalterable law.

Elenchi e liste

Tempo fa avevo scritto, qui, qualcosa a proposito della “caccia” a soggetti da fotografare. Avevo descritto, brevemente, il processo con cui il fotografo americano Alec Soth trova i suoi soggetti: scrive una lista di cose di cui è interessato, e l’avere una lista lo spinge ad uscire, a cercare cose da fotografare nel vasto, buio mondo.

L’avere una lista, il redigerne una, è un modo di fare ordine nel mondo, per capire bene il nostro rapporto con esso. Non è stata una sorpresa, quindi, guardare la puntata di ieri di Vieni via con Me, tutta incentrata sugli elenchi. Elenchi che esprimevano motivazioni, che dipingevano situazioni, che cercavano di mettere ordine in un mondo, quello odierno, che è sempre più vasto e confuso (e, proprio per questo, difficile da fotografare come si deve, aggiungo io). C’è tutta una sezione elenchi sul sito di Vieni via con me, in cui le persone possono proporre il proprio elenco, e si va dall’esistenziale (motivi per restare in Italia, o per andare via) al più pratico (gente che incontri in autostrada).

Degli elenchi che ho ascoltato ieri in trasmissione, però, mi ha fatto impressionato molto questo: bisogna essere veramente pieni di frustrazioni, per dire cose del genere ad uno sconosciuto, al telefono.

Aggiungerò i miei due cent, allora. Ecco l’elenco dei libri che, in questo momento, ho sul comodino, o sparsi per casa per leggerli o rileggerli:

  • “Verso Mauritius” di Patrick O’Brian
  • “Verso un’ecologia della mente” di Gregory Bateson
  • “Godel, Escher, Bach” Douglas Hopfstadter
  • “Piemonte” Josef Koudelka
  • Una monografia su David Bailey
  • “Educare lo sguardo” Roswell Angier
  • “Impero” Niall Fergusonn
  • “Io, l’Immortale” Roger Zelazny
  • “La voce delle immagini” Chiara Frugoni.

Thinking images ed Edmund Clark

Da un pò di tempo leggo, e raccomando di leggere, David Campbell, intellettuale inglese che si occupa di fotografia, fotogiornalismo e nuovi scenari dell’economia digitale.

Ogni lunedì, da quattro settimane, Campbell pubblica Thinking Images, semplicemente alcune sue riflessioni su delle immagini che vede durante il corso della settimana. Mi sembra un ottimo modo di iniziare, soprattutto visto che le riflessioni sono sempre stimolanti, mai banali, e tengono sempre conto del contesto in cui le fotografie vengono lette ed inserite.

Grazie al post di oggi ho potuto scoprire, così, “Guantánamo: If the light goes out” di Edmund Clark. Progetto interessante per diverse ragioni, che Campell elenca egregiamente, e in modo molto migliore di come potrei farlo io, per cui vi invito a leggere il post direttamente sul suo sito (ed a guardare le foto di Clark: il servizio sul Guardian e la galleria su Lensculture). Di mio, aggiungerò solo che è lampante, guardando il lavoro di Clark, che un lavoro documentario di qualità non può prescindere dalla consapevolezza di quali sono gli stereotipi visivi in circolazione su di un dato soggetto, né dallo studio di un’estetica consapevole per andare oltre tali stereotipi. In altre parole, riflessione, studio, approfondimento ed estetica devono sempre essere al primo posto, quando si prepara un reportage.

Buona settimana a tutti!

Distopia del 5 novembre

Come far passare oggi senza giocare un pò con V for Vendetta?

La data di oggi viene ricordata, nel Regno Unito, come quella della congiura delle polveri. Per come viene riassunta qui la storia, quella congiura mirava a uccidere il Re Giacomo I d’Inghilterra, e i membri del parlamento inglese, con una esplosione. La congiura fu scoperta da un soldato del Re, e l’artificiere dei congiurati, un certo Guy Fawkes, venne arrestato, torturato e impiccato. Da allora, ogni cinque novembre vengono bruciati dei pupazzi che raffigurano i congiurati, e viene cantata una filastrocca:

Remember, remember,
the fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I see no reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot!

Questa, molto in sintesi, è la storia. Ma devo ammettere che non ne sapevo nulla prima di vedere V for Vendetta, un film che mi è piaciuto molto, e da subito. Come si saprà, il protagonista del film indossa una maschera di Guy Fawkes. V for Vendetta appartiene al filone delle distopie: storie, genericamente di fantascienza, che raccontano di società future completamente inaccettabili e mostruose. Di solito sono società che hanno molto in comune con la nostra. Seguendo un classico schema della fantascienza, le distopie estremizzano delle tendenze, sociali o scientifiche, chiaramente presenti nelle società odierne, e cercano di ipotizzare gli sviluppi futuri.

Il secolo scorso è stato molto fiorente, per la produzione di distopie, sia in letteratura, che nel cinema e nei fumetti. Alcune sono diventate famose, come 1984 di Orwell, Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, il Tallone di Ferro di Jack London, Arancia Meccanica e Blade Runner.

Negli ultimi anni c’è stato una declinazione particolare delle distopie. E’ evidente che cineasti e scrittori amano parlare del mondo che li circonda, ed estremizzarlo. E l’ultimo decennio ha visto una corrente particolare di distopie, di cui V for Vendetta, il film, è un esempio lampante. Ho specificato “il film” perché il fumetto ha una storia molto più articolata, e inoltre viene raccontata in un futuro realistico, ma ipotetico, in cui la società si è molto staccata da quella che noi viviamo quotidianamente. Il film, invece, ha chiari legami con gli anni che abbiamo appena trascorso, quelli della guerra al terrorismo, delle guerre in medio oriente, degli scontri di civiltà e dei diritti civili negati in nome dello stato di guerra e della necessità della nazione. Per esempio, il film sottolinea moltissimo il ruolo essenziale che ha la paura, l’induzione della paura, nell’azione dei governi. E mostra diversi segni che fanno intendere che il mondo di V for Vendetta, anche se nel futuro, è figlio diretto del nostro presente: i cappucci messi agli incarcerati; le immagini di sommosse urbane, tutte “reali”; le sequenze dei telegiornali, che urlano notizie di catastrofi drammaticamente simili a quelle che, periodicamente, siamo costretti ad ascoltare noi.

La distopia di Guy Fawkes, in altre parole, mischia reale e immaginario per dirci qualcosa su…. già, su cosa? Secondo me, su entrambe le cose: reale, E immaginario. Nel senso che ci ammonisce per qualcosa che sta succedendo nel nostro mondo reale, ma ci fa capire che la nostra battaglia è anche nell’immaginario, nel consumo quotidiano di immagini e narrazioni (che solo a volte sono puramente di informazione) che vorrebbero imporci modi di pensare del tutto fittizi. Nel portare avanti questo discorso, V for Vendetta descrive un mondo che, partendo da premesse analoghe a quello reale, è del tutto distante dall’equazione, di solito portata avanti dai governi, “più pace, più sicurezza, più tranquillità, in cambio dei vostri diritti”. In altre parole, descrive un futuro cupo, là dove i governi e i media ne descrivono uno radioso.

Ed è esattamente questo, secondo me, il tratto che unisce V for Vendetta ad altre narrazioni distopiche del decennio scorso. Il maneggiare la stessa, identica narrazione che viene usata da media e governi (definizione generica, lo so…), e cambiarla di segno. E’ un’operazione che si può ritrovare in diverse opere, e in diversi media. Tutto “Year zero” dei Nine Inch Nails racconta un futuro inquietante, in cui le peggiori tendenze fondamentaliste e fasciste degli Stati Uniti odierni hanno preso il potere, e lo usano per soffocare la libertà dei cittadini. Per raccontare questo futuro, Trent Reznor è, per così dire, uscito dal disco, ed ha inventato una narrazione condotta come una caccia al tesoro, in cui, per mesi, i fans cercavano indizi su questo fantomatico mondo di Year Zero. Era come leggere messaggi che arrivavano dal futuro prossimo, e in diversi momenti è stato proprio inquietante (tutta il racconto della campagna, e la descrizione completa del mondo di Year Zero, può essere trovata QUI). Inquietante perché spesso si faceva riferimento a fatti già successi, e quindi a volte si aveva la sensazione di non capire più in quale realtà ci si trovava. Forse è per questo che li chiamano Alternate Reality Game.

Altre distopie che hanno questo tono? Bioshock, direi. In cui, a dire il vero, le cose sono maneggiate in maniera diversa: si parte dagli anni sessanta del secolo scorso, e si va a finire in un mondo del tutto diverso da quello che ci ha raccontato la storia che studiamo. Ma, guardando bene, qual’è il mondo subacqueo in cui si svolge l’azione di Bioshock, tolta l’iconografia retrò e un pò di tecnologia strana? E’ il nostro, con la sua disgregazione sociale, con i suoi problemi psicologici e politici.

E ora, che cosa ci proporrà la fantascienza distopica in questo decennio? Io ancora segnali interessanti non ne ho visti, a meno che non vogliamo considerare Avatar una distopia. Ma non mi pare. E in ogni caso, secondo me, Avatar usa il procedimento inverso: usa la fantascienza, per analizzare il passato prossimo. Forse dal mondo del fumetto. Ho letto qualche numero di DMZ (disegnato, peraltro, dall’italiano Riccardo Burchielli) e sembra molto interessante, disegnato benissimo, per quanto, al punto in cui sono arrivato io, ancora non vedo i segni di un riflessione approfondita sul mondo odierno (ma i segnali sono molto promettenti).

Aspetto di vedere qualche bel film di fantascienza distopica, allora. In attesa che facciano un bel film su Anathem. Il quale non è una distopia (non nel senso che ho detto finora, quantomeno), ma è uno dei più bei romanzi che abbia letto negli ultimi anni.