Ho parlato più volte (qui, qui e qui) di immagini e fotografie scientifiche. A dire il vero mi sono sempre tenuto un pò sul bordo, considerando di più la fantascienza, e il ruolo che in essa hanno sempre svolto le immagini, fotografiche e non. Poi mi sono occupato di quale ruolo la fotografia potrebbe rivestire nella comunicazione scientifica, mostrandoci ciò che ancora non è visibile, e dosando l’estetica con il contenuto informativo per rendere accessibili concetti difficili, quali potrebbero essere quelli della fisica o della biotecnologia.

Nei miei post ho sempre portato ad esempio la fotografia astronomica, che, essendo un vecchio astrofilo dilettante, rientrava più tra i miei generi preferiti. Ma, mi è stato fatto notare, esiste un altro genere di fotografia scientifica che, nata nei laboratori per studiare degli oggetti, a volte si impone per la bellezza delle proprie immagini. E’ la fotomicrografia, che si occupa di studiare soggetti normalmente invisibili ad occhio nudo, attraverso fotocamere collegate ai microscopi. C’è un’inversione di scala, qui: dallo studiare l’infinitamente grande allo studiare l’infinitamente piccolo.

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(Carbon Nanotubes, post growth. Foto: Paul Marshall, Nikon Instruments Inc. Melville, NY)

Ho interrogato Google sulla fotomicrografia, e la prima cosa che ho scoperto è che non va confusa con la microfotografia, che è la riproduzione in miniatura di oggetti visibili, come documenti. Poi, ho scoperto che ogni anno si tiene una competizione di fotomicrografi, il Nikon International Small World Competition, che raduna i migliori specialisti del settore e premia gli scatti più belli dell’anno.

Anche qui, però, come ogni altro concorso fotografico, bisogna fare attenzione a cosa significa “gli scatti più belli”. Il concorso, infatti, si presenta come

the leading forum for showcasing the beauty and complexity of life as seen through the light microscope. For over 30 years, Nikon has rewarded the world’s best photomicrographers who make critically important scientific contributions to life sciences, bio-research and materials science.

Non basta, quindi, che le foto siano belle. Devono anche avere un interesse scientifico, aumentare le conoscenze di biologia o di scienze dei materiali. Eppure, a ben guardare alcune gallerie in giro per la rete (su Environmental Graffiti ce n’è una molto interessante), viene più di una volta il sospetto che le foto siano state scelte più per la loro estetica che per il loro contenuto.

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(Pleurosigma marine diatoms. Foto: Michael Stringer, Nikon Instruments Inc. Melville, NY)

Come ho detto, mi sembra che anche in questo caso torniamo alla questione della (finta) opposizione tra contenuto e informazione nella fotografia scientifica. Nel senso che, se anche i fotomicrografi avessero in qualche modo ritoccato ciò che stava nel microscopio per renderlo più presentabile, non lo troverei per nulla scandaloso. La fotografia ha il compito di rappresentare le cose, di renderle visibili e tangibili, di portare i nostri occhi là dove ancora non erano stati; non di essere un calco della realtà. E in questo caso, questo ruolo della fotografia è reso ancora più palese dai soggetti, che sono per definizione invisibili, nella vita quotidiana. Dunque, la fotografia in questo caso deve non solo rendere visibili i soggetti, ma farlo in un modo che per le persone comuni possa risultare comprensibile.

Non è da escludere, allora, che anche in questo caso si debba arrivare a un compromesso, tra quantità di informazioni effettivamente trasmesse, e semplici concessioni all’estetica. Perché il risultato di un mancato compromesso potrebbe essere, semplicemente, la mancanza  sia di bellezza, che di contenuto informativo. Torna alla grande, in altre parole, l’onnipresente contesto: in un concorso pubblico, credo sia normale che si inviino le foto con uno sguardo all’estetica, o in ogni caso foto diverse da quelle che si userebbero in laboratorio a fini esclusivamente di ricerca. Ma quello che mi piacerebbe vedere, oltre ai provini dei fotomicrografi, è, ancora, il processo con cui nascono queste foto, per capire se è in qualche modo apparentato con quello che serve a fare nascere le foto astronomiche, in cui immagini appartenenti a tre bande visive diverse vengono fuse tra loro e colorate in modo del tutto arbitrario. Se c’è qualche fotomicrografo a leggermi, sono benvenute, come sempre, le sue idee.

Non credo ci sia altro settore della fotografia, comunque, in cui sia più palese la funzione di cui ho detto, di rendere visibile l’invisibile. Ovviamente, questo accade, in gradi diversi, un pò in tutte le fotografie. Ma nella fotografia microscopica è proprio lampante. E non escludo quindi che, come negli altri generi, anche nella fotomicrografia si cerchi, molto spesso, di interpretare fotograficamente il mondo, per renderlo più comprensibile.

Per finire, un messaggio ai fotomicrografi: la prossima volta, per favore, scegliete un nome, per la vostra professione, che non somigli a uno scioglilingua,o a uno degli aggeggi che studiate nei vostri microscopi.