Procedendo…

Con questa storia di riunire la famiglia in occasione di un week end lungo, mi sono trovato a scrivere nella vecchia cameretta in cui facevo i compiti e mi ritiravo stonato di marjiuana sperando che i miei non mi sgamassero. Il che significa che non sto scrivendo quanto vorrei. Avere genitori e fratelli intorno e seguire la stessa tabella di marcia di sempre è praticamente impossibile. Troppe distrazioni, anche escludendo gli amici che si fanno avanti per una birretta in nome dei vecchi tempi, e mio fratello, diavolo tentatore, ha portato GTA V, su cui metterò le manacce nel pomeriggio.

Sono riuscito a non fermarmi, però:

– ho finito la terza parte su quattro del mio romanzo. A tratti suona fantastico, in altre parti rallenta un pò, che è quello che voglio. Non vedo l’ora di finire;

– soggetto, progetto, trattamento e breakdown per la mia graphic novel breve sono pronti, da questa mattina. Devo iniziare la sceneggiatura, e penso che per la prossima settimana sarà finita. La cosa più difficile però sarà fare girare il progetto, e immagino che inizierò a pensarci da lunedì. Non so come fare, a dire il vero. Penso che prima di bussare direttamente alla porta di qualche editore chiederò qualche consiglio a chi già ci lavora. Sperando che non mi pianti in asso, come l’ultimo con cui mi ero sentito;

– ho un altro racconto in cantiere, e un altro soggetto per fumetti. Mi sa che ne parlerò da metà mese in poi. Per adesso, tutte le risorse sono sul romanzo, e su questa sceneggiatura che scrivo come modo per rilassarmi un pò, e sul blog;

– a tal proposito, penso che scriverò qualcosa sull’MMA, e su come curiosamente sia un ottimo modo per comprendere il carattere di qualcuno.

A parte lo scrivere, questa settimana sono in pausa da palestra, e già mi sento il corpo tutto offeso che mi chiede di rimediare. Rimedierò con sedute continuate di GTA V. Il mio fitbit dice che continuo ad avere i ritmi del sonno un pò tirchi, non riesco a dormire più di sei ore a notte e l’ideale sarebbe otto. Vorrei leggere un sacco di cose, incontrare un sacco di gente, fare una passeggiata in spiaggia e andare a un concerto, sabato.

Per tutti questi motivi, il blog sarà, per lo più, in silenzio per il resto della settimana, a parte qualche aggiornamento occasionale. Fate un buon fine settimana, e che la forza sia con voi.

Lost in tradition

(Durante le festività ci sono sempre in giro mucchi di radicalintellettualpoveracc’ che hanno le loro teorie su cosa sia giusto o sbagliato pensare in occasione di qualche data sul calendario. Un pò bisogna indignarsi contro il conformismo e il consumismo, ma secondo altri non bisogna farsi sfuggire l’occasione di una stoccatella ironica che conclude sempre “divertitevi tutti e un pò d’ironia, su”. L’ironia, questo lasciapassare generazionale a qualsiasi stronzata. Io ho deciso per una corrente alternata: quest’anno scriverò solo pezzi a favore delle feste, il prossimo sarò contro e scontroso e anticonformista. Se non vi piace il pezzo di oggi, fottetevi. Ah, no, quello era per l’anno prossimo.)

Una volta ero in Canada. Me ne sono accorto perché mettevano dovunque lo sciroppo d’acero, insieme a quell’insopportabile buon senso ed educazione, anche quando cercavi di litigare. E poi era tutto un parlare del tempo, e quanto è brutto il tempo, e quanto è freddo il tempo. A volte univano le cose:

– Buongiorno signorina, quant’è un caffé allo sciroppo d’acero?

– Si aspetta una nevicata e quindici sotto lo zero, dude.

– Fottiti, brutta troia con la figa a mazza da hockey.

– Oh, mi scusi se l’ho provocata, signore.

Esasperante. Un giorno mi sono stancato di trovare Tim Horton’s e scoiattoli ad ogni angolo della strada e sono andato negli Stati Uniti. Lì la situazione è immediatamente migliorata, invece dei Tim Horton’s c’erano i negozi di armi, gli scoiattoli erano tutti stati fatti fuori, e lo sciroppo d’acero era uguale, ma la scritta in grande sull’etichetta era MADE IN PENNSYLVANIA. Patriottismo anche sui gliceridi. Gli Stati Uniti, e un pò meno anche il Canada, sono davvero fissati con la patria e la tradizione. I loro libri di storia iniziano tutti con un italiano che scopre la loro terra, e quindi devono in qualche modo scimmiottare gli atteggiamenti di chi avevano qualcosa da dire anche prima. Che poi, basterebbe scrivere dei libri che parlano anche di prima che arrivasse Colombo.

C’è poco da fare ironia, però. Anche noi italiani siamo talmente ossessionati dalle tradizioni da non nominarle neanche più chiaramente. Noi le viviamo, le inseriamo nella vita di tutti i giorni, ce ne facciamo soggiogare e, come dessert, ci impediamo di chiamarle per nome, in modo da dire che un certo comportamento o un certo modo di pensare è naturale ed è sempre stato così. È un modo di agire talmente radicato che guardiamo con sospetto chi invece lo indica e lo smaschera, pensando che sia il classico pedante che prende sul serio tutto quello che gli sta intorno. Non ci piace chi ci mette di fronte ad altri modi di comportarsi, e non ci piace chi ci ricorda che anche il nostro modo di agire può essere costruito e artefatto.

In questi giorni è tutto un turbinare di italica spocchia, credo che i miei connazionali abbiano una qualche nostalgia del vento autunnale e allora cerchino di gonfiarsi più che possono, in attesa di una soffiata galattica. Domani sarà Halloween, e orrore! Una festa importata da altrove, che non c’entra nulla con le nostre tradizioni, un rito con-su-mi-sti-co, imparato dai film, e stupidotti quelli che provano a importarlo in Italia.

Ci vedo diversi problemi in questo atteggiamento. Se è il lato consumistico che disturba, mi sa che dobbiamo smettere di festeggiare qualsiasi altro giorno segnato in rosso sul calendario. E in effetti, molti secchioni ci stanno provando anche con il Natale. E a meno che non andiamo tutti in giro con il nostro albero genealogico a dimostrare la nostra purezza, tutte, tutte le tradizioni, a un certo punto, sono state costruite e innestate su una cultura. Non c’è motivo biologico per cui io appartengo a una tradizione, ma solo sociale: dove sono nato, a quale clan appartengo.

Si, è più complesso di così, i sociologi potrebbero dirne a bizeffe. Proprio questo dimostra che parlarne ancora è del tutto ridicolo. Il punto è che le tradizioni sono sempre costruite e sempre costrittive, a prescindere dalla loro stupida nazionalità. La tradizione, scava scava, riguarda sempre un gruppo di persone morte da tempo che hanno fatto delle cose, e ora noi dovremmo dimenticarci di quello che possiamo fare per rifare le cose di quei morti. Riesco a vedere solo una cosa più idiota di una tradizione, ed è mettersi a piluccare sulla nazionalità dei morti che l’hanno inventata. I nostri morti meglio dei loro, le nostre idiozie meglio di quelle estere.

Diceva il buon Doug Stanhope che più un popolo parla di quello che ha fatto in passato più è probabile che non abbia fatto un cazzo da allora. Noi italiani siamo dei campioni se ci mettiamo a sprecare un sacco di risorse intellettuali per stabilire se è meglio una tradizione nata un centinaio di anni fa, cinquecento o un milione. È roba morta. Nella maggior parte dei casi chi festeggia Halloween, o Natale, o Pasqua, lo fa per i più sinceri motivi di festa, ubriacatura, concerti e sesso scadente (il sesso durante le feste non è quasi mai di qualità, tranne rari casi) (come la notte di Natale) (dentro la Chiesa). Chi vuole continuare la tradizione dovrebbe continuare a farlo, ma dovrebbe essere consapevole che adora dei morti, esattamente come tutti gli altri, e quindi ha poco da fare lo spocchioso. La cosa migliore sarebbe stappare una tequila e inaugurare il mio nuovo vestito da Rocco in nudo integrale, e al primo che commenta malamente spruzzarlo di robaccia bianca maleodorante e dire “scusa tanto, ho mangiato cattivo”. E poi offrire un altro giro. A quel punto, solo a quel punto, mostrarmi interessato ala tradizione, quale che sia. Happy Halloween.

El jobbo

Mentre mi riprendo dai colpi che ho preso questa mattina in allenamento ricomincio a lavorare al mio romanzo. In questo momento sono nel mezzo della rilettura finale. Poi sarà il momento di trovargli una casa.

Mi sono reso conto che adoro fare questo genere di lavori di lunga portata, ma al tempo stesso ho bisogno di lavori – lubrificante per mandarli giù bene. Scrivere un romanzo ti prende, se va bene, un anno di tempo, e se uno è come me ogni tanto ha bisogno di un pò di solletico all’ego. Che è il motivo per cui scrivo qui: un attimo dopo aver ticchettato a caso sulla tastiera è pubblico.

Sto anche lavorando a un altro paio di cose. Ho dei fumetti da parte, nel caso foste anche voi dei disegnatori troppo scarsi per pagarvi uno sceneggiatore. Ho spedito una sinossi a uno scrittore abbastanza serio, ed essendo serio, dopo un primo scambio è sparito senza spiegarmi perché. No ma è ok, lo so che va così in questo mondo, niente di personale. Se ti becco ti picchio con il crik.

Di un’altra storia sto finendo il progetto, tre pagine che vorrei mandare in giro per editori. È una bella cosa in sedici tavole, in cui un’ambientazione distopica e di analisi sociale serve a nascondere la vera storia, un noir su un killer a cui hanno rapito la donna per fatti di droga. Nelle mie storie ultimamente entra sempre più spesso la droga, e dato che non fumo da quasi dieci anni, devo iniziare a chiedermene il motivo.

Va bene, era solo per fare nascere la categoria “El Jobbo”, che aggiornerò, spero, settimanalmente, spero. Ci sono cose anche più interessanti, e ovviamente del tutto inutili, che si prenderanno una categoria a sé (tipo le mie esperienze con il FitBit, ad esempio).

Buon lavoro.

Cozì parlò

Da quando antiche divinità sudamericane dall’odore di rum mi insegnarono l’esistenza e il significato del fine settimana, ho iniziato a prendere il venerdì sera come Walter prende lo Shommer Shabbat. Dalle sette in poi chiudo ogni file sul computer, getto la macchina fotografica dalla finestra, rispondo al telefono solo per attività religiose come una birretta in centro e SOPRATTUTTO NON GIOCO A BOWLING! SHOMMER SHABBAT!

(Ci gioco, in verità, ma non spesso quanto vorrei. L’importante è puntare tutto sulle prime partite, poi la birra mi fa andare in trance agonistica e ogni boccia è uno strike. Su una pista diversa dalla mia.)

Il tutto è organizzato per concedere alla testa un pò di sana pausa. Sbomballamento, stanchezza da hangout, un pò di sesso senza orari, fumetti, XBox. Quando mi arriverà GTA V credo che il sesso tornerà ad avere orari. Ma non sempre si riesce a staccare. I pensieri continuano ad andare a una storia che stai scrivendo, a un’altra che stai mettendo insieme, a un blog che hai appena aperto e già non sai che cazzo scriverci e allora vai con il post sul week end. Il taccuino durante Shommer puoi prenderlo, e allora inizi a prendere note per qualche ideuzza, e dopo un centinaio di pagine fitte, che la tua compagna guarda e ti dice ma non facevi prima al computer, prendi un libro per rilassarti ma è di uno stupido romanziere americano che scrive meno profondamente di un’etichetta dei sottaceti, e allora vai alla libreria e riprendi, dopo quasi quindici anni, un libretto che credevi di avere consegnato alla storia come i jolly invicta, le camicie di flanella di quando cercavi di convincerti che non importava stare a Seattle o nel profondo sud italiano, e i dischi dei Pantera. Giallo, bella edizione Adelphi, e l’aura da totem antiradicalchic. Antisoprattuttoragazze, a dire il vero. Va bene, facciamola breve: ho ricominciato a leggere “Così parlò Zarathustra”. E questa volta lo capisco meglio di quando a sedici anni lo leggevo e lo imparavo per fare colpo sulla gente. Mai rimediato niente grazie a Zarathustra.

Questo non significa che lo sto assimilando bene. Ho detto solo che lo capisco meglio rispetto a quando lo usavo come status symbol – di che, poi? Della mia intelligenza? Ahah. Alla cassa, prego. Nietzsche ha sempre scritto con questa prosa poetica assolutamente slegata da tutto, o si riesce ad andarci dietro o meglio lasciare prima ancora di iniziare. Chi è abituato solo al linguaggio teoretico di solito non lo apprezza. Per fortuna una volta ho avuto una ragazza che leggeva un sacco di poesia e mi ha insegnato le sottigliezze del parlare metaforico. Ora fa l’ortopedica, credo. Non lo so: l’ultima volta che ho visto una sua foto su un social network ho pensato che dovevo essere ridotto davvero male in quel periodo. (E odiava Nietzsche, e anche ogni cosa avesse mai scritto un americano. Poveraccia.)

Comunque, questa volta non ho la tentazione di abbandonare il libro a ogni pagina. E, oltre al prosare poetico – termini importanti usati in questo post: teoretico, Nietzsche, prosare, poesia, metaforico. Chissà che idea si farà di me google. Non voglio che mi prenda per un secchione. Rimedierò presto con un altro post sulla boxe – , mi sa che c’entra anche il contenuto. Quello che scrive Nietzsche è adatto a un pomeriggio di surf seguito da bevute e sesso. Torni a casa, ti metti lì e scrivi un grande racconto. Lo spirito, intendo. L’umore generale – lo so che fa più fico scrivere mood, fottetevi – non è la classica stronzata ingessata, rassicurante e consolatoria. Nietzsche è pieno di vita, pulsa. Me lo vedo bene a fare una di quelle vite assurde, paracadutismo e viaggi dappertutto, che di solito ha gente molto più interessante di me, che evidentemente non dorme mai.

Ma questo non vuol dire che Nietzsche debba servire da consolazione per un’altra categoria, quelli che hanno bisogno di ripetersi di continuo “Superuomo! Superare tavole valori! Volontà di potenza!” per potere avere una cosa che somiglia a una vita. Quel genere di tizi che non possono semplicemente cercare di vivere una vita piena, no, devono per forza imporsi su qualcun altro, e comportarsi di merda. Non sono un esegeta – aggiungere al conteggio delle parole di cui scusarsi quando si usano con la persona media – di Nietzsche, ma non credo che intendesse siate dei pezzi di merda quando ha scritto che l’uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo.

Insomma, secondo me si può avere tutto senza distruggere gli altri. Non significa doversi per forza piegare, e accontentare tutti quelli che cercano di imporre la propria vita sulla nostra. Bisogna, in un certo senso, rendersi talmente forti da poter cedere quello che si vuole, indipendenti e liberi al punto da potersi aprire, perché a quel punto si sa come reagire alle proprie paure.

Dunque, si: se Nietzsche oggi fosse vivo, passerebbe il fine settimana a giocare a GTA. Non a leggere Pasolini, né a qualche mostra del cazzo di cui non ci si ricorderà mai. GTA rende forti, e porta i segni di una nuova era, e c’è più caos danzante al suo interno che in un’intera discografia degli Arcade Fire.

KO da noia

Apro youtube, e nella colonna dei video suggeriti trovo questi highlights di Vitali “Dr. Ironfist” Klitschko vs Derek “testa di cazzo” Chisora. Non avevo mai visto quel match, e non ho mai caricato un video su un blog, quindi eccolo qua. Ho appena imparato a fare una cosa che un ragazzino di 15 anni faceva prima del periodo – pippe.

Primo pensiero: meno male che sono degli highlights. Un combattimento intero con quel ritmo non lo avrei sopportato, sarei stato steso dalla noia dopo i primi tre round. Tanto, qualsiasi incontro in cui sia coinvolto un Klitschko finisce con una sua vittoria. In questo modo però mi sono reso conto di stare girando le spalle a tutto quello che nel senso comune – oh, i mitici uomini e donne medi, quelli per cui la boxe è violenta ma che sport è? – fa di un match di boxe un Bell’Incontro della Nobile Arte: legnate, tensione personale, colpi da KO. In Klitschko vs Chisora c’era tutto questo. Com’è che persino l’highlight annoiava a morte, allora?

Il fatto è che non ho ancora capito se mi piace o no la boxe di Klitschko. Lasciamo stare quella di suo fratello Wladimir, la prova che i robot si sono già infiltrati tra noi (incontro tipico di Wladimir Klitschko: jab jab diretto jab, jab montante gancio jab, jab diretto gancio, jab jab diretto gancio montante jab, jab diretto CLAMOROSO! KO!) (Yaaaaawn). No, Vitali in questo è sempre stato più umano, si prende i suoi colpi, li dà belli pesanti. Ecco, magari cambierei quella guardia, ma non perché penso di capirne. Da spettatore sono convinto che con i pugni più alti ne darebbe di più coreografici, e mi divertirei di più. Il punto con Klitschko è che tutto in lui sovrasta talmente tanto gli avversari da rendere il KO o la vittoria finale ai punti una formalità. Klitschko arriva ed è più figo a dare i colpi, a prenderli sul suo corpo da montagna, a non perdere la calma quando le cose si mettono male, a puntare l’avversario con gli occhi di un cecchino e fregarlo quando si scopre. Niente schivate, niente messe alle corde, niente movimento, come se stesse combattendo contro un sacco.

Nei Klitschko-trituramenti non c’è dramma, non ce n’è mai. Sono sicuro che Sun Tzu se la ride, da qualche parte, perché Vitali Klitschko è una delle dimostrazioni più pure delle tesi dell’Arte della Guerra: vince prima ancora di combattere, a quando sale sul ring dà sempre l’impressione di mettere il minimo necessario di energie per arrivare al risultato. Ma la boxe non è solo risultato, né solo KO. Se lo fosse, qualsiasi combattimento da KO sarebbe stupendo. Quello che invece fa di un incontro un gran bell’incontro è il dramma, l’innesco di situazioni e la loro risoluzione immediata da parte di uomini messi sotto pressione dalla minaccia fisica, attraverso qualità che hanno poco a che fare con i pugni. Coraggio, volontà. O, se vi sembrano termini tabù (bella furbata da parte di alcuni, aver regalato alla fascisteria l’uso di questi concetti), lo scatto d’orgoglio, la competizione, l’energia raschiata dal fondo del barile che ci consente di superare i nostri limiti.

La boxe è bella, quando lo è, per questo. È la rappresentazione di uno dei conflitti più puri che ci possano essere, della paura e della vittoria, e incanala quel conflitto in modo sportivo. Vincere non basta: bisogna interpretare il dramma, essere degli attori con una storia da vivere. Altrimenti, diventa tiro al bersaglio.

Va bene, sarà anche perché da poco ho rivisto Pacquiao – Marquez IV, in tre round sono partiti tanti colpi quanti ne hanno dati i due Klitschko in tutta la carriera. E, in generale, preferisco i welter, molto più movimentati dei pesi massimi. Ma cavolo, una volta anche i massimi erano delle garanzie di spettacolo. Nell’incontro con Klitschko l’unico spettacolo è arrivato da Chisora, e fuori dal ring, con una lunga serie di momenti WTF. Auguri, se vuole mettersi sulla strada di Tyson: durante la pesata si è presentato con una bandana a bandiera inglese e ha schiaffeggiato Klitschko. Salito sul ring, sputa al fratello. Presa la sua dose di legnate, va a mettersi di fronte al vincitore con atteggiamento di sfida, come se non si fossero affrontati e non avesse perso per decisione unanime. Durante la conferenza stampa, inizia a litigare con Haye, altro noto gentiluomo della boxe inglese, che lo insulta fino a farlo alzare e fare a pugni. Davvero: dal dramma alla farsa.

Lo stesso Klitschko, per continuare sulla sua linea, ha praticamente smesso di combattere, ed ha annunciato di recente che si candiderà alla presidenza dell’Ucraina. Magari in parlamento avrà qualche botta in più da dare.

Il primo non si scorda mai

C’è sempre il problema di scriverlo, il primo post. Uno ha l’idea, sistema il template, ha anche il tempo di maledire wordpress perché i temi migliori sono a pagamento. Ma alla fine il senso di un blog è quello, bisogna iniziare a scriverci. Tra qualche anno, se mai un blog avrà la fortuna di durare tanto, tutte le aspettative, le idee, le cose da dire e l’ironia usata per camuffarle saranno lì, in quel primo post, a fare bella mostra di sé come il giubotto che avevi e che non puoi più mettere. Nel mio caso poi un blog non ha nessuna – nessuna – possibilità di superare l’anno di vita, e il primo post avrà la funzione di mostrare la grandezza dei progetti, e la mia bravura nel non realizzarli.

Ammesso che oggi abbia ancora senso aprire un blog. Sono arrivato a considerarla una cosa un pò da vecchi. Quando ero giovane gli smartphone non c’erano, i giovani rispettavano gli anziani pagando per loro un giro di puttane, e io avevo un blog. Ora qualsiasi cosa più lunga di cento parole dichiara al mondo “non voglio che mi leggiate”. Per questo va tantissimo tumblr: permette di sembrare intelligenti a caratteri zero (ne ho uno anch’io). Chi ancora porta avanti questi aggeggi, alla fine, lo fa perché è rimasto fermo a una vecchia forma di comunicazione, quella in cui la gente aveva voglia di ascoltarti per il tempo di una cacata media, oppure perché segretamente spera di fare il Grande Salto nella Carta Stampata. Bisogna diffidare di chi scrive troppo su un blog. Più ironico è, più la sua intenzione è di essere preso sul serio per la robaccia che scrive. C’è in giro un’ironia talmente disperata, un cinismo talmente forzato da risultare tenero. Per questo funziona benissimo twitter (ne ho uno anch’io, soprattutto per fare meta – tweet ironici sull’insensatezza del cinismo a tutti i costi).

Ci ho provato, e in tutti i modi: dal blog – diario di bordo alle prese di posizione indignate e controverse. Diavolo, ho anche provato a fare blogging su un argomento specifico e spacciarmi per esperto – senza riuscirci. Ogni volta mi sembrava di infrangere qualche regola. Avevo bisogno di pubblico, mi piaceva di più l’idea di avere un blog, che non di scriverci, e quindi cercavo di rispettare le regole. Specializzarmi. Fare incazzare. Attirare traffico. Quante stronzate si fanno.

Va bene. E allora – eccola, la domanda obbligatoria per il genere primo post – perché aprire un blog? Persino Sua Santità Warren Ellis è andato in silenzio internet. Ma è perché ho un sacco di idee. Perché se non mi metto a scrivere diventerò il Tizio Che Urla alla Fermata del Bus. Perché, anche se molti dicono che il blog come mezzo ha fatto il suo tempo penso che possa essere utile averne uno. Perché il mio taccuino non basta, ho bisogno di un pubblico. Perché anche se non si vede ho un ego bello grande, tenuto a bada da migliaia di nevrosi. Perché se oggi Norman Mailer avesse un blog si farebbe denunciare da Mayweather, altro che “la sfida”, e attirerebbe su di sé tutte le attention whore del creato. Perché tra un milione di anni anch’io voglio andare su internet per ritrovare i miei pensieri. Perché non ho un diario di bordo, e sono nel mezzo di un processo di trasformazione ancora in atto, e mi piacerebbe conservarne qualche traccia. Perché sono un’intelligenza artificiale, e sto conducendo un test per verificare quanto bene riesco a camuffarmi (a tal proposito, errori di grammatica e cattiva scrittura non saranno casuali, ma saranno generati da un algoritmo studiato apposta da Turing per ingannarvi, umani). Perché mi piacciono Hitch, la Muay Thai, Doug Stanhope, Orwell, Neal Stephenson, il Laphroaig, la storia della Royal Navy, Garth Ennis, Wu Ming e un milione di altre cose, e anche se so che ci sono, non riesco a vedere le contraddizioni, ma solo i legami.

Scegliete un motivo.  

Qui proverò a mettere cose più lunghe di 140 caratteri, o di foto intelligenti trovate su tumblr. Ma a volte potrà capitare di fare cross-posting.

Se vi piace, benvenuti. Se no, chi se ne frega.