Il primo non si scorda mai

C’è sempre il problema di scriverlo, il primo post. Uno ha l’idea, sistema il template, ha anche il tempo di maledire wordpress perché i temi migliori sono a pagamento. Ma alla fine il senso di un blog è quello, bisogna iniziare a scriverci. Tra qualche anno, se mai un blog avrà la fortuna di durare tanto, tutte le aspettative, le idee, le cose da dire e l’ironia usata per camuffarle saranno lì, in quel primo post, a fare bella mostra di sé come il giubotto che avevi e che non puoi più mettere. Nel mio caso poi un blog non ha nessuna – nessuna – possibilità di superare l’anno di vita, e il primo post avrà la funzione di mostrare la grandezza dei progetti, e la mia bravura nel non realizzarli.

Ammesso che oggi abbia ancora senso aprire un blog. Sono arrivato a considerarla una cosa un pò da vecchi. Quando ero giovane gli smartphone non c’erano, i giovani rispettavano gli anziani pagando per loro un giro di puttane, e io avevo un blog. Ora qualsiasi cosa più lunga di cento parole dichiara al mondo “non voglio che mi leggiate”. Per questo va tantissimo tumblr: permette di sembrare intelligenti a caratteri zero (ne ho uno anch’io). Chi ancora porta avanti questi aggeggi, alla fine, lo fa perché è rimasto fermo a una vecchia forma di comunicazione, quella in cui la gente aveva voglia di ascoltarti per il tempo di una cacata media, oppure perché segretamente spera di fare il Grande Salto nella Carta Stampata. Bisogna diffidare di chi scrive troppo su un blog. Più ironico è, più la sua intenzione è di essere preso sul serio per la robaccia che scrive. C’è in giro un’ironia talmente disperata, un cinismo talmente forzato da risultare tenero. Per questo funziona benissimo twitter (ne ho uno anch’io, soprattutto per fare meta – tweet ironici sull’insensatezza del cinismo a tutti i costi).

Ci ho provato, e in tutti i modi: dal blog – diario di bordo alle prese di posizione indignate e controverse. Diavolo, ho anche provato a fare blogging su un argomento specifico e spacciarmi per esperto – senza riuscirci. Ogni volta mi sembrava di infrangere qualche regola. Avevo bisogno di pubblico, mi piaceva di più l’idea di avere un blog, che non di scriverci, e quindi cercavo di rispettare le regole. Specializzarmi. Fare incazzare. Attirare traffico. Quante stronzate si fanno.

Va bene. E allora – eccola, la domanda obbligatoria per il genere primo post – perché aprire un blog? Persino Sua Santità Warren Ellis è andato in silenzio internet. Ma è perché ho un sacco di idee. Perché se non mi metto a scrivere diventerò il Tizio Che Urla alla Fermata del Bus. Perché, anche se molti dicono che il blog come mezzo ha fatto il suo tempo penso che possa essere utile averne uno. Perché il mio taccuino non basta, ho bisogno di un pubblico. Perché anche se non si vede ho un ego bello grande, tenuto a bada da migliaia di nevrosi. Perché se oggi Norman Mailer avesse un blog si farebbe denunciare da Mayweather, altro che “la sfida”, e attirerebbe su di sé tutte le attention whore del creato. Perché tra un milione di anni anch’io voglio andare su internet per ritrovare i miei pensieri. Perché non ho un diario di bordo, e sono nel mezzo di un processo di trasformazione ancora in atto, e mi piacerebbe conservarne qualche traccia. Perché sono un’intelligenza artificiale, e sto conducendo un test per verificare quanto bene riesco a camuffarmi (a tal proposito, errori di grammatica e cattiva scrittura non saranno casuali, ma saranno generati da un algoritmo studiato apposta da Turing per ingannarvi, umani). Perché mi piacciono Hitch, la Muay Thai, Doug Stanhope, Orwell, Neal Stephenson, il Laphroaig, la storia della Royal Navy, Garth Ennis, Wu Ming e un milione di altre cose, e anche se so che ci sono, non riesco a vedere le contraddizioni, ma solo i legami.

Scegliete un motivo.  

Qui proverò a mettere cose più lunghe di 140 caratteri, o di foto intelligenti trovate su tumblr. Ma a volte potrà capitare di fare cross-posting.

Se vi piace, benvenuti. Se no, chi se ne frega.

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