Da quando antiche divinità sudamericane dall’odore di rum mi insegnarono l’esistenza e il significato del fine settimana, ho iniziato a prendere il venerdì sera come Walter prende lo Shommer Shabbat. Dalle sette in poi chiudo ogni file sul computer, getto la macchina fotografica dalla finestra, rispondo al telefono solo per attività religiose come una birretta in centro e SOPRATTUTTO NON GIOCO A BOWLING! SHOMMER SHABBAT!

(Ci gioco, in verità, ma non spesso quanto vorrei. L’importante è puntare tutto sulle prime partite, poi la birra mi fa andare in trance agonistica e ogni boccia è uno strike. Su una pista diversa dalla mia.)

Il tutto è organizzato per concedere alla testa un pò di sana pausa. Sbomballamento, stanchezza da hangout, un pò di sesso senza orari, fumetti, XBox. Quando mi arriverà GTA V credo che il sesso tornerà ad avere orari. Ma non sempre si riesce a staccare. I pensieri continuano ad andare a una storia che stai scrivendo, a un’altra che stai mettendo insieme, a un blog che hai appena aperto e già non sai che cazzo scriverci e allora vai con il post sul week end. Il taccuino durante Shommer puoi prenderlo, e allora inizi a prendere note per qualche ideuzza, e dopo un centinaio di pagine fitte, che la tua compagna guarda e ti dice ma non facevi prima al computer, prendi un libro per rilassarti ma è di uno stupido romanziere americano che scrive meno profondamente di un’etichetta dei sottaceti, e allora vai alla libreria e riprendi, dopo quasi quindici anni, un libretto che credevi di avere consegnato alla storia come i jolly invicta, le camicie di flanella di quando cercavi di convincerti che non importava stare a Seattle o nel profondo sud italiano, e i dischi dei Pantera. Giallo, bella edizione Adelphi, e l’aura da totem antiradicalchic. Antisoprattuttoragazze, a dire il vero. Va bene, facciamola breve: ho ricominciato a leggere “Così parlò Zarathustra”. E questa volta lo capisco meglio di quando a sedici anni lo leggevo e lo imparavo per fare colpo sulla gente. Mai rimediato niente grazie a Zarathustra.

Questo non significa che lo sto assimilando bene. Ho detto solo che lo capisco meglio rispetto a quando lo usavo come status symbol – di che, poi? Della mia intelligenza? Ahah. Alla cassa, prego. Nietzsche ha sempre scritto con questa prosa poetica assolutamente slegata da tutto, o si riesce ad andarci dietro o meglio lasciare prima ancora di iniziare. Chi è abituato solo al linguaggio teoretico di solito non lo apprezza. Per fortuna una volta ho avuto una ragazza che leggeva un sacco di poesia e mi ha insegnato le sottigliezze del parlare metaforico. Ora fa l’ortopedica, credo. Non lo so: l’ultima volta che ho visto una sua foto su un social network ho pensato che dovevo essere ridotto davvero male in quel periodo. (E odiava Nietzsche, e anche ogni cosa avesse mai scritto un americano. Poveraccia.)

Comunque, questa volta non ho la tentazione di abbandonare il libro a ogni pagina. E, oltre al prosare poetico – termini importanti usati in questo post: teoretico, Nietzsche, prosare, poesia, metaforico. Chissà che idea si farà di me google. Non voglio che mi prenda per un secchione. Rimedierò presto con un altro post sulla boxe – , mi sa che c’entra anche il contenuto. Quello che scrive Nietzsche è adatto a un pomeriggio di surf seguito da bevute e sesso. Torni a casa, ti metti lì e scrivi un grande racconto. Lo spirito, intendo. L’umore generale – lo so che fa più fico scrivere mood, fottetevi – non è la classica stronzata ingessata, rassicurante e consolatoria. Nietzsche è pieno di vita, pulsa. Me lo vedo bene a fare una di quelle vite assurde, paracadutismo e viaggi dappertutto, che di solito ha gente molto più interessante di me, che evidentemente non dorme mai.

Ma questo non vuol dire che Nietzsche debba servire da consolazione per un’altra categoria, quelli che hanno bisogno di ripetersi di continuo “Superuomo! Superare tavole valori! Volontà di potenza!” per potere avere una cosa che somiglia a una vita. Quel genere di tizi che non possono semplicemente cercare di vivere una vita piena, no, devono per forza imporsi su qualcun altro, e comportarsi di merda. Non sono un esegeta – aggiungere al conteggio delle parole di cui scusarsi quando si usano con la persona media – di Nietzsche, ma non credo che intendesse siate dei pezzi di merda quando ha scritto che l’uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo.

Insomma, secondo me si può avere tutto senza distruggere gli altri. Non significa doversi per forza piegare, e accontentare tutti quelli che cercano di imporre la propria vita sulla nostra. Bisogna, in un certo senso, rendersi talmente forti da poter cedere quello che si vuole, indipendenti e liberi al punto da potersi aprire, perché a quel punto si sa come reagire alle proprie paure.

Dunque, si: se Nietzsche oggi fosse vivo, passerebbe il fine settimana a giocare a GTA. Non a leggere Pasolini, né a qualche mostra del cazzo di cui non ci si ricorderà mai. GTA rende forti, e porta i segni di una nuova era, e c’è più caos danzante al suo interno che in un’intera discografia degli Arcade Fire.