Neolingua

Note sul linguaggio del cambiamento

Forse per un’altra volta nella sua storia all’Italia tocca fare da laboratorio politico e sociale. L’ultimo nostro grande regalo politico al mondo è stato il fascismo, anche se non ci piace sentircelo dire e abbiamo sempre fatto di tutto per non prendercene il merito. Anche questa volta, con il Movimento Cinque Stelle e i suoi ultimi exploit parlamentari, ci sono buoni segnali. Facciamo fare, e al momento giusto, quando si sarà fatto abbastanza danno, faremo tutti finta di non aver mai saputo cosa stesse succedendo.

Questo non è per dire che sta nascendo qualcosa di simile al fascismo. Ovvio. Il Movimento Cinque Stelle sta dentro il parlamento italiano da quasi un anno, durante il quale si è distinto molto per le trovate coreografiche, e poco per tutto il resto. Due giorni fa c’è stata una specie di excalation, con il blocco di lavori parlamentari e insulti contro qualsiasi tipo di dissenso. Vecchio repertorio, ma, appunto, si fa danno tanto quanto i grillini se non si cerca di guardare oltre i punti di contatto con il passato, per vedere in che modo il Movimento stia inventando un nuovo modo di essere autoritari. Un laboratorio, come ho detto. Che ha le sue caratteristiche precise, non sempre nuove, ma di sicuro interpretate in modo nuovo.

il Movimento Cinque Stelle ha sempre cercato di accreditarsi come il portatore dell’innovazione all’interno dello stanco e provinciale sistema politico italiano. Memorabili, ad esempio, le crisi isteriche di deputati che chiedevano lo streaming a ogni costo anche per gli atti piu’ insignificanti della vita parlamentare. Tra nuove tecnologie e nuovi modi di impiegarli, uno dei pilastri del grillismo-casaleggismo è questa visione del tutto fittizia della tecnologia di rete come garanzia, di per sé, di progresso buono.

Non c’è bisogno di dilungarsi troppo su questo aspetto, ho scritto già altrove di come la visione di una tecnologia di per sé portatrice di progresso buono e democrazia sia fallace. Quello che importa, qui, è la struttura di pensiero con cui si elabora questa visione. Il M5S è la prova lampante di come le tecnologie della comunicazione possono essere accoppiate a modi di agire e pensare sostanzialmente autoritari. La tecnologia è sempre al servizio di una visione, e se quella visione è autoritaria, l’uso della tecnologia sarò autoritario.

Quello che importa allora sono le strutture, il pensiero, o, nel caso del M5S, la neolingua, con cui al tempo stesso si afferma una cosa e si dice il suo contrario. Gli esempi sarebbero tanti: dall’affermare la piena libertà della rete, poi puntualmente negata nei fatti dalle dinamiche poco chiare all’interno del Movimento, allo scagliarsi con forza contro i pregiudicati fuori dal parlamento che influiscono sulla vita parlamentare, dimenticando che il portavoce del movimento è pregiudicato e non è mai stato eletto in una regolare elezione. La neolingua del M5S  assolve lo scopo di tutte le neolingue, che è di annullare il pensiero dando al tempo stesso l’impressione di una grande partecipazione alla vita pubblica. La neolingua è fatta per dominare,  e in quanto tale è reazionaria.

È chiaro che il movimento cinque stelle si appropria del linguaggio potenzialmente innovativo, di cambiamento, a tratti eversivo, di certi ambienti, e lo svuota di significato facendolo diventare puro spettacolo. Di fatto succede questo: l’appoggio alla TAV, o alla limpidezza del potere, in mano ai grillini stanno diventando oggetti e parole d’ordine al servizio della reazione, della destra, del peggiore capitalismo autoritario dei nostri giorni. Si dà l’impressione di appoggiare il cambiamento, di essere l’unico vero cambiamento possibile, e allo stesso tempo si sradica il linguaggio dall’azione. Se tutto si trasforma in spettacolo, senza contesto o scelta sociale, il linguaggio del cambiamento diventa sterile e vuoto.

Per questo tutto quello che viene fatto dal Movimento non sembra avere altro scopo che la spettacolarizzazione. Non c’è nessuna idea di conflitto sociale o culturale, nessuna intenzione di muovere in un senso o nell’altro la vita politica (lo ha detto molto meglio di me Giuliano Santoro, QUI). Solo la ripetizione di poche parole d’ordine, insieme a gesti pirotecnici fatti per parlare il linguaggio delle emozioni, invece che quello razionale.

Il conflitto sociale, in questo modo, diventa spettacolare, virtuale, tanto piu’ urlato e isterico quanto inefficace. In questo sta la reazione: nel rendere del tutto inefficace qualsiasi tipo di movimento, spinta dal basso, luogo di aggregazione non virtuale, filone culturale. Al Movimento Cinque Stelle non interessa nulla di tutto questo, anche se, nella sua neolingua, sembra invece tutto teso a smuovere le cose. Ma, diceva uno passato di moda, in politica bisognerebbe guardare piu’ alla prassi che alla teoria. Dopo quasi un anno di movimento cinque stelle, la prassi è di un autoritarismo tecnicizzato e travestito da libertarismo.

Ecco dove dovremmo fare attenzione. Già altrove si sono visti governi e regimi democratici usare le nuove tecnologie a fini di controllo, e tutto sotto un linguaggio di tutela della democrazia. Quello del Movimento Cinque Stelle, per quanto del tutto fallimentare dal punto di vista dei risultati, potrebbe essere una fonte di ispirazione politica per altri governi e altri popoli. Si è riaccesa una fiamma autoritaria: vediamo di non scottarci, e magari di buttarci sopra una bella secchiata.

Appunti

Piccola postille. Uno dei modi di usare un blog potrebbe essere trasformarlo nell’epicentro della propria presenza in rete, un po’ come dicono i wu ming, e farci girare, oltre a rilfessioni e appunti, anche tutti i contenuti che poi si vuole fare finire su social.

Questo implica anche un’integrazione tra diverse fonti, la possibilità di inviare da telefonino diversi tipi di contenuto, e  – essenziale, almeno per come la vedo io – la proprietà dello spazio. Perché non mi va per niente che un qualsiasi Grande Sistema di internet si appropri dellle mie cose a suo piacere. Bisognerà rifletterci.

Tastiera

No, niente di nuovo da dire. Non di cui posso parlare, almeno: sto lavorando a un paio di cose che presto dovrebbero vedere la luce. Non che poi scriva piu’ di tanto su questo blog. Avere un blog mi sembra parecchio statica come cosa, e tra i miei progetti e un ripensamento generale della mia presenza on line, non ho tanta voglia di scriverci su. Social, per il momento. E presto neanche quello.

L’unico motivo per questo post è inaugurare la mia nuova tastierina Perixx, una foldable niente male con cui sto scrivendo questo post sullo smartfone. Niente male davvero. In questo modo dovrei essere in grado di scrivere piccoli blocchi di testo senza essere legato a un computer o un laptop. Ok, chissà come verrà formattato, anche perchè la tastiera è inglese e devo abituarmi con i tasti. Ma questa soluzione è la piu’ mobile che abbia adesso, e mi sembra buona.

Cultural hacking

La sottomissione a qualcosa più grande di sé. Ad alcuni sembra un concetto tanto onorevole ed alto da ritenere di dover sacrificare la vita alla ricerca di qualcosa a cui sottomettersi. Considerano degno di disprezzo chi non ha una parte per cui giocare, un padrone da servire.

In un saggio di Erich Fromm che sto leggendo in questi giorni, “Fuga dalla libertà”, il carattere autoritario viene definito non sulla base della sua brama di comando, ma di quella di sottomissione. Partendo dalla psicologia individuale Fromm riesce a passare dal terreno culturale preparato dal protestantesimo e dal capitalismo alle strutture caratteriali di chi cerca di vincere il proprio senso di isolamento e di impotenza, causati dal vivere in una società atomizzata e capitalistica, annullando il proprio io e i propri desideri individuali all’interno di una relazione. Questo annullamento ha molto in comune con la psicologia sadomasochistica: nel caso del masochismo, si cerca di annullare completamente sé stessi. Nel sadismo, il senso di smarrimento è tale che si cerca di puntellarlo con il dominio su un’altra persona. In ogni caso, c’è un certo odio e paura di sé, e il desiderio di svanire, di togliersi di dosso la responsabilità di vivere la propria vita.

Per non confondersi con le definizioni cliniche, Fromm parla di carattere autoritario quando la psicologia sadomasochistica esce dalla patologia per trasferirsi nella vita quotidiana. E sono molto interessanti i tratti con cui descrive il carattere autoritario. L’autoritario ricava la sua forza dall’appoggiarsi a un potere superiore, e tutto viene visto come rapporto di superiorità o inferiorità. Qualsiasi relazione – sessuale, razziale – viene vista in questo senso. Dipendendo da un atto di sottomissione, il carattere autoritario ama i limiti, e tende a vedere il mondo e la vita come pieni di destini immutabili.

In campo economico, questo spinge a vedere il mercato, la crisi e la prosperità non come fenomeni umani, che possono essere cambiati, ma come l’espressione di un potere superiore al quale ci si può solo sottomettere.

Molto, molto interessante che Fromm scrivesse queste cose nel 1941, nel pieno del buio più pesto della notte europea. Perché sembra individuare uno sviluppo del sistema sociale che stiamo vedendo ancora oggi. Se la mentalità autoritaria ha bisogno di vedere qualcosa di più grande che guida l’uomo a cui ci si può solo sottomettere, allora credo che un modo di identificare una società autoritaria sia osservarne il linguaggio, cercando quali siano le entità a cui la società si sottomette o è invitata a sottomettersi. È ovvio che questa sottomissione, nella nostra epoca, non avviene più nel modo brutale e aperto dei regimi. Ma è, solo per questo, meno totalitaria nei fatti?

Linguaggio odierno: il mercato decide e reagisce come se fosse una persona, si arrabbia o premia o punisce a suo insindacabile giudizio. L’unica cosa da fare è assecondarlo, o perire. Oppure: la tecnologia è inarrestabile, non si può fermare né indirizzare né discuterne i presupposti sociali e politici. Si può solo accettare. Ancora: la fine del movimento operaio, l’avanzata dell’egoismo come sistema culturale è ormai un dato di fatto. Si può solo vivere meglio che si può il sistema odierno. Provare a cambiarlo è illusorio.

Tutti esempi presi dai telegiornali degli ultimi giorni. In tutti e tre i casi, c’è un’entità vista come indiscutibile, una forza sovrannaturale a cui è saggio sottomettersi senza discutere. L’unica cosa sensata da fare sarebbe cercare di raccogliere le briciole migliori.

Ecco in cosa la nostra società si dimostra autoritaria. Nel caricare di un destino ineluttabile dei processi e dei fenomeni che sono e saranno umani, e che come tali possono essere trattati. Non esiste nessuna mano invisibile, nessuna decisione dei mercati, nessuna tecnologia che va accettata insieme a tutte le sue conseguenze. Esistono gli uomini, che possono essere spinti ad accettare con rassegnazione il proprio destino, oppure no.

Questo non significa diventare luddisti. Una delle più stupide maniere di reagire, quando si mette in discussione l’avanzata tecnologica, è quella di dare dell’apocalittico a chi muove delle critiche. Ma andare ad aprire una scatola nera e guardarne i circuiti non significa non volere più quella tecnologia. Significa voler capire come funziona, come si può sfruttare, in che direzione si può indirizzare. In fondo tutta l’informatica moderna è progredita così, sul principio dell’hacking. Perché mai adesso dovremmo tornare indietro e accettare a scatola chiusa la tecnologia e i suoi presupposti sociali ed economici?

Questa è politica. Chiamiamola cultural hacking, se vogliamo. Il principio è quello di mettere in discussione qualsiasi idea o forza che abbia una qualche influenza sulle nostre vite, e che viene data come ineluttabile e naturale. Quando arrivano questi discorsi, meglio armarsi di elmetto, perché sta arrivando una salva di stronzate fatta apposta per rendere naturale quello che è assolutamente artificiale. Tutti i regimi si giustificano in questo modo, e a noi spetta il compito di difenderci smontando tutto quello che è naturale. Solo le risate sono naturali. Il resto è merda autoritaria.

Desiderio represso

Sarei contento se il governo cadesse anche domani stesso sulle unioni omosessuali, sull’erba o su uno qualsiasi dei temi liquidati con una certa supponenza come irrilevanti dall’elettore medio. Quale motivo migliore di una sana, onesta questione di principio con cui arroventare il dibattito? Concentrarsi sul tempismo – sempre sbagliato, guarda caso – con cui si fanno le cose per risparmiarsi il disturbo di prendere una posizione chiara è diventata una tattica ridicola, ma ripetuta, e peggio della vigliaccheria con cui si fugge la discussione c’è solo la smorfia con cui chi fugge rivela di sentirsi furbo, sveglio, dialettico, tattico.

Tattiche e strategie fanno sentire chi le mette in atto dei grandi condottieri, e i politici italiani in questo sono grandi maestri. Riempiono di strategia inutile ogni anfratto di ogni discussione e di tutta la vita pubblica, fino a farla diventare tutt’altro da sé, contaminata da tante di quelle conseguenze possibili da trasformare anche una semplice esternazione di buon senso in un motivo di resa dei conti per un intero paese. L’abitudine alla tattica sterile è un prodotto di cui l’Italia va fiera. La tradizione cita Machiavelli come unico precedente storico veramente importante, a cui vorrebbe disperatamente somigliare un paese che invece ricorda sempre di più un’armata di Azzeccagarbugli. L’ultimo, insignificante governo italiano è un’accozzaglia di ragionieri incapaci di prendere l’iniziativa su qualcosa. Merito della spina dorsale: quando manca del tutto ci si può agevolmente trasformare in molluschi sfuggenti.

Ma sarebbe ingiusto lasciare la responsabilità solo su chi comanda, dimenticandosi delle pance che da trent’anni mandano propri rappresentanti in parlamento aspettandosi solo di potere continuare a vivere in tranquillità. Se il paese va verso i quaranta ruggenti è merito soprattutto della sua molle, viscida, conservatrice, ipocrita e dolcemente totalitaria classe media. La sua fifa come stile di vita viene fuori, potentissima e sonora, tutte le volte che qualcuno prova a a prendersi un pò di quei diritti che secondo la costituzione sarebbero di tutti. Immigrati, omosessuali, donne, giovani, precari, operai, braccianti. Nessuno si salva, se prova ad alzare la testa.

Chi comanda di solito lo fa perché vince, irradiando l’arroganza e la sicurezza sfacciata di chi sa di essere dalla parte della ragione. Ma niente di tutto questo succede nello stivaletto, dove chi comanda, per qualche oscura nevrosi collegata alla giovinezza perduta, deve sempre mettersi il costume di chi è contro, contrasta, è sopraffatto dal governo e dai poteri forti. Non si è mai visto da nessuna parte tanto astio ringhioso da parte di chi comanda e ha più privilegi del resto della società.

Sulle coppie omosessuali, ad esempio. Quanta ipocrisia ci vuole per fare passare delle misure minime civili, come il riconoscimento di alcuni diritti per una coppia di persone che convivono, come una sopraffazione ai danni di gruppi deboli e vessati come i maschi bianchi eterosessuali cattolici sposati e le donne bianche eterosessuali cattoliche sposate? Si fanno battaglie impostate sull’idea che dare qualche diritto agli omosessuali sia una discriminazione. La bile in gola deve essere tanta per vomitare questa roba marcia, questa ossessione sessuale repressa che impedisce di capire che l’omosessualità non è un modo come un altro di stare nel letto, ma un modo di amare, e come tale merita tutto il rispetto che il mondo è capace di dare.

Potete sostituire alla parola omosessuali qualsiasi categoria abbia avuto la sfrontatezza di non adeguarsi alla normalità italiana negli ultimi trent’anni. Gira gira si finisce lì: la nostra classe media è orientata a conservare lo status quo. Quando il mondo cambia prima prova a ignorarlo, poi a fermarlo. La cosa più patetica è vedere anche i più giovani mettersi su questa strada, trasformandosi nelle copie tristi dei loro genitori, senza capire che il mondo non aspetterà per sempre. Collezionando passi indietro non torneremo al punto di partenza, ma diventeremo vecchi molto più in fretta, senza nessuna soddisfazione se non quella di negare ad altri la possibilità di divertirsi. E di vivere.

Megamall

Fumare, manifestare, suonare la chitarra o un qualsiasi altro strumento, sedersi per terra, fare il giocoliere. Portare un cartello, alzare la voce, bere troppo, portare uno stereo e alzare il volume. Girare senza soldi. Girare vestiti malamente.

Tutte queste cose possiamo farle, più o meno liberamente, in tutte le piazze e le strade. Va bene, non in tutte. Diciamo nella maggior parte delle piazze e delle strade della fetta di mondo che sta tra Europa e Americhe, più altri spizzichi. Non c’è una legge che vieti l’accesso a chi vuole portare una fisarmonica, o manifestare tutta la propria indignazione contro… non importa, un motivo di indignarsi c’è sempre. Certo, le burocrazie degli stati, insieme ai musetti pieni di disgusto di un gran pezzo di ceto medio, si sono sempre messi d’impegno per rendere più difficile fare queste cose e farla franca. Autorizzazioni, burocrazia, divieti più o meno espliciti si rincorrono in modo molto creativo, cercando sempre dei nuovi motivi per fare passare sotto abiti più civili la cara vecchia censura. Le parole decoro e ordine appaiono sempre quando c’è in giro qualche sceriffo che vuole impedire ad altri di insozzarci il panorama, ricordandoci che il mondo è fatto da persone diverse. Molto raramente si spiega perché mai un tizio che suona per strada o che balla senza un’autorizzazione del comune dovrebbe essere un pericolo per l’ordine pubblico. Molti si accontentano di tautologie: è disordinato perché tira per aria dei birilli, quindi è disordinato.

Ci sono posti in cui il divieto di accesso e la sospensione della libertà di espressione è esplicita e accettata da tutti. Centri commerciali, negozi e altre grandi centrali di consumo si pongono come luoghi in concorrenza con le città, hanno spazi comuni, posti di ristoro, panchine e persino polizie private che controllano che l’unica legge del centro venga rispettata: non si disturba chi compra. Così, una proprietà privata decide cosa si può e non si può fare nel suo spazio, e decide di mettere regole sull’accesso e sull’espressione. Può farlo perché gli spazi sono, appunto, suoi. La libertà d’espressione non è vietata, solo regolamentata, e gli unici che possono disturbare i clienti sono persone con dei cartelli che vendono altre merci. Io avrei picchiato i tizi di Sky, durante queste feste natalizie. Erano molto più molesti del solito.

Da anni il sogno di un bel pezzo di cittadinanza è portare questo genere di regolamenti fuori dai centri commerciali e trasformare l’Italia in un enorme paesino governato dalla Lega (questo succede anche dove a governare è la sinistra, ovvio. È un fatto culturale, non politico). I centri storici italiani, soprattutto al nord, sono da tempo al centro di un processo di questo tipo. Dentro i negozi, fuori tutto il resto. Qualsiasi idea diversa di stare insieme, qualsiasi tentativo di fare qualcosa che non abbia a che fare con lo scambio di merci, viene osteggiato, vietato, perquisito, soggetto a burocrazie folli e allontanato in periferia. Brutti straccioni. Se volete ciondolare, andate da un’altra parte.

Questo tentativo va avanti da tanto che molti non hanno neanche la più pallida idea di quali siano le alternative al compra-corri-compra. Consideriamo normali i vigili urbani che rompono il cazzo a uno che suona la chitarra. Sempre la mitica questione di decoro. Se non fosse che il concetto di decoro, nella nostra soffice democrazia a trazione totalitaria, si è esteso fino a diventare tutto quello che non mi piace. L’unico problema, finora, è quella maledetta proprietà pubblica dei centri cittadini, che non permette di chiuderli come se fossero un centro commerciale.

Non ci dovremmo stupire allora se qualcuno decide di chiudere il gap tra proprietà privata e pubblica e di trasformare per legge i centri città in centri commerciali. In Gran Bretagna è in preparazione una legge grazie alla quale la polizia disporrà di nuovi poteri per allontanare da una certa area chiunque si comporti o minacci comportamenti in grado di arrecare fastidio o disturbo alle persone. Definizione abbastanza ampia. In più, questo potere di allontanamento è del tutto discrezionale. Sarà la polizia, di volta in volta, a decidere in quale area non si dovrà dare fastidio, e quali saranno i comportamenti di disturbo. Niente giudici, niente processi. Solo un funzionario che sulla base della situazione, di come si è svegliato la mattina e del colore dei capelli di chi ha davanti, deciderà se sta dando fastidio ad altri con i capelli di colore diverso.

La nuova legge è stata descritta come un mezzo con cui le autorità potranno vietare a quasi chiunque di fare quasi ogni cosa. Insieme ad altre simpatiche leggi in corso di approvazione e applicazione in UK, dà un quadro per niente ottimistico di quello che ci aspetta in tutta Europa nei prossimi anni. In Italia i segnali che arrivano dall’Inghilterra sono stati accolti con grandi sorrisi di sollievo, e durante l’anno passato ci siamo messi d’impegno per approvare leggi mirate a impedire il dissenso. Siamo sempre contenti quando possiamo controllare e limitare quello che gli altri vedono, fanno e pensano. È la democrazia all’italiana: imporre i voleri di una maggioranza conformista su tutte le altre minoranze.

Tecnoplacebo

I principali siti web di informazioni per nerd in questi giorni hanno tutti lo stesso titolo: prepariamoci, perché quest’anno vedremo un altro mucchio di innovazioni tecnologiche. Eccitanti. Sconvolgenti. Ci cambieranno la vita, ci avventureremo ancora di più nel futuro, e indietro non si potrà tornare. Niente ferma l’avanzata delle tecnologie.

Gli anni iniziano con questa grancassa già da un pò, ma quest’anno in particolare promette di essere pieno di conferenze, presentazioni e TED talk con il loro carico di idee e prodotti rivoluzionari. Ci saranno i Google Glass e ci toglieremo il disturbo di tirare fuori di tasca i nostri display. I droni inizieranno a diversificare le proprie attività e consegneranno pacchi, oltre a sbagliare bersagli e massacrare intere famiglie in posti di cui la maggior parte degli occidentali non ha mai si sentito parlare. Questo potrà porre le basi per un piacevole effetto collaterale: continueremo ad opporci a basi e installazioni ingombranti e politicamente segnate – non sto parlando del MUOS ovviamente, ve lo siete immaginati – ma non batteremo ciglio quando le compagnie private inizieranno a installare sui tetti delle città ricevitori e trasmittenti per guidare la propria flotta di droni. Se state alzando le sopracciglia, rilassatevi: con i telefonini abbiamo fatto la stessa cosa, e continuiamo a farla ogni volta che mandiamo un tweet dallo smartphone.

Il 2014 dovrebbe essere interessante anche per la ricerca biologica. Primi virus buoni. Prime cure su misura. Primi organismi meticci, metà computer metà cellule. E prime lotte per la liberazione degli organismi meticci di proprietà delle multinazionali.

Il segno comune sarà un ulteriore avanzamento della tecnologia e un ulteriore arretramento della nostra cultura, in una forbice che ha iniziato ad aprirsi da almeno vent’anni e che si allarga sempre più vistosamente con il passare del tempo. Diversi analisti hanno iniziato a parlarne: mentre la tecnologia va avanti, la nostra cultura rimane ancorata a modelli di pensiero e paradigmi che quando va bene sono rimasti alla prima metà del secolo scorso. Vediamo il mondo e il progresso attraverso uno specchietto retrovisore, accorgendoci dell’evoluzione solo nel momento in cui è appena passata. Fatichiamo a tenere il passo, e in molti casi preferiamo andare indietro.

Chi è più sveglio approfitta di questo divario tra quello che ci permette la tecnologia e il nostro modo di pensarla per rafforzare lo status quo. Gli esempi sono innumerevoli, e tutti dell’anno recente. Gli organismi statali e le corporation usano le tecnologie più avanzate, le stesse che noi ci portiamo in tasca o nel salotto di casa, per controllare meglio la popolazione e averne maggiore influenza, fare la guerra in modo meno vistoso e meno compromettente in patria, rafforzare dappertutto il sistema capitalistico e finanziario privatizzando anche cose che una volta erano impensabili.

Questo scivolamento silenzioso verso il totalitarismo spesso viene sottovalutato o imputato a cause politiche o sociali. Il pensiero mainstream sulla tecnologia è entusiasta: la tecnologia aiuta la democrazia e migliora il mondo. Strano che chi ammette questa non-neutralità della tecnologia in senso positivo esca del tutto fuori di senno quando si cerca di introdurre una non neutralità in senso opposto. Eppure è quello che succede, e si è sempre saputo: la tecnologia fa gli interessi del sistema in cui è inserita. Perché sia rivoluzionaria deve scardinare l’ordine economico, e non si vedono in questo momento cambi di sistema economico all’orizzonte. In altre parole, sul lungo periodo lo stesso sistema che produce l’innovazione tecnologica ne soffocherà tutte le potenzialità.

Tutto nero, quindi? No. Alcuni segnali di cambiamento, sia nel sistema economico che nella cultura con cui ci accostiamo alle tecnologie, si iniziano a vedere. Complice anche la crisi economica, si inizia ad abbandonare la visione aziendocentrica del mondo in favore di una maggiore attenzione alle comunità. Soprattutto si inizia a vedere che l’adozione di certe tecnologie non è inevitabile, e che la loro gestione in un modo o nell’altro dipende molto dalle scelte di cittadini e istituzioni.

Dunque, non è solo la tecnologia che cambierà il mondo, come da più parti viene fatto intendere. Per molti aspetti questa ideologia dell’innovazione fine a sé stessa è conservatrice, quando non apertamente reazionaria: l’entusiasmo per la tecnologia finisce per essere un placebo ai problemi contemporanei, garantendo in questo modo la sopravvivenza di un sistema basato sullo sfruttamento (l’ultima frase sembra arrivare dalla metà dell’ottocento, ma di quello si tratta. Se non la capite: poveretti. Tornate a giocare a Ruzzle). La tecnologia diventerà uno strumento potentissimo di liberazione solo quando il divario con la cultura che la esprime tornerà a restringersi. Quando verranno messi in discussione non solo gli attuali equilibri economici, ma anche il modo in cui ci si accosta ad essi, come fossero metafisiche. Quando la cultura radicale si rinnoverà e penserà a strumenti per portare il mondo nel XXI secolo, e non per farlo tornare al XIX e alle Gloriose Lotte.

In questo il compito dei narratori è potentissimo. Abbiamo il potere di creare nuovi racconti, nuovi modi di vedere il futuro che ci aspetta. E la prima cosa da fare è smettere di guardare nello specchietto e trovare il modo di raccontare la realtà che ci aspetta con strumenti nuovi. La narrazione è lo strumento più potente per cambiare il modo di leggere la realtà di una società. Chi riesce a cambiare narrazione riesce a cambiare il mondo. Il cambiamento dunque è possibile non grazie, ma insieme alla tecnologia. Se la tecnologia si accompagnerà a una nuova politica, a nuove narrazioni sociali, ci sarà il cambiamento vero. Viceversa, se si continuerà a considerare entrambe le cose come separate e non necessarie l’una all’altra, le cose andranno diversamente. Le prime avvisaglie le abbiamo avute, e non sono buone. Non possiamo permetterci di perdere tempo.

Compassione

Verso metà dicembre è saltato fuori uno scandalo, tanto per cambiare. Immagini riprese con lo smartphone, ormai un marchio di fabbrica dei telegiornali per suggerire notizie vere e non filtrate, hanno mostrato agli italiani quello che sapevano già da un sacco di tempo ma non potevano più fare finta di ignorare. I migranti nei CIE vengono trattati di merda, puliti con gli idranti ad alta pressione come se fossero scarafaggi. C’è stata la solita sequenza di articoli, manifestazioni isteriche sui social network e inchieste dei giornali preparate in pochissimo tempo. Un enorme dito indice si è alzato dallo stivaletto italico a scaricare indignazione e riprovazione morale verso chi si è comportato in modo sbagliato, non ha trattato come si deve i migranti e, soprattutto, si è fatto sgamare.

In queste situazioni ho sempre qualche dubbio sfuso. Innanzitutto su chi abbia interesse a rendere pubbliche queste cose. Non basta più che un’immagine abbia la qualità di merda degli smartphone per farla diventare una testimonianza genuina da parte del popolo. Come con le intercettazioni, ho iniziato a chiedermi chi dentro i giornali ha interesse a farle venire alla luce, e in base a quale agenda. I giornali hanno sempre, sempre, un’agenda.

Il che mi porta al secondo dubbio. Appena in questo nostro paese maleodorante succede qualcosa saltano subito fuori i giornali a fare fior di inchieste, e un intero popolo è subito pronto a indignarsi per le violazioni dei diritti umani nei propri patri confini. Mai una volta che le inchieste arrivino prima. Per fare qualche esempio, si arriva sempre dopo a scoprire che le ferrovie funzionano male e potrebbe scapparci il morto un viaggio si e l’altro anche, che alcuni settori della sanità siano un far west di clientele giocato sulla pelle dei pazienti, che in certi territori si rischi l’allagamento e il crollo delle case per ogni pioggerella. L’Italia è una repubblica fondata sui fatti già avvenuti.

Ci sono, a dire il vero, giornalisti e testate che fanno fior di inchieste e che anticipano, a volte di anni, i guai e i problemi a cui andiamo incontro giorno dopo giorno con occhi fasciati e allegra incoscienza. Eppure quelle inchieste non ottengono quasi mai le stesse reazioni. A volte ho provato a mettermi nei panni di Milena Gabanelli e alla frustrazione che deve provare quando svela delle cose incredibili e ne ottiene in risposta solo delle alzate di spalle. La differenza, allora, deve stare nel sentimento provato dal pubblico, nella mitica indignazione sempre a posteriori e a cose fatte. Siamo troppo abituati a indignarci per cose già successe, e poco ad alzare la voce per cose che potrebbero ancora succedere.

Verrebbe da dire che siamo un popolo pigro: magari. Significherebbe che con un pò di esercizio potremmo rimetterci in moto. Invece siamo il popolo dello status quo. La nostra indignazione e il nostro senso vivissimo della vergogna servono a manifestare, a modo nostro, compassione, e la compassione è complicità con chi fa del male. Reagiamo alle cose che non vanno con delle piazzate napoletane, ma non ci interessa cambiare davvero. Vogliamo solo manifestare il più possibile empatia con i danneggiati, fare sapere al mondo che ci sentiamo offesi.

La compassione è il modo più ipocrita di nascondere i problemi. Puntando tutto sul coinvolgimento emotivo di chi la prova solleva dalla responsabilità di cercare soluzioni di altro tipo. Spesso, la compassione è la strategia migliore per lasciare le cose come sono. Facendo leva sul sentimento, censura e accusa di aridità chi prova a portare il discorso sul piano dell’azione.

A un livello più profondo, la compassione è reazionaria. Sostituendo un’empatia urlata alla soluzione dei problemi, induce chi è svantaggiato a cercare comprensione. Chi è impegnato a comunicare il proprio disagio, e ad aspettarsi parole di conforto, difficilmente pensa a come migliorare la propria situazione. La compassione e la ricerca di sensibilità ci insegnano a essere schiavi. Non a caso sono tratti centrali del carattere italiano, una nazione in cui la Chiesa ha forgiato le coscienze con massicce dosi di sensi di colpa per quello che si pensa e prova, mai per quello che si fa. Il risultato è una nazione in cui ogni discussione si tinge quasi obbligatoriamente di tinte emotive e isteriche. Uno degli ultimi casi è proprio quello dei migranti di Lampedusa. Isteria, lacrime, indignazione, dopo qualche giorno ci siamo già dimenticati tutto, probabilmente i responsabili saranno reintegrati in compiti migliori quando le acque si saranno calmate. Niente e nessuno mette davvero in discussione l’ordine che permette scempi simili. Niente e nessuno voterà nulla di diverso dai partiti che permettono scene da Reich come quella. Basta far cigolare le ovaie.

Alla compassione dovremmo preferire la dignità, sempre. Forse ci guadagneremo meno punti simpatia con i poveri. Ma pazienza, questo non è X Factor, non dobbiamo raccattare ascolti con un prodotto medio. Preferirei di gran lunga un popolo meno lacrimoso e indignato, ma più disposto a trattare i migranti da esseri umani.