Megamall

Fumare, manifestare, suonare la chitarra o un qualsiasi altro strumento, sedersi per terra, fare il giocoliere. Portare un cartello, alzare la voce, bere troppo, portare uno stereo e alzare il volume. Girare senza soldi. Girare vestiti malamente.

Tutte queste cose possiamo farle, più o meno liberamente, in tutte le piazze e le strade. Va bene, non in tutte. Diciamo nella maggior parte delle piazze e delle strade della fetta di mondo che sta tra Europa e Americhe, più altri spizzichi. Non c’è una legge che vieti l’accesso a chi vuole portare una fisarmonica, o manifestare tutta la propria indignazione contro… non importa, un motivo di indignarsi c’è sempre. Certo, le burocrazie degli stati, insieme ai musetti pieni di disgusto di un gran pezzo di ceto medio, si sono sempre messi d’impegno per rendere più difficile fare queste cose e farla franca. Autorizzazioni, burocrazia, divieti più o meno espliciti si rincorrono in modo molto creativo, cercando sempre dei nuovi motivi per fare passare sotto abiti più civili la cara vecchia censura. Le parole decoro e ordine appaiono sempre quando c’è in giro qualche sceriffo che vuole impedire ad altri di insozzarci il panorama, ricordandoci che il mondo è fatto da persone diverse. Molto raramente si spiega perché mai un tizio che suona per strada o che balla senza un’autorizzazione del comune dovrebbe essere un pericolo per l’ordine pubblico. Molti si accontentano di tautologie: è disordinato perché tira per aria dei birilli, quindi è disordinato.

Ci sono posti in cui il divieto di accesso e la sospensione della libertà di espressione è esplicita e accettata da tutti. Centri commerciali, negozi e altre grandi centrali di consumo si pongono come luoghi in concorrenza con le città, hanno spazi comuni, posti di ristoro, panchine e persino polizie private che controllano che l’unica legge del centro venga rispettata: non si disturba chi compra. Così, una proprietà privata decide cosa si può e non si può fare nel suo spazio, e decide di mettere regole sull’accesso e sull’espressione. Può farlo perché gli spazi sono, appunto, suoi. La libertà d’espressione non è vietata, solo regolamentata, e gli unici che possono disturbare i clienti sono persone con dei cartelli che vendono altre merci. Io avrei picchiato i tizi di Sky, durante queste feste natalizie. Erano molto più molesti del solito.

Da anni il sogno di un bel pezzo di cittadinanza è portare questo genere di regolamenti fuori dai centri commerciali e trasformare l’Italia in un enorme paesino governato dalla Lega (questo succede anche dove a governare è la sinistra, ovvio. È un fatto culturale, non politico). I centri storici italiani, soprattutto al nord, sono da tempo al centro di un processo di questo tipo. Dentro i negozi, fuori tutto il resto. Qualsiasi idea diversa di stare insieme, qualsiasi tentativo di fare qualcosa che non abbia a che fare con lo scambio di merci, viene osteggiato, vietato, perquisito, soggetto a burocrazie folli e allontanato in periferia. Brutti straccioni. Se volete ciondolare, andate da un’altra parte.

Questo tentativo va avanti da tanto che molti non hanno neanche la più pallida idea di quali siano le alternative al compra-corri-compra. Consideriamo normali i vigili urbani che rompono il cazzo a uno che suona la chitarra. Sempre la mitica questione di decoro. Se non fosse che il concetto di decoro, nella nostra soffice democrazia a trazione totalitaria, si è esteso fino a diventare tutto quello che non mi piace. L’unico problema, finora, è quella maledetta proprietà pubblica dei centri cittadini, che non permette di chiuderli come se fossero un centro commerciale.

Non ci dovremmo stupire allora se qualcuno decide di chiudere il gap tra proprietà privata e pubblica e di trasformare per legge i centri città in centri commerciali. In Gran Bretagna è in preparazione una legge grazie alla quale la polizia disporrà di nuovi poteri per allontanare da una certa area chiunque si comporti o minacci comportamenti in grado di arrecare fastidio o disturbo alle persone. Definizione abbastanza ampia. In più, questo potere di allontanamento è del tutto discrezionale. Sarà la polizia, di volta in volta, a decidere in quale area non si dovrà dare fastidio, e quali saranno i comportamenti di disturbo. Niente giudici, niente processi. Solo un funzionario che sulla base della situazione, di come si è svegliato la mattina e del colore dei capelli di chi ha davanti, deciderà se sta dando fastidio ad altri con i capelli di colore diverso.

La nuova legge è stata descritta come un mezzo con cui le autorità potranno vietare a quasi chiunque di fare quasi ogni cosa. Insieme ad altre simpatiche leggi in corso di approvazione e applicazione in UK, dà un quadro per niente ottimistico di quello che ci aspetta in tutta Europa nei prossimi anni. In Italia i segnali che arrivano dall’Inghilterra sono stati accolti con grandi sorrisi di sollievo, e durante l’anno passato ci siamo messi d’impegno per approvare leggi mirate a impedire il dissenso. Siamo sempre contenti quando possiamo controllare e limitare quello che gli altri vedono, fanno e pensano. È la democrazia all’italiana: imporre i voleri di una maggioranza conformista su tutte le altre minoranze.

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