Sarei contento se il governo cadesse anche domani stesso sulle unioni omosessuali, sull’erba o su uno qualsiasi dei temi liquidati con una certa supponenza come irrilevanti dall’elettore medio. Quale motivo migliore di una sana, onesta questione di principio con cui arroventare il dibattito? Concentrarsi sul tempismo – sempre sbagliato, guarda caso – con cui si fanno le cose per risparmiarsi il disturbo di prendere una posizione chiara è diventata una tattica ridicola, ma ripetuta, e peggio della vigliaccheria con cui si fugge la discussione c’è solo la smorfia con cui chi fugge rivela di sentirsi furbo, sveglio, dialettico, tattico.

Tattiche e strategie fanno sentire chi le mette in atto dei grandi condottieri, e i politici italiani in questo sono grandi maestri. Riempiono di strategia inutile ogni anfratto di ogni discussione e di tutta la vita pubblica, fino a farla diventare tutt’altro da sé, contaminata da tante di quelle conseguenze possibili da trasformare anche una semplice esternazione di buon senso in un motivo di resa dei conti per un intero paese. L’abitudine alla tattica sterile è un prodotto di cui l’Italia va fiera. La tradizione cita Machiavelli come unico precedente storico veramente importante, a cui vorrebbe disperatamente somigliare un paese che invece ricorda sempre di più un’armata di Azzeccagarbugli. L’ultimo, insignificante governo italiano è un’accozzaglia di ragionieri incapaci di prendere l’iniziativa su qualcosa. Merito della spina dorsale: quando manca del tutto ci si può agevolmente trasformare in molluschi sfuggenti.

Ma sarebbe ingiusto lasciare la responsabilità solo su chi comanda, dimenticandosi delle pance che da trent’anni mandano propri rappresentanti in parlamento aspettandosi solo di potere continuare a vivere in tranquillità. Se il paese va verso i quaranta ruggenti è merito soprattutto della sua molle, viscida, conservatrice, ipocrita e dolcemente totalitaria classe media. La sua fifa come stile di vita viene fuori, potentissima e sonora, tutte le volte che qualcuno prova a a prendersi un pò di quei diritti che secondo la costituzione sarebbero di tutti. Immigrati, omosessuali, donne, giovani, precari, operai, braccianti. Nessuno si salva, se prova ad alzare la testa.

Chi comanda di solito lo fa perché vince, irradiando l’arroganza e la sicurezza sfacciata di chi sa di essere dalla parte della ragione. Ma niente di tutto questo succede nello stivaletto, dove chi comanda, per qualche oscura nevrosi collegata alla giovinezza perduta, deve sempre mettersi il costume di chi è contro, contrasta, è sopraffatto dal governo e dai poteri forti. Non si è mai visto da nessuna parte tanto astio ringhioso da parte di chi comanda e ha più privilegi del resto della società.

Sulle coppie omosessuali, ad esempio. Quanta ipocrisia ci vuole per fare passare delle misure minime civili, come il riconoscimento di alcuni diritti per una coppia di persone che convivono, come una sopraffazione ai danni di gruppi deboli e vessati come i maschi bianchi eterosessuali cattolici sposati e le donne bianche eterosessuali cattoliche sposate? Si fanno battaglie impostate sull’idea che dare qualche diritto agli omosessuali sia una discriminazione. La bile in gola deve essere tanta per vomitare questa roba marcia, questa ossessione sessuale repressa che impedisce di capire che l’omosessualità non è un modo come un altro di stare nel letto, ma un modo di amare, e come tale merita tutto il rispetto che il mondo è capace di dare.

Potete sostituire alla parola omosessuali qualsiasi categoria abbia avuto la sfrontatezza di non adeguarsi alla normalità italiana negli ultimi trent’anni. Gira gira si finisce lì: la nostra classe media è orientata a conservare lo status quo. Quando il mondo cambia prima prova a ignorarlo, poi a fermarlo. La cosa più patetica è vedere anche i più giovani mettersi su questa strada, trasformandosi nelle copie tristi dei loro genitori, senza capire che il mondo non aspetterà per sempre. Collezionando passi indietro non torneremo al punto di partenza, ma diventeremo vecchi molto più in fretta, senza nessuna soddisfazione se non quella di negare ad altri la possibilità di divertirsi. E di vivere.