Cultural hacking

La sottomissione a qualcosa più grande di sé. Ad alcuni sembra un concetto tanto onorevole ed alto da ritenere di dover sacrificare la vita alla ricerca di qualcosa a cui sottomettersi. Considerano degno di disprezzo chi non ha una parte per cui giocare, un padrone da servire.

In un saggio di Erich Fromm che sto leggendo in questi giorni, “Fuga dalla libertà”, il carattere autoritario viene definito non sulla base della sua brama di comando, ma di quella di sottomissione. Partendo dalla psicologia individuale Fromm riesce a passare dal terreno culturale preparato dal protestantesimo e dal capitalismo alle strutture caratteriali di chi cerca di vincere il proprio senso di isolamento e di impotenza, causati dal vivere in una società atomizzata e capitalistica, annullando il proprio io e i propri desideri individuali all’interno di una relazione. Questo annullamento ha molto in comune con la psicologia sadomasochistica: nel caso del masochismo, si cerca di annullare completamente sé stessi. Nel sadismo, il senso di smarrimento è tale che si cerca di puntellarlo con il dominio su un’altra persona. In ogni caso, c’è un certo odio e paura di sé, e il desiderio di svanire, di togliersi di dosso la responsabilità di vivere la propria vita.

Per non confondersi con le definizioni cliniche, Fromm parla di carattere autoritario quando la psicologia sadomasochistica esce dalla patologia per trasferirsi nella vita quotidiana. E sono molto interessanti i tratti con cui descrive il carattere autoritario. L’autoritario ricava la sua forza dall’appoggiarsi a un potere superiore, e tutto viene visto come rapporto di superiorità o inferiorità. Qualsiasi relazione – sessuale, razziale – viene vista in questo senso. Dipendendo da un atto di sottomissione, il carattere autoritario ama i limiti, e tende a vedere il mondo e la vita come pieni di destini immutabili.

In campo economico, questo spinge a vedere il mercato, la crisi e la prosperità non come fenomeni umani, che possono essere cambiati, ma come l’espressione di un potere superiore al quale ci si può solo sottomettere.

Molto, molto interessante che Fromm scrivesse queste cose nel 1941, nel pieno del buio più pesto della notte europea. Perché sembra individuare uno sviluppo del sistema sociale che stiamo vedendo ancora oggi. Se la mentalità autoritaria ha bisogno di vedere qualcosa di più grande che guida l’uomo a cui ci si può solo sottomettere, allora credo che un modo di identificare una società autoritaria sia osservarne il linguaggio, cercando quali siano le entità a cui la società si sottomette o è invitata a sottomettersi. È ovvio che questa sottomissione, nella nostra epoca, non avviene più nel modo brutale e aperto dei regimi. Ma è, solo per questo, meno totalitaria nei fatti?

Linguaggio odierno: il mercato decide e reagisce come se fosse una persona, si arrabbia o premia o punisce a suo insindacabile giudizio. L’unica cosa da fare è assecondarlo, o perire. Oppure: la tecnologia è inarrestabile, non si può fermare né indirizzare né discuterne i presupposti sociali e politici. Si può solo accettare. Ancora: la fine del movimento operaio, l’avanzata dell’egoismo come sistema culturale è ormai un dato di fatto. Si può solo vivere meglio che si può il sistema odierno. Provare a cambiarlo è illusorio.

Tutti esempi presi dai telegiornali degli ultimi giorni. In tutti e tre i casi, c’è un’entità vista come indiscutibile, una forza sovrannaturale a cui è saggio sottomettersi senza discutere. L’unica cosa sensata da fare sarebbe cercare di raccogliere le briciole migliori.

Ecco in cosa la nostra società si dimostra autoritaria. Nel caricare di un destino ineluttabile dei processi e dei fenomeni che sono e saranno umani, e che come tali possono essere trattati. Non esiste nessuna mano invisibile, nessuna decisione dei mercati, nessuna tecnologia che va accettata insieme a tutte le sue conseguenze. Esistono gli uomini, che possono essere spinti ad accettare con rassegnazione il proprio destino, oppure no.

Questo non significa diventare luddisti. Una delle più stupide maniere di reagire, quando si mette in discussione l’avanzata tecnologica, è quella di dare dell’apocalittico a chi muove delle critiche. Ma andare ad aprire una scatola nera e guardarne i circuiti non significa non volere più quella tecnologia. Significa voler capire come funziona, come si può sfruttare, in che direzione si può indirizzare. In fondo tutta l’informatica moderna è progredita così, sul principio dell’hacking. Perché mai adesso dovremmo tornare indietro e accettare a scatola chiusa la tecnologia e i suoi presupposti sociali ed economici?

Questa è politica. Chiamiamola cultural hacking, se vogliamo. Il principio è quello di mettere in discussione qualsiasi idea o forza che abbia una qualche influenza sulle nostre vite, e che viene data come ineluttabile e naturale. Quando arrivano questi discorsi, meglio armarsi di elmetto, perché sta arrivando una salva di stronzate fatta apposta per rendere naturale quello che è assolutamente artificiale. Tutti i regimi si giustificano in questo modo, e a noi spetta il compito di difenderci smontando tutto quello che è naturale. Solo le risate sono naturali. Il resto è merda autoritaria.

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