Inadatti agli esteri

Sono successe due cose importanti nel mondo, ieri. Un aereo è stato abbattuto sui cieli dell’Ucraina, un Boeing diretto a Kuala Lumpur tirato giù da un missile terra aria, sparato non si sa bene da chi. Nel pomeriggio, Israele ha invaso di nuovo la striscia di Gaza.
Le due cose non sono legate, se non dalla corrente sotterranea che mi sembra stia attraversando il mondo in questo momento. Un ritorno prepotente della geopolitica, del mondo al di fuori dei nostri gretti e provinciali confini di occidentali ricchi, che criticano – esempio – gli israeliani perché guardano i bombardamenti in televisione. Geniale: critichiamo gli israeliani perché si comportano esattamente come noi. Il mondo sta bussando alla nostra porta e lo fa da tempo, attraverso flussi migratori e guerre che ci riguardano sempre più in prima persona, eppure la nostra reazione è sempre la stessa, l’anestetizzazione attraverso dosi massiccie di pattumiera televisiva con cui convincerci che in fondo quello che succede da un’altra parte non riguarda davvero noi, che ci penserà qualcun altro, e che noi abbiamo ben altre cose da risolvere.

Il mondo globale è questo. Quello che succede a un Palestinese a Gaza, a un Israeliano a Tel Aviv, a un olandese su un boeing diretto a Kuala Lumpur tirato giù da un missile di nazionalità ancora sconosciuta, è tutta merda che ci riguarda. I nostri commerci, gli scambi di persone e culture, le decisioni che prendiamo o che deleghiamo altri a prendere hanno influenze dirette su quello che succede a qualcun altro nel mondo. Per questo mi cadono le braccia quando vedo comportamenti arrendevole, come se fossimo impotenti e non avessimo possibilità di cambiare le cose. Giorni fa Federica Mogherini, ministro degli esteri italiano, si è prodotta in una dichiarazione che, sfrondata della pessima sintassi standard a cui chiunque faccia politica si sente obbligato, diceva sostanzialmente che il ministro è una madre, e che per questo capisce cosa sta succedendo a Gaza e sarebbe meglio per tutti fermarsi. Complimenti. Ci voleva un ministro degli esteri per una posizione del genere. Sulla posizione della diplomazia italiana a Israele, su come il governo italiano veda il governo di Hamas, su quali negoziati si sono aperti, si possono aprire, si ha intenzione di aprire, su quali canali con l’ambasciata israeliana, su quali mediazioni per chiedere una tregua, sempre chiesta ma non si sa sulla base di cosa, non è pervenuto nulla.

Sull’Ucraina, stessa cosa. Non ci si aspetta che il governo italiano, e il ceto che ama definirsi intellettuale, prenda una posizione netta su un atto di guerra come l’abbattimento del boeing. Le notizie sono ancora confuse, nessuno sa bene cosa sia successo. Però. Però però però. Qui stiamo riscuotendo quello che abbiamo seminato in anni di smargiasserie con poca sostanza alle spalle, di mancanza di spina dorsale che questo governo, invece che rimediare, sta portando a livelli più avanzati. Ora non c’è più un tizio che fa finta di essere uno dei grandi della terra quando in realtà la sua strategia è dare pacche sulle spalle. Ora c’è uno, circondato da altre nullità come lui, convinto che la politica estera sia come uno scambio di tweet in lingua inglese. Mettiamo in fila qualche episodio: scoppia una guerra in Ucraina dalle conseguenze potenzialmente disastrose per l’Italia, e il governo italiano balbetta cose insignificanti sulla difficoltà di capire quali sono le forze in campo. Cambia regime, e ancora non si capisce da che parte stia l’Italia, non lo sanno nemmeno quelli che dovrebbero decidere in tal senso (posso aiutare io il Governo: stiamo dalla parte della Russia, come da dieci anni a questa parte. A meno che a un certo punto i ribelli non comincino a vincere, e allora l’Italia si produrrebbe in un altro dei voltafaccia riconosciuti giustamente come suo marchio di fabbrica in politica estera). Uccidono Andy Rocchelli, un fotoreporter italiano, e a parte le frasi di circostanza non si sa più niente e nessuno sembra essere interessato a capire chi lo abbia ucciso e perché. Se fossi un complottista direi che puzza di insabbiamento, ma purtroppo mi limito a guardare i fatti, e a concludere che chi sta governando è del tutto inadatto a gestire questa crisi geopolitica. Il che ci porta al boeing precipitato. La presidenza dell’Unione Europea – toh! È il turno dell’Italia. Non ce lo avevano mai detto in questi mesi – ha niente da dire a proposito di una guerra sui suoi confini che mette a rischio lo spazio aereo attraversato da migliaia di suoi velivoli commerciali, merci e cittadini?

Magari Renzi sta cercando il modo per infiocchettare una presentazione smart e dirci che grazie alle nuove tecnologie risolverà i problemi internazionali. Manda un tweet se vedi un missile sparato sul tuo aereo, o metti un like di indignazione sulla petizione italiana per colorare di giallo i carri armati israeliani (e di rosa i razzi di Hamas). Il che sarebbe l’ennesima confermaa della sua incapacità, del suo essere semplicemente un bullo che non le ha mai prese e continua a fare il bullo. Piacerebbe avere risposte, dal Presidente del Consiglio, e una visione. Cosa intende fare con l’avanzata sempre più sfacciata di un nuovo tipo di totalitarismo, anche nel cuore dell’Europa? Come intende, se intende, contrastarlo?

Dalle risposte che si daranno dipenderanno gli anni a venire. Si può scegliere di intervenire attivamente e di promuovere per quanto possibile la democrazia. O si può raccontare la storiella che non siamo in grado di intervenire su cose che sono più grandi di noi. Il che ci darebbe la conferma di essere governati da gente inadatta, che dovrebbe lasciare il posto a persone più preparate e con più fegato a prendere posizione su quello che sta succedendo nel mondo.

Ascolto: un sacco di musica punk.

Raucedine on line

Continuo a tenermi informato sulla situazione nella Striscia di Gaza e sull’operazione militare di Israele. Ho ancora le idee confuse, e le tengo per me. Una delle cose che mi fanno più incazzare girando per social network e siti di notizie, infatti, è la tendenza a vomitare opinioni non richieste e non qualificate, basate sull’assunto che chiunque abbia diritto comunque a esprimersi e l’opinione dell’ultimo degli stronzi sia tanto legittima quanto quella di gente che studia da una vita il conflitto Israelo – Palestinese.

Ecco. C’è gente in giro che, solo per aver scritto Israelo – Palestinese, averlo scritto con le maiuscole, averlo scritto in quest’ordine, averlo scritto usando quei termini, averlo scritto usando la parola “conflitto”, è pronta a cacare il cazzo, a inquadrare le opinioni degli altri sulla base di categorie come filoisraeliano/filopalestinese, ad agitarsi perché la propria posizione da tifoseria, nei loro piccoli occhi, è stata sfidata.

In queste ore sull’escalation di Gaza se ne leggono di tutti i tipi, di solito da gente che non ha mai messo piede nella zona e che non ha mai aperto un libro in proposito. Per forza poi tutto si riduce a posizioni partigiane. Anche chi cerca di capire qualcosa, cercando di rimanere non dico al di sopra delle parti, ma lucido abbastanza da considerare tutto quello che avviene, viene accusato di fare il gioco di qualcuno, di scegliere la terzietà come modo di fuga o di appoggio occulto. Ieri ho letto un bravo giornalista musicale, uno davvero avanti nei suoi scritti, prendere delle banalissime posizioni sui bombardamenti in corso tra Israele e Gaza. Non è che glielo avesse ordinato il dottore, di prendere posizione su qualcosa di cui, palesemente, non sa nulla più dei quattro stereotipi contrabbandati dai media. Eppure. Dall’altra parte, per non essere da meno, c’era uno che, al minimo sentore di opinione contraria alla sua, se n’è uscito con il maglio delle discussioni on line: troll. Mi stai trollando. Va via troll. Qualsiasi punto di vista dissonante è trollaggio adesso.

Insomma, continuo a saperne poco, a vedere la cosa a modo mio, e a cercare di capire chi da più tempo di me studia la situazione di quel pezzo di terra. Ma farsi un’idea, nella cacofonia on line, sta diventando sempre più difficile. Verrebbe la tentazione di fare il solito discorso: quando non c’era la rete, la causa di tutto è la rete, è la rete che ci fa diventare così. Ma non è vero. La rete ottiene degli effetti giganteschi, ma sono pilotati dal contesto in cui si inserisce. In Italia questo abbaiarsi a vicenda opinioni irrilevanti deve essere qualcosa che si è sviluppato nel nostro carattere. Mi piacerebbe, una volta tanto, che si facesse una differenza, e che a valere qualcosa fossero le opinioni di chi ne sa qualcosa, non di tutti per tutti, in nome di una democrazia che serve solo a livellare tutto sul livello più mediocre possibile.

Leggo: i pezzi di Giovanni Fontana sul Post e di Anna Momigliano su Rivista Studio.

Day off

Questa mattina ho scritto un sacco di appunti, soprattutto sull’attacco in corso a Gaza. L’intenzione era pubblicarli, ma rileggendoli mi sembrano di nessuna utilità, a parte per me, per chiarirmi le idee. Quindi questa mattina Sidefist.org si prende giornata libera. Buona giornata.

Leggo: l’articolo sul roof-knocking, una nuova tattica militare impiegata da Israele, che ha fatto da detonatore alle mie riflessioni.

Scrittura e voce

A volte la voce di uno scrittore è riconoscibile alla perfezione, ha un suono sulla pagina che è suo e soltanto suo. Sono voci estrose, o molto particolari, che uno riuscirebbe a distinguere da altre anche se gli fosse passata una pagina a caso durante una maratona di lettura. Altri scrittori non hanno una voce così esuberante, si concentrano molto su quello che dicono e lo stile sembra essere meno spigoloso, sembra che ci facciano meno attenzione. Il che ovviamente non è così: a volte la voce di uno scrittore è tanto autorevole e personale quanto mimetica, riesce a farti scivolare sulla pagina come se nulla fosse, ma se vai a guardare bene scopri che quella voce così naturale, quello stile così fluido, in realtà è il frutto di un lavoro durissimo, che spesso non ha nulla a vedere con il talento ma ha a che fare con il leggere, rileggere e leggere ancora, e correggere e tagliare e aggiungere e cambiare.

Persino Hemingway, che ti faceva sentire come se stessi pattinando su ghiaccio, diceva che ogni prima bozza è merda. Bisogna lavorarci.

Ho parlato di voce, e non unicamente di stile, perché mi sono fatto l’idea che mentre lo stile sia qualcosa che riguarda esclusivamente i segni che metti sulla pagina, il suono che hanno quando sono letti a voce alta e il significato che assumono messi in un certo ordine, la voce comprende anche i temi di cui parla uno scrittore. La voce di Hunter Thompson è secca e rapida, e può esserlo non solo perché spesso la sua scrittura prendeva la forma di un elenco – l’apertura di Paura e delirio! – ma anche perché scriveva di politica e sport e mischiava tutto con alcool e droghe. Un cavallo lanciato al galoppo, non puoi guardare solo come muove le zampe, devi vedere dove va. Stessa cosa per Mailer: si arrota e allunga i periodi e diventa duro, costruisce le frasi in modo da fare indispettire qualsiasi insegnante di buona scrittura, eppure quando scrive cose come The White Negro o Pubblicità per me stesso o The armies of the Night senti che è nato per scrivere quella roba, sono proprio i suoi temi, selve psichiche egocentriche in cui non si può staccare molto e usare periodi brevi.

La voce viene dal coraggio, a sentire molti scrittori. Dei tre che ho citato, tutti ne hanno parlato, in modo più o meno diretto. Hemingway è quello che ne ha fatto una scuola; Mailer, non volendo essere da meno, ne faceva una questione di scrittura, di scrivere con vigore e con la giusta dose di ego; Hunter Thompson inventò il Gonzo quando smise di fare compromessi con chiunque, e decise – testuale – di alzare la voce. Tutti e tre hanno scritto dei libri onesti, ed è per questo, soprattutto, che mi piacciono. Senti che quello che scrivono non è costruito per stare bene sulla pagina o stupire qualcuno, ma perché c’è urgenza di dirlo, e non hanno trovato altro modo di dirlo che quello.

Per questo l’ultimo Hemingway, e l’ultimo Thompson, sono un pò tristi. Perché cercavano di imitare sé stessi. Erano diventati poco onesti.

Coraggio, temi, voce. Scrivere è questo. Un lungo lavoro per non lasciarsi dominare dalle parole e dalla convenzione imperante di tutti i giorni. La decisione di essere sé stessi, ogni giorno che passa.

Leggo: La sfida, di Norman Mailer.

Dramma sportivo

Dunque sono finiti i mondiali. Ammetto che mi dispiace. Il calcio non è per niente nelle mie corde, durante l’anno: troppo campionato, troppa gente che lo prende come qualcosa di più di quello che è – uno sport, un cazzo di sport. Con i mondiali invece è una specie di festa, posso guardare gente che gioca bene, non devo seguire faccende che mi annoiano a morte come i cambi di giocatori, i terremoti a livello di gestione delle squadre, i malumori per qualche gol dato o subito e tutto quello che non rientra nella categoria “ricordati che è un gioco, e nemmeno uno dei più belli”. Con i mondiali guardo gente che gioca a calcio e basta.

Il che è del tutto contraddittorio con quello che sto per dire. Dei mondiali, mi sono reso conto guardandoli, mi piace il dramma, la competizione. Lo sport, per essere davvero bello, deve mettere in scena un sacco di passione, fare da palcoscenico a delle storie. Campioni in lotta per un traguardo, che impiegano anni a prepararsi, che poi si giocano tutto in brevissimo tempo, misurandosi con sé stessi e con altri pari. L’entrata in gioco di forze che non sono solo muscolari, l’orgoglio, la resistenza, la voglia di vincere, la capacità di non mollare, la forza trovata anche nel momento in cui cadresti per terra per la stanchezza, la sopraffazione di fronte all’idea della sconfitta. Di tutto questo, se lo sport che si guarda è onesto e se gli atleti lo interpretano al meglio, ogni buona competizione è piena.

Poi la mia convinzione è che la rappresentazione più elementare, lo scheletro di questa impostazione drammatica, sia nel pugilato: due persone, armate solo delle proprie mani e della propria testa, della propria capacità di resistenza portata ai limiti. Chi dice che il pugilato sia solo una questione di picchiarsi dimostra di averlo visto solo in tv, e male per giunta, e di parlare di cose di cui non capisce niente.

Ma questa è solo una nota a margine. Quello che conta è che nello sport ci deve essere quell’elemento drammatico, per funzionare davvero. Durante questo fine settimana ho riletto “La sfida”, un lungo reportage in cui Norman Mailer in forma perfetta raccontò l’arrivo del Rumble in the Jungle, una delle più grandi competizioni del secolo scorso, un incontro di pugilato di cui chiunque ha sentito parlare. Alì contro Foreman in Zaire, una scena e dei personaggi che andavano ben oltre il pugilato, il campione istrionico che recita poesie e fa lo smargiasso prima dell’incontro, nonostante i pronostici siano tutti contro di lui, e fa politica, parla di questioni razziali, di potere dei neri, e dall’altra parte un gigante silenzioso che fa della concentrazione e dell’adesione allo stile di vita americano la sua forza, uno che sembra considerare la cultura dei neri come un accessorio noioso. Uno che fa amicizia con i poveracci del Congo e uno che si presenta con tutti i segni della dominazione belga finita da poco, entourage e tattiche completamente diversi, studi psicologici da una parte e dall’altra, l’orgoglio di due bestie addomesticate, due anime perfette per portare su di sé l’amore, l’odio, la violenza e la dolcezza di popoli interi. In mano a Mailer, questo materiale è diventato un racconto di passione umana, di energie vitali che si scontrano, di carnalità, di vita piena in esplosione violenta. Tutto quello che si chiede alla buona scrittura, e allo sport che abbia il coraggio di definirsi tale.

Appunto. Ci dovrebbe essere tutto questo, nello sport, e molto spesso sono riuscito a vederlo nei mondiali appena finiti. Non ci riesco mai, invece, con il calcio di club. Nel teatro sportivo, il calcio di club mi sembra una di quelle rappresentazioni fatte da attori stanchi, su testi vecchi, con modi di stare sul palco e passioni ormai del tutto cancellate da anni di ripetizioni. Un teatrino, più che un dramma.

 

O magari mi sbaglio, e anch’io cado nell’errore di guardare una storia solo da una parte. Magari il calcio è sempre pieno. Ma serve che qualcuno me lo dimostri, a questo punto.

Guardo: Rumble in the Jungle, direttamente da una notte di Kinshasa.

Rifarsi un ruolo

Sto ancora leggendo il bel libro di Evgeny Morozov, l’Ingenuità della Rete, che analizza l’idea diffusa in questo primo quarto di secolo secondo cui basterebbe fornire accesso a internet a popolazioni che non ne hanno per innalzare la domanda di democrazia e provocare il crollo dell’autoritarismo. Questa idea da tecnoentusiasti è data tanto per scontata che non viene quasi mai messa in discussione, e come ogni cosa che sembra ovvia non ci si dà quasi mai il disturbo di capire quali fattori, culturali e politici, l’abbiano partorita. Morozov invece lo fa, e ne rintraccia l’origine in una scimmiottatura delle politiche della Guerra Fredda, quando, secondo la vulgata, bastarono le fotocopiatrici e le radio finanziate da Reagan per fare crollare il comunismo. O fu il veccho Woytila a farlo crollare? Cambiano gli idoli tirati in ballo di volta in volta, ma guarda caso non si analizzano mai le condizioni strutturali che hanno portato al crollo sovietico.

Questo lascito della guerra fredda, la difficoltà a staccarsene, sta causando anche un altro blocco mentale, più grande e meno visibile, secondo me. Dopo il crollo del comunismo tutte le democrazie occidentali hanno dichiarato vittoria e si sono sedute, rinunciando a fare quello che avevano fatto, più o meno bene, fino a quel momento. Dalla fine degli anni novanta, in pratica, non si parla più di diffondere la democrazia. E quando se n’è parlato, lo si è fatto in modi, tempi e linguaggi che di democratico non avevano nulla. L’aria generale che tira insomma è di rinuncia al proprio ruolo, di arretramento di fronte alle uniche regole del capitalismo – che, come si sa, HA VINTO, e dunque non può più essere messo in discussione.

“Proprio ruolo” ovviamente non significa quel pastrocchio simil-fascista dei primi anni 2000, quando in nome del ruolo civilizzatore dell’uomo bianco si bombardava la gente. Questa cosa succede ancora, ma non possiamo permetterlo, le occupazioni militari a fini di sfruttamento dovrebbero essere chiamate con il loro nome, non democrazia.

Siamo di fronte a un corto circuito su cui bisognerebbe riflettere con molta attenzione. La vittoria del capitalismo ha dato mano libera alla speculazione, che ha travolto la stessa democrazia smantellandone le poche garanzie accumulate in decenni. Molto spesso sono gli stati autoritari ad andare bene al capitale. Ma i democratici, chi avrebbe dovuto resistere a tutto questo, sembrano essere stanchi, come se assistere al trionfo di questo post-tototalitarismo fosse inevitabile. In altri casi, altrettanto tristi, si è provato a fare resistenza, ma con gli stessi linguaggi vecchi di quarant’anni fa, facilissimi da disinnescare.

Le nostre società, e le nostre psicologie, sembrano meno libere oggi di quanto non lo fossero all’inizio degli anni ottanta. Ci siamo tutti arresi a subire le ingiustizie e tenere la testa bassa? Dovremmo attivare processi generali che ci conducano ad avere più libertà, e non meno, come sta accadendo oggi. Una riflessione sul ruolo e sui modi della democrazia nelle nostre vite si impone, così come ancora, secondo me, non è stato studiato a dovere il nuovo totalitarismo dalla faccia scema e dai modi brutali che ci troviamo di fronte. La domanda a cui si dovrebbe rispondere è, soprattutto: come si è arrivati a trasformare semplici gesti che compiamo nella vita di tutti i giorni in meccanismi di sorveglianza e controllo?

Leggo: ancora Evgeny Morozov, l’Ingenuità della Rete.

L’orgia dei tecnoentusiasti

Continuo la pubblicazione on line dei pezzi che scrivo per Segno, mensile edito a Palermo. Questo articolo è comparso con il titolo Entusiasmo tecnologico e tentazioni autoritarie sul numero di febbraio 2014, e si tratta di un sunto di preoccupazioni, un tentativo di fare chiarezza nel magma in mutamento continuo e contrastante che sono gli studi sull’impatto politico della rete. Nulla di nuovo, tanto per cambiare, ma un buon tentativo, credo, di fare ordine tra gli argomenti emotivi e i fatti, tra le illusioni e quello che la realtà cerca di suggerirci.

 

Il luogo comune suona più o meno così: più rete è uguale a più democrazia. Un maggiore accesso alle reti informatiche significa maggiore partecipazione della cittadinanza alla vita pubblica, sia nelle democrazie che nei regimi autoritari. La prova empirica sarebbe nel ruolo centrale svolto dai social media nelle primavere arabe e nello sviluppo dei movimenti Indignados e Occupy Wall Street, i quali puntavano sulla capillarità della rete per coordinare le proteste e le manifestazioni.

Anche se a volte riesce a cogliere qualche verità, ogni luogo comune punta su aspetti che si credono autoevidenti ma non lo sono affatto. Molto spesso, la rete ha un ruolo marginale nell’innesco di rivolte e cambi di regime. Questo dovrebbe essere chiaro per induzione: i regimi cadevano anche prima che internet esistesse, ed è ragionevole pensare che anche in futuro i regimi cadranno non grazie a Twitter, ma al desiderio di una popolazione di liberarsi della prevaricazione. È vero che nel mondo di oggi la rete svolge un grande ruolo di catalizzatore. Ma negli ultimi anni si può vedere emergere una tendenza opposta, quella di usare la rete per livellare le opinioni e il dissenso. Qualcosa nella rete deve essere cambiato. O al contrario tutto è rimasto uguale a sé stesso, e siamo noi, cittadini e utenti medi, a dover riconsiderare le nostre idee riguardo a internet.

 

La terra promessa

Fino a poco tempo fa la rete, di cui abbiamo iniziato a usufruire in massa solo sul finire degli anni novanta, ci veniva descritta – ma sarebbe meglio dire che ci veniva promessa – come il regno della libertà. Sulla rete c’è spazio infinito, c’è l’infinita possibilità di parlare con infinite persone, non ci sono censure né filtri, nessuno è davvero in grado di controllare quello che facciamo. Significa avere una libertà di stampa enorme, non condizionata nemmeno dagli ingenti investimenti economici necessari a fare partire una testata editoriale. Per chi ha l’inclinazione, internet è una miniera: ci si fa inghiottire dal buio dei circuiti e si riemerge pieni di soldi.

Questo approccio ha alle spalle una grande comunità di entusiasti e di opinionisti tecnocapitalisti alla Wired per i quali la rete è fonte di per sé di libertà e innovazione politica. Una visione che costruisce tutta un’ideologia su come il capitalismo e le sue nevrosi non possano essere cambiati ma solo ritoccati e, bene che vada, migliorati. La premessa nascosta, perché data per scontata, è che la rete lasciata a sé stessa porterà naturalmente a innovazioni economiche e al libero mercato, a cui farà compagnia, quasi per magia, un aumento del livello democratico e delle condizioni generali di vita della popolazione.

Per un molto tempo è stato difficile dare torto all’approccio entusiasta, perché le cose sono andate esattamente in questo modo. La rete ha fatto il suo lavoro e grazie all’impegno di diverse persone si può affermare che c’è più democrazia in circolazione. Diversi monopoli economici sono stati messi in discussione. L’autorità degli stati nazionali è stata messa in ridicolo dal carattere transnazionale delle reti, per cui ciò che era reato in un paese cessava di esserlo non appena si accendeva il modem. Diverse cose che i governi erano abituati a tenere nascoste finirono per essere svelate. Wikileaks rimane un caso storico: dal momento della pubblicazione dei primi cablo diversi milioni di persone hanno riconosciuto alla trasparenza un valore molto più alto, nella vita democratica, del sempre fumoso concetto di “sicurezza nazionale”.

L’apice dell’ideologia delle reti si è raggiunto nel 2011, quando durante le rivolte del mondo arabo non si è mai mancato di fare notare come i partecipanti si organizzassero con mezzi come Twitter e Facebook. Si diceva che il modo più sicuro di capire che le dittature stavano capitolando fosse osservare quando avrebbero indotto uno shutdown delle reti, un isolamento dei sistemi nella speranza disperata di tagliare le comunicazioni ai rivoltosi. A quel punto si poteva puntare l’orologio: il governo dispotico sarebbe caduto in pochissimo tempo, per fare posto a una nuova leva di governanti.

 

Un brusco risveglio

Nessuno di quelli che allora sottolineavano con compiacimento la libertà intrinseca dei social network ha mai fatto notare come gli stessi social network siano adesso usati dall’Esercito Egiziano come organi ufficiali per comunicare restrizioni al diritto di manifestazione e di associazione. O, se lo hanno fatto notare, hanno fatto in modo da tenere ben separate queste notizie da quelle più entusiaste, come se fossero semplici incidenti di percorso. In realtà, il 2013 è stato un anno durante il quale il sogno di avere più democrazia grazie a una rete lasciata a sé stessa ha ricevuto ben più di uno schiaffo.

A tenere banco sono state le rivelazioni di Edward Snowden, con le quali è stato svelato un intricato complesso di spionaggio attraverso cui agenzie governative americane ed europee, di concerto con diverse aziende informatiche, spiavano un numero enorme di cittadini in tutto il mondo, spesso infischiandosene allegramente dei limiti legislativi e dei semplici diritti umani. A colpire sono state soprattutto le modalità di raccolta dei dati. Senza fare ricorso a metodi fantascientifici, le agenzie accedevano ai server delle grandi aziende informatiche e consultavano le registrazioni di gran parte delle comunicazioni on line. Una sorveglianza che si potrebbe definire orwelliana, se non fosse già oltre quello che aveva immaginato lo scrittore inglese. In 1984 la sorveglianza avveniva in modo esplicito attraverso teleschermi. Si era consapevoli di essere sorvegliati. Nel 2014 non si ha neanche il lusso di questa consapevolezza.

Altri segnali, più piccoli e modesti, sono emersi a incrinare l’immagine della rete portatrice di libertà e democrazia. L’elezione del Presidente di uno stato del G8, l’Italia, è stata largamente condizionata da una consultazione on line fatta da un partito d’opposizione, condotta con metodi non trasparenti e del tutto manipolabili. Sembra che l’atmosfera del dibattito on line si stia abbassando sempre di più verso livelli da osteria. Quello che doveva essere uno spazio di libertà si sta trasformando in una cloaca.

La povertà di strumenti retorici e logici, l’inconsistenza degli argomenti e la povertà del linguaggio usato non sono solo un problema estetico. Nessuno è tenuto a farsi piacere un linguaggio brutto, così come nessuno è tenuto a impararne uno bello. Ma se tutto si fermasse alla scarsa qualità ci sarebbe solo da allargare le braccia. Invece, l’inaridimento e l’abbrutimento del dibattito hanno una deriva pericolosa verso l’autoritarismo più smaccato. Molto spesso nei dibattiti on line l’argomentazione è una perfetta sconosciuta, a cui si preferisce lo squadrismo telematico, l’insulto, l’argomento ad hominem, il tentativo di censura. L’assenza di controllo e persino della possibilità di controllo, che dovrebbe essere un punto di forza per la libertà della comunicazione in rete, finisce per essere un suo punto debole. Quando le voci più deboli, o semplicemente meno pazienti e disposte a farsi insultare, sono costrette a lasciare il campo perché non c’è nessun mezzo che le tuteli, la libertà della rete è compromessa. Rimane solo una bella promessa, ma senza nessuna applicazione pratica.

 

I tre vertici della comunicazione

Parlare di mezzi di comunicazione in modo lineare, guardando solo ai contenuti veicolati e considerandoli come fossero dentro una bolla separata dalla società, non ha senso. Bisogna considerare almeno tre grandi aree: la tecnologia che permette un nuovo modo di comunicare, le persone che usano concretamente quella tecnologia, e le regole che una società si dà per controllare persone e tecnologie. Questi settori possono essere considerati come vertici di un triangolo, e a seconda di come si muovono contribuiscono a definire lo spazio occupato da uno strumento di comunicazione in una società. Storicamente, almeno uno dei vertici è stato in una posizione sopraelevata rispetto agli altri. I governi avevano enormi poteri di censura sulla stampa, oppure i mezzi tecnici erano costosi e inaccessibili, limitando di fatto ciò che poteva essere detto attraverso di essi e dando un grande vantaggio a chi si trovava nelle condizioni di controllarli, che potevano imporre una selezione e un controllo molto approfonditi su ciò che poteva o non poteva essere pubblicato.

La rete ha eliminato la posizione di superiorità dei vertici, e questo, fin dall’inizio, è stato il suo carattere più rivoluzionario. Eliminando la difficoltà di accesso ai modi di produzione dell’informazione, trascendendo i limiti fisici e quelli legislativi, ha regalato alla società una grande libertà di parola, quantomeno al livello potenziale. Se i tre vertici del triangolo si equivalgono non c’è potere legislativo o tecnico che possa vietare l’espressione di quello che si vuole, nel modo che si vuole. In teoria questo avrebbe dovuto portare a più democrazia. Di fatto, ha creato il paradosso centrale dell’inizio del secolo: a maggiore spazio, meno libertà. Se in potenza si può dire e fare quello che si vuole, diventano inefficaci anche i mezzi per fermare opinioni tossiche o strategie retoriche volte a impedire all’avversario di esprimersi.

Magia: con il diffondersi della rete si è avuta anche una crescita delle richieste censorie da parte della società. Giornalisti, partiti, funzionari e quel grosso miscuglio di sensazioni autoritarie e perbenismo da classe media che va sotto il nome di società civile hanno iniziato a chiedere con insistenza l’inserimento di filtri legislativi e tecnologici alla comunicazione on line. Poco importa che la giustificazione si ricavi sempre da una qualche emergenza. La lotta alla pedofilia, alla diffamazione, alla diffusione di ideologie terroristiche, alla truffa finanziaria possono essere motivi più che giusti per una vigilanza maggiore da parte della società, ma i modi in cui si pensa a questi interventi sono tanto vaghi e generali da risultare sospetti. Con la scusa della diffamazione o dei crimini si vorrebbe impedire il dissenso, censurando per legge l’espressione di opinioni diverse.

Rientrano allora in scena gli altri due vertici del triangolo, lasciati indietro in un primo momento dalla velocità con cui le nuove forme di discussione si diffondevano on line. Soprattutto i governi, e in generale le agenzie addette al controllo della vita civile, hanno passato un buon decennio a rincorrere la novità di una comunicazione su cui non avevano un reale potere d’interdizione. Sostanzialmente si poteva dire qualsiasi cosa e nessuno poteva farci niente, né tecnicamente né attraverso leggi e controlli. L’illusione, ancora una volta, era di una totale libertà del pubblico. Nel 2013 si è scoperto che questa illusione nasconde una svolta pericolosamente autoritaria. Nel corso dell’anno è diventato sempre più chiaro a che livello un governo o un’organizzazione possano controllare, classificare e guidare il flusso di informazioni, con l’aiuto di chi gestisce l’infrastruttura tecnica. Sempre con la gestione dell’infrastruttura è stato possibile per Grillo e Casaleggio, le due persone a capo del Movimento Cinque Stelle, assumere un potere sempre maggiore all’interno del Parlamento Italiano senza essere mai stati votati in una vera elezione. L’unica legittimazione deriva loro da una rete controllata più da loro che dai sostenitori del Movimento.

La deriva è molto più pericolosa di quello che sembra. I vertici del triangolo comunicativo della rete, come abbiamo detto, sono fatti per rimanere equidistanti. Questo significa che anche il vertice delle persone sarà ridimensionato dagli altri due. Come la crescita della libertà di parola nell’ambito della rete ha significato un aumento del rumore di fondo, la crescita di potere di legislazioni e infrastrutture potrebbe avere conseguenze imprevedibili anche in ambiti che non hanno a che fare solo con la rete. Si deve entrare nell’ordine di idee che il potere degli stati e delle grandi aziende non si concentrerà più sulla censura attiva o sulle operazioni di polizia, ma sulla registrazione e sul controllo ad alto livello.

Cosa si potrà fare con queste informazioni è una domanda aperta a sviluppi futuri. Ma le premesse che si colgono non sono buone. Il governo inglese e quello americano, imitati da tutti gli altri governi europei, propongono periodicamente aggiustamenti alle leggi esistenti o nuove norme per poter usare i flussi di dati. La comunicazione in rete, che sul breve periodo garantisce una maggiore libertà, sul lungo periodo potrebbe diventare lo strumento principale con cui assicurare l’avanzamento di pratiche autoritarie. Deve essere chiaro che non si possono tenere separati i problemi: il maggiore controllo e la maggior libertà sono espressioni dello stesso sistema, della stessa interazione tra tre vertici della comunicazione in rete, così come si sono strutturati negli ultimi venti anni.

 

Nuove regole per una democrazia vera

In un suo bellissimo saggio sulla satira politica nella letteratura di Swift, George Orwell fa considerazioni molto pertinenti sull’ideale di una società senza leggi e obblighi e sulla tendenza totalitaria di un ideale del genere. Quando l’unico arbitro del comportamento è l’opinione pubblica, dice Orwell, non c’è nessuna tolleranza per la diversità. Gli animali gregari sono tendenti al conformismo, e quando si presume che l’unico governo venga dalla ragione o dall’amore, l’individuo è sottoposto a una spinta continua a pensare e comportarsi come ogni altro. In questo modo si raggiunge lo stadio più alto dell’organizzazione totalitaria, lo stadio in cui il conformismo è divenuto talmente generalizzato che non c’è più bisogno di una forza di polizia. (George Orwell, Politica contro letteratura, in Nel ventre della balena, pag. 64, Bompiani 1996)

Scritto con in mente la contaminazione continua tra politica e lavoro letterario, il saggio di Orwell fa venire in mente gli sviluppi più recenti della comunicazione on line. Da un lato, talmente tanta libertà da ricondurre tutto a un conformismo schiacciante; dall’altro, mezzi di controllo che assecondano questo conformismo, limitandosi a correggerlo con strumenti sempre più pervasivi, riuscendo a fare apparire come normali misure amministrative delle prevaricazioni autoritarie.

Se il problema è di sistema non ha tanto senso cercare soluzioni solo dentro la rete. Può essere un primo passo, ma non è sufficiente. A dover cambiare sono l’educazione e l’abitudine democratica, il rispetto di regole sia da parte della popolazione che di chi la governa. Questo significa trovare il modo di regolamentare la rete. Di solito basta accennare a tentativi di regolare la comunicazione on line per fare insorgere tutta la categoria degli entusiasti, ma ormai il problema è ineludibile, e non è con le alzate di scudi che si risolverà. Lasciare la rete allo stato semianarchico in cui è oggi significa condannarla al chiacchiericcio di fondo, e condannare la società a un controllo sempre più pervasivo e al conformismo più grigio.

Questo non significa in nessun modo che le regole sulla rete vadano imposte unicamente dai governi o da altri delegati. Ci sono tanti soggetti interessati a una comunicazione efficace e ad uno svolgimento serio dei dibattiti, e basterebbe iniziare un’autoregolamentazione per migliorare efficacemente gli scambi on line. Sarebbe molto più difficile per una autorità pretendere di controllare tutto e censurare tutto di fronte a un controllo più efficace attuato direttamente sulla rete e da chi in rete ci vive. Per essere libera, internet ha bisogno di un libero controllo, del rispetto della logica e dello spazio di discussione, non dell’autorità di qualcuno o qualcosa che filtri i contenuti. Una maggiore salute della nostra democrazia passa anche dall’imparare a dibattere, e come abbiamo visto le abitudini apprese sulla rete si possono portare anche al di fuori. Può succedere di nuovo, e in meglio.

Fermo un giro

Le conseguenze, le conseguenze. Due giorni dopo il mio sparring ho un piede gonfio come un melone e sono costretto a tenere la gamba in posizione orizzontale, senza potermi muovere. Sto cercando di trarre il meglio dalla situazione (ho già iniziato a guardare su internet per qualche bel bastone da passeggio, da adattare magari alle magliette da skate), ma in generale essere costretti a stare fermi è una sensazione che possiamo equiparare a un palo nel culo. No, il palo nel culo e il bastone da passeggio non sono collegati. In più, ho questa abitudine di entrare in modalità parentesi tutte le volte che qualcosa non funziona, dunque questa mattina, anche se dovrei scrivere, finora l’ho passata guardando IFTT e pensando a come ottimizzare la mia catena di link in modo da pubblicare dappertutto e con il minimo sforzo.

A proposito. Presto farò una pagina apposita, ma questi sono i modi in cui è possibile contattarmi:

@anto_giordano (sia twitter che instagram)
antogiordano@tumblr.com
sidefist.org
a.sidefist (at) gmail.com

Penso che ora spedirò il piccolo racconto che ho scritto per Segno, e poi continuerò a lavorare a un soggetto. Da qualche parte nella giornata riprenderò la matita, ieri ho iniziato a scrivere un piccolo saggio che non so dove mi porterà, ma che mi sta chiamando da dentro il cassetto. Scoprire la verità in punta di matita, qualcuno l’ha chiamato. Poi dovrei spostarmi nel Piccolo Eremo, dove fare qualche bagno, qualche grigliata, qualche birra, qualche lettura. Qualche.

Questo è sidefist.org. Buona giornata.

Liste

C’è stato un periodo in cui andavo matto per i libri di self-help. Li leggevo, cercavo di trarne qualche consiglio utile, cercando sempre di mantenere la giusta prospettiva. Il più delle volte si tratta di libri infarciti di stronzate che ti esaltano per qualche giorno, ti fanno credere che per cambiare le cose basti aggiustare qualche minuzia, ma poi, esaurito l’effetto iniziale, si rivelano per quello che sono: raccolte di ricette superficiali che non aggiungono nulla, davvero nulla, alla vita. Però è divertente leggerli, pensare che qualcuno, seguendo davvero alla lettera quello che consigliano, possa migliorare un pò ed essere più felice.

Qua e là, ci sono dei concetti che funzionano e scalfiscono questa bolla di pochi giorni, arrivando a diventare abitudini più o meno stabili. Per anni, ad esempio, ho scritto le pagine del mattino, tre pagine di pensieri appena sveglio, e mi hanno aiutato molto, almeno fino a che non mi sono reso conto che erano un semplice esercizio di egocentrismo che lasciavano poco spazio alle altre cose. Un’altra abitudine, o mania, che mi hanno lasciato questi libri è quella dell’organizzazione. Sono diventato una specie di nerd dei sistemi per ottimizzare il tempo e il lavoro, cullandomi nell’illusione che, per fare tutte le cose che voglio fare per riempirmi la vita – e sono tante, sempre molte di più di quello che riesco a maneggiare nella giornata media – basta un’applicazione, un sistema, un metodo. Anche in questo caso, provo per qualche giorno e poi lascio perdere, perché non è stato ancora inventato il sistema a prova della mia attenzione saltellante e del bisogno di mood giusto che ho quando devo fare partire qualcosa. In ogni caso, io ci provo. Faccio una review annuale, nella magica settimana che separa natale e capodanno, in cui scrivo quello che voglio fare per l’anno successivo. Poi riempio il computer, i taccuini, le tasche di liste di cose da fare, di idee per fare arrivare qualche scritto dove deve arrivare e iniziare finalmente a guadagnare più di un tozzo di pane. E poi mi metto d’impegno per ignorare le liste che io stesso ho scritto, facendo di testa mia. Scrivo altre cose, non scrivo proprio, inizio a cercare gruppi punk e a progettare improbabili viaggi lungo il Pacifico, per sperimentare il surf della zona di San Diego, allenarmi in una palestra di Los Angeles, visitare in pellegrinaggio Berkeley, farmi un tatuaggio a San Francisco prima di andarmene a qualche punk rock show, e poi puntare verso Seattle e Vancouver. Potrei farlo, vero? Cosa ci vuole? Scriviamo una lista di cosa bisogna fare per il viaggio sul Pacifico.

Questa mattina mi sono svegliato con il rimbalzo in testa di tutte le cose che voglio scrivere, e sono troppe: altri soggetti per un settimanale, almeno un altro per una pubblicazione mensile, una graphic novel per un editore con cui ho stabilito un contatto. Da qualche parte nel futuro prossimo vedo anche me stesso e una stanza, in cui chiudermi per gli almeno sei mesi che mi ci vorranno per scrivere un altro romanzo, che ha iniziato a bussarmi sulle pareti del cranio e non sembra volersene più stare tranquillo. Ah, e poi ci sono le cose non collegate alla scrittura. Vorrei riprendere a fare immersioni, imparare il surf, allenarmi abbastanza da fare uno sparring da tre round o una piccola gara, fare un viaggetto per concerti, incontrare qualche amico. Su qualche taccuino ho scritto anche “fare un tatuaggio”, e non capisco perché, era da anni che non mi veniva in mente di tatuarmi di nuovo.

Non credo sia una questione di tempo, deve essere di pazienza. Si può fare tutto, ma a volte la mia pretesa è di farlo tutto insieme. Calma ci vuole.

 

Ascolto: The Old Firm Casuals, gran bella scoperta di ieri.

Paura del telefono

Faccio thai boxe da due anni, con parecchi allenamenti settimanali e conseguenti dolori alle gambe, alle braccia, al viso. All’inizio ero entrato in questa palestra solo per fare pugilato, volevo imparare a prendere a pugni un sacco. Poi il maestro ha iniziato a farmi dare qualche calcio, e mi è piaciuto. In due anni ho saltato pochissime lezioni, segno, per uno volubile come me, che qualcosa mi ha preso. La cosa bella è che ancora non saprei spiegare di preciso cosa. Ci ho provato diverse volte, e il risultato è il giro di parole che si avvicina al bersaglio, ma non lo centra. Ha a che fare con la disciplina, credo, ma anche con l’arte marziale, con il non avere formule esatte ma solo mezzi da interpretare secondo la propria personalità e preparazione. Somiglia tantissimo allo scrivere, e forse non è un caso che, insieme alla thai boxe, è cresciuto anche il tempo che passo scrivendo.

Questa mattina ho fatto il mio primo sparring serio, il che vuol dire niente freni, solo legnate. Le ho prese e le ho date, come capita spesso. Ma non è questo l’importante. Pensavo, mentre stavo tornando a casa, che non mi faccio problemi a salire sul ring con uno più grande di me, mentre su altre cose sono letteralmente bloccato dalla paura. Anzi, non è vero che non mi faccio problemi ad andare sul ring: sono, com’è giusto che sia, nervoso, ma non mi tirerei certo indietro. Invece, in altre cose sono proprio bloccato. Da una settimana, per dire, dovrei telefonare a un certo editore di fumetti, semplicemente per chiedere specifiche sui materiali da mandare. Ho un soggetto pronto, ma vorrei un indirizzo mail a cui mandarlo, e capire se è il caso di inserire altre cose. Semplice, no? No. Pugni al viso e pedate al fegato, sì. Alzare il telefono e parlare con una persona che non ho mai visto, e che con tutta probabilità sarà molto cortese, neanche morto.

Dovrò convincermi ad affrontare le cose allo stesso modo, però. Fare queste telefonate, parlare con queste persone, non è più opzionale. Ne va, semplicemente, del futuro. Sembra una stupidaggine, messa così, ma questa è un’altra delle cose che ho imparato in due anni di thai boxe: non è che ci siano cose complicate, sono proprio quelle semplici a funzionare, o a spedirti a tappeto.

Leggo: L’Ingenuità della rete, di Evgeny Morozov