Così, questa mattina sembra che i social network si siano sincronizzati a ricordarci che sta per arrivare il tempo. Primo luglio, estate, sole. Vacanze. Inizia il mese in cui molti si sentiranno autorizzati a vivere come vogliono, ma solo per tre settimane e dopo un adeguato mercanteggiamento con il capo, o i colleghi, o sé stessi. E’ squallido pure da pensare, questa mattina è tutto un tripudio di non vedo l’ora, andiamo via, ah che voglia, ora sì che.
Ma la cosa ridicola non è che ancora siamo attaccati a questo rito delle vacanze autorizzate, no. Questo è solo uno dei tanti segni che anche l’ultimo delle teste di cazzo in questo particolare momento storico pensa a sé stesso come classe media di quarant’anni fa, e si affanna come un pazzo a vivere una vita che non può permettersi. Incluse le vacanze, il cui solo concetto – tre settimane di libertà totale all’anno, e poi torni a fare qualcosa che non ti piace con gente che non frequenteresti, per poterti comprare roba che eccetera eccetera – farebbe accapponare la pelle a qualsiasi individuo che si possa definire tale (uno, in altre parole, che non abbia ancora chiamato “selfie” il maledetto autoscatto). No, la cosa ridicola è un’altra: questo ritmo ci sembra normale, fisiologico addirittura, come se appartenesse alle stagioni o allo stesso corpo umano il cedere completamente il proprio tempo a qualcuno che lo usa per arricchirsi. Roba che quando ne parli in pubblico la gente ti guarda come se stesse ascoltando un bambino di tre anni che declama a memoria Dante – ok, ma cosa vuoi che ne capisca? – un attimo prima di iniziare la discussione difensiva. E ma cosa vuoi fare, e ma è così che va, e ma non puoi biasimare la gente se vuole solo rilassarsi.
Infatti io non biasimo la gente che vuole rilassarsi. La biasimo per trovare normale il farlo a comando. E anche perché ha completamente smesso di pensare che potrebbe esserci dell’altro, per non avere immaginazione, per passare ogni giorno come se avesse una condanna a vita sulle spalle.