Con questo, inizio a pubblicare on line i pezzi che ho scritto per la Rivista Segno di Palermo. Sono pezzi lunghi, per lo più su politica e comunicazione, ma in genere sono digressioni in cui cerco di dare forma ai temi su cui mi concentro in un momento particolare, magari usandoli in modo più costruttivo di “ciao, conosco la teoria della rappresentazione sociale come le mie tasche e vorrei fare sesso con te.” 

Questo pezzo è stato pubblicato nel maggio del 2014, e ha fatto incazzare alcuni dei vecchi lettori di Segno. L’idea che il passato sia da lasciare al passato e che nel presente si debbano usare categorie del presente suona quasi come un’eresia. Se non fosse che sono stato educato a non fare il presuntuoso e, da bravo soldatino disciplinato, a cercare attivamente l’auto-sabotaggio, direi che ho indicato qualcosa che doveva restare nascosta. Si può toccare tutto, in Italia, purché lo si faccia con il rispetto per il passato che legittima l’autorità del presente. E dire che il pezzo mi sembra abbia dei difetti evidenti: cerca di giustificarsi troppo, si arrota in lunghe perifrasi per non mettere concetti troppo duri sulla faccia del lettore, cade negli stessi errori di chi sta criticando. Ma se anche in questo modo ha suscitato delle reazioni, si vede che di certe cose non si può proprio parlare. Per questo motivo, eccolo qui.    

 

Un simbolo ingombrante

Se si vive in Italia e si ha un’età compresa tra i 26 e i 36 anni, è impossibile aver trascorso la propria vita senza sentire nominare almeno una volta Enrico Berlinguer. Soprattutto se si è cresciuti con famiglie e frequentazioni di sinistra, il nome di Berlinguer è stato udito, di solito in chiave nostalgica, come ispiratore di una sinistra buona che non aveva tutti i difetti che oggi la portano a perdere, o, se vince, a non essere sinistra. Il segretario del PCI è sempre al centro di bei ricordi, quasi mai se ne sente parlare in modo critico, neanche da parte di chi invece non fa che criticarlo: l’acredine e il parlare male a prescindere sono solo un altro modo di dare spazio a pancia ed emozioni, anche se potrebbero avere l’apparenza di discorsi razionali.

Enrico Berlinguer è un simbolo, tanto evanescente quanto intoccabile. Per rimettere le cose in prospettiva e farsi un’idea sana e distaccata di come si sia ingigantito quel simbolo si potrebbe fare un esperimento, facilitato dalle condizioni in cui alcuni trentenni hanno potuto vivere la propria esperienza universitaria. Si potrebbe usare uno dei programmi di studio all’estero per incontrare un altro nato negli anni ‘80 e chiedere a lui se ha un’idea di chi fosse Berlinguer. Se la persona con cui parliamo non è stata impregnata di storia e tradizione della cultura di sinistra europea – se, cioé, stiamo parlando con un trentenne europeo medio – è molto probabile che dovremo spiegargli chi è stato Berlinguer, cosa ha fatto e perché ancora oggi viene citato, in Italia, come simbolo di una sinistra esemplare che non esiste più.

A questo punto, se lo sventurato non ci ha ancora seppelliti sotto il peso dei suoi sbadigli e siamo riusciti a tenere viva la sua attenzione, ci arriverà la domanda: perché? Perché parlargli di Berlinguer, oggi? Dovrebbe davvero importargliene qualcosa?

Senza scomodare i pesi massimi della militanza di sinistra internazionale, diventati materiale buono per magliette e status seduttivi sui social network, ogni paese europeo ha avuto grandi figure che hanno traghettato la sinistra dentro la vita democratica. È stato un lungo viaggio, quello del socialismo, che partito dalle riunioni di un pugno di complottardi ha finito per ispirare e migliorare la vita di milioni di persone. Una tradizione in cui spiccano alcuni giganti e diverse nobili figure, responsabili di questa crescita e dei grandi risultati ottenuti. Giganti anche perché con declinazioni diverse hanno svolto il loro compito e, quando i tempi sono cambiati o semplicemente la vita ha fatto il suo corso, sono usciti di scena per entrare nei libri di storia. Con l’aiuto di chi proseguiva il lavoro al posto loro, impegnato a lavorare oggi per costruire il domani, e non a rivivere ossessivamente il passato.

In Italia questo processo si è fermato. Una continua rielaborazione storica e nostalgica porta il nostro paese ad appassionarsi delle vicende di persone e idee morte da tempo, parlandone come se fossero cronaca. Gli italiani pensano più al passato che non al presente. Guardano il mondo attraverso uno specchietto retrovisore, come diceva McLuhan, riuscendo a vedere il futuro solo attraverso le immagini che arrivano dal passato. Una nostalgia istituzionale che spesso puzza  di conservatorismo, decidendo cosa va bene nel presente basandosi sui precetti e sui grandi movimenti del passato.

Capita spesso, se si hanno trent’anni nell’Italia del ventunesimo secolo, di chiedersi perché questo paese sembri condannato a vivere nel passato perenne. Ma si può ribaltare la prospettiva: la rievocazione discreta e continua della figura di Berlinguer può servire come spunto utile a capire l’oggi, i meccanismi che tengono questo paese inchiodato a un’immagine statica di sé. L’attualità di Berlinguer, nel dibattito che si svolge a sinistra, sembra essere talmente scontata da non avere bisogno di spiegazioni. Invece,è tutta da dimostrare.

 

Essere come tutti

Il nome di Berlinguer è quello che salta fuori più spesso quando si discute di cosa sia la sinistra, o, in modo ancora più ridicolo, di cosa sia più di sinistra. Una discussione costante, quasi un’ossessione nelle menti di donne e uomini di sinistra italiani, in cui il nome del grande segretario viene invocato come interprete dell’ultima grande idea di sinistra italiana, di un modo di fare politica e di essere di sinistra elitario ed esclusivo, nel senso proprio del termine. A sinistra ci sono i migliori, sotto tutti gli aspetti, quelli che sanno bene come deve cambiare in meglio il paese, e che non accettano altri punti di vista perché sanno di essere già arrivati alla migliore interpretazione possibile. Ai trentenni di oggi Berlinguer arriva attraverso il racconto dei padri, in cui la scomparsa del segretario coincide con la scomparsa di un’Italia, con l’inizio di una decadenza morale e politica che continua ancora oggi, inarrestabile. Berlinguer è uno spartiacque psicologico, prima che politico: al di qua della linea tracciata da lui sulla base di grandi intuizioni ci siamo noi buoni di sinistra, dall’altra parte della linea ci sono loro, tutti coloro che non accettiamo e non potremo mai accettare come nostri pari, e che, ovvio, non sono vera sinistra. Vogliamo essere come tutti, secondo l’intuizione di Francesco Piccolo: non tutti inteso come la totalità del paese, ma come l’unico, vero popolo a cui valga la pena di appartenere. Il resto non è, e non ha diritto ad essere.

Può piacere o meno, ma questo scisma a sinistra è il sottoprodotto delle scelte di Berlinguer, del suo arroccamento sull’identità, della sua resistenza al cambiamento di conquiste ottenute grazie al PCI. Questo non significa, però, togliere valore alla storia politica o alle stesse scelte di Berlinguer. Tutt’altro. Può, e deve, essere lecito analizzare storicamente il modo in cui Berlinguer agì, conducendo il suo partito e una fetta enorme della società italiana verso una posizione di netta separazione identitaria dall’altra Italia, quella che voleva il cambiamento con un’arroganza che vent’anni dopo sarebbe diventata la norma. L’analisi storica però non giustifica che le posizioni di Berlinguer siano state ritenute come le uniche valide e puramente di sinistra degli ultimi trent’anni. Una responsabilità che ricade per intero su chi è venuto dopo ed ha difeso a oltranza certe posizioni perché aveva da guadagnarci: non certo di Berlinguer.

Chi è venuto dopo è la generazione di quelli che, genericamente, possono essere inclusi nella vecchia categoria sociologica dei baby boomers, i nati tra gli anni ‘40 e ‘60. Il continuo rivangare un passato diventato ingombrante, fatto di lotte, di ideologia, di passioni, nelle mani dei baby boomers ha raggiunto livelli parossistici. A sentire parlare alcuni di loro, pare che solo quella generazione abbia avuto una giovinezza, e non è possibile che altre generazioni possano esprimerne una propria, con linguaggi e modalità proprie. Un atteggiamento che si concretizza in una enorme condiscendenza verso tutto quello che è stato fatto dalle generazioni seguenti, e soprattutto in una continua e ossessiva riproposizione di modelli e consumi culturali nati tra gli anni sessanta e settanta. Gli esempi sarebbero infiniti, tanto sono pervasivi e ossessivi nella vita quotidiana, ma volendo restringere il campo si può guardare alla musica, che in Italia non sembra poter andare oltre il concetto di cantautore impegnato, e niente che sia stato prodotto dopo il 1980 sembra avere un qualche valore o qualche dignità.

 

Nostalgia rivoluzionaria permanente

Questo modo di vedere il mondo, come se ci fosse stato un evento talmente grande – una rivoluzione – da congelare ogni spinta culturale, si manifesta con la cristallizzazione di quell’idea di politica e società che, come si è detto, era maturata con Berlinguer, ma che poi sarebbe dovuta cambiare, come ogni cosa dotata di una sua vitalità. Invece, in mano ai gestori della rivoluzione permanente degli anni ‘60 e ‘70, Berlinguer è diventato il fantoccio con cui risolvere le proprie nevrosi. Chiusi in un territorio di superiorità morale auto-appuntata, molti esponenti di quella sinistra con il passare degli anni si sono sentiti obbligati a conciliare la propria militanza passata con l’occupazione di posizioni di potere, cosa che, inevitabilmente, ha significato scendere a compromessi e abbandonare la propria purezza. Dato che la propria autorità discendeva proprio da quella purezza, la scelta è stata di conservazione, di chiusura di fronte a qualsiasi postura politica e culturale alternativa. La linea tracciata da Berlinguer sulla sabbia iniziò a diventare un fossato, che poi venne riempito da un muretto, che poi fu consolidato. Oggi abbiamo una linea di demarcazione chiara, in cui solo l’utilizzo di una retorica e di un armamentario di simboli determinano l’appartenenza al settore buono o cattivo della società. Una linea che fornisce legittimazione e che va presidiata con massicce dosi di nostalgia istituzionalizzata, con la canonizzazione di personaggi che hanno dato il meglio di sé più di trent’anni fa, e con la costituzione di poteri simbolici che si sono posti al di sopra di ogni vaglio critico.

La strategia nostalgica ha funzionato talmente bene da creare nei trentenni la vivida consapevolezza della propria insignificanza, culturale e politica. Di tutte le culture e i movimenti nati dagli anni ‘80 in poi nulla si è mai salvato dai sorrisetti accomodanti e sussieguosi dei baby boomers, che se la ridevano dall’alto dei loro anni mitici, gli unici che sia valsa la pena vivere. E dal loro punto di vista c’era anche da comprenderli: perché mai tentare altre strade, se il meglio si era palesato e tutto quello che si poteva fare era salvaguardarlo e riproporlo? In questo modo è stata creata la generazione più conformista e conservatrice che si sia mai vista: chi oggi ha trent’anni fa politica, suona o scrive scimmiottando i propri padri. L’idea che i linguaggi giusti da usare siano già stati inventati è talmente piantata nelle menti che una sua messa in discussione suscita ironie e astio, una salvaguardia dei confini portata avanti innanzitutto dai trentenni, diventati molto velocemente custodi della tradizione.

Quali sono le responsabilità di Berlinguer, come persona, in tutto questo? Nessuna, a meno che non si voglia ammettere che un segretario scomparso da trent’anni possa ancora influenzare le nostre vite. Con tutto quello che è successo nel frattempo, poi. A fare danno, come sempre, sono i vivi. Berlinguer è diventato un simbolo, maneggiato per legittimare certi comportamenti e un certo modo di intendere il potere. Comportamenti e potere nati quando i trentenni di oggi stavano imparando a camminare.

 

Storia, non cronaca

Si deve lottare, allora, per chiarire al di là di ogni dubbio che quello è un mondo morto. Non c’è più, superato da tanti, troppi avvenimenti. Chi vorrebbe che si continuasse ad agire e pensare come negli anni settanta e ottanta parla una lingua morta, imponendola ai vivi per il vantaggio miserabile di continuare a giocare nel proprio campo con le proprie regole. Stupirsi e ridere con condiscendenza perché un diciottenne scambia Berlinguer per un giocatore di calcio è rivelatore solo di un senso di superiorità cadaverico, con la sola legittimazione dell’anagrafe, dell’esserci stati quando il mondo rappresentato da Berlinguer era vivo, e dell’essersi appuntati da soli la medaglietta di unici interpreti della sinistra. È come dare i buffetti sulla nuca a un bambino. È il modo in cui la sinistra si è trasformata in una delle principali forze reazionarie del paese, ammantandosi di retorica legalitaria e progressista per giustificare i propri obiettivi di potere e nascondere il proprio vuoto di idee.

Se un trentenne di oggi volesse accostarsi serenamente alla figura di Berlinguer, allora, dovrebbe innanzitutto lottare per consegnarlo ai libri di storia, lasciando le valutazioni sulle sue idee ad aule e convegni universitari, e trovandosi altre ispirazioni per le proprie lotte politiche. È un processo difficile, pieno di ostacoli e false piste, ma non si può più rimandare. L’alternativa è il rimanere ostaggi del passato, di tradizioni che non abbiamo mai scelto e di nevrosi che già oggi si manifestano sotto forma di un congresso permanente all’interno del principale partito della sinistra moderata. Continuando a ignorare in questo modo tutta l’altra metà del paese, la maggioranza, che di queste cose non ne vuole sapere, e che è molto stanca di vedersi trattata con condiscendenza da eredi autonominati di una tradizione morta. Peggio ancora, rischiando di ignorare la vitalità di culture che non vogliono essere assimilate nel calderone della sinistra migliore, ma che hanno comunque tanto da offrire e da raccontare al mondo.

La figura di Berlinguer dunque è il modo in cui la sinistra parla e pensa a sé stessa. Confrontarsi con essa è confrontarsi con la cultura politica dei nostri padri, accettarla supinamente o superarla, con tutte le elaborazioni del caso.

La crisi politica che stiamo attraversando oggi inizia con la morte di Berlinguer, del simbolo Berlinguer, con il tramonto di quel modo di intendere la sinistra. Ma questo non significa che l’unica via d’uscita alla crisi sia guardare il futuro dallo specchietto retrovisore, tornando ai valori di Berlinguer. Oggi attaccarsi alla figura del segretario del PCI non è più una soluzione, è il problema. Tracciare una riga e nascondersi dietro l’idea che stare dentro una minoranza sia di per sé motivo di superiorità è una strategia che ha prodotto una cultura politica rancorosa, astiosa, fatta di figure vecchie e tristi concentrate sui propri ricordi da reduci di una rivoluzione simulata. Questa cultura oggi è una delle cause principali della conservazione a oltranza, con l’insopportabile contorno di richiamo a principi morali che evitano accuratamente di sporcarsi le mani nel confronto con la realtà. Superarla significa iniziare a guardare il mondo con i propri occhi, non con quelli dei nostri padri. La responsabilità di chi è nato negli anni della scomparsa di Berlinguer oggi è questa: lasciare riposare Berlinguer, e costruirsi altri modi di essere migliori.