Continuo la pubblicazione on line dei pezzi che scrivo per Segno, mensile edito a Palermo. Questo articolo è comparso con il titolo Entusiasmo tecnologico e tentazioni autoritarie sul numero di febbraio 2014, e si tratta di un sunto di preoccupazioni, un tentativo di fare chiarezza nel magma in mutamento continuo e contrastante che sono gli studi sull’impatto politico della rete. Nulla di nuovo, tanto per cambiare, ma un buon tentativo, credo, di fare ordine tra gli argomenti emotivi e i fatti, tra le illusioni e quello che la realtà cerca di suggerirci.

 

Il luogo comune suona più o meno così: più rete è uguale a più democrazia. Un maggiore accesso alle reti informatiche significa maggiore partecipazione della cittadinanza alla vita pubblica, sia nelle democrazie che nei regimi autoritari. La prova empirica sarebbe nel ruolo centrale svolto dai social media nelle primavere arabe e nello sviluppo dei movimenti Indignados e Occupy Wall Street, i quali puntavano sulla capillarità della rete per coordinare le proteste e le manifestazioni.

Anche se a volte riesce a cogliere qualche verità, ogni luogo comune punta su aspetti che si credono autoevidenti ma non lo sono affatto. Molto spesso, la rete ha un ruolo marginale nell’innesco di rivolte e cambi di regime. Questo dovrebbe essere chiaro per induzione: i regimi cadevano anche prima che internet esistesse, ed è ragionevole pensare che anche in futuro i regimi cadranno non grazie a Twitter, ma al desiderio di una popolazione di liberarsi della prevaricazione. È vero che nel mondo di oggi la rete svolge un grande ruolo di catalizzatore. Ma negli ultimi anni si può vedere emergere una tendenza opposta, quella di usare la rete per livellare le opinioni e il dissenso. Qualcosa nella rete deve essere cambiato. O al contrario tutto è rimasto uguale a sé stesso, e siamo noi, cittadini e utenti medi, a dover riconsiderare le nostre idee riguardo a internet.

 

La terra promessa

Fino a poco tempo fa la rete, di cui abbiamo iniziato a usufruire in massa solo sul finire degli anni novanta, ci veniva descritta – ma sarebbe meglio dire che ci veniva promessa – come il regno della libertà. Sulla rete c’è spazio infinito, c’è l’infinita possibilità di parlare con infinite persone, non ci sono censure né filtri, nessuno è davvero in grado di controllare quello che facciamo. Significa avere una libertà di stampa enorme, non condizionata nemmeno dagli ingenti investimenti economici necessari a fare partire una testata editoriale. Per chi ha l’inclinazione, internet è una miniera: ci si fa inghiottire dal buio dei circuiti e si riemerge pieni di soldi.

Questo approccio ha alle spalle una grande comunità di entusiasti e di opinionisti tecnocapitalisti alla Wired per i quali la rete è fonte di per sé di libertà e innovazione politica. Una visione che costruisce tutta un’ideologia su come il capitalismo e le sue nevrosi non possano essere cambiati ma solo ritoccati e, bene che vada, migliorati. La premessa nascosta, perché data per scontata, è che la rete lasciata a sé stessa porterà naturalmente a innovazioni economiche e al libero mercato, a cui farà compagnia, quasi per magia, un aumento del livello democratico e delle condizioni generali di vita della popolazione.

Per un molto tempo è stato difficile dare torto all’approccio entusiasta, perché le cose sono andate esattamente in questo modo. La rete ha fatto il suo lavoro e grazie all’impegno di diverse persone si può affermare che c’è più democrazia in circolazione. Diversi monopoli economici sono stati messi in discussione. L’autorità degli stati nazionali è stata messa in ridicolo dal carattere transnazionale delle reti, per cui ciò che era reato in un paese cessava di esserlo non appena si accendeva il modem. Diverse cose che i governi erano abituati a tenere nascoste finirono per essere svelate. Wikileaks rimane un caso storico: dal momento della pubblicazione dei primi cablo diversi milioni di persone hanno riconosciuto alla trasparenza un valore molto più alto, nella vita democratica, del sempre fumoso concetto di “sicurezza nazionale”.

L’apice dell’ideologia delle reti si è raggiunto nel 2011, quando durante le rivolte del mondo arabo non si è mai mancato di fare notare come i partecipanti si organizzassero con mezzi come Twitter e Facebook. Si diceva che il modo più sicuro di capire che le dittature stavano capitolando fosse osservare quando avrebbero indotto uno shutdown delle reti, un isolamento dei sistemi nella speranza disperata di tagliare le comunicazioni ai rivoltosi. A quel punto si poteva puntare l’orologio: il governo dispotico sarebbe caduto in pochissimo tempo, per fare posto a una nuova leva di governanti.

 

Un brusco risveglio

Nessuno di quelli che allora sottolineavano con compiacimento la libertà intrinseca dei social network ha mai fatto notare come gli stessi social network siano adesso usati dall’Esercito Egiziano come organi ufficiali per comunicare restrizioni al diritto di manifestazione e di associazione. O, se lo hanno fatto notare, hanno fatto in modo da tenere ben separate queste notizie da quelle più entusiaste, come se fossero semplici incidenti di percorso. In realtà, il 2013 è stato un anno durante il quale il sogno di avere più democrazia grazie a una rete lasciata a sé stessa ha ricevuto ben più di uno schiaffo.

A tenere banco sono state le rivelazioni di Edward Snowden, con le quali è stato svelato un intricato complesso di spionaggio attraverso cui agenzie governative americane ed europee, di concerto con diverse aziende informatiche, spiavano un numero enorme di cittadini in tutto il mondo, spesso infischiandosene allegramente dei limiti legislativi e dei semplici diritti umani. A colpire sono state soprattutto le modalità di raccolta dei dati. Senza fare ricorso a metodi fantascientifici, le agenzie accedevano ai server delle grandi aziende informatiche e consultavano le registrazioni di gran parte delle comunicazioni on line. Una sorveglianza che si potrebbe definire orwelliana, se non fosse già oltre quello che aveva immaginato lo scrittore inglese. In 1984 la sorveglianza avveniva in modo esplicito attraverso teleschermi. Si era consapevoli di essere sorvegliati. Nel 2014 non si ha neanche il lusso di questa consapevolezza.

Altri segnali, più piccoli e modesti, sono emersi a incrinare l’immagine della rete portatrice di libertà e democrazia. L’elezione del Presidente di uno stato del G8, l’Italia, è stata largamente condizionata da una consultazione on line fatta da un partito d’opposizione, condotta con metodi non trasparenti e del tutto manipolabili. Sembra che l’atmosfera del dibattito on line si stia abbassando sempre di più verso livelli da osteria. Quello che doveva essere uno spazio di libertà si sta trasformando in una cloaca.

La povertà di strumenti retorici e logici, l’inconsistenza degli argomenti e la povertà del linguaggio usato non sono solo un problema estetico. Nessuno è tenuto a farsi piacere un linguaggio brutto, così come nessuno è tenuto a impararne uno bello. Ma se tutto si fermasse alla scarsa qualità ci sarebbe solo da allargare le braccia. Invece, l’inaridimento e l’abbrutimento del dibattito hanno una deriva pericolosa verso l’autoritarismo più smaccato. Molto spesso nei dibattiti on line l’argomentazione è una perfetta sconosciuta, a cui si preferisce lo squadrismo telematico, l’insulto, l’argomento ad hominem, il tentativo di censura. L’assenza di controllo e persino della possibilità di controllo, che dovrebbe essere un punto di forza per la libertà della comunicazione in rete, finisce per essere un suo punto debole. Quando le voci più deboli, o semplicemente meno pazienti e disposte a farsi insultare, sono costrette a lasciare il campo perché non c’è nessun mezzo che le tuteli, la libertà della rete è compromessa. Rimane solo una bella promessa, ma senza nessuna applicazione pratica.

 

I tre vertici della comunicazione

Parlare di mezzi di comunicazione in modo lineare, guardando solo ai contenuti veicolati e considerandoli come fossero dentro una bolla separata dalla società, non ha senso. Bisogna considerare almeno tre grandi aree: la tecnologia che permette un nuovo modo di comunicare, le persone che usano concretamente quella tecnologia, e le regole che una società si dà per controllare persone e tecnologie. Questi settori possono essere considerati come vertici di un triangolo, e a seconda di come si muovono contribuiscono a definire lo spazio occupato da uno strumento di comunicazione in una società. Storicamente, almeno uno dei vertici è stato in una posizione sopraelevata rispetto agli altri. I governi avevano enormi poteri di censura sulla stampa, oppure i mezzi tecnici erano costosi e inaccessibili, limitando di fatto ciò che poteva essere detto attraverso di essi e dando un grande vantaggio a chi si trovava nelle condizioni di controllarli, che potevano imporre una selezione e un controllo molto approfonditi su ciò che poteva o non poteva essere pubblicato.

La rete ha eliminato la posizione di superiorità dei vertici, e questo, fin dall’inizio, è stato il suo carattere più rivoluzionario. Eliminando la difficoltà di accesso ai modi di produzione dell’informazione, trascendendo i limiti fisici e quelli legislativi, ha regalato alla società una grande libertà di parola, quantomeno al livello potenziale. Se i tre vertici del triangolo si equivalgono non c’è potere legislativo o tecnico che possa vietare l’espressione di quello che si vuole, nel modo che si vuole. In teoria questo avrebbe dovuto portare a più democrazia. Di fatto, ha creato il paradosso centrale dell’inizio del secolo: a maggiore spazio, meno libertà. Se in potenza si può dire e fare quello che si vuole, diventano inefficaci anche i mezzi per fermare opinioni tossiche o strategie retoriche volte a impedire all’avversario di esprimersi.

Magia: con il diffondersi della rete si è avuta anche una crescita delle richieste censorie da parte della società. Giornalisti, partiti, funzionari e quel grosso miscuglio di sensazioni autoritarie e perbenismo da classe media che va sotto il nome di società civile hanno iniziato a chiedere con insistenza l’inserimento di filtri legislativi e tecnologici alla comunicazione on line. Poco importa che la giustificazione si ricavi sempre da una qualche emergenza. La lotta alla pedofilia, alla diffamazione, alla diffusione di ideologie terroristiche, alla truffa finanziaria possono essere motivi più che giusti per una vigilanza maggiore da parte della società, ma i modi in cui si pensa a questi interventi sono tanto vaghi e generali da risultare sospetti. Con la scusa della diffamazione o dei crimini si vorrebbe impedire il dissenso, censurando per legge l’espressione di opinioni diverse.

Rientrano allora in scena gli altri due vertici del triangolo, lasciati indietro in un primo momento dalla velocità con cui le nuove forme di discussione si diffondevano on line. Soprattutto i governi, e in generale le agenzie addette al controllo della vita civile, hanno passato un buon decennio a rincorrere la novità di una comunicazione su cui non avevano un reale potere d’interdizione. Sostanzialmente si poteva dire qualsiasi cosa e nessuno poteva farci niente, né tecnicamente né attraverso leggi e controlli. L’illusione, ancora una volta, era di una totale libertà del pubblico. Nel 2013 si è scoperto che questa illusione nasconde una svolta pericolosamente autoritaria. Nel corso dell’anno è diventato sempre più chiaro a che livello un governo o un’organizzazione possano controllare, classificare e guidare il flusso di informazioni, con l’aiuto di chi gestisce l’infrastruttura tecnica. Sempre con la gestione dell’infrastruttura è stato possibile per Grillo e Casaleggio, le due persone a capo del Movimento Cinque Stelle, assumere un potere sempre maggiore all’interno del Parlamento Italiano senza essere mai stati votati in una vera elezione. L’unica legittimazione deriva loro da una rete controllata più da loro che dai sostenitori del Movimento.

La deriva è molto più pericolosa di quello che sembra. I vertici del triangolo comunicativo della rete, come abbiamo detto, sono fatti per rimanere equidistanti. Questo significa che anche il vertice delle persone sarà ridimensionato dagli altri due. Come la crescita della libertà di parola nell’ambito della rete ha significato un aumento del rumore di fondo, la crescita di potere di legislazioni e infrastrutture potrebbe avere conseguenze imprevedibili anche in ambiti che non hanno a che fare solo con la rete. Si deve entrare nell’ordine di idee che il potere degli stati e delle grandi aziende non si concentrerà più sulla censura attiva o sulle operazioni di polizia, ma sulla registrazione e sul controllo ad alto livello.

Cosa si potrà fare con queste informazioni è una domanda aperta a sviluppi futuri. Ma le premesse che si colgono non sono buone. Il governo inglese e quello americano, imitati da tutti gli altri governi europei, propongono periodicamente aggiustamenti alle leggi esistenti o nuove norme per poter usare i flussi di dati. La comunicazione in rete, che sul breve periodo garantisce una maggiore libertà, sul lungo periodo potrebbe diventare lo strumento principale con cui assicurare l’avanzamento di pratiche autoritarie. Deve essere chiaro che non si possono tenere separati i problemi: il maggiore controllo e la maggior libertà sono espressioni dello stesso sistema, della stessa interazione tra tre vertici della comunicazione in rete, così come si sono strutturati negli ultimi venti anni.

 

Nuove regole per una democrazia vera

In un suo bellissimo saggio sulla satira politica nella letteratura di Swift, George Orwell fa considerazioni molto pertinenti sull’ideale di una società senza leggi e obblighi e sulla tendenza totalitaria di un ideale del genere. Quando l’unico arbitro del comportamento è l’opinione pubblica, dice Orwell, non c’è nessuna tolleranza per la diversità. Gli animali gregari sono tendenti al conformismo, e quando si presume che l’unico governo venga dalla ragione o dall’amore, l’individuo è sottoposto a una spinta continua a pensare e comportarsi come ogni altro. In questo modo si raggiunge lo stadio più alto dell’organizzazione totalitaria, lo stadio in cui il conformismo è divenuto talmente generalizzato che non c’è più bisogno di una forza di polizia. (George Orwell, Politica contro letteratura, in Nel ventre della balena, pag. 64, Bompiani 1996)

Scritto con in mente la contaminazione continua tra politica e lavoro letterario, il saggio di Orwell fa venire in mente gli sviluppi più recenti della comunicazione on line. Da un lato, talmente tanta libertà da ricondurre tutto a un conformismo schiacciante; dall’altro, mezzi di controllo che assecondano questo conformismo, limitandosi a correggerlo con strumenti sempre più pervasivi, riuscendo a fare apparire come normali misure amministrative delle prevaricazioni autoritarie.

Se il problema è di sistema non ha tanto senso cercare soluzioni solo dentro la rete. Può essere un primo passo, ma non è sufficiente. A dover cambiare sono l’educazione e l’abitudine democratica, il rispetto di regole sia da parte della popolazione che di chi la governa. Questo significa trovare il modo di regolamentare la rete. Di solito basta accennare a tentativi di regolare la comunicazione on line per fare insorgere tutta la categoria degli entusiasti, ma ormai il problema è ineludibile, e non è con le alzate di scudi che si risolverà. Lasciare la rete allo stato semianarchico in cui è oggi significa condannarla al chiacchiericcio di fondo, e condannare la società a un controllo sempre più pervasivo e al conformismo più grigio.

Questo non significa in nessun modo che le regole sulla rete vadano imposte unicamente dai governi o da altri delegati. Ci sono tanti soggetti interessati a una comunicazione efficace e ad uno svolgimento serio dei dibattiti, e basterebbe iniziare un’autoregolamentazione per migliorare efficacemente gli scambi on line. Sarebbe molto più difficile per una autorità pretendere di controllare tutto e censurare tutto di fronte a un controllo più efficace attuato direttamente sulla rete e da chi in rete ci vive. Per essere libera, internet ha bisogno di un libero controllo, del rispetto della logica e dello spazio di discussione, non dell’autorità di qualcuno o qualcosa che filtri i contenuti. Una maggiore salute della nostra democrazia passa anche dall’imparare a dibattere, e come abbiamo visto le abitudini apprese sulla rete si possono portare anche al di fuori. Può succedere di nuovo, e in meglio.