Continuo a tenermi informato sulla situazione nella Striscia di Gaza e sull’operazione militare di Israele. Ho ancora le idee confuse, e le tengo per me. Una delle cose che mi fanno più incazzare girando per social network e siti di notizie, infatti, è la tendenza a vomitare opinioni non richieste e non qualificate, basate sull’assunto che chiunque abbia diritto comunque a esprimersi e l’opinione dell’ultimo degli stronzi sia tanto legittima quanto quella di gente che studia da una vita il conflitto Israelo – Palestinese.

Ecco. C’è gente in giro che, solo per aver scritto Israelo – Palestinese, averlo scritto con le maiuscole, averlo scritto in quest’ordine, averlo scritto usando quei termini, averlo scritto usando la parola “conflitto”, è pronta a cacare il cazzo, a inquadrare le opinioni degli altri sulla base di categorie come filoisraeliano/filopalestinese, ad agitarsi perché la propria posizione da tifoseria, nei loro piccoli occhi, è stata sfidata.

In queste ore sull’escalation di Gaza se ne leggono di tutti i tipi, di solito da gente che non ha mai messo piede nella zona e che non ha mai aperto un libro in proposito. Per forza poi tutto si riduce a posizioni partigiane. Anche chi cerca di capire qualcosa, cercando di rimanere non dico al di sopra delle parti, ma lucido abbastanza da considerare tutto quello che avviene, viene accusato di fare il gioco di qualcuno, di scegliere la terzietà come modo di fuga o di appoggio occulto. Ieri ho letto un bravo giornalista musicale, uno davvero avanti nei suoi scritti, prendere delle banalissime posizioni sui bombardamenti in corso tra Israele e Gaza. Non è che glielo avesse ordinato il dottore, di prendere posizione su qualcosa di cui, palesemente, non sa nulla più dei quattro stereotipi contrabbandati dai media. Eppure. Dall’altra parte, per non essere da meno, c’era uno che, al minimo sentore di opinione contraria alla sua, se n’è uscito con il maglio delle discussioni on line: troll. Mi stai trollando. Va via troll. Qualsiasi punto di vista dissonante è trollaggio adesso.

Insomma, continuo a saperne poco, a vedere la cosa a modo mio, e a cercare di capire chi da più tempo di me studia la situazione di quel pezzo di terra. Ma farsi un’idea, nella cacofonia on line, sta diventando sempre più difficile. Verrebbe la tentazione di fare il solito discorso: quando non c’era la rete, la causa di tutto è la rete, è la rete che ci fa diventare così. Ma non è vero. La rete ottiene degli effetti giganteschi, ma sono pilotati dal contesto in cui si inserisce. In Italia questo abbaiarsi a vicenda opinioni irrilevanti deve essere qualcosa che si è sviluppato nel nostro carattere. Mi piacerebbe, una volta tanto, che si facesse una differenza, e che a valere qualcosa fossero le opinioni di chi ne sa qualcosa, non di tutti per tutti, in nome di una democrazia che serve solo a livellare tutto sul livello più mediocre possibile.

Leggo: i pezzi di Giovanni Fontana sul Post e di Anna Momigliano su Rivista Studio.