Ne è passato di tempo

Sono passati quanti, quattro anni? Più o meno. Nell’ultimo post che ho scritto su questo sito dicevo di essere in una fase di ripensamento del mio modo di fotografare, e l’ho ripensato talmente a fondo che pochi mesi dopo quel post ho completamente smesso di fotografare per rimettermi a scrivere. Senza rancore, fotografia, ma non ci piacevamo.

Nel frattempo ho scritto un romanzo, ho collaborato con una rivista culturale, ho scritto fumetti, ho traslocato. Ho anche tenuto altri blog di nascosto, e ora mi dannerò la testa per cercare di riunificare tutti quei testi con questo sito, che, ehi, porta ancora il mio nome, quindi è qui che sarebbe meglio che la mia scrittura apparisse.

Questo è semplicemente un post di ripresa di contatto. Non prometto niente, e non lo manterrò. Prossimamente aggiornerò la biografia e la parte dei contatti, e inizierò a mettere i contenuti che in questi anni ho sparso altrove. L’idea, dato che mi sto occupando di nuovo di politica internazionale, è di avere un luogo su cui pubblicare le mie riflessioni. Ma questo è solo un pretesto. La verità è che ho voglia di scrivere, di mettere parole nero su bianco e di farlo per un pubblico. Questo sito mi sembra meno effimero degli altri. Vedrò di farlo funzionare. A presto.

Due minuti, centoquaranta caratteri

Questo post l’ho pubblicato lunedì su Medium. Lo metto qui per avere tutto in un solo posto, in attesa di traslocare ogni singolo post sul mio sito. Rimanete sintonizzati, salute. 

 

Non c’è neanche il tempo di fermarsi a pensare. Dal mattino, quando arriva la notizia della morte di uno famoso, è un bombardamento social, immagini che si rincorrono tra loro, il mondo che si attiva nel grande rito collettivo di commemorazione di uno che è entrato a vario titolo nella sua vita. Nel farlo usciamo fuori allo scoperto, piccoli esseri umani concentrati soprattutto su di noi e sulla nostra avventura, pieni di vizi e comportamenti talmente piccoli che dovremmo chiamarli foruncoli, non vite. La grande orchestra umana si attiva e ciascuno è la star del suo film, ciascuno si affretta a comunicare al mondo quanto sia prevedibile la sua reazione di fronte al più prevedibile e previsto degli eventi.
Prima la notizia, secca, che piomba sul mondo e che chiunque dotato di un qualsiasi profilo su social network rilancia immediatamente. David Bowie è morto. È morto. Morto. David Bowie. Davvero: David Bowie è morto, pace all’anima sua. Dopo una coraggiosa battaglia con il cancro. Non voglio neanche immaginarmi cosa stiano nascondendo pudicamente queste parole, le trafila amara, il treno di speranze che si spengono un’analisi dopo l’altra, una operazione dopo l’altra. L’immagine nello specchio, lo stesso viso che abbiamo visto cambiare un milione di volte, che si ostina a cambiare contro la volontà del suo possessore, che si sgonfia. Un calvario umano. Pace all’anima sua, ovunque si trovi in questo momento (nella mia testa immagino Bowie un pò spaesato, simile alla gif di John Travolta, che non capisce cosa gli sta succedendo ma che presto troverà il modo di adattarsi. Lo ha fatto sempre, era la sua specialità, perché non dovrebbe farlo anche oggi?)
Ma torniamo a noi, la massa di mammiferi bipedi uguali a Bowie che apprendono della morte di Bowie. Dopo il primo momento in cui si rilancia la notizia cercando di diffonderla il più possibile si entra nella fase delle esternazioni di lutto più o meno ispirate. In questo momento – e nel caso di David Bowie è arrivato davvero presto, nel giro di due ore dalla prima conferma – qualsiasi essere umano connesso a un social network manifesta il suo lutto affranto invocando il nome del defunto e augurandosi che, da quel lassù in cui inevitabilmente viene a trovarsi qualsiasi anima che abbia la fortuna di grattare un pò di fama su questa terra prima di lasciarci, possa insegnare agli angeli a suonare il marranzano, a recitare o a fare qualsiasi cosa in cui Egli fosse bravo. Da questo momento Lui inizia ad assumere proporzioni ancora più mitiche nella testa delle persone, che piangono e invocano il padreterno: perché si prende sempre i migliori? Perché proprio oggi, proprio di lunedì (lunedì di merda) deve morire proprio lui, che ci aveva fatto sognare con i suoi dischi, che ha recitato, che ha cambiato la storia del rock e, per dirlo con Bastonate, lo ha fatto almeno cinque volte?
Mondo infame, quello in cui le rockstar devono morire. Che ne dite se per dimostrare il nostro disgusto preconfezionato e provare il brivido di avere delle emozioni vere, ogni tanto nella vita, inondiamo lo spazio pubblico di dichiarazioni affrante un tanto al chilo che non vogliono dire nulla? Vai, allora. Mettiamo canzoni prese da youtube, scriviamoci sotto che adesso il mondo non sarà più lo stesso e inizierà a ruotare in un altro senso e si fermerà nella posizione dell’equinozio di primavera, quando le notti sono un pò fresche e le stelle sembra che brillino più forte per commemorare Lui. Le foglie torneranno immediatamente sugli alberi ma si posizioneranno a mezz’asta, i cani non si annuseranno neanche una volta in segno di rispetto, le nascite saranno annullate. Oggi è morto Bowie, per chi non lo sapesse. Il mondo è un posto diverso.
Ma questo è ancora l’inizio, per la miseria. Ancora si devono aprire le scatole della più patetica umanità, quella bassa che vive nella bambagia delle sue fortune senza avere idea di quanto se la passi bene e deve inventarsi motivi di tristezza anche quando succede l’inevitabile. Se ancora nessuno se ne fosse accorto, le persone muoiono. Si può ritardare in modo indefinito quando arriverà quel momento, ma arriverà, e più passa il tempo più è probabile che accada. Nella nostra società questo discorso è impopolare, nessuno ama che gli venga ricordato che prima o poi dovrà schiattare, ma è esattamente così: prima o poi moriremo tutti, e tutti, nessuno escluso, hanno o avranno qualche lutto in famiglia. Dunque, risparmiamoci tutta la solfa di sì ma per me è diverso, appena ti morirà qualcuno ne riparliamo. No, per te non è diverso. Sei fatto di merda e tornerai nella merda. Insieme a tutti noi.
Questa patetica umanità sta producendo lunghi lamenti sul compianto Bowie. Ci sono, ovviamente, molte cose bellissime da dire su di lui. Le canzoni che hanno segnato un’epoca, il trasformismo portato ad arte, la recitazione, una musica che è entrata nel sistema. Ascolti Bowie ed entri in una specie di dimensione fantascientifica, pensi a viaggi nello spazio e poi allo zoo di Berlino e a un video di Moby e poi alle migliaia di cose, a volte riuscite altre meno, che era in grado di tirare fuori da quella sua testa. Era imprevedibile, e bisognerebbe salutare questa imprevedibilità, costruire su quello che ci è stato dato, e andare avanti.
Questo, credo, sarebbe il modo migliore di ricordarlo. Invece in queste situazioni saltano fuori gli avvoltoi travestiti da pinguini, quelli che con gli occhioni gonfi di lacrime e il cuore ridotto in cenere dalla propria stessa mediocrità iniziano a dirti che adesso tutto sarà più difficile, i migliori se ne stanno andando e non possiamo più rimpiazzarli, un’era si sta chiudendo e noi non possiamo fare altro che assistere impotenti al suo tramonto e scriverne l’epitaffio. Piccoli scribacchini con la sviolinata precoce scriveranno di Bowie per dire quanto siano insoddisfatti della musica di oggi e di come gli anni <aggiungere -anta qui> fossero i migliori.
A noi resta solo la tristezza. Quella siamo bravi ad amministrarla. Scriviamo del passato pensando al presente e troviamo nuove conferme alla nostra patologica arrendevolezza, la nostra incapacità di creare qualcosa di nuovo. Non ci basta tirarci indietro, dobbiamo giustificare perché lo abbiamo fatto, e come se non celebrando un grande facendolo diventare ancora più grande, un Titano?
Nuove notizie in cronaca: i Titani nascono, crescono, suonano qualcosa, invecchiano, muoiono. Non vi rende più grandi o romantici il comportarvi come se non lo sapeste. Tutte le persone che nella nostra cultura proiettata sul passato celebriamo per cercare nevrotiche conferme della nostra grandezza prima o poi moriranno, e non servirà a niente ripeterci che erano i Più Grandi, che non possono lasciarci, che adesso il mondo è più solo senza di loro. Il mondo continuerà a girare.
Ma chi gira con il lutto pronto in canna non pensa davvero che il mondo sarà un altro posto, più solo e più grigio. Chi lo pensa davvero è chi si mette all’opera e scrive altri libri, altre canzoni, gira altri film, vive altre vite per portare un pò di colore a questo posto di merda. Gente che raramente ha il tempo di piangersi troppo addosso. No, chi va in giro con il cuore affranto per il Titano è, lui stesso, parte del problema, piccola infinitesima causa del grigiore del mondo. Il bisogno di esternare il proprio dolore non ha nulla a che fare con chi muore. Non è neanche una cosa nuova, i lutti pubblici sono sempre esistiti, e continueranno a esistere. Ma questa gara a chi è più sensibile e dice la cosa più toccante è ridicola, a farsi un giro sui social network in questi casi sembra davvero che siano caduti i pilastri esistenziali di centinaia di milioni di persone, cosa che, mi auguro, non è vera. Perché comportarsi come se lo fosse, allora? Perché dà un’immagine di sé. Ci fa apparire persone sofisticate e sensibili in un colpo solo. Come in un mega specchio vediamo noi stessi nei messaggi di cordoglio degli altri e restituiamo agli altri la loro immagine.
Tutto questo si ripeterà al prossimo giro. Chiusi nelle nostre stanzette a fare vite di merda e a fingere di avere avuto un’emozione grossa, una volta in macchina mentre ascoltando David Bowie cercavamo di scoparci Marta, la tizia del secondo anno che ci aveva messo mesi ad accorgersi che eravamo degli animi tormentati. Un’emozione che ci ha spinti piano piano sotto quel reggiseno e quelle mutandine colorate, e che è finita in due minuti e 140 caratteri di cordoglio.

Se non si fosse capito

Sto un po’ smuovendo le cose, in questi giorni. Sto scrivendo un po’ più regolarmente e ho finalmente messo mano al mio vecchio sito, che in questo momento è in condizioni pietose perché, beh, problemi tecnici. Non ho voglia di lasciare scritti a fluttuare sulla mia scrivania come se fossero stronzi in attesa di finire nella loro fossa biologica, per cui facciamo che questo, che ho scritto ieri, lo metto qui. Quando avrò un sito vero cercherò di spostare le poche cose che non fanno schifo lì. Nel frattempo, grazie per la collaborazione, e fottetevi. 

 

Quello che è successo a Colonia il primo giorno dell’anno sta lentamente scivolando dai titoloni al nulla assoluto nella tipica mossa da deficit dell’attenzione dei giornalisti italiani. Cose più importanti arrivano sul piatto, il parlamento italiano riapre e quei cattivoni dell’Isis non hanno mancato di farsi vivi con un attentato in un luogo turistico. Cosa di cui non li ringrazieremo mai abbastanza, ci riempiono i titoli di carne fresca e hanno avuto anche il buon senso di andare in un posto molto fotografato e frequentato da turisti occidentali, non quelle robe che nessuno si caga neanche per sbaglio.
Dunque, qualsiasi cosa sia successo, siamo costretti a non sentirne più parlare da una logica di cui nessuno si assume la responsabilità. Dovremo accontentarci di quello che si è saputo fino ad adesso. C’è stato un attacco coordinato, ma forse no, di non si sa quante persone a non si sa quante donne, e non si sa quanti uomini di non si sa quale nazionalità sono stati fermati per non si sa quale capo d’accusa.
Il momento per parlarne sul serio e sguinzagliare reporter che fanno domande a destra e a manca sarebbe proprio questo, e invece, con mossa da maestri, i giornali italiani hanno iniziato la ritirata verso il fondo delle home page. L’inferno di Colonia, come se fosse stato un altro Bataclan (con tutto il rispetto per le donne molestate a Colonia, sono due cose diverse). L’attacco coordinato e pianificato sulla rete, ovviamente, anche se nessuno ha prove di un simile coordinamento. Il fatto che fossero tutti neri forse costituisce prova a carico.
Lo so, sono un fissato, ma non è colpa mia. È il sistema dei media, il sistema politico, è come funzionano le nostre teste. Diamo più attenzione alla rappresentazione che non a come vanno le cose, ci piace divertirci con i nostri filmini mentali, come se ci gustassimo ogni volta una bella pugnetta raccontandola poi ai nostri amici come se fosse la migliore delle scopate della nostra generazione. Il modo in cui viene raccontata e recepita la vicenda di Colonia dice tantissimo su di noi, prima ancora che su immigrati e rapporti con le donne. Quando ci si allena a lungo a reagire a certi stimoli in un certo modo poi si acquisisce uno stile: succede nello sport e in un sacco di altre cose divertenti – politica, sesso, guerra, gelato. Il modo in cui si reagisce a stimoli analoghi ci può dire molto su come è fatta una persona, un gruppo, una società.
Questo, a parità di stimolo. E lo stimolo, per Colonia, è confuso. I giorni passano, le inchieste sono in corso, e le cose che si sanno sono poche. Sono state presentate 516 denunce da altrettante donne per quella notte, di cui “il 40% per molestie sessuali” (ma i numeri cambiano velocemente per ora). Sono stati fermati, finora, 19 uomini, tutti stranieri, alcuni irregolari e alcuni con permesso di soggiorno. Sono state raccolte diverse testimonianze di donne che quella sera si trovavano a Colonia e sono state molestate. Su alcune c’è stato un tentativo di stupro. Le indagini continuano, una frase che normalmente dovrebbe essere rassicurante ma che, superata l’età in cui si crede ancora che la polizia non menta (cinque anni), suona più come “stiamo cercando un atterraggio morbido”. Sicuramente la polizia ha giocato male fin dall’inizio, cercando di coprire gli avvenimenti, poi di minimizzarli, poi di fare passare sotto silenzio tutte le sue mancanze.
Quello che si sa, che si sa davvero, è tutto qui. Il resto sono tutte cose che ci mettiamo noi, che proiettiamo, come si direbbe sul lettino di uno psicanalista, su una storia confusa e ancora priva di contorni. Il nostro cervelluzzo privo di immaginazione (maledetti proibizionisti) detesta le cose prive di contorno e allora cerca di aggiustarle a modo suo, con gli elementi che ha e secondo le sue predisposizioni e preferenze porcelle. In questo caso, perversioni vere e proprie radicate nella psiche dell’uomo bianco da almeno tre secoli: il Terribile Uomo Nero con Cazzo Lungo che viene a toglierci le Nostre Donne e a violentarcele, l’Invasore Selvaggio che noi accogliamo amichevolmente e ce lo mette nel culo. Se come me avete avuto la curiosità di seguire la vicenda dall’inizio e appartenete alla Kasta di chi sa usare Google Alerts e le liste news di Twitter (perdonami Hank Moody per come sto sputtanando la mia stessa lingua), avrete visto che la parola “nordafricani” è apparsa fin da subito negli articoli che davano notizia della notte delle molestie a Colonia, e con “fin da subito” intendo dire nel cazzo di occhiello dei titoli. Prima ancora che si sapesse bene che cosa fosse successo. Suggerimento: non si sa bene neanche adesso. Come mai si parlava già allora di nordafricani, di gente che strappava il permesso di soggiorno in faccia ai poliziotti? In che lingua lo avrebbero detto al poliziotto tedesco, in inglese, in tedesco, direttamente in nordafricano per fare prima, sperando che i poliziotti tedeschi parlassero il dialetto berbero?
Questo ci porterebbe a concludere che no, non possono essere stati assolutamente degli immigrati, dei richiedenti asilo. Altra minchiata. Potrebbe essere stato chiunque. Il punto, come spero sia chiaro, è: non ne sapete un cazzo. Non potete parlarne, nemmeno per difendere a tutti i costi il multiculturalismo o quale che sia la bandiera che vi fa sentire degli esseri umani migliori in questo periodo, e non potete parlarne perché non avete elementi in mano per farlo. Chiudete il becco.
Che poi, in che modo, esattamente, i crimini di una decina, un centinaio, fosse anche un migliaio di immigrati dovrebbero ricadere sul rimanente milione? Ma non era una società democratica questa, in cui la responsabilità è personale e in cui non si fanno processi sommari a interi gruppi sociali?
Il che ci porta all’argomento successivo, quello della violenza di genere. A Colonia è questo che è successo. Degli uomini hanno aggredito delle donne in quanto tali, pensando di essere legittimati a farlo, pensando di poterla fare franca. Anche in questo caso, però, ci sono diversi casi di ridicolo di cui ci si dovrebbe occupare. Ah. Il ridicolo. Che grosso problema aver abbassato così la tacca. Qualcuno pensa di avere degli argomenti solo per il fatto di essere offeso da qualcosa. Il mondo deve FARE QUALCOSA per riparare all’offesa. Beh, che io ricordi, essere offesi è uno stato d’animo e non significa proprio un cazzo nel mondo dell’argomentazione razionale. Da quando gli stati d’animo hanno dignità nel discorso pubblico? Da quando abbiamo perso il senso del ridicolo, appunto.
Ma divago. Dicevamo delle violenze di genere, altra reazione automatica del nostro cervello collettivo nutrito ad antidepressivi di fronte a casi come questo. Giustamente, giustamente. Però non vedo la necessità di incolpare l’intero genere maschile per quello che hanno fatto un migliaio di rappresentanti, a volere proprio andare di mano larga, dei suoi rappresentanti. Li conosco, tutti quei discorsi sulla cultura patriarcale e su come gli uomini siano tenuti a caricarsi sulle spalle la colpa di essere nati con una nerchia pendula in mezzo alle gambe. Ma posso assicurarvi che io e molte altre migliaia di persone simili a me non abbiamo nulla a che spartire con quelli che passano la sera di capodanno palpeggiando. Siamo splendidi esemplari di uomini occidentali etero e bianchi capaci di rispettare le donne, il loro posto nel mondo, i loro diritti, la loro identità. Non abbiamo nulla a che fare con quelli lì, e non sono disposto ad assumermi responsabilità per cose che non ho fatto solo perché sono come sono, non più di quanto sia disposto ad assumermi responsabilità per quello che fanno altri odiosi esseri umani bianchi quando si lanciano in qualche stupida follia neocoloniale. Mi spiace, ma me ne tiro fuori. Passate quando avrete capito il significato delle parole responsabilità individuale.
Detto questo, la cosa curiosa di questo argomento è il modo in cui molti uomini bianchi etero eccetera genuinamente misogini e razzisti si stiano scoprendo femministi al solo scopo di alimentare il proprio razzismo e, in sovrappiù, di prendersela con il femminismo vero. Che sì, avrà un mucchio di pecche teoriche, ma non ce li vedo questi qui impegnati in un seminario su Simone de Beauvoir. Molti vedono il femminismo come un raduno di isteriche impegnate a bullizzare il più possibile gli uomini, ma questa visione cosa accidenti c’entra con quello che è successo a Colonia la notte di capodanno? Perché tra i commenti on line e nella mia timeline Twitter, quella cloaca a cui mi sono tanto affezionato, devo leggere cose come 121 donne stuprate a Colonia, grazie tante femministe?
Ci si vuole togliere i sassi dalle scarpe, va bene. Ma allora perché non tirare in ballo altra roba? 512 denunce, grazie mille buco nell’ozono. Il femminismo c’entra, nella testa di alcuni poveretti, perché si tratta di donne, argomento di cui il femminismo, talvolta, si occupa. Quindi, daje. Lanciamoci contro un movimento di pensiero perché ehi, a capodanno è successo qualcosa di strano di cui ancora non abbiamo un’idea chiara, ma sicuramente dato che si tratta di donne devono entrarci loro, le femministe che vanno in piazza a chiedere uguali diritti ma poi l’uguaglianza se la scordano quando è l’ora del conto al ristorante. Ah! SGAMATE!
Essendo cresciuto durante quella follia della Guerra al Terrore riesco a sentire puzza di reazione quando ancora le carcasse sono dietro l’orizzonte, e questo, credetemi, è uno di quei casi. Le Nostre Donne, la Minaccia Nera. Manca solo la richiesta di maggiore protezione. Ah no, ecco: si deve iniziare a controllare meglio gli accessi, e naturalmente bisogna impiegare più uomini e mezzi della polizia. Mio Dio, non vi sentireste molto più tranquilli anche voi, se decine di poliziotti in più venissero impiegati a salvaguardare l’onore e l’integrità delle Nostre Donne?
Finiamo così. Una volta mi invitarono a una festa. Doveva essere una mangiata di pizza con annesse birre, ma una volta arrivati in quell’appartamento buio e pieno di fumo nel centro di Bologna scoprii che non c’era da mangiare, e non c’era neanche la birra, solo tre bottiglie di tequila, due di Jagermester e altri superalcolici di colore chiaro di cui non ricordo l’etichetta. Rifiutare sarebbe stato scortese, e poi un bicchiere cosa mi avrebbe potuto fare? Ovviamente due ore dopo ero ubriaco marcio, e a stomaco vuoto, e ricordo anche di avere avuto un attimo di euforia prima di collassare stordito e iniziare a vomitare interi barili e stare male per le successive ventiquattro ore.
Ecco. L’idea di risolvere i nostri problemi di sicurezza mettendo più polizia in giro mi fa esattamente lo stesso effetto: prima un pò di ebrezza, poi sto male, poi ho idea che non mi riprenderò mai più. Imparate a dire di no, lo dicono anche le pubblicità progresso, le fa lo stesso governo a cui chiediamo di proteggerci. Fidatevi di loro una volta tanto. E se proprio dovete vomitare fatelo in bagno, non nella testa della gente.