Due minuti, centoquaranta caratteri

Questo post l’ho pubblicato lunedì su Medium. Lo metto qui per avere tutto in un solo posto, in attesa di traslocare ogni singolo post sul mio sito. Rimanete sintonizzati, salute. 

 

Non c’è neanche il tempo di fermarsi a pensare. Dal mattino, quando arriva la notizia della morte di uno famoso, è un bombardamento social, immagini che si rincorrono tra loro, il mondo che si attiva nel grande rito collettivo di commemorazione di uno che è entrato a vario titolo nella sua vita. Nel farlo usciamo fuori allo scoperto, piccoli esseri umani concentrati soprattutto su di noi e sulla nostra avventura, pieni di vizi e comportamenti talmente piccoli che dovremmo chiamarli foruncoli, non vite. La grande orchestra umana si attiva e ciascuno è la star del suo film, ciascuno si affretta a comunicare al mondo quanto sia prevedibile la sua reazione di fronte al più prevedibile e previsto degli eventi.
Prima la notizia, secca, che piomba sul mondo e che chiunque dotato di un qualsiasi profilo su social network rilancia immediatamente. David Bowie è morto. È morto. Morto. David Bowie. Davvero: David Bowie è morto, pace all’anima sua. Dopo una coraggiosa battaglia con il cancro. Non voglio neanche immaginarmi cosa stiano nascondendo pudicamente queste parole, le trafila amara, il treno di speranze che si spengono un’analisi dopo l’altra, una operazione dopo l’altra. L’immagine nello specchio, lo stesso viso che abbiamo visto cambiare un milione di volte, che si ostina a cambiare contro la volontà del suo possessore, che si sgonfia. Un calvario umano. Pace all’anima sua, ovunque si trovi in questo momento (nella mia testa immagino Bowie un pò spaesato, simile alla gif di John Travolta, che non capisce cosa gli sta succedendo ma che presto troverà il modo di adattarsi. Lo ha fatto sempre, era la sua specialità, perché non dovrebbe farlo anche oggi?)
Ma torniamo a noi, la massa di mammiferi bipedi uguali a Bowie che apprendono della morte di Bowie. Dopo il primo momento in cui si rilancia la notizia cercando di diffonderla il più possibile si entra nella fase delle esternazioni di lutto più o meno ispirate. In questo momento – e nel caso di David Bowie è arrivato davvero presto, nel giro di due ore dalla prima conferma – qualsiasi essere umano connesso a un social network manifesta il suo lutto affranto invocando il nome del defunto e augurandosi che, da quel lassù in cui inevitabilmente viene a trovarsi qualsiasi anima che abbia la fortuna di grattare un pò di fama su questa terra prima di lasciarci, possa insegnare agli angeli a suonare il marranzano, a recitare o a fare qualsiasi cosa in cui Egli fosse bravo. Da questo momento Lui inizia ad assumere proporzioni ancora più mitiche nella testa delle persone, che piangono e invocano il padreterno: perché si prende sempre i migliori? Perché proprio oggi, proprio di lunedì (lunedì di merda) deve morire proprio lui, che ci aveva fatto sognare con i suoi dischi, che ha recitato, che ha cambiato la storia del rock e, per dirlo con Bastonate, lo ha fatto almeno cinque volte?
Mondo infame, quello in cui le rockstar devono morire. Che ne dite se per dimostrare il nostro disgusto preconfezionato e provare il brivido di avere delle emozioni vere, ogni tanto nella vita, inondiamo lo spazio pubblico di dichiarazioni affrante un tanto al chilo che non vogliono dire nulla? Vai, allora. Mettiamo canzoni prese da youtube, scriviamoci sotto che adesso il mondo non sarà più lo stesso e inizierà a ruotare in un altro senso e si fermerà nella posizione dell’equinozio di primavera, quando le notti sono un pò fresche e le stelle sembra che brillino più forte per commemorare Lui. Le foglie torneranno immediatamente sugli alberi ma si posizioneranno a mezz’asta, i cani non si annuseranno neanche una volta in segno di rispetto, le nascite saranno annullate. Oggi è morto Bowie, per chi non lo sapesse. Il mondo è un posto diverso.
Ma questo è ancora l’inizio, per la miseria. Ancora si devono aprire le scatole della più patetica umanità, quella bassa che vive nella bambagia delle sue fortune senza avere idea di quanto se la passi bene e deve inventarsi motivi di tristezza anche quando succede l’inevitabile. Se ancora nessuno se ne fosse accorto, le persone muoiono. Si può ritardare in modo indefinito quando arriverà quel momento, ma arriverà, e più passa il tempo più è probabile che accada. Nella nostra società questo discorso è impopolare, nessuno ama che gli venga ricordato che prima o poi dovrà schiattare, ma è esattamente così: prima o poi moriremo tutti, e tutti, nessuno escluso, hanno o avranno qualche lutto in famiglia. Dunque, risparmiamoci tutta la solfa di sì ma per me è diverso, appena ti morirà qualcuno ne riparliamo. No, per te non è diverso. Sei fatto di merda e tornerai nella merda. Insieme a tutti noi.
Questa patetica umanità sta producendo lunghi lamenti sul compianto Bowie. Ci sono, ovviamente, molte cose bellissime da dire su di lui. Le canzoni che hanno segnato un’epoca, il trasformismo portato ad arte, la recitazione, una musica che è entrata nel sistema. Ascolti Bowie ed entri in una specie di dimensione fantascientifica, pensi a viaggi nello spazio e poi allo zoo di Berlino e a un video di Moby e poi alle migliaia di cose, a volte riuscite altre meno, che era in grado di tirare fuori da quella sua testa. Era imprevedibile, e bisognerebbe salutare questa imprevedibilità, costruire su quello che ci è stato dato, e andare avanti.
Questo, credo, sarebbe il modo migliore di ricordarlo. Invece in queste situazioni saltano fuori gli avvoltoi travestiti da pinguini, quelli che con gli occhioni gonfi di lacrime e il cuore ridotto in cenere dalla propria stessa mediocrità iniziano a dirti che adesso tutto sarà più difficile, i migliori se ne stanno andando e non possiamo più rimpiazzarli, un’era si sta chiudendo e noi non possiamo fare altro che assistere impotenti al suo tramonto e scriverne l’epitaffio. Piccoli scribacchini con la sviolinata precoce scriveranno di Bowie per dire quanto siano insoddisfatti della musica di oggi e di come gli anni <aggiungere -anta qui> fossero i migliori.
A noi resta solo la tristezza. Quella siamo bravi ad amministrarla. Scriviamo del passato pensando al presente e troviamo nuove conferme alla nostra patologica arrendevolezza, la nostra incapacità di creare qualcosa di nuovo. Non ci basta tirarci indietro, dobbiamo giustificare perché lo abbiamo fatto, e come se non celebrando un grande facendolo diventare ancora più grande, un Titano?
Nuove notizie in cronaca: i Titani nascono, crescono, suonano qualcosa, invecchiano, muoiono. Non vi rende più grandi o romantici il comportarvi come se non lo sapeste. Tutte le persone che nella nostra cultura proiettata sul passato celebriamo per cercare nevrotiche conferme della nostra grandezza prima o poi moriranno, e non servirà a niente ripeterci che erano i Più Grandi, che non possono lasciarci, che adesso il mondo è più solo senza di loro. Il mondo continuerà a girare.
Ma chi gira con il lutto pronto in canna non pensa davvero che il mondo sarà un altro posto, più solo e più grigio. Chi lo pensa davvero è chi si mette all’opera e scrive altri libri, altre canzoni, gira altri film, vive altre vite per portare un pò di colore a questo posto di merda. Gente che raramente ha il tempo di piangersi troppo addosso. No, chi va in giro con il cuore affranto per il Titano è, lui stesso, parte del problema, piccola infinitesima causa del grigiore del mondo. Il bisogno di esternare il proprio dolore non ha nulla a che fare con chi muore. Non è neanche una cosa nuova, i lutti pubblici sono sempre esistiti, e continueranno a esistere. Ma questa gara a chi è più sensibile e dice la cosa più toccante è ridicola, a farsi un giro sui social network in questi casi sembra davvero che siano caduti i pilastri esistenziali di centinaia di milioni di persone, cosa che, mi auguro, non è vera. Perché comportarsi come se lo fosse, allora? Perché dà un’immagine di sé. Ci fa apparire persone sofisticate e sensibili in un colpo solo. Come in un mega specchio vediamo noi stessi nei messaggi di cordoglio degli altri e restituiamo agli altri la loro immagine.
Tutto questo si ripeterà al prossimo giro. Chiusi nelle nostre stanzette a fare vite di merda e a fingere di avere avuto un’emozione grossa, una volta in macchina mentre ascoltando David Bowie cercavamo di scoparci Marta, la tizia del secondo anno che ci aveva messo mesi ad accorgersi che eravamo degli animi tormentati. Un’emozione che ci ha spinti piano piano sotto quel reggiseno e quelle mutandine colorate, e che è finita in due minuti e 140 caratteri di cordoglio.

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