Ghost+Perv+Shower

Da un po’ di tempo quando si parla di libertà di espressione salta fuori una parola, veloce, velocissima. Offesa incombe su qualsiasi dibattito come un monitodinapolitano per chiunque si dedichi a pensare, per professione o per hobby, a temi che coinvolgono minoranze, religioni, gruppi che reclamano diritti e chiunque in passato sia stato vittima di una discriminazione. Attento, non devi offendere. Attento, chi offende è spedito dalla parte del torto senza citazione di Brecht. Oppure si arriva al punto surreale in cui si può dire qualsiasi assurdità purché non si sia offensivi. Dobbiamo chiederci se questa attenzione a non offendere gli altri sia così utile, o se non faccia più danno che bene alla libertà di espressione.

Ricorda un’altra mania del passato, quando con l’etichetta di politically correct veniva ripulito il linguaggio da modi di parlare che potevano discriminare alcune categorie. Si sono sprecati i proverbiali barili di inchiostro contro il politicamente corretto, i suoi ministri, i suoi esegeti e la sua polizia. Senza scomodare Orwell e la neolingua, è strano per una società che fa bandiera della libertà di opinione mettere in piedi un sistema per limitare quella stessa libertà. In Italia era soprattutto la sinistra a recepire questo modo di pensare. Il paradosso di una parte politica che cerca di stabilire chi può e chi non può parlare ha sempre scatenato la rabbia della destra conservatrice più o meno moderata, che avendo sempre avuto un’enorme invidia penis e non avendo mai avuto argomenti che andassero oltre la gara di rutti è sempre stata insofferente al politicamente corretto. (Ok, è ingiusto e scontato, non tutta la destra conservatrice parla con i rutti. Ho conosciuto degli intellettuali di destra e leggevano Hitchens. Senza capirlo. Tra un rutto e l’altro.)

Chi da destra attacca il politicamente corretto di solito ne fa una questione di ipocrisia e di censura pura e semplice: a sinistra si fanno belli con i buoni propositi ma si guardano bene dal condividere lo stile di vita di chi dicono di voler supportare, e poi coprono di belle parole delle autentiche schifezze come, mio Dio mio Dio, dei frociazzi che si baciano. Fanno tanto i comunisti ma hanno la casa al mare. Quello che è peggio, gli alfieri del pensiero corretto si sentono migliori. Giudicano. Sono radical chic o ––  usato particolarmente spesso – maestrine, una figura che ossessiona talmente tanti conservatori da rendere inevitabile chiedersi da quali fantasie siano ossessionati i nostri amici di destra.

Questa lotta conservatrice contro il politically correct e la sua surrettizia censura spesso non ha altro scopo che la rivendicazione della propria rozzezza, il piagnucolio di chi vuole essere lasciato in pace a ridere quando dice cacca. Ipocriti, maestrine,  voglio vedere se mi sculacciate (vi piacerebbe). Ma ciò non toglie che il linguaggio sia davvero pattugliato da una specie di gendarmeria, e che chi va contro questa atmosfera da manette alla mente di solito ha anche le intuizioni più acute. La correttezza, più che un modo per non offendere altri e non scatenare il pensiero discriminatorio, è diventata a sua volta un modo per intimidire, per eliminare voci dal dibattito, per silenziare.

9115036-Offended-old-senior-woman-rejecting-offer-with-her-hands-Stock-Photo

Negli ultimi tempi però non si parla più di politicamente corretto (tranne che sul Foglio, vedi questione dell’invidia penis), e molto più spesso si invoca l’offesa come argomento definitivo per togliere la parola a qualcuno. Si fa confusione, volutamente, tra la difesa delle minoranze, cosa sacrosanta e a cui tutto è subordinato, e l’offesa di una singola persona o di un gruppo, che è qualcosa di sgradevole ma forse non è qualcosa da cui qualcuno dovrebbe essere protetto per legge. Essere offesi, soprattutto in un dibattito, non è un argomento: è un sentimento, qualcosa di assolutamente personale, soggettivo, non negoziabile. Esperienze personali e reazioni private, per quanto forti e dolorose, non dovrebbero essere motivo per censurare la libertà di pensiero e di espressione di qualcun altro. La cosa invece è sfuggita di mano. Chi è offeso diventa subito una vittima e non deve fare più niente se non attendere che la riparazione del torto. Libri, film, monologhi, articoli che contengono opinioni o fatti potenzialmente offensivi non devono essere diffusi se non dopo un’adeguata pulizia. Nel caso più estremo gli offesi hanno preso un mitragliatore e qualche poveretto ha insinuato che fossero comunque delle vittime, offese da qualcuno che aveva manifestato il proprio pensiero nel modo che aveva ritenuto più opportuno.

Stati Uniti e Gran Bretagna sono prime linee di questa battaglia silenziosa tra libertà di pensiero e censori autoritari di qualsiasi colore. Campus universitari, articoli di giornale, siti di informazione e social network sono attraversati da social justice warrior che molto spesso hanno il solo obiettivo di fare sparire opinioni non conformi alla dottrina della uguaglianza sociale. Intorno alle democrazie si sta creando un campo magnetico che cerca di proteggere le persone da qualsiasi opinione sgradevole. Per il loro bene, ci mancherebbe altro.

images

In Italia dibattiti di questo tipo non si tengono, almeno non sul tenore di quelli americani e inglesi. Però da anni è in corso un dibattito sulla satira, che di solito si riattizza quando qualche vignettista ha la fortuna di provocare la reazione di qualche politico stupido. Come si sa, qui siamo tutti per la libertà d’espressione, purché rimanga all’’estero. Siamo tutti Charlie ma ci accaniamo contro i nostri vignettisti quando sono “irrispettosi”. Siamo per i diritti dei manifestanti in Turchia ma decisamente a favore dei poliziotti in Italia. Siamo per la libertà di satira ma solo finché è satira, e naturalmente ciascuno ha la sua definizione, molto personale, sentimentale di satira.

Senza nemmeno pronunciare le parole politicamente corretto, ci stiamo mettendo le manette da soli senza accorgercene, regalando un potere incredibile a chi ha tutto l’interesse a fare tacere, a togliere di mezzo le voci difformi, a uniformare il tutto. Non a caso, i maggiori distinguo – ma non i soli – quando si parla di difesa della libertà di parola arrivano dalla Chiesa, che non gradisce per niente che si offenda il sentimento religioso. Alla chiesa piace pensare – e non da ora, e nonostante Papa Ciccio – che la religione sia un motivo sufficiente per limitare per legge la libertà d’espressione e di pensiero. La struttura di pensiero della chiesa è usata da un sacco di gente, molto spesso persone che si dichiarano, e credono di essere, dei sinceri liberali, ma che invocano a giorni alterni la pulizia mentale, il decoro, la discussione per bene e tutti gli altri specchietti dietro cui nascondere un enorme desiderio di censura. A queste persone dovremmo rispondere che non siamo d’accordo, e farlo nel modo più irriverente, ironico e pungente possibile. O anche no, basta un dito medio. Sarà un gesto da poveracci, ma lo è meno che mascherare con il galateo il proprio fascismo discreto.