Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Month: settembre 2016

Non siamo in grado di fare le Olimpiadi

Finalmente da Roma arriva una notizia chiara, le Olimpiadi del 2024 non si faranno nella Capitale. Questo mette fine all’inconcludenza esibita dalla giunta Raggi fin dall’inizio della sua avventura, dato che quella sulle olimpiadi è la sua prima vera decisione. Il Comitato Olimpico e chiunque sperava in un palcoscenico internazionale di rilancio per Roma si rassegnerà o passerà a città che hanno già dimostrato di saper organizzare eventi internazionali, come Milano.

Anche se decidere qualcosa è sempre meglio di niente, è utile vedere qual è il processo che porta a una decisione e quali saranno le sue conseguenze. L’argomento principale per opporsi alle olimpiadi da parte del Movimento 5 stelle è, tanto per cambiare, quello economico, il principe dei motivi che possono usarsi in un’epoca dominata dal calcolo come la nostra. Secondo il pensiero corrente le olimpiadi costano troppo e danno troppi grattacapi e nessun vantaggio a chi decide di ospitarle. Meglio lasciare che siano altri, meno furbi e più sprovveduti di noi, a organizzarle. A questo approccio, che ha tutte le apparenze della razionalità ma stranamente non presenta mai calcoli, studi o pareri tecnici, come ci si aspetterebbe da persone che parlano in modo razionale e pronte a supportare le proprie argomentazioni, se ne affianca un altro che verrebbe definito politico se per il Movimento Cinque Stelle la politica non fosse una parolaccia. Giusto o sbagliato che sia i governanti pentastellati sono convinti che la classe dirigente e imprenditoriale romana, e più in generale italiana, non sia degna di fiducia nel gestire un evento come le Olimpiadi, e dunque è meglio togliere subito qualsiasi tentazione e lasciare che i soldi siano usati per attività più proficue.

Su quest’ultimo argomento ci sarebbe tanto da discutere. Non tutta la classe dirigente è così disastrata, e si possono sempre usare gli strumenti adatti per impedire alla corruzione di prendere piede. Ma soprattutto ora c’è il Movimento 5 Stelle a fare da argine e sarà al governo di Roma per i prossimi cinque anni, o anche i prossimi dieci se governerà così bene come dicono i suoi esponenti. Chi meglio di loro per vigilare che le opere per le Olimpiadi si svolgano nel migliore dei modi? Se io mi sentissi molto superiore a qualcuno nel fare qualcosa e lo sbandierassi di continuo ai quattro venti non mi tirerei indietro, quando mi venisse offerta l’opportunità di dimostrare la mia bravura. Al contrario, ci sguazzerei dentro e farei in modo da fare funzionare finalmente le cose come voglio io, e sfruttando una grande opportunità, non lavoretti di poco conto.

L’unico motivo per tirarsi indietro sarebbe la consapevolezza di non essere così bravi. Le Olimpiadi, per una classe politica impreparata, sono una rogna da cui stare lontani. Forse il Movimento Cinque Stelle inizia a capire che non basta girare in scooter e alzare la voce dicendo qualcosa che ci fa sentire furbi per governare, e questa consapevolezza piace talmente poco che si tirano indietro di fronte alla prima occasione per dimostrare quanto valgono.

Ma queste sono solo supposizioni. Gli argomenti a sfavore delle Olimpiadi sono seri tanto quanto quelli a favore. Le grandi manifestazioni attirano la corruzione come il collo di Berlusconi una cravatta a pois. È un problema serio, come hanno dimostrato le recenti Olimpiadi di Rio (sulle cravatte a pois ormai ci siamo rassegnati). Le risorse economiche da pompare nell’organizzazione sono onerose, forse troppo per un paese che non sta crescendo e che preferisce ancora mantenere un sacco di gente che non ha merito né competenze ma ha un lavoro e non può essere licenziata. Certo, ci sarebbe quel piccolo particolare che l’Italia ha già organizzato le Olimpiadi, in un periodo in cui cresceva molto ma era ancora una società semi rurale, con un sacco di analfabeti e un PIL non paragonabile a quello che oggi ci permette di sedere nel G8. Questa minuzia viene ribaltata con un altro argomento economico, secondo cui staremmo ancora pagando quelle Olimpiadi, ma per sfortuna anche in questo caso nessuno ha dimostrato con dei dati quanto questa obiezione sia affidabile. Potrebbe esserlo, o potrebbe essere il classico luogo comune a cui si crede per pigrizia. Il resto degli argomenti richiama alla memoria tempi andati in cui gli italiani erano affidabili, si andava in giro in cinquecento, c’era la lira e tutto andava meglio, non come adesso, con tutti questi euro e immigrati e politici.

Dunque l’Italia del 2016, con le sue risorse umane, culturali, economiche e tecnologiche non può organizzare una manifestazione che proprio quest’anno si è svolta in un’economia in via di sviluppo. A volte si insinua che ormai le Olimpiadi sarebbero una manifestazione corrotta fatta per economie ansiose di dimostrare di essere grandi e disposte a farsi abbindolare dagli sponsor. Sicuramente non per gente cresciuta come noi. A Londra, Pechino e Tokyo, solo per citare le due precedenti edizioni e la prossima, saranno contenti di essere considerati abitanti poco adeguati a stare tra i raffinati della Terra.

L’Italia dunque non ha il coraggio, la cultura e le risorse per fare una cosa che qualsiasi altra grande potenza mondiale non vede l’ora di poter organizzare. Abbiamo tutti i nostri buoni motivi, chi lo nega? C’è sempre una buona ragione per non fare nulla, non toccare nulla, non andare avanti, non discutere nemmeno di quello che potrebbe essere fatto. Ancora qualche anno di prudenza e il nostro posto tra i paesi progrediti sarà preso da chi se lo merita, da paesi desiderosi di guardare avanti e di lavorare duro per crescere. Noi a quel punto spariremo anche dalle competizioni sportive. Mandare atleti in giro per il mondo costa, e poi che senso ha competere, quando sappiamo già di essere i migliori?

La sfida della mia generazione

Abbiamo guardato l’Europa sgretolarsi, negli ultimi mesi. La crisi sui migranti, il referendum per l’uscita della Gran Bretagna, l’insofferenza degli stati a est ai regolamenti a cui loro stessi hanno scelto di aderire sono tutti colpi all’Unione Europea. L’idea che possa esserci, al di là delle differenze statali e dei diversi sistemi di potere, un’azione politica ed economica comune in tutto il continente europeo sembra oggi illusoria e persino pericolosa, dato che diverse forze politiche attribuiscono proprio all’Unione Europea la responsabilità della crisi del mondo occidentale. Invece è proprio oggi che bisogna rendere più forte l’Unione, superare le piccolezze nazionali che l’hanno tenuta finora al guinzaglio e l’hanno trasformata in un covo di burocrati inefficienti e manovrabili. L’obiettivo di qualsiasi onesto cittadino europeo dovrebbe essere una federazione di rappresentanti eletti che attuano una politica estera, economica e militare comune a tutti gli stati, e più tempo tardiamo a rivendicare questo obiettivo, più facciamo in modo che vincano i populisti.

Una sfida difficile, soprattutto oggi. Da anni nelle teste delle opinioni pubbliche l’UE è diventata un organismo che soffoca, con i suoi divieti, qualsiasi possibilità di crescere e uscire dal pantano economico. L’impressione può essere corretta, dato che le strutture intergovernative in anni recenti sono state usate da alcuni governi (senza fare nomi, la Germania) per imporre ad altri le proprie convinzioni e i propri modelli economici. Altri stati (sempre per non fare nomi, l’Italia) hanno approfittato di quelle che venivano chiamate ingerenze, ma che in realtà erano cessioni di sovranità che erano state accettate liberamente, per attribuire all’Europa la propria inadeguatezza e l’incapacità congenita a risolvere problemi e ad assumersi delle responsabilità. Se il debito pubblico italiano sta strangolando le sue generazioni più giovani non è per colpa dell’Europa, ma unicamente dell’incompetenza dei governanti italiani e, non meno importante, dell’irresponsabilità dei cittadini italiani che per anni hanno vissuto al di sopra delle possibilità e ora non vogliono pagarne il conto. Di conseguenza ogni cosa è stata attribuita all’Europa e ai suoi burocrati, che, riparati dietro un processo decisionale barocco, spesso danno l’impressione di prendere decisioni non per il bene dei cittadini europei ma per favorire le lobby finanziarie, le vere detentrici del potere. In un mondo in cui gli stati nazionali non riescono più a tenere testa allo strapotere della finanza globale, l’Europa è stata vista, spesso a ragione ma altrettanto spesso a torto, come il gendarme della finanza, totalmente dedita ad arrestare qualsiasi iniziativa degli stati di riprendere il controllo sull’economia e di favorire gli interessi dei cittadini.

In uno scenario del genere il miracolo è che una cosa come Brexit non sia arrivata prima. Attribuire la responsabilità dei propri problemi interni all’Unione Europea, che penalizzerebbe l’economia e incoraggerebbe la libera circolazione dei migranti, è una tentazione troppo grande anche per il meno populista dei politici in circolazione, e in questo momento ci sono pochi statisti in giro e troppi cialtroni in abito che non vedono l’ora di dire a un ceto medio sempre più spaventato esattamente quello che vuole sentirsi dire. La colpa dei vostri problemi è degli immigrati. Dei burocrati di Bruxelles. Delle lobby. Di chiunque tranne che del sistema di cui voi stessi vi siete avvantaggiati fino ad oggi e che ora ha cambiato direzione, come una marea, e cerca di risucchiarvi in un gorgo invece di limitarsi a rinfrescarvi i piedini.

Fino a poco tempo fa in Italia eravamo convinti che solo il ceto medio italiano, con la sua cultura innamorata delle soluzioni autoritarie, avesse dei rigurgiti di nostalgia per il periodo in cui i più deboli facevano i maggiori sacrifici e in sovrappiù venivano convinti a non lamentarsi a suon di manganellate. Ora apprendiamo che anche opinioni pubbliche più “illuminate” come quella inglese, quella francese e quella tedesca tendono a dare la colpa a chi è più povero o scuro di pelle e a cercare soluzioni che hanno il pregio di lasciare tutto esattamente com’è, brutalizzando le fasce sociali più deboli. La ricerca di un nemico esterno e di soluzioni che esibiscano il più possibile il carattere nazionale, che qui in italia si riassume nello slogan “prima gli italiani” e in tutta la paccottiglia ideologica da bar sport che lo accompagna, sono ben più di coliche nella pancia di una nazione. Sono un fascismo in fase nascente, che non si è organizzato in squadracce ma ha gli stessi presupposti prevaricatori, totalitari e autarchici. L’ossessione per il nemico esterno, europeo, liberale o musulmano, deriva dalla convinzione che solo gli italiani purosangue, maschi bianchi cattolici e di destra, abbiano diritto alla cittadinanza. Tutti gli altri sono parassiti da eliminare.

Oggi che le forze della distruzione della democrazia liberale stanno tornando a uscire dal sottosuolo in cui erano state relegate, chi pensa che libertà, democrazia e diritti siano più che parole ma siano ciò che dà senso a una vita dovrebbe battersi per avere più unione nell’Europa, una maggiore presenza a livello sia locale che federale delle istituzioni europee e una maggiore cessione di sovranità. Il bersaglio di questi fascisti da farsa è l’Europa perché è un ostacolo alle loro pretese di controllare i bassi umori del popolo, e noi dovremmo rafforzare, invece, un governo fatto di razionalità, di diritto semplice e certo, di rispetto dei diritti umani. È una lotta analoga a quella che i nostri avi poco più che ventenni affrontarono per riunificare l’Italia. I motivi sono simili. Bisogna superare la superstizione e gli interessi particolari di pochi governanti e ricchi aristocratici per abbracciare un bene più grande, quello dei popoli di tutta Europa. Solo uniti, e con un governo federale, si può arrivare a questo scopo. È il nostro momento. Non facciamolo passare.

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