Abbiamo un problema con la musica, e con tutto il resto

Musica di merda.

Se dovessi fare un esempio, uno solo, per spiegare il periodo che stiamo vivendo, non sprecherei tante parole e andrei dritto al punto. Circola della musica di merda. Piena di piagnistei. Fatta per implorare un po’ di gradimento e non per esprimersi davvero, da tanti impiegatucci che non vedono l’ora di dimostrare al mondo che lì, in fondo al cuore, hanno qualcosa. Oltre alla loro scarsa voglia di lavorare, intendo. Tutta concentrata sulla conservazione, su un ricordo di tempi passati che sta diventando davvero la psicopatologia dei nostri anni. Esce qualcosa oggi: cattivo. Ascoltata tra cinque anni: bello. Tra dieci: beh, ma è un classico, come puoi parlarne male? Il tempo passato è diventato l’unico metro di valore, e quando l’unico sentimento affidabile che ci è rimasto è la nostalgia vuol dire che non stiamo facendo granché nel tempo presente.

Non è che il periodo è pessimo a causa della circolazione di musica scadente, però. La musica come sempre è un sintomo, come una febbre fastidiosa che continua a crescere e forse è meglio se vai al pronto soccorso perché hai qualcosa di più grave di quella influenza che pensi di guarire con l’aspirina omeopatica. Circola musica di merda perché pensiamo di merda, perché ci siamo convinti che il modo migliore per arrivare al successo (ci spetta! Nessuno osi negare che tutti abbiamo diritto al nostro quarto d’oretta di luci, prima di crepare) sia diventare tutti dei bravi soldatini e dare retta a qualunque cazzone ci dice di sapere come si fanno le cose.

E c’è il bonus: il cazzone più grande di tutti è il Cazzone collettivo, fatto da social, moda, like, acquisti compulsivi e un senso di ansia talmente incistato nei nostri cervelli che ormai basta un cretino che spara con una pistola a un gruppo di persone per farci tremare di paura al ritorno del fascismo. Roba che appena quarant’anni fa uno così lo pestavano a sangue gli stessi maceratesi, e facevano passare la voglia di fascisteggiare non solo a lui ma a tutti quei cretini che appendono una croce celtica per darsi un tono. Ci sono cravatte, lavori prestigiosi e alcolismo se proprio vuoi avere uno scopo nella vita, ma stai lontano dal fascismo se no siamo costretti a smurare e a me non va, ho judo.

Ci deve essere qualche ingranaggio starato, uno strato di vasellina andata a male nel meccanismo, se ci siamo messi a pensare che l’unica cosa a cui dobbiamo aspirare come società è il decoro, l’uguaglianza forzata. Come parliamo, come pensiamo, come facciamo politica, i libri che leggiamo, la musica che ascoltiamo, i film che vanno al cinema: il senso di resa generalizzata è palpabile, come se non si potesse più dire nulla che spaventa o fa felici o fa ridere gli spettatori. No, solo la potatura di ogni spunto vitale, per evitare di sembrare troppo. Troppo violenti, troppo leggeri, troppo poco pensanti, troppo intellettuali, troppo stupidi, troppo cazzoni, troppo poco concentrati sul futuro, troppo leggeri. La spinta, da qualsiasi parte arrivi, è a non alzare troppo la testa, a non farsi notare, o a farsi notare per eccesso, che poi è la stessa cosa: lo sappiamo bene che dopo dieci minuti un fenomeno da baraccone si svuota e sparisce, e al suo posto ne arriverà un altro a fare il fenomeno e a dirci come è meglio che viviamo.

Perché questa è una cazzo di guerra.

Arrivano a ondate, pressano, urlano, scalciano, manifestano, promettono, minacciano, sorridono e non hanno mai un volto ma solo il segno rosso di un’infezione virale, quella dei like e dei mille personaggi che ci chiedono consenso, a qualsiasi livello si formi. Ce la prendiamo con i politici ma non ci rendiamo conto di quanto siamo diventati allergici, in ogni angolino polveroso della nostra esistenza, al conflitto e alla discussione. Il terreno di conquista siamo noi, che ogni giorno ci prestiamo a questo cappio che si stringe piano piano. Forse crediamo che andando incontro alla Bestia con molte facce sarà un po’ più buona con noi. Ma è come farsi di eroina: puoi cavartela e stare meglio per un giorno, ma se continui per anni la tua fine è scritta sul marmo.

Suppongo che arrivato a questo punto dovrei mettermi a parlare di una via d’uscita da tutto questo. Perché ce lo hanno insegnato: alla fine di una critica arriva sempre la parte positiva, quella in cui chi scrive fa capire di averci pensato e di avere una soluzione. Se poi si scrive, per una vita ci si è sentiti dire che non si può lasciare il lettore senza proporgli una soluzione. Ci sarebbero anche dei pomposi termini in latino da usare, ma lasciamo stare. Il fatto è che non me ne frega niente di offrire una soluzione. Anche perché in questo momento quello che potrei scrivere è solo il classico elenco di cose in cui credo davvero, ma che sono state digerite da tempo come se fossero frasi fatte: studiare, informarsi, cercare di scoprire il più possibile il mondo e non accontentarsi dei preconfezionati. Visto? Sembrano i testi del calendario di Frate Indovino. No, non è la soluzione, che deve interessarci. È meglio concentrarci su descrivere meglio che possiamo il problema.

Perché molti non hanno capito che questa è una cazzo di guerra, e che la carne da cannone siamo noi.

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