Una specie di augurio a un amico.

Ho temuto per qualche momento di dovere scrivere una lettera d’addio, ieri, a un amico che è stato ferito in una zona di guerra. Questo post l’ho scritto perché come succede spesso ho ricordato tanti momenti della nostra amicizia, che ormai dura da dodici anni, ma non voglio mettere giù sulla pagina neanche uno di quei momenti. Perché non è il momento di fare un bilancio, uno di quegli scritti in cui ricordi gli aneddoti lontani per fare capire com’è una persona. Forse allora ho cercato un modo per dire che sono proprio contento di sapere che Gabriele è ancora in giro. Chissà come sarà da oggi, chissà se farà ancora le stesse cose. Non mi importa. Lui c’è, ed è un gran regalo. 

Un incidente in Siria

Il mio amico Gabriele Micalizzi, uno nato con la macchina fotografica in mano, è in Siria da qualche giorno per seguire l’ultimo rantolo di esistenza dell’Isis. Lui è stato in mezzo alle guerre degli ultimi dieci anni, da quando lo conosco ha sempre voluto fare questo mestiere e ci è riuscito. Anche se non mi sono mai permesso di fare la mammina dicendogli di fare attenzione (ci mancherebbe), tutte le volte che sapevo che era in zona di guerra avevo quel giusto fremito di preoccupazione seguito dal sospiro di sollievo quando tornava in Italia. Non che stessi in ansia perenne tutto il tempo. Pensavo a lui, speravo che non succedesse niente e mi compiacevo quando tornava tutto intero.

Ieri quando ho sentito che un fotografo italiano era stato ferito gravemente in Siria ho lanciato per aria tutto quello che stavo facendo e mi sono messo a cercare notizie su internet e tramite amici comuni. Mormoravo no no no no e speravo che non fosse Gabriele anche se sapevo benissimo che era lui, in questo momento ad andare in Siria sono pochi e lui è uno di quelli che hanno il fegato, l’onestà e la capacità per andarci. Poi è uscito il suo nome e mi sono agitato. Continuavo a pensare alle parole gravemente ferito alla testa, che cazzo significa pensavo, cosa gli hanno fatto, dov’è? Lo trasportano in una base americana, va bene, ma non significa ancora niente, come sta Gabriele, come se la sta passando? 

Logistica inutile

Non si è mai pronti a cose del genere, e anche se Gabriele sta ormai passando la boa dei dieci anni dedicati a questo lavoro per me rimane sempre quel ragazzone con cui uscivo a sbevazzare ai navigli di Milano e che mi diceva con il tono da monzese dei bassifondi “Datti una mossa zio”. Ho iniziato a pensare alla logistica di una cosa di cui ancora non avevo avuto conferma, avrei dovuto prendere un aereo, mi sarei dovuto trovare una sistemazione per quei due giorni, e poi mi sono chiesto cosa avrei detto ai nostri amici comuni e alla sua compagna, che è venuta al mio matrimonio e a cui avrei potuto dare solo un abbraccio. Stavo cercando un aggancio ma la verità è che non volevo perdere un amico, non in questo modo, non in questo momento. Come diventa il mondo senza Gabriele, uno dei pochi che ancora è capace di esporsi in prima persona, di essere e vivere come una persona vera? Non possiamo permettercelo. Non oggi, non lui.

Ho esagerato, lo so bene. Sono gli scherzi che fa una mente in cerca di informazioni chiare che non arrivano. Ancora non era successo nulla di inevitabile, e infatti poco dopo hanno iniziato ad arrivare notizie migliori. Gabriele era stabile e cosciente, stava per essere trasportato verso Baghdad. Continuava a essere gravemente ferito al volto, quattro parole che in appena diciotto ore ho imparato a detestare, qualcuno diceva che potrebbe perdere la vista ma anche in questo caso non è sicuro. Aspettiamo il momento in cui qualcuno ci dirà di più, o in cui ritornerà e potremo abbracciarlo e offrirgli da bere e da mangiare. Io lo aspetto qui in Sicilia, per arrostire qualcosa sulla griglia nella mia casa al mare. 

Alla salute di Gabriele

Avrei voluto rimettermi a lavorare, stavo scrivendo un piccolo saggio e poi avevo un po’ di mal di gola e dolori muscolari e per questo avevo già deciso di non andare in palestra la sera, non mi piace allenarmi con il fisico malmesso. Però non riuscivo a scrivere e tutte le cose che stavo facendo e pensando e decidendo all’improvviso mi sembravano ridicole. Stavo scrivendo ma senza cuore, perché mi piaceva come stavano in fila le parole ma non avevano nulla a che fare con quello che sentivo. Prendevo decisioni che mi tenevano lontano dalla vita invece che buttarmici dentro, e questo in un momento in cui l’amico più vitale che ho stava in un elicottero con il viso ferito. Quale che sia l’esito di questa storia, mi dicevo, non ti meriti niente di quello che hai intorno, perché lo dai per scontato e ti comporti quasi come se ne fossi insoddisfatto. Si pensa sempre di avere tutto il tempo di questo mondo, di avere diritto a un po’ di riposo, di non potere prendere la strada più difficile perché tanto non ce la faremo. Gabriele invece no. Lui è l’esatto contrario di tutto questo e mi faceva rabbia, ieri, l’idea che potesse andarsene uno così. Il mondo, anche il piccolo mondo di noi mediocri, diventa più grigio e noioso senza gente come Gabriele in giro a fare foto, a fare casino ovunque metta piede, a fare le cose a modo suo. 

Ora aspetto, e credo di non riuscire a scrivere bene di questa cosa perché sto cercando di addomesticare tutto, o forse mi sento in colpa per avere pensato che se ne fosse andato prima ancora di avere avuto notizie più definitive. Uno così non lo togli di mezzo facilmente, la verità è questa, e avere pensato che invece fosse successo, che lui fosse morto in una zona a metà tra la Siria e l’Iraq e che tutto avrebbe preso una via diversa, che non lo avrei più chiamato per i miei giri a Milano, che non ci saremmo più visti in Sicilia per farci una bella cena di pesce, mi fa sentire come se avessi mancato di fiducia nei suoi confronti.

Soprattutto, ho pensato che non avrei più avuto modo di dimostrargli che anch’io potevo somigliargli almeno un po’, essere coraggioso come lui. Non perché penso di dovergli dimostrare qualcosa, ma perché lui rimane una delle persone a cui penso quando immagino come mi piacerebbe diventare. Penso che questo sia il motivo per cui mi riempie d’orgoglio il fatto che Gabriele sia un mio amico: mi spinge a non sedermi, a guardare in alto. Se lui fosse qui davanti a me farei la più scontata delle battute: “Questo non vuol dire che voglio essere come te, perché di Gabriele ce ne basta e avanza uno”. Ma lo direi solo per godermi la sua risata e forse la sua stoccata di ritorno – non lo lasci mai senza parole, Gabriele – e alzerei il vino per brindare. Alla sua salute.  

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