Ieri sera, se qualcuno non se ne fosse accorto, Notre Dame de Paris se l’è vista brutta, con un incendio che per qualche ora ha fatto temere il crollo generale della struttura.

Sembrava che avessimo perso una delle perle della cristianità per un incendio partito da alcuni lavori di restauro, ma mentre scrivo i pompieri sono entrati nella cattedrale, hanno registrato dei danni altissimi, sono crollati il tetto esterno di legno e la guglia costruita nel XIX secolo, ma la struttura è rimasta in piedi e in definitiva sembra che per anni i cugini francesi saranno alle prese con dei danni gravissimi ma non dovranno ricostruire un simbolo che andava ben al di là dei loro confini. Una buona notizia.

Dopo l’incendio, stanotte…

Vero però che per ore si è registrata un’atmosfera superemozionale, volevamo fare parte di un dramma, la diretta, l’incendio che cancella le tracce della nostra civiltà, e tutti si affrettavano a dire in che modo avessero un pezzo di cuore a Notre Dame, quando ci erano andati, cosa significava per loro adesso che non c’era più. Tutti al centro del proprio piccolo dramma privato, come sempre, un mucchio di paglia sempre pronto a cui ieri sera è toccato a Notre Dame fare da cerino (uops). Paragoni con l’undici settembre, articoli in cui si poteva leggere uomini adulti scrivere che non piangevano da trent’anni ma ieri si sono lasciati andare, status affranti su un pezzo di noi che bruciava, e non letteralmente, bruciava dentro. Sembra che sperassimo davvero che Notre Dame crollasse in diretta, per poterci buttare con ancora più convinzione nella tragedia, recitare il nostro dolore fino in fondo, simulare una ferita nella nostra vita che non possiamo ottenere in nessun altro modo dato che in questa parte d’Europa non abbiamo una guerra da settant’anni e che le cose che davvero avrebbero dovuto gettarci nella costernazione, tipo quando quasi quattro anni fa dei pazzi entrarono in una sala da concerti nella stessa città di Notre Dame e spararono all’impazzata e quando la stessa notte piazzarono una bomba fuori da uno stadio con più di ottantamila persone, siamo stati bravissimi a non ascoltarle né sentirle cominciando il nostro chiacchiericcio su chi avesse ragione e torto e su come bisognasse prendere per il verso giusto, più pulito e moralmente irreprensibile, gli attacchi.

Una cattedrale invece no. Una cattedrale è neutra, ormai puoi farti spezzare il cuore anche se sei un laico o un ateo, perché chi non ama i simboli dell’umanità? La gente ieri sera pregava cantando a Parigi, e su social e telegiornali era una corsa alla preghiera anche da parte di laici e magnapreti che non sapevano nemmeno di pregare. Come se fossimo a caccia di qualcosa di abbastanza grande e terribile da unirci tutti, abbiamo talmente dato per scontato quella cattedrale e tutto quello che rappresenta da esserci dimenticati una cosa molto, molto semplice: niente è eterno, tutto va custodito, governato, restaurato, nutrito. Vanno rimesse a nuovo le pietre, e rimettendole a nuovo può capitare che scatti un incendio, ma vanno rimessi a nuovo anche i simboli. Notre Dame è, insieme a San Pietro, il simbolo della cristianità europea, anche se per molti questa è una cosa imbarazzante e preferiscono dire che, oltre che una chiesa, più che una chiesa, è un grande esempio di architettura gotica. Con lo stesso movimento della mente cercano di nascondere sotto un tappeto il fatto che la cattedrale di Notre Dame è lì per una ragione e che probabilmente quella ragione è il vero motivo per cui ieri sera tutti sono rimasti di sasso quando hanno visto le immagini dell’incendio e del crollo della guglia. Come se fossero stati sfregiati nell’animo, colpiti da qualcosa che va molto, molto oltre il gusto artistico, l’amicizia per un popolo vicino e parente o il ricordo di una bella vacanza.

La guglia, poco prima di crollare. Era stata già tirata giù durante la Rivoluzione francese e ricostruita nel XIX secolo, ma ancora non c’era Twitter.

Notre Dame rappresenta una tradizione, la parolaccia che cerchiamo è questa. Impegnati come siamo a urlarci addosso non ci rendiamo conto che stiamo mettendo sullo sfondo tutto quello che ci ha permesso di arrivare fino a qui. C’è ma è come se non ci fosse, come se potessimo farne a meno, tanto è lì e non si muove e sappiamo bene che muoviamo da quella grandezza. Salvo ricordarci a un certo punto che basta un lavoretto di restauro, una di quelle cose di routine a cui nessuno fa cenno, per mandare in polvere tutto quello su cui abbiamo costruito. Parlo di Notre Dame, ma come si ripete da ieri Notre Dame è un simbolo, qualcosa che sta per qualcos’altro e che ha superato abbondantemente i confini dell’Ile de la Cité, della Francia, delle lingue. Ieri abbiamo temuto, forse per la prima volta in venti anni, di perdere un pezzo della nostra storia, di come siamo fatti. 

Dovremmo ricordarcelo più spesso. Prendere a colpi di mazzuolo tutto, pensare che ormai tutto sia superato, credere che possiamo andare nel futuro senza portare con noi neanche un po’ di passato (e a questo effetto concorre anche la mania opposta, quella di mettere il passato sotto formalina e cercare di conservarlo in modo fanatico anche quando è morto), ha il pessimo effetto di cancellarlo davvero, di togliercelo e non farlo tornare più. E non bisogna arrivare sempre a bruciare le cattedrali, basta girargli le spalle, sminuirle, pensare che siano solo delle belle e gradevoli costruzioni architettoniche fatte per allietare i visitatori, costituire un bello sfondo per i selfie e dimenticare che Notre Dame era, è, qualcosa di vivo, non solo una bella cosa. C’è differenza. Abbiamo un sacco di belle cose e spesso ci prendiamo dei meriti che non sono nostri e che ripaghiamo con una dimenticanza totale e assoluta sul perché certe opere e non altre occupano il nostro panorama. Cittadino, fisico, mentale. 

Stiamo perdendo qualcosa, insomma, e forse è per questo che ieri sera l’isteria era oltre il livello di guardia. L’incendio ci ha fatto vedere e intuire (dato che capire sarebbe già una parola troppo grande) quello che stiamo già passando, come cultura, in occidente. Stiamo rinunciando a un sacco di cose per andare nel futuro, ma tra le cose che ci lasciamo indietro c’è anche Notre Dame, che non è che resta lì ad aspettare: i simboli sono infiammabili, e quando qualcuno non se ne occupa più come dovrebbe bruciano come gli zolfanelli. Forse fare finta che una chiesa sia solo quattro mura e un altare non è stato il modo migliore per conservarla. Forse, dico forse, Notre Dame si porta dietro molti più simboli di quelli che crediamo, che superano la stessa religione, e a cui dovremmo dare ascolto. 

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