Pubblico qui un saggio su Sciascia e Orwell che avevo scritto per “Segno”, e che per diversi motivi non è arrivato a vedere la carta. Tra poco più di un mese sarà l’anniversario della morte di Leonardo Sciascia, e qui ho esaminato la sua connessione con George Orwell. Che esiste ed è stata resa esplicita dallo stesso Sciascia nel corso della sua carriera, e che riguarda anche il modo di trattare il tema del totalitarismo e della sua origine.  Si tratta di un’esplorazione,e come ogni esplorazione ha i suoi spunti e i suoi vicoli ciechi.

Una matrice

L’asino aveva una sensibilissima anima, trovava persino dei versi. Ma quando il padrone morì, confidava: “Gli volevo bene: ogni sua bastonata mi creava una rima”. (Leonardo Sciascia, Favole della Dittatura)

Clarinetto parlava in un modo così convincente e i cani che passavano di lì per caso erano talmente feroci, che nessun animale osò obiettare. (George Orwell, La fattoria degli animali)

Leonardo Sciascia era un grande appassionato di cose di Chiesa. Ne parlava e scriveva partendo dalla convinzione che i sacerdoti, a qualsiasi livello della gerarchia ecclesiastica, tenessero in mano alcune delle chiavi del potere d’Italia. Sciascia però non era il classico scrittore anticlericale: dai suoi romanzi e saggi si capisce un affetto sincero per sacrestie, navate di chiese e chiostri, e il suo rapporto con la fede era temperato da quell’amore per la complessità e quel gusto per la contraddizione che erano il suo marchio di fabbrica 1. Per Sciascia la Chiesa cattolica svolgeva una funzione sociale, di regolazione e ispirazione del potere politico. Una guida che spesso ha condotto il potere nel territorio del fascismo o dell’autoritarismo in senso lato, che dunque era un grande tema di studio di Sciascia. Questo lo accomuna a un altro grande scrittore che si è dedicato a lungo al potere autoritario e ne ha studiato il carattere: George Orwell.

Al contrario di Sciascia, Orwell parlava poco di Chiesa e religione. Ma questo non vuol dire che ne fosse disinteressato: in Orwell si può notare uno schema che ricorre anche in Sciascia, ovvero lo studio del potere totalitario attraverso la Chiesa dell’Inquisizione, vera e propria radice da cui sono fioriti tutti gli altri linguaggi totalitari. Un parallelo tra i due scrittori quindi può essere un modo per leggere il presente sfrondandolo del rumore di fondo. Il suggerimento è che molte delle cose studiate da Orwell e Sciascia siano ancora presenti, e non perché i due scrittori fossero veggenti ma perché nelle società ci sono caratteristiche profonde e ricorrenti. La buona notizia è che queste caratteristiche sono state già studiate, e quindi possono essere comprese e affrontate ancora una volta. Ma la condizione principale è che si guardi alla sostanza delle cose, come facevano Sciascia e Orwell.

Full metal Sciascia: “Il tuo sarebbe uno sguardo sulla sostanza delle cose? Il MIO è uno sguardo sulla sostanza delle cose”

Un passaggio di testimone

Sappiamo che la scrittura di Orwell ebbe un ruolo molto importante agli inizi della carriera di Sciascia, che tra le sue prime collaborazioni ebbe quella con il periodico palermitano La Prova. Il primo articolo con la firma di Sciascia apparve il 15 marzo del 1950 con il titolo Prima del 1984 è morto Orwell, un necrologio dello scrittore inglese morto da poco. Sempre su La Prova Sciascia pubblicò poi le sue Favole della dittatura, i primi esperimenti letterari in cui il rapporto tra tirannia e popolo viene analizzato con il linguaggio della fiaba. Quando poi le Favole della dittatura venero raccolte in un libro 2 Sciascia decise di aprire il volume con due epigrafi, una di Longanesi sul fascismo e una proprio di Orwell tratta da La fattoria degli animali.

Come Orwell, Sciascia aveva scelto di usare il genere della favola per raccontare la dittatura, e come Orwell metteva in scena degli animali per scandagliare il territorio del totalitarismo e dei suoi meccanismi. In un certo senso, quindi, Sciascia già negli anni cinquanta stava raccogliendo un testimone morale da Orwell, quello di raccontare il disastro del totalitarismo e la sua avanzata nelle menti occidentali. Non sorprende che Sciascia nutrì poi un grande interesse, durato tutta la vita, sulla guerra civile spagnola: la stessa che Orwell era andato a combattere e a cui aveva dedicato Omaggio alla Catalogna.

Ci sono dei punti di contatto tra Orwell e Sciascia a proposito di totalitarismo e potere, al punto che è possibile tracciare un parallelo e guardare quali aspetti del totalitarismo prende in analisi Sciascia, e quali vengono analizzati da Orwell. La coincidenza infatti non è identità completa, e entrambi gli scrittori prendono in esame una parte precisa della loro stella polare. Si può partire dicendo che per entrambi la Chiesa ha fornito il materiale simbolico e operativo per il potere totalitario. Vediamo ora di che pasta è fatto per entrambi questo materiale.

Una chiesa brutalista: il cemento di Nostro Signore.

Sciascia e la Chiesa

Che tipo di potere descriveva Sciascia attraverso la lente dei sacerdoti? Quali meccanismi vedeva in atto? Per rispondere a queste domande è utilissimo partire dal libro-intervista La Sicilia come metafora3, curato dalla giornalista francese Marcelle Padovani. Lo scrittore parla a un certo punto del clima culturale in Italia durante il rapimento di Aldo Moro e lo paragona a quello creato dall’Inquisizione, con la premessa che il suo interesse per l’inquisizione è dettato dal fatto che “questa è lungi dal non esistere più nel mondo”, per poi richiamare una polemica in cui era stato coinvolto durante il rapimento Moro da ambienti comunisti, che lo accusarono di essere stato in silenzio in un momento delicato della storia italiana:

La stessa impressione l’ho avuta quando ci si è provati a rimproverarmi il mio silenzio sul rapimento di Moro: me ne sono sgomentato, e me ne sgomento ancora, come di un caso d’Inquisizione ancor più terribile dell’antico. Perché, insomma, la vecchia Inquisizione faceva per lo meno il processo alle cose dette, non al silenzio4 5

Fatte queste considerazioni, si può capire perché Sciascia considerasse l’accusa di essere rimasto in silenzio un metodo inquisitoriale. L’accusa di fiancheggiare i nemici, la pressione ad ammettere una colpa, erano strumenti da Inquisizione e che, ben lungi dall’essere scomparsi, comparivano nel dibattito pubblico con l’incoraggiamento di diverse famiglie politiche. Inclusa quella che sulla carta avrebbe dovuto esserne più lontana.

A proposito della saldatura tra Chiesa e potere fascista Sciascia descrive, sempre in La Sicilia come metafora, il momento storico in cui la Chiesa si mobilita a sostegno della Democrazia Cristiana. “Così come aveva fatto con il partito fascista”, dice, per poi elencare le mosse attraverso cui la Chiesa, usando gli strumenti della religione, cerca di favorire un disegno che sempre Sciascia descrive come quasi una prosecuzione del fascismo:

“Un esercito di preti si incaricò di mobilitare la popolazione a pro del nuovo partito, così come aveva fatto per il Partito fascista: crociate mistiche, miracoli, madonne piangenti, Cristi sanguinanti, vergini pellegrine, propaganda di Padre Lombardi, lo speaker di Radio Vaticano soprannominato «microfono di Dio»: tutto fece brodo, specialmente durante i periodi elettorali, allo scopo di organizzare il consenso attorno alla DC. D’altro canto, il consenso più semplice e più profondo proveniva, assai semplicemente, dal fatto che malgrado il suo appellativo di «democratica» la DC tale non era affatto” 6.

La Chiesa esaminata da Sciascia, in altre parole, faceva molto più che predicare, fornendo materiale ideologico e simbolico al potere più autoritario che ci fosse in circolazione.

Ma Sciascia studia la Chiesa soprattutto nei suoi libri. Per ragioni di spazio qui dovremo dedicarci a un sorvolo ad alta quota, dato che il territorio da analizzare sarebbe vastissimo. Si può, però, avere un’idea di massima dell’impostazione generale seguita da Sciascia nell’usare la Chiesa come strumento per capire il presente e vedere come questa impostazione venga seguita e articolata. C’è una parte di produzione, quella dei romanzi, in cui la Chiesa o gli uomini di Chiesa hanno ruoli importanti nel quadro che descrive il potere in Sicilia. Un romanzo, A ciascuno il suo 7, ha il suo motore centrale in un ritaglio dell’Osservatore Romano da cui il protagonista arriva a rintracciare in un ambiente intriso di Chiesa e potere il luogo in cui si è progettato ed eseguito il delitto principale, mentre in Todo Modo8 il co-protagonista è il sacerdote Don Gaetano, icona di un certo modo di essere preti in Italia, punti di riferimento di reti di potere in cui si muovono con spregiudicatezza e da cui pensano, eseguono e giustificano anche i delitti più atroci, se sono funzionali al mantenimento dell’equilibrio.

Ancora, in Una storia semplice 9 il sacerdote appare per appena qualche riga ma si scopre alla fine essere coinvolto in una storia di mafia, droga ed esecuzioni. In questo caso Sciascia si fa al tempo stesso più sfumato e più concreto nell’accostamento tra totalitarismo e cristianesimo. Più sfumato perché calando le persone di Chiesa in storie che si svolgono nell’Italia repubblicana non può parlare di un totalitarismo reale e deve rintracciare le pulsioni autoritarie dietro i fatti di potere in una democrazia, per quanto incompiuta. Più concreto perchè, paradossalmente, nei romanzi di Sciascia si legge una cronaca di come si svolge il potere reale, un racconto molto più circostanziato rispetto ai saggi o agli altri scritti, nei quali invece Sciascia sembra elaborare dei casi di studio teorici che poi sottopone a verifica.

Proprio a proposito dei saggi, Dalla parte degli infedeli 10 è il libro in cui lo scrittore riassume in modo più completo e ricco di sfumature il suo punto di vista sui rapporti tra Chiesa e potere. Ma non solo: tra le righe, si intuisce che per Sciascia esiste un modo di essere cristiani non compromesso con i metodi dell’Inquisizione, a cui lo stesso scrittore si sentiva più vicino. Il libro racconta la vera storia di monsignor Angelo Ficarra, vescovo della Diocesi di Patti accusato da lettere anonime e articoli di giornale di non avere fatto abbastanza per aiutare la vittoria della Democrazia Cristiana alle elezioni comunali. Per questo Ficarra entrò nel mirino della Sagra Congregazione Concistoriale, che costruì un caso intorno al vescovo pretendendone le dimissioni e, di fronte alla sua ostinazione, pur di toglierselo di torno gli conferì il titolo onorifico di arcivescovo di Leontopoli, una diocesi che, precisa lo stesso Sciascia alla fine del libro, probabilmente non è mai esistita.

Tutto il libro è basato sullo studio del carteggio tra monsignor Ficarra e il cardinale Adeodato Giovanni Piazza, presidente della Sacra Congregazione Concistoriale, che a scansioni regolari chiede a Ficarra di lasciare il suo posto. Sciascia analizza parole e metodi del cardinale e fa un parallelo esplicito tra processo totalitario e cristianesimo dell’Inquisizione. Commentando una lettera con cui Piazza insinuava delle colpe di Ficarra come se fossero assodate, ma che non erano mai state ammesse fino a quel momento, Sciascia scrive:

Siamo alle radici del processo inquisitoriale – o stalinista. Bisogna, anche se innocenti, rendersi alla colpa: e per il fatto che alla colpa, come esempio di colpevolezza, si è stati scelti. Meditare coram domino, sotto l’occhio di Dio – o del Partito – sulle proprie responsabilità: che arrivano all’accettazione e confessione della colpa, anche se colpevoli non si è11.

La colpa principale di Ficarra, prosegue Sciascia, era nel non avere capito che tra Democrazia Cristiana e Chiesa si era creata “un’identità”. Il vescovo viene descritto come “uno che crede in Dio”, un cristiano che arriva allo scontro con la Sacra Congregazione per “non essere costretto a credere a una Chiesa che mente”. Un cristiano mite, e si capisce in più parti del testo la simpatia di Sciascia per questo modo di essere credente che forse gli ricordava il suo. In questo, oltre alla fede e al rapporto intimo e riservato con essa, traspare anche la sfiducia verso una Chiesa che soprattutto in Sicilia era diventata garante del potere politico, e proprio parlando di questo rapporto e di come fosse vissuto dalla Chiesa Sciascia scrive:

[…] quella megalomania, quell’esaltazione, erano la normale – in tutta Italia normale – corsa alla detenzione del potere, dal fascismo naturaliter ereditata, cui lui [monsignor Ficarra] a Patti era da ostacolo: da ostacolo nella sua indifferenza al potere politico, alla politica; nella sua diffidenza o avversione a contaminarsene, a rendersene partecipe o complice12.

Di nuovo un’associazione naturale tra corsa al potere, fascismo e comportamento della Chiesa, che per Sciascia è alla radice dell’atteggiamento di molti italiani nei confronti del potere politico. A questo tema e alla sua analisi Sciascia poi dedicherà un altro saggio, Morte dell’inquisitore13, in cui la vicenda di fra Diego La Matina, unico inquisito che riuscì a vendicarsi dell’inquisitore che lo aveva imprigionato, diventa un modo per analizzare la politica e la giustizia del ventesimo secolo. Scrive infatti Sciascia nella prefazione che si interessa di Inquisizione perché questa è ancora presente: “appena si dà di tocco all’Inquisizione, molti galantuomini si sentono chiamare per nome, cognome e numero di tessera del partito cui sono iscritti”.

Come si diceva più sopra, l’analisi estesa del rapporto tra Chiesa e potere nell’opera di Sciascia richiederebbe interi volumi. Ma dovrebbe essere chiaro anche a una prima ricognizione che per Sciascia l’Inquisizione, e la Chiesa che dall’Inquisizione aveva adottato i metodi per gestire il proprio potere, era ancora viva e vegeta. Non solo, ma proprio l’Inquisizione forniva i metodi ad altri catechismi, altre scuole politiche che nella forma potevano prendere le distanze dall’autoritarismo ma di fatto poi replicavano i suoi metodi.

Orwell e la Chiesa

Nei romanzi di Orwell la religione, intesa come sentimento religioso o come organizzazione religiosa, arriva di rado sulla pagina. Per trovare la religione in Orwell bisogna setacciare gli articoli letterari a caccia di critica esplicita, come in un articolo su Johnatan Swift14, o cogliere delle evocazioni simboliche come quella del monologo del corvo Mosè che nella Fattoria degli Animali parla agli animali del paradiso del Monte Zuccherocandido. In entrambi i casi, la religione sembra più un pretesto o un male necessario che un motore con una sua forza propulsiva nella società.

Orwell scrittore non religioso quindi? Con uno sguardo più attento ai suoi scritti ci si può accorgere che nonostante questa distanza di facciata per Orwell l’analisi del totalitarismo non può fare a meno degli strumenti sviluppati per analizzare la religione. Nella descrizione di cosa sia un regime totalitario Orwell utilizza molto spesso un linguaggio religioso. “Quasi certamente ci stiamo avviando verso un’era di dittature totalitarie – scrive Orwell nel saggio Nel ventre della balena – un’era in cui il libero pensiero sarà dapprima un peccato mortale e poi un’astrazione priva di senso”15. Queste sono le parole dello scrittore che in La politica e la lingua inglese16 aveva mostrato quale fosse il suo approccio alla scelta precisa delle parole e alla descrizione livida di quello che pensasse. Se ha scelto l’immagine religiosa vuol dire che per Orwell la persecuzione del libero pensiero aveva i suoi progenitori, ideali e materiali, nella Chiesa. La religione, nonostante gli sforzi fatti per renderla sempre più irrilevante, continuava a essere una forza che governava la vita quotidiana delle persone, anche in società del tutto purgate da simboli e discorsi religiosi.

Guardando attraverso questo filtro il romanzo più famoso di Orwell, 198417, si scoprono delle cose molto interessanti sulla sua visione della religione. La distopia orwelliana, talmente famosa da essere diventata la pietra miliare di ogni distopia successiva, fa un utilizzo massiccio di concetti e simboli religiosi per costruire e rendere credibile la dittatura totalitaria di Oceania, uno dei tre super stati del romanzo in cui vive il protagonista Winston Smith. Oceania è governata dal Socing, il Socialismo Inglese dominato da un Partito che è proprietario di ogni momento della vita dell’individuo e ne controlla ogni aspetto, dall’organizzazione del lavoro e del tempo libero alla vita interiore, con l’intrusione sistematica nei sentimenti e nei pensieri dei personaggi.

Per una ricognizione dei prototipi religiosi in 1984 si può partire dall’istituzione che domina il romanzo, l’interfaccia di tutti i cittadini con il potere: la Thought Police. In lingua inglese si può tradurre come polizia dell’aver pensato, e sia il termine che il modo in cui la Polizia del pensiero viene descritta nel romanzo fanno pensare a un corpo dedito non tanto a prevenire o punire i reati, ma a ripulire le coscienze ed estirpare tutto ciò che c’è di male nell’umanità, proprio come avrebbe fatto l’Inquisizione. La Thought Police sorveglia di continuo i cittadini, interviene nella loro vita attraverso dei teleschermi e una sorveglianza capillare su movimenti e pensieri. Cosa importante, questo controllo si concentra su comportamenti che non sono quasi mai sanzionati da una legge chiara e scritta. Nelle prime pagine del romanzo Winston Smith si infila in un angolo nascosto del suo appartamento per scrivere un diario e il narratore precisa che l’atto di possedere un diario e di scriverci non è vietato da nessuna legge, ma comporterebbe pene severissime per Winston. Questa evanescenza di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato è un tratto tipico dei regimi totalitari ed è stato studiato da Hannah Arendt nel suo Le origini del totalitarismo18, oltre che raccontato con dovizia di particolari da Alexander Solzenicyn in Arcipelago Gulag. In entrambi questi libri viene descritto un sistema di potere in cui le regole sono talmente mobili da potere essere usate per condannare chiunque. In più occasioni, sia in Arcipelago Gulag che nel libro di Arendt sul totalitarismo, ci si imbatte in storie di persone del tutto innocenti a cui viene chiesta un’abiura e l’accettazione incondizionata della condanna, per il bene del partito e del sistema. Un metodo che è stata messo a punto e impiegato sistematicamente dall’Inquisizione, che chiedeva al condannato un pentimento completo e la redenzione dell’anima prima di consegnarlo al Braccio secolare, e le cui versioni novecentesche sotto forma di regimi fascisti o sovietici sono solo un aggiornamento, una riverniciata in chiave laica.

Brutalismo e Partito: il cemento del Popolo.

Torniamo a 1984. Scrivere un diario, divorziare, l’omosessualità sono tutte azioni che nel mondo del romanzo non sono vietate dalla legge ma costituiscono Thought Crime, ovvero, sempre alla lettera, crimine di aver pensato. Il Thought crime è sempre motivo di intervento da parte della Thought Police e può portare alla vaporizzazione del trasgressore, ovvero alla sua sparizione dalla vita civile e alla cancellazione della sua presenza da qualsiasi archivio, notizia di giornale o elenco di nomi. Le modalità in cui il Thought crime viene inculcato nelle menti dei cittadini di 1984 ricordano tanto l’idea di peccato, non tanto in senso teologico ma nella sua accezione più popolare e diffusa. Il peccato, quindi, come proiezione nella coscienza di un radicato senso di colpevolezza, che crea un meccanismo per impedire la deviazione dalla norma e la formazione di un pensiero autonomo. Come una nevrosi.

A proposito del Grande Fratello19, il dittatore che domina sulla vita di Oceania ha la caratteristica dell’onniscienza, vede tutto e in ogni momento, riesce a essere dappertutto: un’equivalenza neanche tanto velata con Dio che viene rafforzata dal fatto che ai cittadini è richiesta fede assoluta nelle sue qualità ultraterrene. Fin dall’inizio il dittatore ha il controllo totale sulle coscienze dei cittadini, che ottiene con un uso pervasivo di teleschermi, agenti infiltrati ed elicotteri che frugano in ogni casa a caccia di comportamenti peccaminosi (definirli illeciti, come si è visto, sarebbe improprio, perché non ci sono regole chiare da trasgredire). Sono strumenti che danno accesso alla sfera più nascosta dei cittadini, esattamente come la confessione dà al confessore un ingresso alla coscienza del credente e così come il pulpito e il confessionale garantiscono un flusso costante di informazioni corrette: indicazioni su chi è un buon credente e chi no, informazioni su come comportarsi.

Dovrebbe essere chiaro anche da questa inquadratura a grana grossa che Orwell rende più efficaci i tratti fondamentali del suo totalitarismo bagnandoli di cristianesimo. La dittatura di Oceania in 1984 sarà anche laica, ma i metodi con cui controlla il popolo ricordano quelli dell’Inquisizione, non tanto per la tortura quanto per gli effetti che ottiene sulla coscienza del popolo, dalla sensazione di controllo totale in ogni ambito della propria vita, per quanto privato e nascosto, all’instillazione di un senso di colpa perenne nella coscienza che rende l’individuo più vulnerabile ai colpi del regime totalitario.

Due scrittori di oggi

Quasi non passa giorno senza che qualcuno ci ricordi come 1984 sia quasi un manuale che descrive i nostri tempi. Tecnologie invasive, sistemi che gestiscono il potere in modo diffuso, una vita politica basata sull’insinuazione, sul controllo e sull’arbitrarietà del potere più che sull’argomentazione e sulla libertà di parola: leggendo Orwell ci possiamo rendere conto che nelle società occidentali continuano a circolare schemi autoritari, che scorrono sottotraccia quando la democrazia è più in salute e tornano a riproporsi con forza quando invece è in affanno.

Alcuni sostengono che quella che stiamo vivendo è la società più vicina che possiamo immaginare a 1984. Questo non è per forza vero, e anzi ci sono incoraggianti segnali in senso opposto. Ma possiamo osservare il riemergere della corrente carsica del pensiero totalitario, e in questo Orwell può essere una guida utilissima, perché ci ricorda che il totalitarismo, prima ancora che un insieme di simboli, è un metodo capace di nascondersi sotto qualsiasi insegna, anche quella di chi si proclama campione di democrazia e di rispetto delle regole.

Nel trentennale della morte di Sciascia, diversi articoli e persino una traccia per il tema dell’esame di maturità hanno richiamato l’attenzione sulla sua bravura nell’analizzare la mafia. Ma troppo spesso viene lasciata fuori una parte importante del suo pensiero, quella che guardava ai fatti della cultura italiana attraverso la lente della Sicilia e del suo rapporto con la religione. Al punto che si rischia che Sciascia venga ricordato solo come mafiologo, mentre ha avuto e continua ad avere un ruolo importantissimo nel farci conoscere la vera natura del potere. Lo Sciascia che analizza l’Inquisizione, quello che scrive storie di Chiesa e che si batte contro ogni legislazione d’emergenza perché ci vede una resa dello stato di diritto, lo Sciascia che parla con indignazione vera del pestaggio giudiziario subito da Enzo Tortora: questa parte del pensiero dello scrittore di Racalmuto viene citata sempre meno, eppure è quella che racconta i nostri tempi meglio di molti altri scrittori contemporanei. Di nuovo, Sciascia non era un veggente: aveva solo capito che certe cose circolano nella società e continueranno a farlo, e l’unica cosa da fare è conoscerle e studiarle.

Sciascia, come Orwell, ci aiuta a riconoscere il totalitarismo quando si mette un altro vestito. Leggendo i due scrittori si capiscono le derive di una parte di opinione pubblica degli inizi del ventunesimo secolo per la quale non ci sono indagati o presunti innocenti ma solo colpevoli per cui bisogna trovare le prove, e che vive le regole democratiche con insofferenza. Sciascia ci dà anche un’idea del contrasto tra un certo tipo di Chiesa innamorata e affascinata dal potere e un’altra Chiesa che invece del potere può diventare un fastidioso avversario. Di quest’ultima Chiesa avvertiamo l’esistenza, negli scritti di Sciascia, come in negativo, grazie all’affetto che a volte emerge per i preti autenticamente cristiani. Il fatto che i populisti non vedano di buon occhio alcune prese di posizione di Papa Francesco e invece invochino a gran voce un ritorno al passato può essere un’indicazione utile, un termometro su cosa stia facendo la Chiesa in questo momento e in che rapporti sia con altre istituzioni.

Sciascia e Orwell sono questo: degli strumenti. Ci indicano come e dove guardare. Poi tocca a noi seguire il loro esempio e guardare all’oggi per quello che è, depurandolo di tutti gli specchietti per le allodole. Ripulire il campo dalle bugie e dare una bussola per orientarsi: non si può chiedere di meglio, a due grandi scrittori.

Note

  1. “Mi sento cristiano e credo di vivere cristianamente: da sempre. In ciò, forse, sono poco siciliano”: questa dichiarazione di Leonardo Sciascia è contenuta in Vincenzo Arnone (a cura di), Chiesa e società siciliana negli anni settanta, Edizioni Thule, Palermo 1982, pag. 11;
  2. Oggi le favole si trovano in Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore – Favole della dittatura, Adelphi, Milano 1997;
  3. Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, Mondadori, Milano 1979;
  4. Ibid, pag. 131;
  5. Queste parole ricordano quelle con cui Alexandr Solzenicyn descrive in Arcipelago Gulag il codice penale sovietico. Solzenicyn racconta una scena tragicamente comica in cui i principali funzionari regionali del Partito di Mosca si riuniscono e il segretario del comitato rionale del Partito legge un proclama di fedeltà a Stalin. Parte “una burrasca di applausi che diventa ovazione”, ma con il passare dei minuti l’applauso non si ferma. Nasce l’imbarazzo: chi si fermerà per primo forse non verrà visto come un dissidente? L’ovazione va avanti fino a che il direttore di una cartiera non decide di fermarsi. Al direttore verranno dati dieci anni di gulag, con l’ammonimento da parte del giudice istruttore di non smettere mai di applaudire. Questo succede, spiega Solzenicyn, perché in un sistema di pensiero totalitario i crimini più gravi sono quelli di pensiero, e tra questi c’è anche il crimine di “debilitare” il potere. Il lavoro più grande della macchina stalinista era quello di costruire la colpa nella mente del prigioniero, costringendolo a firmare la confessione e ad ammettere lui stesso dei crimini che spesso non aveva compiuto, ma che erano funzionali al potere. Cfr. Alexander Solzenicyn, Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano 1974, volume I, pag. 84;
  6. Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, Mondadori, Milano 1979, pag. 124;
  7. Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi, Milano 2000;
  8. Leonardo Sciascia, Todo Modo, Adelphi, Milano 1995;
  9. Leonardo Sciascia, Una Storia semplice, Adelphi, Milano 2006;
  10. Leonardo Sciascia, Dalla parte degli infedeli, Sellerio editore, Palermo 1993;
  11. Ibid., pag.29;
  12. Ibid., pag. 42;
  13. Leonardo Sciascia, Morte dell’Inquisitore, Adelphi, Milano 1992;
  14. George Orwell, Politics Vs Literature: an examination of Gulliver’s Travels, trad.it Politica contro letteratura: un’analisi dei Viaggi di Gulliver, in Nel ventre della balena e altri saggi, Bompiani, Milano 1996;
  15. George Orwell, Inside the whale, trad. it. Nel ventre della balena, in Nel ventre della balena e altri saggi, op. cit.;
  16. George Orwell, Politics and the english language, trad. it. La politica e la lingua inglese, in Nel ventre della balena e altri saggi, op. cit.;
  17. L’edizione a cui facciamo riferimento è George Orwell, 1984, traduzione di Stefano Manferlotti, Mondadori, Milano 2000;
  18. Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009;
  19. La traduzione letterale dell’originale Big Brother sarebbe Fratello Maggiore, che rende meglio l’idea di un’entità che controlla il benessere dei cittadini da una posizione di presunta parità. Nell’uso italiano però si è ormai affermata la versione Grande Fratello, e utilizzeremo questa.
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