Dall’inizio delle manifestazioni di protesta in Libano sono tornato a occuparmi di medio oriente, raccogliendo appunti, tornando a leggere e approfondire. Le manifestazioni mi hanno colpito perché da subito mi è sembrato chiaro che i libanesi si stanno facendo le stesse domande che ci facciamo noi, in Italia e in Europa, su cosa vuol dire essere cittadini di uno stato e membri di una nazione. Può essere un buon momento per rifletterci, e qui ho raccolto un po’ di appunti e riflessioni basate sulla cronaca, sulla storia e anche sul mio viaggio in Libano di qualche anno fa. Sono note incomplete e accennano molto più di quello che risolvono, ma non escludo di tornare su tutti questi temi nei prossimi giorni, magari riattivando la mia vecchia newsletter sul medio oriente.

Sulla bandiera del Libano c’è un grosso cedro, un albero massiccio capace di vivere per secoli e in grado di resistere a ogni sfregio atmosferico o umano. Il vecchio cedro era talmente resistente da essere stato citato nella Bibbia 52 volte, come simbolo della tenacia dei primi cristiani ma anche come immagine delle nazioni troppo convinte del proprio potere e impegnate a schiacciare i propri popoli. Chissà se i libanesi si sono mai resi conto di quanto quell’immagine influenzi la vita politica del proprio piccolo paese.

Quando ci si occupa del piccolo stato mediorientale, leggendo un libro di storia o un giornale con le ultime notizie, si finisce sempre dentro una strana allucinazione. Gli anni scorrono sulle pagine ma i cognomi degli uomini politici che governano il Libano si ripetono sempre uguali, al punto che il lettore non sa più se sta leggendo di ieri o di quarant’anni fa. Non è un caso: i Gemayel, gli Aoun, gli Hariri, i Jumblatt appartengono a famiglie politiche che si riproducono da generazioni passandosi ricchezze, sfere di potere, clientele, clan. Durante la guerra civile erano anche a capo di milizie organizzate che si sono macchiate di giganteschi crimini di guerra, come il massacro di Sabra e Shatila fatto dalle Falangi Libanesi1, ma dopo la fine del conflitto durato quindici anni hanno smantellato le strutture militari, continuando il vecchio gioco del passaggio di potere di padre in figlio come se fosse un’eredità. In un caso, quello dell’esponente del partito sciita Amal Nabih Berri, la stessa persona ricopre la carica di speaker della camera libanese dal 1992, l’immagine vivente di un sistema basato sul mettere radici e non muoversi.

Questa osservazione può aiutare a capire perché, a metà ottobre e proprio in occasione del trentennale degli accordi di Taif che misero fine alla guerra civile, un numero altissimo di libanesi è sceso in piazza per chiedere un cambiamento di sistema politico. La miccia è stata una manovra economica che potremmo definire all’italiana per la sfacciataggine con cui il governo di Saad Hariri, in un paese con debito pubblico pari al 150 per cento del PIL, un’economia stagnante e una lira in ribasso sul dollaro, ha cercato di rastrellare soldi con nuove tasse su tabacco e benzina e provando a fare pagare anche le chiamate fatte con Whatsapp e altre applicazioni per telefonia gratuita. Questo in un paese in cui non si fanno riforme da decine d’anni e in cui la classe politica ostenta uno stile di vita da sceicco arabo.

Era troppo: milioni di persone sono andate in piazza a Beirut, Tripoli e Tiro sotto la bandiera libanese, e nonostante il ritiro della tassa su Whatsapp e l’approvazione di qualche piccola riforma hanno alzato il tiro delle proprie richieste, chiedendo le dimissioni del governo, l’insediamento di un governo tecnico, l’approvazione di una nuova legge elettorale e il superamento del sistema politico confessionale che contraddistingue la vita politica del Libano dalla sua nascita. A fine ottobre sono arrivate le dimissioni di Sadr Hariri, primo ministro, ma da allora si aspetta che il presidente Aoun si decida a convocare delle consultazioni ufficiali per formare il nuovo governo, di cui però in privato stanno chiaramente parlando tutti gli uomini politici e i partiti del Libano. Lo fanno, ma non lo dicono chiaramente.

La caratteristica più importante delle proteste, notata subito da tutti gli osservatori, è stato proprio questo presentarsi in maniera unitaria e con la sola bandiera libanese, quella del cedro. Niente bandiere di partiti come invece è successo in tutte le grandi manifestazioni che hanno attraversato il paese dal 2000 in poi. Per i manifestanti era importante chiedere diritti come cittadini libanesi, prima che come sciiti o sunniti o maroniti. Il sistema a cui si oppongono è settario e particolaristico, dunque la loro prima scelta è stata quella della cittadinanza. Già da questo doveva essere chiaro che la loro lotta è politica, e non solo economica. Quando, appena quattro giorni dopo l’inizio delle proteste, il primo ministro Hariri ha annunciato l’approvazione di riforme che comprendevano anche il taglio della metà degli stipendi di deputati, ministri e alte cariche dello Stato, i manifestanti hanno risposto in tre modi: sono rimasti in piazza, hanno detto che la mossa di Hariri era “troppo poco, troppo tardi”, e si sono fatti una risata, iniziando a mettere in scena manifestazioni come interi appartamenti montati per le strade, con tanto di frigo e divano, per continuare i blocchi stradali.

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La questione in altre parole è politica, e questa è una frase che non avrei mai pensato di scrivere in un mondo che ha fatto dell’antipolitica, del dominio dei consumi e dell’economia, la sua stessa ragione di esistere. Un manifestante di Beirut lo ha detto chiaramente: “Qui il problema è politico, non basta qualche misura economica a farci andare via”, e in questa frase c’è qualcosa che non riguarda solo i libanesi ma tutte le persone che vivono in una democrazia, più o meno compiuta. È la frattura della nostra epoca, in cui siamo stati portati a pensare che la politica non ci serve più, che esistono solo modi giusti e sbagliati di fare le cose, e i manifestanti libanesi non sono esenti da questa contraddizione, facendo politica ma cercando di apparire al di sopra della politica.

Se non per un miglioramento economico, per le riforme, per cosa lottano allora i libanesi? Vogliono, in sintesi, un sistema parlamentare meno artritico in cui non tocca aspettare due anni per avere un presidente e ogni passo non è bloccato dai veti incrociati di mille partiti e rappresentanti. Sembra, messa così, uguale al movimento dell’antipolitica, il contrario di quello che ho appena detto sulla voglia di politica dei cittadini libanesi. Ma la reazione della classe politica libanese di fronte alle proteste, tergiversare in attesa che tutto torni alla normalità e rimanere senza uno straccio di governo anche in una situazione di emergenza, dimostra forse che il bersaglio dei libanesi è giusto. In Libano la via più veloce tra due punti è sempre un tratto curvo, per niente aggraziato ma sempre carico.

Divisioni

Nel dicembre del 2015 mi trovavo in Libano al seguito di Unifil, la forza di interposizione dell’Onu schierata nel sud del paese. Il battaglione italiano organizzò un tour per giornalisti nella bella città di Tiro, un porto affacciato sul mediterraneo che al tramonto si accendeva di rosso, e in una giornata di dicembre dal sole tiepido attraversammo alcune rovine romane sotto gli occhi di una donna palestinese che ci guardava da un campo profughi appena al di là degli scavi archeologici. Quando arrivammo su una piccola spiaggia uno dei soldati si avvicinò guardandosi intorno e con l’aria grave volle farmi notare una cosa: da una parte della piccola baia c’era una moschea, mentre dall’altra c’era una chiesa cristiana. I fedeli entravano e uscivano da entrambe e non sembravano avere problemi. “Se loro possono convivere così, abbiamo tanto da imparare”, mi disse, e io annuii. Era l’anno dell’attacco dell’Isis al Bataclan, il tema della convivenza con l’Islam scatenava reazioni molto emotive e l’idea semplice e bellissima che mi suggeriva quel soldato era che religioni diverse potessero convivere pacificamente, accettandosi l’una con l’altra.

Anni dopo, studiando il conflitto libanese, ho capito che questa storia della convivenza pacifica tra diverse religioni è molto rassicurante, ma non del tutto vera. La stessa storia i libanesi se la raccontavano negli anni cinquanta del secolo scorso convinti di avere fatto un miracolo, permettendo la convivenza di religioni che per secoli si erano macellate senza pietà, e davano il merito di quel miracolo al Patto nazionale, un sistema misto confessionale/politico che ancora oggi divide il potere del paese. Con il Patto i cristiani del Libano riconobbero l’identità araba del paese e rinunciarono alla protezione dei francesi, che governavano Libano e Siria su mandato della Lega delle Nazioni, in cambio della presidenza, del controllo dell’esercito e di altri vantaggi. Dal 1943 le cariche in Libano sono distribuite su base confessionale: il presidente è sempre un cristiano, lo speaker della camera è un musulmano sciita, il primo ministro è un sunnita. Un sistema complicato attraverso cui tutti avevano qualcosa e nessuno aveva tutto, e da cui nacquero molti dei problemi del Libano, in cui già negli anni cinquanta gli appartenenti alle diverse comunità si sparavano addosso. I partiti nascevano su base religiosa e creavano bolle di potere gestite dai clan più potenti di ciascuna fede, e la debolezza endemica delle forze armate, sotto il comando di un cristiano ma in cui tradizionalmente affluiscono molti drusi e sunniti, incoraggiava chiunque a farsi la propria milizia a scopi “difensivi”, per evitare che una confessione si imponesse sulle altre.

La verità è che proprio questo sistema è stato responsabile della guerra civile durata quindici anni. Il Patto era debole fin dall’inizio, c’erano fedi in inferiorità numerica che avevano un potere troppo grande rispetto al loro numero effettivo e nessuno aveva rinunciato davvero all’idea di imporsi come etnia dominante del Libano. Di conseguenza, tutti si guardavano in cagnesco cercando di tenere a bada le mosse degli altri, e l’ingresso dei profughi palestinesi e l’installazione a Beirut del quartier generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina fecero saltare tutti gli equilibri, con i maroniti che temettero una saldatura tra gli arabi libanesi e quelli palestinesi, tutti armati pesantemente. Le varie fedi organizzarono delle milizie armate e iniziarono un carnaio durato quindici anni, mettendo in scena un gioco di alleanze e tradimenti in cui si infilarono anche Israele, la Siria, gli Stati Uniti e altri stati ansiosi di usare il piccolo Libano come campo di battaglia su cui combattere le proprie guerre.

Tiro e la campagna del Libano del sud.

Oggi il Libano continua a funzionare praticamente nello stesso modo, perché quando si firmarono gli accordi di Taif, con cui si ordinò alle milizie religiose di disarmare, il sistema politico venne bilanciato in modo da dare uguali poteri a musulmani e cristiani. Negli accordi però c’era anche scritto l’impegno di tutte le parti a superare il sistema basato sulle religioni, cosa che invece rimase lettera morta.

Il che ci porta direttamente a oggi, con milioni di persone in piazza per chiedere il cambiamento di quel sistema. Il quale fin dall’inizio è stato preso in contropiede, senza sapere bene come comportarsi e rispondendo con i balbettii di un presidente registrato e montato malamente o con le verbose ostensioni di Nasrallah, il capo di Hezbollah, per quattro volte intervenuto in video per dire che capisce le proteste ma non si deve in nessun modo mettere in crisi il sistema libanese. Una posizione quasi da manuale che in piazza è stata accolta da una salva di sbadigli, visto che Hezbollah è diventato da tempo il garante del sistema politico libanese e del suo equilibrio in stallo prolungato.

Lo stesso giorno del secondo comizio in video di Nasrallah, registrato per la prima volta con lo sfondo della bandiera libanese e non quella di Hezbollah con la mano che impugna un kalashnikov, militanti del partito e del loro alleato Amal hanno iniziato a scendere in piazza a mostrare i muscoli. Il nervosismo di Hezbollah in questa situazione è stato chiaro e a dire il vero tutti gli osservatori lo aspettavano. L’Iran, che finanzia Hezbollah e lo utilizza come una propria forza armata, ha iniziato a emettere comunicati con cui denuncia il Complotto – una vecchia conoscenza di chi si occupa di Libano, dove tutto è visto nell’ottica del Complotto – di “forze reazionarie e sioniste” dietro le manifestazioni libanesi, e questo è la dimostrazione del nervosismo con cui Hezbollah e il suo sponsor principale guardano alla prospettiva di perdere il proprio potere nella zona.

Una bandiera di Hezbollah: un partito installato nei principali snodi del potere libanese ma con un esercito più grande di quello dello Stato.

Cosa sarebbe meglio

Che per la maggioranza degli sciiti libanesi vada benissimo il sistema attuale, e che di fatto il sud del Libano, da sempre la roccaforte sciita del paese, sia sempre a un passo dalla guerra perché conviene così, l’ho capito intervistando il capo della municipalità di Tiro nel novembre del 2015. L’anziano Baba, disse l’informato addetto alla pubblica informazione dell’esercito italiano che mi accompagnava, era rispettato da tutta la comunità della zona soprattutto per essere rimasto in città quando gli israeliani invasero il sud nel 2006, con quella specie di blietzkrieg che avrebbe dovuto spazzare via Hezbollah ma che invece ha mostrato al mondo che le guerre del ventunesimo secolo non sono più un affare da eserciti regolari. Quando ci sono andato io il Libano del sud era un’oasi surreale di pace in mezzo all’escalation in Siria e ai disordini a Gaza, e il vecchio Baba ci accolse con le cerimonie tipiche che in medio oriente precedono gli incontri politici, facendosi trovare sull’ingresso per inchinarsi e offrendoci succhi di frutta in una stanza profumata. Dopo i classici convenevoli sulla vicinanza dei popoli e sulla “grande amicizia tra libanesi e italiani, le cui radici si nutrono nella storia fenicia”, Baba fece un lungo discorso in cui attaccava ferocemente le monarchie del golfo, soprattutto l’Arabia Saudita.

“Allevavano cammelli, erano pastori quando noi già creavamo letteratura”, diceva Baba, che diventò arrabbiato all’idea che quei pastori ora stessero riempiendo di dollari l’Isis e altre formazioni per portare la guerra in Siria e in Libano. Proprio in Libano: “Pochi giorni fa un’autobomba è scoppiata a Beirut – disse Baba – cercano di allungare le loro mani sul Libano insieme ad altre potenze straniere, ma il popolo libanese non si farà sottomettere”. Il Complotto, di nuovo. Mi sembrava di essere in un libro di Robert Fisk, ad ascoltare una persona che stava platealmente raccontando mezze verità. Baba proseguì raccontandoci di quanto fosse importante l’Unifil per tenere lontani questi pericoli, e per “permettere ai libanesi di potere finalmente costruire la pace”.

Accanto al vecchio saggio libanese, l’ufficiale dell’Unifil che ci accompagnava annuiva ma non sembrava convinto, e quando uscimmo dall’incontro ero più perplesso di quando ero arrivato. Baba ci aveva dato una visione seducente, da vecchio padre del suo popolo, ma mi chiedevo perché Unifil mi avesse portato ad ascoltare proprio quella versione, oltre alla ragione semplicissima che Baba era uno che parlava benissimo della presenza di Unifil. Dopo un po’ mi vennero in mente gli agguati che le truppe italiane avevano subito nelle settimane precedenti, con blindati che erano stati fermati e assaliti a colpi di piccone e a cui erano state rubate le mitragliatrici da persone in abiti civili. Questi episodi non sono molto frequenti, ma basta leggere i rapporti periodici del comandante di Unifil per rendersi conto che ogni tanto le pattuglie della forza di pace sono minacciate da persone in abiti civili e armate, e che le Lebanon Armed Forces hanno un ruolo molto ambiguo, da sorveglianti dell’Unifil più che da tutori dell’ordine, in un territorio in cui le attività di Hezbollah hanno continuato a svolgersi e hanno potuto permettere il moltiplicarsi dell’arsenale di missili della milizia e addirittura l’apertura di tunnel di collegamento che passando sotto la linea blu sconfinavano in Israele. In un caso descritto in uno dei report Unifil, ad esempio, una pattuglia è stata bloccata da un uomo armato in abiti civili che si è rifiutato di farla passare fino a che non fossero intervenute le Laf, le quali sono arrivate dopo mezz’ora, chiamate dallo stesso uomo. In un altro caso una pattuglia è stata assaltata e le sono state rubate delle attrezzature e un Gps, e dopo una denuncia le stesse attrezzature sono state restituite dalle Laf. Unifil, in altre parole, fa tutto quello che può, data anche la sua missione di peacekeeping e il suo mandato, ma sembra che le persone che dovrebbero aiutare la pacificazione nelle istituzioni libanesi in realtà non abbiano molto da guadagnare da un disarmo totale e completo del sud del Libano.

La blue line, al confine tra Libano e Israele.

Perché tutta questa parentesi, e cosa c’entra con il governo libanese, con le sue influenze religiose e con le richieste dei manifestanti di questi giorni? C’entra. Guardando le cose dal punto di vista di Israele, è molto difficile vedere il governo libanese, che in teoria sarebbe il responsabile del disarmo di Hezbollah, come un partner affidabile. Di fatto le Laf si sono dispiegate nel Libano del sud ma Hezbollah è ancora una forza militare e mantiene un sistema di sotto-governo. Di questo sistema, a cui anche il buon Baba, sospetto, avesse accesso, Hezbollah e Amal sono i garanti 2, e per questo, per tornare ai giorni nostri, durante la rivoluzione di Whatsapp si sono visti i militanti dei due partiti picchiare i manifestanti e cercare lo scontro. Il sistema confessionale è una macchina per garantire nicchie di potere e consenso a cui nessuno vuole rinunciare. Mettere in discussione questa macchina, e farlo in tutte le zone del Libano, incontra la resistenza di tutti quelli che hanno qualcosa da perderci. Incluso Hezbollah e il suo grande sponsor, l’Iran, che hanno una zona di grande influenza e possono nascondersi dietro l’autorità di uno Stato riconosciuto.

Il destino segnato alla nascita, e cosa significa per noi

I manifestanti, nel modo confuso e ancora fluido dei primi giorni di una protesta, stanno ancora oggi chiedendo di avere regole chiare di fronte alla legge, un sistema trasparente per gestire l’economia, un’architettura politica più leggera e in grado di prendere decisioni pensando prima al bene della collettività, e poi a quella di ogni singola confessione. All’interno dello stato libanese, invece, si cerca di lasciare le cose come stanno, come se si vivesse in una specie di piccola federazione.

Le implicazioni di questa divisione dei poteri confessionale vanno oltre quello che ci immaginiamo, perché significa che molto spesso nascere sciita o maronita o sunnita determina che tipo di vita si potrà avere, quali possibilità si apriranno di fronte a sé, a quali posizioni si potrà accedere. Politica tribale all’ennesima potenza, quella in cui ciascuno è definito non da quello che fa ma da quello che è, per nascita.

Ricorda, con le dovute distinzioni, l’Italia e l’Europa. Dove siamo alla ricerca di qualcosa che ci definisca come cittadini, come membri di una comunità di cui rispettiamo le regole. Non abbiamo i problemi libanesi per fortuna, ma anche noi dobbiamo vedercela con quello che forse è il conflitto del nostro secolo, perché definisce tutte le linee di rottura tra parti diverse dell’opinione pubblica. Come si fa a essere italiani? Si può essere europei? Un cristiano è in qualche modo più cittadino di un musulmano? Un cittadino musulmano è esentato dal rispettare le regole, scritte e non scritte? Quanto è giusto avere servizi e opportunità diverse all’interno della stessa nazione, e dunque dividere i cittadini in classe A e classe B, la prima con tutte le discese spianate e la seconda a sfinirsi solo per rimanere a galla? In che modo la politica sta rispondendo a tutto questo?

Su una cosa non bisogna farsi illusioni. Per alcuni la politica, i partiti, le riunioni di molte teste che cercano di pensare e trovare idee per cambiare il mondo, è una cosa da abbandonare al più presto possibile. Teorizzano un mondo fatto di notabili e tecnocrati, amministratori che stabiliscono se una cosa è giusta o sbagliata, magari facendo finta di consultare il popolo, e poi applicano il protocollo. Ma questo è esattamente lo scenario libanese, solo cambiato di abito: un posto in cui si sa quello che si deve e non si deve fare, e dunque l’unica cosa che resta da fare è non disturbare gli amministratori.

In Libano i manifestanti si stanno chiedendo, in modo diverso a causa della loro storia, le stesse cose che ci chiediamo noi ogni giorno. Siamo dei cittadini, e se sì, perché? La risposta che nei prossimi anni daremo a questa domanda sarà anche il mondo in cui vivremo e in cui vivranno i nostri figli.

Note

  1. Le Kataeb, o Falangi, operarono con l’appoggio dell’esercito israeliano, entrato a Beirut ovest dopo l’evacuazione dell’Olp. Le Idf circondarono i campi e secondo diverse testimonianze osservarono a distanza i massacri, senza intervenire e facilitando l’opera delle Falangi con lo sparo di bengala durante la notte.
  2. Giusto per essere chiaro: Unifil ha relazioni con le autorità riconosciute nella sua zona operazioni e nel governo libanese, e non può, ovviamente, fare delle preferenze o delle pressioni politiche. La posizione dei soldati dell’Unifil è molto delicata, perché devono sviluppare relazioni con uomini politici che non possono scegliersi, e che hanno le proprie priorità nell’impostare il dialogo con la forza di pace. Ancora una volta, il problema non è dei militari, ma dei politici che dovrebbero avere ben chiaro il ruolo delle forze che schierano sul terreno.
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