Il linguaggio è sempre stato un modo per marcare le differenze, oltre che per comunicare. Lo sa chiunque si sia trovato in una situazione in cui, volendo fare bella figura, si è messo a parlare complicato. Quando vogliamo fare impressione mettiamo il vestito buono alla lingua, cerchiamo di passare per gente più educata e colta di quello che siamo.

Con la lingua comunichiamo un’appartenenza. Culturale e di classe. Mi è scappata una parolaccia.

Leggo in un articolo di critica letteraria che in questo momento, con la crisi del coronavirus, staremmo vivendo un momento “angosciastico”. La scrittrice ha fatto archeologia di termini, visto che quel termine compare in un libro di Giorgio Manganelli, “Hilarotragoedia”, e in nessun vocabolario italiano. Perché usare proprio quel termine, e non il più semplice e comprensibile “angosciante”?

L’articolo tra l’altro parla di scrittori e del fatto che non stanno più creando slogan comprensibili a una grossa fetta di pubblico. Popolare, per usare un’altra parolaccia. Ma in modo involontario l’articolo si dà la risposta. Usa il gergo accademico della critica con espressioni che non significano nulla come “Il testo si presenta nel suo svolgersi” o “giustificava in atto la scelta”. La lingua suona importante, ostica, con un significato su cui bisogna lavorare per avere un po’ di chiarezza.

Non sta solo comunicando qualcosa: sta selezionando le persone a cui si rivolge. Chi fa parte della cerchia di chi legge e capisce, e chi invece legge solo l’Iphone (come ha detto un’altra scrittrice, la cui sola cosa più alta della sua spocchia è la sopravvalutazione dei suoi scritti).

La lingua, insomma, è un simbolo, qualcosa con cui marchiamo il nostro status. Soprattutto in Italia, per ragioni che sono state studiate da gente più brava di me, la lingua dei documenti, degli articoli, della classe pensante, non serve a esprimere concetti con chiarezza, nel modo più pulito possibile. No: la lingua marca un territorio, stabilisce una differenza. Di qua quelli che leggono i libri, di là tutti i plebei. Ne ha scritto anche George Orwell, in un saggio mai abbastanza studiato sulla politica e la lingua inglese.

Su questo aveva scritto delle cose giustissime Italo Calvino, con la sua storia bellissima del carabiniere che scrive un verbale e lo riempie di parole che non userebbe mai in una conversazione. Ma gli esempi nel mondo di oggi sono tantissimi, dal gergo aziendale infarcito di inglese che non significa mai nulla a certa scrittura militante che mette in fila spezzoni di frasi fatte per suonare importante, fino alla neolingua del cambiamento.

Serve a non suonare come un abitante di Librino, o di Quarto Oggiaro, o di un borgo agricolo. A sentirsi parte del mondo cosmopolita e sofisticato. Il terrore di essere provinciali: la cosa da cui riconosci un vero provinciale.

Il risultato è la scrittura più plebea della terra. Ostica, incomprensibile. Fa lo stesso effetto di uno che si porta le ostriche al cinema perché è un ricco e i ricchi mangiano sempre ostriche.

L’ironia è che molti reagiscono a questo gergo da iniziati con l’orgoglio della propria parlata rozza, da ignoranti, pane al pane e vino al vino. Anche loro parlano per frasi fatte (io ne ho appena usata una…) e anche loro non capiscono niente di quello che dicono. Ma il bello è questo: sono uguali, in tutto e per tutto, a quelli che parlano ricercati per distinguersi.

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