L’impero del bene trionfa. Un mondo più giusto, noioso, grigio, in cui il peccato non esiste, è in arrivo grazie al Coronavirus. Pentitevi!

Si corre il rischio di farsi del male, a guardare certi programmi. A me è successo con The Last Dance, una serie bellissima di documentari sui Chicago Bulls degli anni ottanta e novanta, in piena era Michael Jordan. I documentari di sport sono sempre belli, c’è lo scontro e la vittoria e tutto in filmati che guardavi quando eri piccolo. In questo periodo poi di sport ce n’è poco, ed ecco il problema: The Last Dance è solo l’ultimo esempio di finestra sul mondo di prima, giocatori di basket che non rispettano distanze di sicurezza, spettatori stipati nei palasport, consumi inutili, showbusiness, invenzione di stili, discussioni infinite su qualcosa di essenzialmente inutile come lo sport. In altre parole c’è tutto quello che in questi giorni è vietato, giudicato, condannato.

C’è sempre stata, sottotraccia nel nostro mondo, una voglia gigantesca di bloccare la vita, di opporsi. La scusa attuale, perfetta, è il Coronavirus. L’ho sentito dire un milione di volte: dopo sarà tutto diverso, dopo dovremo vivere diversamente. L’ho detto anch’io, ma a mia discolpa pensavo a un miglioramento individuale, a non lasciare più che la vita scorresse fuori dalla finestra, a prendere in mano tutto quello che si deve fare per rendere la vita degna di essere vissuta.

Gli italiani invece si fanno prendere la mano, non riescono a pensare come individui neanche per sbaglio e giocano subito la carta dell’etica comune, vogliono che il cambiamento non parta dagli individui e dalle loro libere scelte ma che ci sia un organismo sovradimensionato – può essere lo stato, un’etica sociale, una cultura, un movimento con l’iniziale maiuscola o minuscola, una chiesa atea, cristiana o musulmana – che faccia calare dall’alto il Cambiamento, qui rigorosamente maiuscolo. 

Da quando gli italiani sono chiusi nell’infinito lockdown è tutto un girare di analisi accigliate in cui si intravede, neanche tanto nascosto, un senso di colpa che fa da base a un miscuglio risentito di proclami, dalla revisione piagnucolosa del perché il sistema di prima non andasse bene, stavamo tutti correndo verso il baratro, stavamo distruggendo uomini, donne e pianeta, alla proposta di cambiare tutto, ripartiamo diversi, migliori. Imbracciamo un mondo più pulito, pensiamo all’ambiente che con la nostra assenza sta meglio (pronti, partenza, yawn: “siamo noi il virus”), regoliamo i nostri consumi, i comportamenti, le relazioni sociali, il lavoro. Tutto, purché ci allontaniamo dal mondo di prima.

Non è neanche tanto strano che chi propone il cambiamento del futuro sia anche tra i più convinti sostenitori della permanenza a oltranza nella clausura. Qui il sentimento nascosto, neanche tanto bene, è la paura. I profeti del niente sarà come prima reagiscono molto male quando qualcuno pensa di poter fare come prima, e vorrebbero non tanto, e non solo, più pattuglie in giro per strada e più tamponi nei laboratori: ambiscono a una maggiore paura, al terrore che ti tiene in casa, pensano che nessuno – tranne loro, ovvio – capisca cosa stiamo passando, e inorridiscono all’idea che qualcuno possa andarsi a fare una birretta. Attenzione: non tanto per l’atto, ma proprio per l’idea. Non sopportano che ci siano in giro dei peccatori. Vogliono che prevalga il bene, che in questo caso coincide con la clausura. 

Immagino che per sognare il mondo migliore di domani sia molto comodo passarsela bene in quello di ieri, dove ci si è potuti procurare una casa, un lavoro e altri beni materiali e immateriali che consentono di continuare la lotta contro il capitalismo rapace. Ma ho un altro sospetto. L’immagine di mondo migliore che ci propongono quelli che oggi vogliono rimanere intanati è quella di un mondo triste fino allo sfinimento. Niente uscite, niente frivolezze se non contingentate, rinuncia totale a serate fuori, struscio, mare, montagna. Non parliamo degli spettacoli, dell’avvicinarsi ad altri per ascoltare un concerto o guardare una commedia di Shakespeare. Sullo sport poi ci facciamo proprio una risata, calcio, rugby, combattimenti, atletica, nuoto e qualsiasi attività che richieda la competizione con un altro essere umano sono del tutto inutili nel mondo più giusto di domani, e tutto il contorno fatto di tifosi e attività collaterali è visto addirittura con sospetto: perché tutta questa gente vuole radunarsi allo stadio? C’è davvero bisogno di fare ripartire il calcio, visto che comunque, come non si manca mai di fare notare con farisaica affettazione, sono ventidue miliardari che corrono dietro un pallone? 

Ho letto qualcuno che gioisce perché da oggi le relazioni sociali verranno svolte soprattutto a distanza, e capisco benissimo che per questo genere di persone il Coronavirus e i blocchi che ne sono seguiti siano un’occasione più unica che rara per dare una bella sforbiciata a tutto quello che detestavano, le sere nei ristoranti e il turismo di massa, lo spostamento di merci e i viaggi aerei che sporcano l’anima, oltre all’atmosfera. Un momento per regolare vecchi conti, soprattutto con la società globalizzata accusata di avere creato e diffuso il virus (anche se l’ultima volta che ho controllato il punto di partenza della pandemia era un wet market cinese, non esattamente l’immagine del capitalismo feroce di Wall Street, e la reazione cinese di cui tutti si sono innamorati è un caso da manuale di gestione tirannica, sovranista, nazionalista, di cui non avremmo perdonato neanche un decimo se a metterla in atto fosse stato un qualsiasi governo europeo o nordamericano. Ma sono sicuro che c’è in giro qualcuno armato di ragionamenti contorti che non vede l’ora di spiegarmi il contrario). 

Questo modo religioso di vivere tutto, anche le questioni più laiche, è forse uno dei tratti più importanti del carattere degli italiani, sempre impegnati a evangelizzare, che siano marxisti, cattolici, musulmani, buddisti, capitalisti, e sempre pronti a sostenere che il proprio modo di vivere è il migliore. Ora è il turno dei lottatori contro il sistema che ti dicono visto, visto? Quel sistema era sbagliato, siamo nei guai per colpa sua, il virus, la crisi economica, è tutto collegato, penitenziagite! Non uscite di casa, oppure uscite ma non fate nulla, oppure fate qualcosa ma non godetevela! Peccatori siete e peccatori rimarrete!  

Chiaro che quello in cui viviamo è un sistema che andrebbe ripensato. Ma se l’alternativa è questo convento triste in cui si indossano le sneakers e si bevono frullati energizzanti allo zenzero, allora molto meglio il mondo di prima. Lì non c’era questa pulsione di morte che non sopporta di vedere le persone sorridere, perché pensa sempre che stiano ridendo per il motivo sbagliato. 

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