Quanto vale Gerusalemme? (La valle del Giordano ep. 5)

Può la decisione di un capo di stato cambiare di colpo la storia? Questa è stata la settimana in cui la questione di Gerusalemme e del suo status è tornata al centro dell’attenzione mondiale, a fare scendere in piazza migliaia di persone e a muovere le diplomazie. Tutto per la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, riconoscendo la città come capitale di Israele. Ma questa decisione è davvero così rivoluzionaria? Cosa succede ora, tra palestinesi e israeliani? La pace è più vicina o più lontana?

Quanto vale Gerusalemme? Niente. Tutto.
La decisione è arrivata mercoledì, annunciata da un giro di telefonate della Casa Bianca ai leader della Palestina e della Giordania: Donald Trump, senza ascoltare i suoi consiglieri, ha deciso di riconoscere Gerusalemme come capitale “unica e indivisibile” dello stato di Israele, e di spostare lì l’ambasciata degli Stati Uniti. Come abbiamo detto la settimana scorsa (QUI si possono leggere gli arretrati) il riconoscimento della città come capitale è un colpo alla cosiddetta “soluzione dei due stati”, che ha al suo centro lo status di Gerusalemme, divisa in due parti dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 e sotto occupazione militare israeliana dal 1967. La comunità internazionale non ha mai accettato le pretese di sovranità di Israele su tutta la città, e i palestinesi reclamano la parte est come propria capitale di un futuro stato di Palestina.

Subito dopo l’annuncio di Trump i palestinesi hanno annunciato giornate di rabbia e manifestazioni. In Cisgiordania, sotto controllo dell’Autorità palestinese del partito Fatah, ci sono stati diversi scontri con le forze dell’ordine israeliane, con un bilancio che per ora è di quattro morti e più di mille feriti, mentre da Gaza Hamas ha proclamato l’inizio di una nuova Intifada e ha lanciato alcuni razzi verso città israeliane, scatenando un raid aereo di rappresaglia. La situazione, in altre parole, ha iniziato a surriscaldarsi, mentre da tutto il mondo iniziavano ad arrivare le prime prese di posizione compatte nel condannare, o comunque dichiararsi in disaccordo, con la scelta statunitense. Da mercoledì l’Unione Europea, gli ambasciatori di Italia, Germania, Francia, Svezia e Gran Bretagna all’Onu e i paesi appartenenti alla Lega Araba hanno condannato la mossa di Trump, vista come un modo maldestro per aumentare la tensione nella regione e per rompere equilibri che si erano consolidati da decenni.

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Il Giro d’Italia a Gerusalemme (la valle del Giordano episodio 4)

I problemi hanno il brutto vizio di ripresentarsi quando si rimandano all’infinito, e questa settimana ne sta venendo a galla uno su cui si discute da prima della nascita dello stato di Israele. Lo status della città di Gerusalemme è al centro di diatribe da decenni, e questa volta in mezzo alle frizioni diplomatiche ci siamo finiti anche noi italiani. Il prossimo anno, infatti, il Giro d’Italia partirà da Israele, ma alcuni, sia israeliani che palestinesi, non hanno preso bene le modalità con cui è stata presentata la cosa. Noi ne approfittiamo per fare un riassunto del perché Gerusalemme sia una città divisa, e su come questa divisione sia ancora oggi uno degli scogli maggiori nel negoziato di pace. Ci sono anche notizie importanti sul negoziato tra Hamas e Fatah, e una strana, nuova politica da parte di Hariri, il primo ministro libanese. Cominciamo.

Gerusalemme, mon amour
Il Giro d’Italia è partito dodici volte dall’estero per poi arrivare in Italia, ma l’edizione del prossimo anno è particolare. A partire dal quattro maggio, infatti, ci saranno tre tappe in Israele, di cui una, la prima, è una cronometro individuale di dieci chilometri nella città di Gerusalemme. Il percorso attraverserà la parte occidentale della città passando accanto ad alcuni luoghi simbolo come la Knesset, il parlamento israeliano, e arriverà a lambire le mura storiche. Un’occasione per il governo israeliano, che proprio a maggio sarà impegnato nel settantesimo anniversario della proclamazione d’indipendenza di Israele. Solo che giovedì due ministri, Miri Regev dello sport e cultura e Yariv Levin del turismo, hanno minacciato di ritirare l’appoggio del governo alla manifestazione se non fosse cambiato il modo in cui veniva indicata la prima tappa.

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Quando le cose cambiano davvero (La valle del Giordano episodio 3)

In medio oriente tutto è sempre in cambiamento, e tutto sembra non cambiare mai davvero. La vicenda di Saad Hariri è un caso da manuale di politica mediorientale: iniziata in modo anomalo quattro sabati fa, è arrivata a conclusione in modo altrettanto strano, con una specie di nulla di fatto. Ma bisogna fare attenzione alle sfumature, e si può capire che in realtà da questo “nulla” ne sta uscendo fuori una zona completamente cambiata, con equilibri che verranno messi alla prova nei mesi e negli anni a venire.

Il ritorno a casa di Hariri

Dopo tre settimane passate in Arabia Saudita, dunque, Hariri è tornato a Beirut, dopo essere passato da Parigi, il Cairo e Cipro. In tutte le tappe del suo viaggio il primo ministro libanese ha parlato con i presidenti francese, egiziano e cipriota delle sue dimissioni date in modo anomalo tre settimane fa, quando da Riyad aveva denunciato il suo timore di essere assassinato e aveva accusato l’Iran di fomentare la tensione nella regione.

Il giorno del ritorno di Hariri, il 22 novembre, era carico di significato, perché è la festa dell’indipendenza libanese. Il primo ministro, appena atterrato a Beirut, è andato a rassegnare le dimissioni al presidente Michel Aoun, che durante tutta la crisi ha tenuto un comportamento rigidamente istituzionale e non ha mai accettato le dimissioni teletrasmesse di Hariri, pretendendo che gli fossero presentate di persona.

Dunque Hariri è andato a colloquio con Aoun e ne è uscito dicendo che ritirava le dimissioni. La versione ufficiale è che Aoun ha chiesto ad Hariri di rimanere per non paralizzare ulteriormente le istituzioni libanesi. L’assenza di un primo ministro, soprattutto in vista delle elezioni generali di maggio 2018, metterebbe in crisi il processo decisionale in un momento in cui l’economia del Libano fatica a riprendersi. Ma la versione della responsabilità istituzionale regge fino a un certo punto: Hariri sapeva bene di doversi assumere quella responsabilità anche prima di rassegnare le dimissioni da Riyad. Perché allora tre settimane fa ha ritenuto di dover lasciare la sua carica? Cosa è successo?

Su questo si possono fare delle ipotesi, e in queste prime settimane di vita della newsletter ne abbiamo parlato.

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La politica fatta con le interviste

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Un’intervista “fantascientifica”, un accordo per la Siria e un nuovo piano di pace per Israele e Palestina. Gli avvenimenti di questa settimana segnalano tutti la nascita di un nuovo equilibrio, da cui uscirà fuori il medio oriente di domani, e che vede sempre più protagonisti Israele, l’Arabia Saudita e l’Iran, con alle spalle le due superpotenze. All’interno di questa cornice si può capire meglio la vicenda delle dimissioni del primo ministro libanese Hariri e del suo mancato ritorno a Beirut, che si è arricchita di altri tasselli misteriosi. Sabato Hariri è arrivato a Parigi su invito di Emmanuel Macron, ma ancora oggi nessuno sa dire quanto sia libero, sia fisicamente che politicamente.

Il giallo del primo ministro libanese
Domenica sera, poco dopo aver spedito l’ultimo numero della newsletter, Saad Hariri è stato intervistato per un’ora da una giornalista di Future Tv, vicina al suo movimento politico Futuro. La trasmissione doveva servire soprattutto a rassicurare i libanesi, preoccupati che Hariri fosse tenuto agli arresti dalla monarchia saudita. Hariri ha detto che sarebbe tornato in Libano “nel giro di qualche giorno”, ma diverse cose, di quella trasmissione, erano piuttosto strane.

Hariri sembrava stanco e affaticato, e ha chiuso l’intervista dicendo di essere stato spossato dall’intervistatrice. La quale ha fatto di tutto per convincere gli spettatori che l’intervista fosse in diretta, citando notizie appena arrivate come quella sul terremoto al confine tra Iran e Iraq. In più, il primo ministro guardava spesso alla sua destra, come se qualcuno gli stesse suggerendo cosa dire, e infatti a un certo punto della trasmissione è spuntato, dietro la sua intervistatrice, un uomo con un rotolo di carta in mano. Subito dopo l’intervista, l’ufficio di Hariri ha detto che quell’uomo era un membro dello staff del primo ministro.

Chi è questo tizio sullo sfondo?

Con il passare dei giorni sono successe altre cose che hanno fatto dubitare ancora di più dello stato di effettiva libertà di Hariri. Il premier non è tornato a Beirut, e sul suo profilo Twitter, forse per giustificare il ritardo, sono comparsi due tweet in cui diceva di stare bene e che sarebbe tornato “presto” in Libano. Poi, mercoledì, il presidente del Libano Michel Aoun ha dichiarato che, data la sua assenza prolungata, considerava quella di Hariri una detenzione illegale da parte saudita, aggiungendo che anche la famiglia del primo ministro libanese era tenuta agli arresti. Quasi per aggiungere altra benzina, Aoun ha citato un tweet anonimo, secondo cui a tenere in custodia Hariri non sarebbero le forze di sicurezza saudite ma personale della Blackwater, agenzia privata di sicurezza. La notizia non è stata provata e ha tutta l’aria di essere una bufala, ma il fatto che il presidente libanese sia stato disposto a citarla dimostra quanta sia alta la tensione nella zona, e quanto l’atmosfera a Beirut stia diventando paranoica.
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Non siamo in grado di fare le Olimpiadi

Finalmente da Roma arriva una notizia chiara, le Olimpiadi del 2024 non si faranno nella Capitale. Questo mette fine all’inconcludenza esibita dalla giunta Raggi fin dall’inizio della sua avventura, dato che quella sulle olimpiadi è la sua prima vera decisione. Il Comitato Olimpico e chiunque sperava in un palcoscenico internazionale di rilancio per Roma si rassegnerà o passerà a città che hanno già dimostrato di saper organizzare eventi internazionali, come Milano.

Anche se decidere qualcosa è sempre meglio di niente, è utile vedere qual è il processo che porta a una decisione e quali saranno le sue conseguenze. Continua a leggere

La sfida della mia generazione

Abbiamo guardato l’Europa sgretolarsi, negli ultimi mesi. La crisi sui migranti, il referendum per l’uscita della Gran Bretagna, l’insofferenza degli stati a est ai regolamenti a cui loro stessi hanno scelto di aderire sono tutti colpi all’Unione Europea. L’idea che possa esserci, al di là delle differenze statali e dei diversi sistemi di potere, un’azione politica ed economica comune in tutto il continente europeo sembra oggi illusoria e persino pericolosa, dato che diverse forze politiche attribuiscono proprio all’Unione Europea la responsabilità della crisi del mondo occidentale. Invece è proprio oggi che bisogna rendere più forte l’Unione, superare le piccolezze nazionali che l’hanno tenuta finora al guinzaglio e l’hanno trasformata in un covo di burocrati inefficienti e manovrabili. L’obiettivo di qualsiasi onesto cittadino europeo dovrebbe essere una federazione di rappresentanti eletti che attuano una politica estera, economica e militare comune a tutti gli stati, e più tempo tardiamo a rivendicare questo obiettivo, più facciamo in modo che vincano i populisti. Continua a leggere

Arrendersi al terrore

Non è passando davanti a un negozio, o entrandoci, che siamo liberi. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, in questo 2016 che si svolge nella crisi d’ansia più grande della storia recente. Neanche l’attacco alle Torri Gemelle ci spaventò tanto. Allora eravamo alla fine di un bel periodo di pacche sulle spalle, tutto era stato vinto e non c’era più niente da dimostrare, se non che il pezzo di mondo in cui viviamo era ricco e l’unico modo di vivere era quello inventato da noi. Gli aerei arrivarono sulle torri lasciandoci con bocca spalancata e tremori e occhi arrossati per quanto li avevamo stropicciati, un intero vocabolario di nuovi termini e nuove idee entrò nella nostra vita. Un risveglio. La fine di un sogno, l’ingresso del mondo reale nelle nostre vite. Continua a leggere

Cose offensive

Ghost+Perv+Shower

Da un po’ di tempo quando si parla di libertà di espressione salta fuori una parola, veloce, velocissima. Offesa incombe su qualsiasi dibattito come un monitodinapolitano per chiunque si dedichi a pensare, per professione o per hobby, a temi che coinvolgono minoranze, religioni, gruppi che reclamano diritti e chiunque in passato sia stato vittima di una discriminazione. Attento, non devi offendere. Attento, chi offende è spedito dalla parte del torto senza citazione di Brecht. Oppure si arriva al punto surreale in cui si può dire qualsiasi assurdità purché non si sia offensivi. Dobbiamo chiederci se questa attenzione a non offendere gli altri sia così utile, o se non faccia più danno che bene alla libertà di espressione. Continua a leggere

Nuova ciccia

Bene, bene, benissimo. Sto lavorando a questo sito un po’ lentamente perché, beh, sto scrivendo un mucchio di altro materiale. Quindi questo è solo un post di aggiornamento sulle cose che ho riordinato. Sto lavorando anche a un paio di post, promesso.

– Ho fatto confluire tutti i post del mio blog sidefist.org su questo dominio. Quel blog l’ho tenuto per un anno, è stato uno sfogatoio su cui ogni tanto parlavo di politica estera con qualche incursione nella cultura pop. I post che vengono da lì ora hanno un’apposita categoria. Tra i miei preferiti, Inadatti agli Esteri, in cui parlavo della politica estera di questo governo quando ancora tutto lo psicodramma di Daesh era ancora di là a venire; Un nuovo ruolo, con cui cercavo di fare il punto su come si stanno riposizionando le grandi potenze in medio oriente; Mancano i microfoni e C’è bisogno di sporco contengono la mia insoddisfazione per tutto il potenziale sprecato che vedo in Italia, gente che invece di spaccare sedie sta lì a scodinzolare per ottenere un pò di attenzioni; Dramma Sportivo e Gente per Bene invece parlano di mie grandi passioni, del perché mi piace guardare il calcio ma non tutto l’anno, perché adoro l’etica DIY, perché il pugilato è una rappresentazione drammatica e perché essere incappato nello skateboarding quando ero un preadolescente sfigato mi ha salvato la vita. Menzione speciale per Economia da Bagno, con immagini che rimarranno, immortali, nella storia del blogging italiano.

– Sotto la categoria “Segno” ci sono alcuni degli articoli che ho scritto per la rivista di cui sono redattore. Non tutti, ovviamente, ma segnano bene lo stile.

– Biografia e contatti sono aggiornati all’altro ieri. Nel frattempo ho solo mangiato una bistecca, dormito e svolto regolarmente tutte le mie funzioni fisiologiche.

– Ancora non ci sono i contatti social, e ancora c’è qualche problema con la paginazione, ma risolverò. Sono anche sparite le immagini dai post, ma quello dipende dal plugin che usavo nel vecchio template che gestiva il sito.

Direi che è tutto. A risentirci presto, se non verrò seppellito dalla mole di articoli e ricerche che devo leggere.

Ne è passato di tempo

Sono passati quanti, quattro anni? Più o meno. Nell’ultimo post che ho scritto su questo sito dicevo di essere in una fase di ripensamento del mio modo di fotografare, e l’ho ripensato talmente a fondo che pochi mesi dopo quel post ho completamente smesso di fotografare per rimettermi a scrivere. Senza rancore, fotografia, ma non ci piacevamo.

Nel frattempo ho scritto un romanzo, ho collaborato con una rivista culturale, ho scritto fumetti, ho traslocato. Ho anche tenuto altri blog di nascosto, e ora mi dannerò la testa per cercare di riunificare tutti quei testi con questo sito, che, ehi, porta ancora il mio nome, quindi è qui che sarebbe meglio che la mia scrittura apparisse.

Questo è semplicemente un post di ripresa di contatto. Non prometto niente, e non lo manterrò. Prossimamente aggiornerò la biografia e la parte dei contatti, e inizierò a mettere i contenuti che in questi anni ho sparso altrove. L’idea, dato che mi sto occupando di nuovo di politica internazionale, è di avere un luogo su cui pubblicare le mie riflessioni. Ma questo è solo un pretesto. La verità è che ho voglia di scrivere, di mettere parole nero su bianco e di farlo per un pubblico. Questo sito mi sembra meno effimero degli altri. Vedrò di farlo funzionare. A presto.