Assortimento
16 febbraio 2010 by Antonio Giordano

Ci sono un mucchio di cose in costruzione, in questi giorni, di cui terrò informati i miei due lettori. In questo momento sono a Palermo, per parlare con un tipo di una redazione, e per fare un paio di piccoli lavori (una fabbrica di coppole, e vorrei andare a curiosare a Termini Imerese, per vedere che aria tira). Il prossimo mese mi installerò in un nuovo studio a Milano, ho diversi reportage in preparazione, e in generale ci sono un sacco di buone cose all’orizzonte.

In questi giorni, per chi non se ne fosse accorto, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo. La foto dell’anno è di un italiano (della mia età, e che vive a Napoli: da parte mia, il quadruplo di complimenti), e ben altri 9 italiani hanno vinto qualcosa (tra cui Luca Santese, uno dei miei amici di Cesuralab). Ora: non c’è più bisogno di sottolineare come il fotogiornalismo italiano sia di qualità ben superiore alla media a cui ci abituano le testate italiane (anche perché altri lo hanno fatto meglio di me). Qui vorrei solo notare un paio di cose. Per esempio, che la maggioranza dei lavori è realizzata all’estero. Di solito il canto giaculatorio, a metà tra il moralistico e il compiaciuto, è “ma i nostri fotografi sono delle fighette, quand’è che parleranno di Italia?”. Buona domanda. A cui, fino a poco tempo fa, avrei risposto che si, in effetti, la tendenza a lavorare all’estero…. Ma poi uno si ricorda di come la fotografia viene trattata per tutto l’anno dai giornali italiani: approssimazione, banalizzazione, tette, culi, fotoricatti, teste parlanti, didascalizzazione pedante. La verità è che ai giornali italiani l’Italia, così come viene presentata dai fotogiornalisti italiani, non interessa. Non la vogliono. Vogliono di più l’immagine plasticosa e prefabbricata e sciatta che dell’italia si ha nelle redazioni.

Prova del nove? Nessuno (nessuno) dei lavori italiani premiati al World Press Photo è stato commissionato. Vuol dire che ai giornali italiani il buon fotogiornalismo, semplicemente, non interessa.

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Saturday poem
6 febbraio 2010 by Antonio Giordano

Le chiacchere da bar mi hanno sempre appassionato. Stare seduti con amici, ad affrontare discorsi profondi o leggerissimi con lo stesso tono, una birra dietro l’altra. Sono un grande appassionato del settore. E in una di queste chiaccherate, negli ultimi giorni, era venuto fuori l’argomento: è meglio il cinismo, è meglio essere realisti, o è meglio essere sognatori? Chi vive meglio: chi si accontenta di quello che passa il mondo e sa goderselo, o chi si ostina a guardare avanti, a vedere un mondo migliore, da qualche parte nel futuro?

La risposta richiede vite intere di riflessioni, e mettersi ad affrontarla qui significherebbe perdere quei pochi lettori che ancora si ostinano a passare di qui… Ma tutta quella discussione mi ha fatto venire in mente una poesia di Whitman. Riassume bene il periodo, secondo me. Buon fine settimana a tutti!

Oh me, oh vita! – Walt Whitman

Oh me! Oh vita! Di queste domande che ricorrono,
degli infiniti cortei senza fede, di città piene di sciocchi,
di me stesso che sempre mi rimprovero (perché chi più sciocco
di me, e chi più senza fede?)
di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi,
della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida
camminare a fatica attorno a me,
dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato in tanti nodi,
a domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre: che cosa
c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?

Risposta:
che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.

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Snow
5 febbraio 2010 by Antonio Giordano

Sta nevicando, a Milano. Sperando che anche questa volta la nevicata non colga tutti “di sorpresa” (ma da quando in qua in una città del nord italia non ci si aspetta che nevichi?), auguro buon fine settimana a tutti!

milanosnow

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In progress…
by Antonio Giordano

C’è un tentativo di nevicata, questa mattina a Milano. Non una buona giornata per stare fuori, e per fortuna non ho avuto da uscire.

Mentre mi preparo per diversi progetti da realizzare da marzo in poi (è qui a Milano, di passaggio sulla via per Mosca, il G., con cui abbiamo parlato un pò di Caucaso e di possibili progetti; e poi, stavo pensando a qualcosa sugli operai, a riprendere il mio lavoro sulla Sicilia,  a un paio di cose in Francia, ad altro sulla via della realizzazione…), mi dedico a mettere ordine al mio archivio, ad aggiornare le mie letture, a mettere qualche foto sul mio sito. Da oggi è on line una nuova galleria: sono le foto del lavoro sull’accademia di liuteria Stradivari, che avevo fatto per il Globe and Mail e di cui avevo parlato QUI. Nel frattempo sto preparando un nuovo portfolio, e una nuova galleria di ritratti.

E, nel tempo libero, leggo Altai, di Wu Ming. Dei quali si può pensare quello che si vuole, ma sono dei narratori sopraffini, che riescono ad affabulare come pochi. Proprio il genere di abilità che bisognerebbe raggiungere con macchina fotografica e audio.

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Yet to be produced
2 febbraio 2010 by Antonio Giordano

It’s important that we know our best work is yet to be produced.  Our best is what is in us now, not what we – or others – admire about the past.  The current creative paradox or those conflicts that remain unresolved are in front of us and are what needs examining.

Via Permission to suck.

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Saturday Poem
30 gennaio 2010 by Antonio Giordano

Pablo Neruda – Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca o colore dei vestiti,
chi non rischia,
chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi evita una passione,
chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i
piuttosto che un insieme di emozioni;
emozioni che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti agli errori ed ai sentimenti!

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza,
chi rinuncia ad inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia e pace in sè stesso.

Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare,
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di
gran lunga
maggiore
del semplice fatto di respirare!

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di
una splendida
felicità.

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The Stradivarius School of Luthiers
26 gennaio 2010 by Antonio Giordano

Sul Globe and Mail di oggi, il mio lavoro della settimana scorsa sulla scuola di Liuteria Stradivari, a Cremona. Articolo e fotografie possono essere viste cliccando QUI. Il pubblicato cartaceo, QUI.

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Fumi….
22 gennaio 2010 by Antonio Giordano

milanofog

Mi fa sempre una certa impressione fotografare Milano dall’alto. In una città di pianura, il poter guardare in un modo diverso il panorama è una specie di privilegio. Specie quando questo privilegio deriva dal tuo lavoro. Qualche giorno fa, durante una di queste sessioni di scatti dall’alto, ho potuto vedere qualcosa di interessante: tutti i fumi dei riscaldamenti accesi. Mi piace come, arrampicandosi un pò, si possa avere una visione diversa di quello che ogni giorno diamo per scontato. Il combustibile per i riscaldamenti viene sputato in atmosfera. Solo che spesso, in pianura e con tutti quei palazzi, non si vede.

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Ridondanza
by Antonio Giordano

Le foto e i reportage che arrivano dal disastro di Haiti, in qualche modo, si assomigliano. Non che siano tutte uguali tra loro. Ma ricordano, e fin troppo da vicino, altre foto di altri tristi disastri che sono successi negli ultimi anni. Il modo in cui sono fatte, e soprattutto gli aspetti che sottolineano, le storie che raccontano, non si distanziano molto da quelle che abbiamo visto in occasione del recente terremoto dell’Aquila, o dello Tzunami nel sud est asiatico.

Magari è solo una mia impressione. O, magari, bisogna dare tempo a chi sta lavorando sul campo di sviluppare storie più approfondite, che raccontino i diversi aspetti di una tragedia che, mi sembra, ancora non ha copertura adeguata. Paradossale, vero? Siamo sovraccaricati, di informazioni sul terremoto ad Haiti e sulla tragedia che vi sta avvenendo. Ma l’impressione che ho è che questa tragedia sia raccontata solo in parte. Che manchi qualcosa.

Un’ipotesi è che i fotografi siano già al lavoro su storie approfondite. Le quali, per definizione, hanno bisogno di più tempo per essere sviluppate. Quindi, mentre aspettiamo, quello che vediamo non è altro che una incredibile ridondanza, prodotta dai fotografi di grosse agenzie, i quali sembrano alla ricerca più dell’icona e della sensazione, che non del racconto di una storia. Sul blog di Foto8 ci sono parecchi esempi di questa ridondanza: elicotteri che decollano a distanza da folle bisognose, rovine in mezzo alle quali camminano persone disperate. Se c’è un denominatore comune, a queste foto, è la reazione, è l’autoassoluzione, è il dipingere gli haitiani come vittime di una situazione che non ha responsabili. Vero, ma solo in parte: il terremoto non ha responsabili. Ma vero anche che terremoti di potenza analoga avvengono anche in Giappone, dove non fanno tante vittime. E, se ad Haiti è andato tutto così male, una grossa fetta di responsabilità ce l’ha anche l’occidente. Il quale si autoassolve anche nelle fotografie che cerca, e pubblica.

Un’altra ipotesi è che i fotografi, al momento, siano più a caccia della didascalia, della foto iconica, del prossimo scatto che vincerà il World Press Photo 2011 (nota per chi volesse partecipare a quello 2010: sorry, ma il terremoto di Haiti è avvenuto ai primi di gennaio, queste foto non sono utilizzabili per il concorso di quest’anno), che non a caccia di storie da raccontare. Non stanno facendo il loro mestiere, in altre parole. Che dovrebbe essere quello di informare, di raccontare, di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale, di fare vedere quello che sta succedendo. Non di cercare scatti che finiranno in una esposizione.

Forse è proprio la categoria di fotogiornalismo, che va ripensata. Forse i fotografi stanno cercando, con tutte le proprie forze, di raccontare una tragedia troppo grande per essere raccontata in così poco tempo. Ma se stanno cercando, allora è proprio l’approccio che non va: ci sono troppe foto prese a random per la città e poco racconto di come la gente stia cercando di sopravvivere. Troppa gente allarmata per strada, troppi ritratti di persone avvilite, troppe piazze piene di macerie con corpi stesi. Forse bisogna orientarsi meno alle news, e più all’approfondimento. Senza lasciare che siano i colleghi giornalisti a occuparsi di questo (ovvero: senza lasciare che siano solo loro a occuparsene).

Comunque, non tutte le foto che arrivano da Haiti sono di questo tenore. Si trovano parecchi spunti interessanti. Per esempio, è una bella idea quella della prigione, apparsa sul NYT Lens. E’ solo l’inizio di una storia, ma è un modo diverso di raccontare. Oppure, la fotografia che ha segnalato Bob Sacha. E di idee ce ne sarebbero. Cosa succede in un condominio rimasto in piedi, dopo il terremoto? Chi è rimasto, chi è scappato, che problemi ci sono? Come stanno lavorando i poliziotti di Haiti, che vita hanno? Come si stanno comportando i cittadini dell’ovest, in arrivo su navi da crociera che non hanno cambiato rotta dopo il disastro? E gli uomini di chiesa, i religiosi, cosa stanno facendo per supportare la comunità?

Credo che molti inizieranno a lavorare su questi temi, se non lo hanno già fatto, e che i migliori lavori inizieranno ad arrivare ora. Ma, per il momento, quello che vedo è una fila di fotografi con in testa la replica esatta della presa di Saigon, con l’elicottero che decolla e la folla che vuole scappare a tutti i costi. E questo, se anche farà vincere molti premi di fotogiornalismo, sicuramente non farà bene all’informazione.

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Uno sguardo al futuro
15 gennaio 2010 by Antonio Giordano

Un post interessante di Thoughts of a bohemian, questa mattina. Dice bene quelle che dovrebbero essere ovvietà, ma che non lo sono, a proposito dell’inquinamento visivo a cui siamo sottoposti da tutti i media, nessuno escluso, che consultiamo ogni giorno:

Photography should be a revolutionary act. It should be a kick in the establishment, the common, the mundane. It has to be an act of revolt against banality and conformity, a powerful explosion of new ideas. It should be as violent to the mind as a thousand thunderstorms. It should rip apart the accepted socialfabric . It should denounce, point, accuse and solve. In one frame. It should be a declaration of war to everything we take for granted and accept as obvious.

(…)

Too much of what we see today in photography ( thank you, commercial stock) is a sea of banality, of repetition, of dullness. It is status quo and no more. A long straight road of  boring pre digested concept. Like a TV dinner : Please reheat and serve hot. Millions upon millions of images that rote just a few days after being exposed, so much full of artifice they are. A constant stream of annoying visual buzz that we hardly notice anymore.

Vero: la maggior parte delle fotografie che vediamo sui magazine, su siti di informazione, e ovunque capiti di incappare in una immagine, appartengono alla categoria “rassicurante-con-brio”. Nessuno sguardo nuovo e fresco sulla realtà, nessun interrogativo. Solo conferme visuali di quello che si legge, o di quello che si vuole trovare. Illustrazioni, didascalie, se vogliamo chiamarle in un altro modo.

Questo mi ricorda quello che da tempo va sostenendo Sandro Iovine (che mi onora della sua amicizia….): la qualità delle immagini scelte dall’industria, e dai suoi responsabili, tende costantemente verso il basso. Sandro punta sulla questione commerciale: con il calo delle vendite, i photo editor devono per forza fare scelte che sono influenzate più dalla sintonia delle immagini giornalistiche con le pubblicità, che non dalla qualità giornalistica o dal racconto della realtà. Detto altrimenti: non si può stupire il lettore con immagini nuove, se si vuole che il lettore guardi la pubblicità (e che il committente la pubblicità continui a metterla…).

A questo problema strutturale, poi, si accompagna secondo me quello culturale. Industria editoriale, giornalisti e pubblico, ormai, non sono più abituati allo scavo nella realtà, ma semplicemente alla conferma rassicurante. Conferma delle proprie opinioni, dei propri stereotipi, delle proprie paure. E la fotografia non è esente da questo processo.

Che fare, quindi, nel momento in cui le produzioni fotografiche di qualità e di ricerca non hanno sbocco presso il pubblico, se non attraverso il ghetto perverso delle esposizioni (per cui una foto è esposta in quanto opera d’arte, e non come racconto)? Secondo me (ed ecco che sto per scoprire l’acqua calda), il tanto vituperato internet sarà la salvezza. Quando il mondo giornalistico si toglierà di dosso la polvere, e capirà che il sistema di distribuzione digitale offre risorse dal valore – anche economico – incalcolabile, cominceranno ad apparire molto più spesso reportage giornalistici di qualità, sotto diverse forme. Il punto è che, per il momento, l’impostazione generale è quella di traslare, sul mezzo elettronico, modi e tempi comunicativi che sono propri del mezzo cartaceo. Quindi, molto spesso ci si orienta a un pubblico generalista, che per ovvie ragioni (le quali, quando si guarda bene, ovvie non sono mai) sembra non gradire molto questo genere di produzioni.

La mia idea, e la mia speranza, è che presto nasceranno dei contenitori giornalistici di qualità raffinata, anche in Italia, anche nel vecchio, pachidermico e corporativo mondo giornalistico italiano. Contenitori in grado di segmentare il proprio pubblico, e che, nella consapevolezza di non rivolgersi (di non doversi rivolgere) “a tutti”, faranno una buona differenziazione dei prodotti giornalistici offerti. Più spazio per servizi di qualità, senza competere con contenitori generalisti, che danno notizie brevi e raffazzonate. E il risvolto positivo potrebbe anche essere che le testate cartacee, una volta capito che non possono più competere con internet quanto a velocità e spazio per le notizie, dovranno orientarsi, per sopravvivere, ad altro. Come, ad esempio, approfondimenti che sarebbe impossibile, o difficilissimo, pubblicare solo su internet (qualcuno ha mai provato, ad esempio, a leggere un intero servizio di National Geographic, foto incluse, su internet? Ok, si può fare. Ma vogliamo davvero paragonarlo alla versione cartacea?).

Il risvolto negativo, molto negativo, è che per arrivare a questo genere di modello molte testate dovranno chiudere, o ridimensionarsi grandemente. Contrazione. Il che, spesso, porta anche alla concentrazione. Certo non mi rallegra, l’idea che a permettersi il giornalismo su carta, in Italia, possano essere solo due-tre gruppi editoriali. Ma è vero anche che la situazione di crisi attuale è dovuta ad una frammentazione patologica, che non ha uguali nel mondo.

Penso che l’anno appena iniziato porterà diverse novità nel panorama editoriale. Ora vediamo come si potranno gestire queste novità.

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