Eclissi di luna

Circa tre mesi fa c’è stata una bella eclissi di luna, che nel nostro emisfero, una volta tanto, è stata totale. Quella sera io mi trovavo in Sicilia, ed ho fatto qualche foto, e un video. Poco più di uno scherzo, a dire il vero: ho ripreso la luna con uno zoom molto ampio, e ogni tanto dovevo tornare per cambiare l’inquadratura, dato che il nostro satellite è piuttosto veloce nel suo cammino nel cielo. Ma mi piace comunque l’idea di condividere queste immagini, di mandarle in giro.

Il video dell’eclissi di luna si può trovare sul mio profilo G+.

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Behance

Poco meno di un anno fa, mi sono iscritto a Behance, network di creativi, uno dei tanti social network che sono nati nel tentativo di imitare il successo di FB. Funzionando come ogni social network, se uno non ci dedica del tempo è difficile che si approdi a qualcosa. Ma ho comunque messo lì qualche galleria, e presidiato la posizione, per così dire. Non si sa mai cosa potrebbe nascere, e comunque questi spazi virtuali sono dei modi per tenere d’occhio il mondo, fare attenzione che salti fuori qualcosa di interessante.

Ultimamente sono stato contattato da una galleria berlinese, per una relazione di lavoro, che mi ha scoperto proprio su Behance. Ma di questo parlerò in seguito. Per adesso, gustatevi la nuova galleria con la raccolta dei miei lavori scientifici più recenti. Niente di nuovo per chi naviga il mio sito: giusto un riassunto sintetico delle gallerie che si possono trovare qui.

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Cose nuove

Da qualche minuto, ho messo on line tre nuove gallerie. Potete trovarle tutte nella sezione features. Si tratta di un paio di lavori scientifici che ho fatto nella prima parte dell’anno, e di un lavoro paesaggistico ancora in corso, che riprendo quando posso e quando le condizioni meteo sono favorevoli (ovvero, quando è nuvoloso abbastanza da essere interessante).

Geostar Recovery è il racconto della spedizione oceanografica a cui ero aggregato come fotografo e operatore video. In queste foto c’è soprattutto il racconto del recupero della stazione sismica Geostar, nel golfo di Cadice. Ne ho parlato altre volte, qui e soprattutto qui, dove tra l’altro si trova un video con altre immagini, di tema meno scientifico. Il video sull’operazione può essere visto sulla mia pagina Vimeo. Ma vi prometto che la prossima settimana farò un post su alcune delle foto che si trovano in questa galleria, perché ci sono diverse curiosità scientifiche che sarebbe un peccato tenere tutte per me.

Nella galleria sull’Enea, invece, ci sono le foto che ho fatto al Centro Ricerche di Frascati. Viene da lì, tra l’altro, la foto che da qualche giorno apre il mio sito (l’avevate notata?). Anche se avevo iniziato prima a programmare il mio giro all’Enea, nell’ambito del mio progetto di documentazione della ricerca italiana, la visita a Frascati è arrivata meno di un mese dopo la catastrofe di Fukushima. Che, sia chiaro, con i reattori nucleari a fusione non c’entra proprio nulla. Ma si respirava una certa aria di fine del programma nucleare italiano. L’alternativa potrebbe essere rappresentata proprio dalle ricerche su fusione nucleare, che in Italia hanno l’epicentro proprio al centro ricerche Enea di Frascati. L’equipe di FTU partecipa, tra l’altro, al programma ITER, che prevede la costruzione di un mega tokamak in Francia. Ma la cosa più interessante da vedere è ABC, un impianto di fusione inerziale, in cui fasci laser ad alta energia vengono fatti convergere su un bersaglio, in modo da comprimerlo e innescare la fusione. Io ho avuto il privilegio, (grazie al Dr. DeAngelis, ed a tutto lo staff comunicazione dell’Enea), di essere il primo fotografo ad accedere ad ABC in venti anni. Anche in questa galleria ci sono fotografie di cui parlerò più estesamente, perché ne vale la pena.

Seascapes, infine, è un lavoro ancora in corso di realizzazione. Mi piace esplorare le zone costiere, e nell’inverno scorso spesso passavo il mio tempo in macchina, a cercare zone in cui le onde fossero abbastanza movimentate da realizzare qualche bello scatto paesaggistico. Ma poi ho scoperto che mi piaceva andare a finire nelle località di vacanza, quei piccoli villaggi fatti di villini al mare e case in affitto, che d’estate pullulano di vita e che d’inverno diventano praticamente dei villaggi fantasma. Subisco molto il fascino di questi luoghi, il silenzio, e un’architettura completamente finalizzata a un uso ristretto, di massimo tre mesi all’anno. Mi piace passeggiarci dentro e guardare le nuvole incombere, sentire il mare arrabbiatissimo e l’aria fredda. E, cercando questi posti, sono finito a Triscina, dove la sabbia, trasportata dal mare e dal vento, forma in continuazione delle piccole dune, che d’estate vengono spazzate via dagli abitanti, e d’inverno possono invece riprendersi la zona. Quando posso, torno a fare un giro in quei luoghi, perché è come se fossero una scommessa per la visione, un appuntamento che si rilancia di volta in volta, uno stato d’animo da rinnovare e fissare su sensore. Per adesso, questi sono i miei appunti. Quest’inverno ci tornerò, e vedremo cosa salterà fuori.

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LEGGIMI! Post con foto sparite….

Per un cambio di plugin, fatto stamattina, molte foto di vecchi post sono sparite. Cercherò di ripristinare il danno, appena possibile. Nel frattempo, potremmo fare un gioco: immaginate le foto che avevo messo nei post (per esempio, in quello su Doisneau, che è molto cliccato), e commentate quelle.

Saluti, e scusate il disagio: stiamo lavorando per voi.

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Murales parlanti

Quando andrete via da Orgosolo, avevo letto, avrete gli occhi stanchi. Dallo stesso momento in cui arriverete, sarà una stimolazione continua, un continuo inseguirvi di colori e messaggi.

Quest’estate mi trovavo nella zona di Orgosolo, ed ho deciso, su suggerimento della mia ragazza, di andare a visitare il paese della Barbagia. Prima di allora non ne avevo mai sentito parlare, e credo sia anche per questo che ci sono andato abbastanza tranquillo: ho scoperto in seguito che Orgosolo ha una cattiva fama (non so quanto meritata, oggi), per quel che riguarda il banditismo e la criminalità, ed ogni volta che dicevo a qualche sardo di essere stato a Orgosolo, quello sbarrava gli occhi, chiedendomi che cosa ci fossi andato a fare, di grazia. La risposta a vedere i murales spesso non era soddisfacente. Ma questo l’ho capito da subito, dal momento stesso in cui ho messo piede in paese. Orgosolo ha l’aspetto, e la fama, di quella che una volta era Corleone per i Siciliani. Le due situazioni sono imparagonabili, ovviamente, per tanti motivi. Ma non per la reazione che suscita l’idea di una visita nei corregionali.

Quando sono arrivato il panorama era quello, a cui sono abituato – fin troppo – di una città della profonda provincia italiana. Le case senza prospetto, il silenzio, la dimensione ristretta che si annuncia fin da subito dallo sguardo delle persone sedute al bar. Il panorama qui è nobile, impervio e duro, il Supramonte si staglia come un bastione, e Orgosolo riflette bene tutte queste caratteristiche. In più, qui ci sono i segni, diventati comuni – troppo – in Italia, dell’eccessiva separazione della provincia rispetto al resto del paese. Scarsa pianificazione urbanistica, e un generale livellamento verso il basso dell’economia, testimoniato dalla scarsità di iniziative pubblicizzate. I segni di una stagnazione, per chi vuole coglierli, ci sono tutti.

Ma prima ancora di vedere tutto questo, il paese si annuncia attraverso i suoi murales. Tanti, più di 150 secondo qualche scrittore della zona, e di argomenti politico – sociali. Passeggiando per le vie di Orgosolo, si ha l’impressione di fare un ripasso della storia recente, italiana e mondiale, sotto forma di pittura murale. Un ripasso che può avere percorsi imprevedibili e del tutto personali, tanti quanti sono i modi di percorrere le vie del paese. Può capitare di trovare Guernica accanto alle due torri gemelle, e poi di passare accanto a Neruda, a Carlo Giuliani, ed approdare a un ritratto di un bandito, per poi tornare all’occupazione delle terre in Sardegna, o al rispetto dell’ambiente. Sembra esserci un termometro sensibile, a Orgosolo, per i fatti che rimangono impressi nella memoria pubblica.

Camminando per le vie del paese, si ha spesso l’impressione di essere finiti in una grossa contraddizione. Il panorama somiglia molto, come ho detto, a quello di tante province italiane. Cemento grezzo, silenzi eloquenti quando passeggi per strada. Eppure, proprio questo luogo produce una delle forme più belle di muralismo e di espressione (secondo me, autenticamente popolare) che abbia mai visto in Italia. Un movimento di murales è qualcosa che ci si aspetta in qualche quartiere di una grande città, in una zona di Berlino per esempio, in cui è facile trovare gente in grado di esprimersi in questo modo, e dove si può anche trovare il giusto ambiente per esprimersi. Invece, a Orgosolo il sentimento comune ha scelto di esprimersi attraverso le immagini, pitture disegnate sui muri del paese, che in questo modo si assume, per così dire, la responsabilità di quello che il murales esprime. Il murale viene realizzato da un artista (previo un accordo con il proprietario del muro), ma poi è tutto il paese ad “adottarlo”.

Un ripasso di storia e idee importanti. E’ istruttivo che i muralisti di Orgosolo abbiano scelto proprio le immagini, per raccontarlo. Come se fossero consapevoli che le immagini sono un modo più efficace delle parole e di ogni altro discorso, per sintetizzare il senso comune degli orgolesi. Le immagini compaiono sul muro, e in quel modo prese di posizione, opinioni e proclami parolai fanno un passo indietro. Le immagini diventano rappresentanti di ogni orgolese.

Si va via da Orgosolo con la sensazione di avere la testa piena, satura, in un continuo rimando tra i murales e le situazioni reali che li hanno ispirati. Ammiro molto questa città che ha trovato questo modo, silenzioso ma fiero e incisivo, di comunicare il proprio modo di pensare. Ci ricorda che il dialogo non è mai qualcosa di codificato in formule, scritto nella pietra, e che in qualsiasi momento possono nascere modi imprevedibili di espressione popolare.

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Canale di Sicilia

Qualche aggiornamento su ciò che succede nel Canale di Sicilia, in attesa che “Segno” pubblichi il nuovo numero in edicola, e quindi di poter pubblicare su questo blog l’articolo Un canale, due modelli che ho scritto proprio sull’assalto petrolifero al Canale.

Negli ultimi giorni si sono succedute diverse notizie, che riguardano il petrolio nel Canale di Sicilia. Una buona sintesi è data da questo articolo, oltre che dagli Echi di stampa di Guido Picchetti, un instancabile lottatore per i diritti del mare. Dal maggio 2010, società sconosciute e dalla consistenza ambigua (capitali sociali risibili, sostanziale impossibilità di rintracciare i responsabili) stanno inondando i comuni siciliani di richieste di permessi di prospezione ed estrazione petrolifera. In un caso, sono stato osservatore diretto delle modalità con cui i permessi venivano richiesti. Ricordavano molto i modi della burocrazia degli anni ’50, che approfittava dell’ignoranza del pubblico, e della piccolezza degli uffici di destinazione, per poter poi mettere di fronte al fatto compiuto le popolazioni.

Questo succedeva nel 2010. A un certo punto, un decreto del ministero dell’ambiente vietò ricerca ed estrazione petrolifera a meno di 12 miglia dalle coste. Come se 12 miglia fossero abbastanza, in caso di incidente (no, non lo sono. Guardate qui cosa sarebbe successo se il disastro della Deep Water Horizon avesse avuto luogo nel Canale di Sicilia, con epicentro a Pantelleria). Ma neanche questo limite ha spaventato le società petrolifere, le quali ritengono conveniente estrarre il petrolio dalle profondità del Canale a causa delle basse royalties richieste dallo Stato italiano. Insomma: conviene estrarre in Sicilia, se sei un petroliere.

Le cose si fanno più divertenti quando si va a scavare un pò. Come ha scoperto il comitato Stoppa la Piattaforma, nelle osservazioni al VIA presentate al ministero, le valutazioni di impatto ambientale sono state, in più casi, scopiazzate da altri documenti, redatti per altre zone (in alcuni casi, zone del mare Adriatico), e quindi la particolarità di questa zona non è stata per niente tenuta in considerazione. Ecco perché, quindi, non si è tenuto conto di qualche piccolo particolare: il fatto che i banchi del Canale siano in realtà le pendici di un edificio vulcanico sommerso, Empedocle, di cui fa parte anche l’isola Ferdinandea; il fatto che in questa zona c’è un’importante attività di pesca, che potrebbe essere seriamente compromessa (e va bene, a me non fa tanta simpatia la pesca industriale di questa zona, ma non mi piacerebbe vederla spazzata via dal petrolio); il fatto che il Canale sia un’oasi di biodiversità ed una zona unica dal punto di vista geologico, non ancora pienamente studiata, come rimarcato da Greenpeace nel suo rapporto, presentato proprio in questi giorni. Tutte cosette che potrebbero mettere in allarme le popolazioni della zona, che normalmente, invece, sono bene addormentate, e pensano al proprio cortile (e mi piacerebbe, un giorno, fare una riflessione proprio su questo, su quanto le grandi imprese e i grandi capitali puntino sulla proverbiale arrendevolezza siciliana per potere fare i propri comodi).

Ma le cose più offensive che sono emerse, secondo me, sono due. La prima, è che uno dei firmatari della valutazione di impatto ambientale per il permesso petrolifero a Pantelleria è l’amministratore unico della società che ha richiesto di poter estrarre petrolio. Se la canta e se la suona, in altre parole. Per di più, questo signore, sempre secondo le osservazioni del comitato Stoppa la Piattaforma presentate al ministero, firma la valutazione di impatto ambientale come geologo, essendo stato sospeso dall’albo. Questo, se qualcuno avesse ancora dubbi sull’utilità degli ordini professionali.

La seconda cosa offensiva, se fosse confermata, sarebbe ancora più grave (o normale, a seconda dal paese in cui vivete: se all’estero, o in Italia). Secondo un articolo del Fatto, lo scarso attivismo del ministro più interessato alla faccenda, la Prestigiacomo, sarebbe dovuto agli interessi diretti della famiglia Prestigiacomo nelle estrazioni petrolifere del Canale di Sicilia. Conflitto di interessi, in altre parole.

Ancora siamo alle schermaglie, credo. Le compagnie petrolifere stanno cercando di ottenere permessi di estrazione, e stanno cercando di farlo passando sopra la testa delle persone che abitano in quella zona. E’ un modo di agire che, in verità, si vede abbastanza spesso: ci si fa schermo della burocrazia e della correttezza delle procedure, per mascherare una sostanziale fuga dal confronto pubblico. Se si dovesse arrivare a un confronto vero con la popolazione della zona, si sa che bisognerebbe indorare la pillola, mascherarla da vantaggio. Ed ecco, infatti, che si hanno le prime avvisaglie. Tempo fa, un assessore regionale se ne uscì dicendo che il petrolio potrebbe rappresentare una fonte di lavoro. Ecco la parola magica: fonte di lavoro. Quando ai siciliani viene prospettata l’immagine dell’Imprenditore di Fuori che Porta Lavoro, vanno in brodo di giuggiole, non capiscono più nulla. Con questo metodo, quello del Portare Lavoro, è stato possibile cementificare le coste dell’isola, piazzarci qualche bel petrolchimico qui e là, e lasciare la gente in condizioni di sudditanza spinta.

Un altro modo è quello di richiamarsi alla Patria. E infatti, già si sente parlare di benzina a prezzo ridotto per i siciliani, perché le royalties del petrolio siciliano devono rimanere ai siciliani. Quelle poche che si riesce ad avere. Ma, in ogni caso, la retorica del meridionale derubato funziona in modo molto potente, in questi casi.

Quello che serve, allora, è coinvolgere la popolazione in senso opposto. Mostrare i vantaggi, a lungo periodo, della salvaguardia. Non del no al petrolio, e basta. Proprio della salvaguardia della zona. Tenere in forma il mare, proteggerlo dai petrolieri ma non solo, è la scelta più sensata che si può fare sul lungo periodo. Se no, si finisce di nuovo al vecchio modello del privato che si tiene tutti gli introiti, e scarica sul pubblico, sulla comunità, tutte le perdite, economiche e non. Si chiamano esternalità, non le ho inventate io, e sanno contabilizzarle molto bene, per lasciarle fuori dai bilanci e farle pagare a qualcun altro. Ma una salvaguardia vera si può fare solo coinvolgendo il più possibile la popolazione della zona. Non si può, in nessun momento, compiere lo stesso errore di comportamento, trasformarsi in un movimento minoritario ma organizzato, e imporre scelte, per quanto in buona fede, di salvaguardia ambientale. Bisogna decidere, una volta tanto, con più democrazia, non meno. Questa è la sfida attualmente in corso in questo piccolo spicchio di mondo, e sarebbe bene che tutti gli attori coinvolti ne prendessero coscienza.

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Rientro

E buongiorno, tutti quanti. Appena rientrato dalle vacanze, è un pò difficile riprendere il filo del blog. Ma rieccoci, dopo un pò di Sardegna e di immersioni, a riprendere la fila di email, un luuuuungo discorso fatto sulle tastiere dei computer. Bello vivere in Sicilia, ma ti fa stare di più davanti al computer e ad un telefono, e meno a fare aperitivo. In ogni caso, ecco un pò di novità:

  • Finito il video da consegnare all’INGV, quello che documenta l’operazione Geostar Recovery. Si può vedere sul mio canale vimeo, insieme a quello che avevo già pubblicato su questo blog.
  • Ho passato un pò di tempo in Sardegna, dove ho nuotato, nuotato, nuotato. La Sardegna è davvero una terra impervia, e da bravo isolano me la aspettavo un pò più simile alla Sicilia. Invece è molto più aspra, e forse è proprio per questo che si sta salvando. I palazzinari, ovviamente, cercano di cementificarla più che possono, dato che buttare giù tonnellate di calcestruzzo è l’unico modo che conosciamo in questo paese di “dare lavoro” (splendida espressione, che mi fa pensare a visioni d’altri tempi, a gente seduta, le braccia incrociate e il broncio, ad aspettare che arrivino quelli del nord a dare lavoro). In ogni caso, non ci si può perdere il trenino Arbatax – Mandas, che in cinque ore si arrampica sul Gennargentu, mostrando dei panorami che non potranno essere visti in nessun altro modo.
  • In Sardegna ho fatto la mia prima immersione in relitto. A una trentina di metri, una piccola nave da carico che si chiamava Nasello, e che fu affondata a cannonate da un sottomarino inglese, durante la seconda guerra mondiale. Non so se gli altri relitti si presentano allo stesso modo, ma vedere apparire la sagoma della nave poggiata sul fondo, e poi il fasciame metallico, e poi una cernia di non so quanti chili, è stata una sensazione incredibile. Diciassette minuti di fondo, quaranta minuti di immersione totale.
  • Mi ha contattato una galleria berlinese, mi hanno chiesto qualche foto da vendere come stampa. Credo abbiano visto Bordo Sud. Il che mi fa ricordare un paio di cose: la prima, che non ho ancora pubblicato sul mio sito Bordo Sud, cosa che va rimediata al più presto; la seconda, che Bordo Sud è un progetto ancora incompleto, che verrà ripreso questo autunno.
  • E, a proposito di mettere foto sul sito, mi sono reso conto che non ho ancora messo nessuna delle foto che ho fatto nel 2011. A presto su questi schermi.
  • Nell’attesa, potreste avere voglia di un pò di musica. Io questa mattina ho sperimentato questo: sono andato sul sito dei Radiohead, dove i cinque matti, ogni tanto, pubblicano delle playlist di quello che stanno ascoltando. Dopodiché ho aperto Grooveshark, che per chi non lo conoscesse è il regalo più bello che la rete ha fatto agli appassionati di musica, ed ho riprodotto la playlist di Thom York. Ho capito da dove salta fuori “King of the limbs”. Adesso credo che continuerò con un disco dei Digitalism.
  • Sto leggendo Cryptonomicon, di Neal Stephenson. Questo tizio ancora non è riuscito a scrivere nulla che non mi sia piaciuto.
  • Una questione ambientale che mi interessa da vicino. In seguito all’intensificarsi della pressione delle case petrolifere sul Canale di Sicilia, Greenpeace ha pubblicato un nuovo rapporto sulle peculiarità naturali della zona, messe in pericolo dalla ricerca petrolifera. Il rapporto può essere scaricato qui. Sullo stesso argomento ho scritto un articolo, che è ancora disponibile su “Segno” di questo mese, intitolato “Un canale, due modelli”. Il mio piccolo contributo, solo il primo, per una cosa che mi sta molto a cuore, e a cui vorrei dedicare sempre più tempo.
  • Ah: la foto qui sopra è dell’eclissi di luna di un paio di mesi fa. Fatta in circostanze logistiche penose, dato che avevo lasciato il treppiedi a Palermo, e, trovandomi a Sciacca, ho dovuto improvvisare con sgabelli, sedie, cuscini, libri e via dicendo. Mi piace, però: la Luna, dopo essersi eclissata, torna sempre ai suoi ritmi.

E, come sempre, continua a scarseggiarmi la pazienza. Vorrei essere di nuovo in mare, ma vorrei esserci adesso, non tra qualche mese. E ok, bisogna costruire con pazienza. Salute a tutti, dudes.

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Notes from a trip to Gibraltar

E’ online un video con alcune riprese che ho fatto durante la mia campagna sulla Sarmiento de Gamboa. Non ci sono riprese delle operazioni scientifiche, perché quelle sono in fase di edit finale, e in ogni caso devono essere prima consegnate a chi me le ha commissionate. Qui c’è solo qualche immagine che ho ripreso durante il viaggio, e che mi sembrava un peccato lasciare a fare la muffa dentro un hard disk.

La colonna sonora è “Chromakey dreamcoat”, dei Boards of Canada.

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Articolo

Un mio articolo sul Canale di Sicilia è stato pubblicato su “Segno” di questo mese, rivista edita a Palermo che si occupa di politica, mafia e cultura. Lo considero un onore, dato che su Segno compaiono scritti di gente ben più sveglia di me, e che Padre Nino Fasullo, che ne è il direttore e l’animatore, è una delle teste pensanti più fini che io abbia il piacere di conoscere, sempre avanti di una decina d’anni rispetto ai tempi, e organizzatore delle Settimane Alfonsiane (di cui ho parlato, e sono stato fotografo, l’anno scorso).

L’articolo si occupa di mare, ecologia, diversi modelli di sviluppo, aree marine protette. Spero di postarlo qui prossimamente (l’esclusiva alla carta stampata….).

A breve, anche un aggiornamento sul video girato sulla Sarmiento de Gamboa.

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varias

E buongiorno ai miei cari, due lettori. Come sempre, mi faccio prendere dalle cose da fare e smetto di aggiornare il mio blog. Rimedio subito: mi sembra di lasciare una traccia per qualche amico che mi legge, e che non mi segue sui tanti social network in cui si passa il tempo.

Ho quasi finito di montare il video che ho girato sulla Sarmiento de Gamboa, un mese fa. Mi sono trovato a mio agio con il montaggio video, aiutato anche dal fatto che ho passato gli ultimi anni a mettere insieme storie per immagini, e qualcosa, come si usa dire, mi è rimasta. Purtroppo sono stato molto rallentato dall’arrivo di alcune videocassette, quelle del Rov che è stato mandato a tremila e rotti metri di profondità, che volevo assolutamente inserire nel montaggio finale. Adesso il video è quasi pronto: non sono convinto della musica, ne vorrei una più calma di quella che ho inserito adesso, un post-rock molto gradevole ma che, forse, è troppo rumoroso per un video che sarà mostrato durante conferenze, studi e così via.

Apriamo una parentesi. La quantità di musica libera, non protetta da copyright, che gira su internet, è gigantesca. Tanto che spesso si hanno problemi a trovare quello che si vuole. Soprattutto se, come me, si è iniziato a montare con una canzone in testa (Chromakey dreamcoat dei Boards of Canada) e non si è più riusciti a togliersela dalla testa. Ma quella non posso utilizzarla. Così, mi sono fatto il giro dei vari supermercati della musica libera, su cui i musicisti vanno a piazzare le loro canzoni. Alcune scoperte gradevolissime: il catalogo della 12rec merita decisamente un ascolto approfondito; così come quello della Comfort Stand, che purtroppo adesso non è più in attività, ma che ha mantenuto on line l’archivio, con delle chicche inarrivabili, come la compilation Wakka Chikka Wakka Chikka, tutta composta da pezzi per, ehm, film porno. Ma il bello di queste ricerche è anche finire su cose imprevedibili, come la sezione film della Warp Records, un’altra miniera di idee che nel tempo ha dato ospitalità ad Aphex Twin e Boards of Canada, e che, ho scoperto, produce anche per il cinema.

Il lato negativo è stato scoprire la sciatteria con cui tanti musicisti trattano la propria musica. Ho sentito della roba veramente indegna, su questi siti – aggregatori di musicisti in cerca di visibilità. Capisco bene che si vuole “farcela”, e che, nella fretta di essere visibili, certe cose passino inosservate. Ma la scarsa cura compositiva e in registrazione è qualcosa che si paga, e si paga molto cara, quando c’è tanta altra musica a portata di click. Detto altrimenti: la potenza di un musicista è la sua musica, che deve catturare, e non essere uguale a quella di tanti altri. Qui invece mi sembra che tanti si concentrino più sul design delle copertine e sul trovare nomi assurdi e suggestivi ai propri pezzi, che non sugli stramaledettissimi pezzi. Forse c’è la convinzione che la cura di queste minchiate sia la chiave per il successo. beh, svegliatevi: se la vostra musica fa cagare, nessuno la sceglierà, anche se avete perso un mese per disegnare quella copertina di design minimale con la foto di un divano inquadrato a metà.

A parte lo studio del panorama musicale amatoriale, in questo tempo non ho fatto molto altro. Qualche immersione subacquea, giusto per prendere pratica, dato che ancora non mi sentivo a mio agio con l’assetto e tutto il resto. Letture: una biografia dell’Ammiraglio Thomas Cochrane, e un libro sul deep diving. A giorni spero di poter fare un lavoro su una cripta di monaci, qui in Sicilia, che ancora non ho avuto il tempo per fare. Adesso ho un paio di altri giorni di montaggio, e poi posso ripartire.

Nota finale, e amara, sulla gente che ti chiede le foto che non ti ha pagato, e ti fa pure fretta per averle. Hanno esigenza, dicono. Ma la regola è sempre quella: fast, good and cheap: choose two. Se vuoi buone foto, e gratis, aspetti i miei ritagli di tempo.

A presto, dudes. Torno ad ascoltare musica scadente per un sottofondo. Mi sa che, dopo questa indigestione, andrò a comprare qualche cofanetto di musica classica, per disintossicarmi.

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