Un canale, due modelli

Ecco un altro dei pezzi che ho pubblicato su Segno, nel luglio del 2011. Si parla di aree marine protette e del Canale di Sicilia. L’ho appena sforbiciato di mille parole, per lo più una lunga parte sulla decrescita, ma è rimasto lungo. Perché Segno è una rivista che pubblica roba lunga. Buona lettura. 

 

Un ambiente particolare

Nel mare Mediterraneo, il Canale di Sicilia ha lo stesso ruolo di una cerniera. Passaggio obbligato per tutte le navi, punto di separazione tra due bacini,  ma in realtà tra modi diversi di pensare il mondo. A est c’è la Grecia, gli arabi, la porta d’accesso al Grande Oriente. A ovest, la Spagna, l’Oceano, le porte per il nuovo mondo. A nord, gli avamposti del mondo occidentale, meta ambita di flotte di disperati che provengono da sud. Il Canale di Sicilia è un passaggio tra mondi, un punto di raccordo tra tensioni mondiali. Per una strana combinazione di forze naturali e sociali, è qui che tali tensioni si rendono visibili, sotto gli occhi impassibili delle coste siciliane e tunisina che racchiudono questo tratto di mare. La civiltà occidentale è nata qui, qui ha iniziato la sua storia di scambi tra est e ovest, ed è qui che potrebbe, di nuovo, decidere su quale direzione dare al futuro.

Il patrimonio biologico e naturale presente nelle acque del Canale, o Stretto, di Sicilia, e le sue caratteristiche uniche dal punto di vista geografico, hanno reso questo tratto di mare Mediterraneo una zona in cui la pressione, da parte dell’uomo, è altissima. Lo Stretto è il passaggio obbligato di tutto il traffico navale che dall’Asia e dal nord Africa si dirige verso i porti del nord Europa. Le grandi quantità di pesce, dovute a particolari condizioni geologiche e di correnti, hanno reso possibile la nascita di una grossa industria di pesca, che, gravando eccessivamente sulle riserve ittiche, ha messo in pericolo diverse specie protette.

La storia dello sfruttamento economico del Canale di Sicilia è lunghissima e ben documentata. Tuttavia, lo studio delle sue peculiarità ecologiche è iniziato solo di recente. Paradossalmente, come si legge in un rapporto di Greenpeace, c’è una grande disponibilità di informazioni disponibili sul Canale, rispetto ad altre zone d’altura, ma al tempo stesso ci sono ancora delle grandi lacune di conoscenza. Questo perché gli studi fatti fino ad una decina di anni fa erano orientati soprattutto a soddisfare la domanda europea di nuove risorse e di sfruttamento economico. Con l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, lo Stretto di Sicilia ha iniziato ad essere l’oggetto di studi più approfonditi, biologici ed oceanografici.

Gli studi condotti nella zona hanno stabilito che lo Stretto è un hot spot per quello che riguarda la riproduzione, l’habitat e il transito di diverse specie protette e rare. Nella zona sono stati individuati con sicurezza esemplari di squalo bianco, balenottere comuni, zone di transito di capodogli, specie uniche di corallo nero e di gorgonie. Una fauna marina che necessita studi approfonditi. La classificazione delle unicità e criticità del Canale da parte della comunità scientifica, e la loro rielaborazione da parte di diverse organizzazioni non governative, sono alla base della proposta di istituzione di un’area marina protetta nella zona.

 

Lo sviluppo e i suoi sostenitori

L’allarme, lanciato nell’estate del 2010, sembrava essere rientrato dopo pochi mesi. La notizia che società estere, dall’identità poco chiara, cercavano di ottenere permessi per prospezioni petrolifere, allarmò parte della popolazione della fascia costiera sud della Sicilia. A rendere ancora più gravi le cose, erano le modalità in cui tali richieste di permesso venivano svolte. Silenzi, segreti e il tentativo di nascondersi nelle pieghe della burocrazia per evitare di alzare troppa polvere.

Nell’opinione pubblica era ancora fresco il ricordo dell’incidente della Deep Water Horizon, nel golfo del Messico, costato la vita a 11 persone e che ha causato danni ancora incalcolati nell’ambiente marino della Louisiana. Bisognava fare le cose senza farsi notare troppo, contando sul fatto che, probabilmente, le piccole amministrazioni comunali della zona, oberate dalla burocrazia, non avrebbero badato troppo alle domande di ricerche e trivellazioni petrolifere in mare. Per lo stesso motivo, una piattaforma petrolifera della compagnia australiana Audax si materializzò, a luglio, a 13 miglia dalle coste di Pantelleria. Una distanza sospetta: abbastanza lontano da non rientrare nelle acque territoriali italiane; abbastanza vicino da poter studiare con calma il giacimento a ridosso del vecchio vulcano spento.

Poi, il ministero dell’ambiente emanò un decreto, in agosto, che vietava prospezioni ed attività estrattive a meno di 12 miglia dalla costa. Lasciando scontenti, in questo modo, gli attivisti della zona, che si chiedevano come questo limite avrebbe fermato una eventuale fuoriuscita di petrolio in acque più distanti. Il petrolio, il mare, non badano a leggi, ordinanze e confini. Ma per la poco attenta opinione pubblica locale, vero destinatario di un provvedimento tanto pubblicizzato quanto inefficace, giustizia era stata fatta: le ricerche erano state fermate.

A poco meno di un anno di distanza, la guerra in Libia e la battuta d’arresto del nucleare hanno riportato alla ribalta petrolio e gas come i principali vettori di approvigionamento energetico. Con il prezzo del petrolio alto e le altre forme di energia penalizzate[1], le compagnie vanno a caccia di petrolio anche dove una volta sarebbe stato poco conveniente estrarlo. E infatti, nel marzo di quest’anno, le compagnie petrolifere sono tornate alla carica, puntando sul decreto fermatrivelle del ministro dell’ambiente Prestigiacomo, che si limita a scalfire, senza per niente intaccare, le operazioni in zona. La Audax sta per tornare al largo di Pantelleria, intenzionata a trivellare, e la Transunion Petroleum ha avviato, in marzo, le procedure di valutazione per ricerche petrolifere al largo della provincia di Ragusa.

Il Canale di Sicilia diventa così il territorio in cui dare la caccia al carburante della crescita economica. In proposito, è chiarissima la posizione dell’assessore regionale alle risorse agricole e alla pesca, Elio D’Antrassi, che in una intervista ha dichiarato che il petrolio potrebbe essere un affare per la Sicilia, ed occorre trovare un punto di intesa con i pescatori.

I pescatori, fin da quando si è affacciata la notiza che il “loro” mare potrebbe essere interessato da ricerche petrolifere, si sono schierati contro. Uno schieramento che mira a salvaguardare l’economia della zona, basata, oltre che sul turismo, sulla pesca. Ma, anche in questo caso, quello che si vuole fare è continuare, lavorare ancora con il modello attuale di sfruttamento a tempo e prelievo indefinito. I pescatori della zona, in modo molto simile ad altri imprenditori, cercano di massimizzare i guadagni, e di minimizzare le perdite, spesso esternalizzandole e scaricandole sull’ambiente. Questo li porta a “raschiare” il più possibile il fondo del mare con le reti a strascico, spesso oltrepassando di gran lunga la capacità del mare stesso di rimpiazzare le perdite con nuove nascite. In alcuni casi, la pesca di alcune specie è talmente remunerativa da avere messo seriamente in pericolo l’ecosistema. I casi del tonno rosso e del novellame sono emblematici di un sistema che non è in grado di fermare sé stesso, neanche di fronte alla prospettiva dell’autodistruzione. Minacciato di estinzione dal sovrapescaggio, a causa del suo valore sul mercato mondiale, il primo; vietata da norme europee, ma tollerata dalle autorità locali e responsabile dell’impoverimento delle riserve ittiche, la seconda. Pescare specie in via di estinzione, o fare incetta di pesce appena nato con maglie finissime, sono metodi che sfiniscono ulteriormente un ecosistema già in pericolo, e che innescano il classico circolo vizioso. Con meno pesce, i pescatori devono andare ancora più lontano, spendendo di più e incidendo su zone più lontane, che saranno quindi private di riserve importanti.

A questo punto, entra in gioco la politica, a più livelli. I voti dei pescatori e delle loro famiglie sono importanti, e il modo più facile per catturarli è quello di mantenere le cose come stanno. L’industria della pesca, in questa rete di relazioni, finisce per essere finanziata, grazie all’intercessione del ceto politico, dallo Stato italiano, con contributi per l’acquisto di gasolio a prezzo politico, e con infinite deroghe che rendono nulli i provvedimenti europei. In questo modo, a pagare sono i cittadini, nei modi più diversi: pescatori che non possono avvalersi di contributi; ristoranti delle zone in cui non si possono vendere specie protette; contribuenti, che pagano per i proventi di un’industria che distrugge l’ambiente.

Come mai, in questo scenario, chi saccheggia l’ambiente non si ferma? La minaccia dell’esaurimento del pesce, infatti, dovrebbe rendere più sensibili alle istanze ambientali i pescatori, dato che, dopo tutto, l’impoverimento del mare non conviene a nessuno. A questa domanda, però, non esiste una risposta univoca. Si può supporre che il mix di diversi elementi, politici, economici e (soprattutto) culturali, spinga a mantenere le cose come stanno, non guardando al futuro, o fingendo che sarà come e meglio del presente. In altre parole, pescatori, politici e cittadini comuni non hanno nessun interesse a cambiare le cose. Questa politica è stata portata avanti con quella che potremmo definire miopia programmata: alle risposte problematiche che l’ambiente mostra, rispetto alla continua pressione umana, la politica e il mercato si adeguano con misure che cercava di salvaguardare il livello di pressione, e non l’ambiente. Per anni si è proceduto a misure che avevano come obiettivo il nascondere i cambiamenti ambientali, sotto forma di aiuti economici.

 

L’area marina protetta del Canale di Sicilia

Il Canale di Sicilia è stato proposto come area marina protetta da Unep-Map, il Piano mediterraneo del Programma Ambientale delle Nazioni Unite, e da Greenpeace. La proposta è diventata di stretta attualità soprattutto a causa delle operazioni petrolifere. La presenza di un’area marina protetta sarebbe una protezione legislativa di fronte a cui le compagnie petrolifere dovrebbero arretrare.

Paradossalmente, la difficoltà sta nell’immaginare le comunità locali che si schierano a favore di una proposta simile. I pescatori, come si è detto, tendono sempre a volere minori limitazioni, e reagirebbero in modo negativo a un divieto di pescare nel Canale. Un rifiuto del genere si è visto praticamente per ogni area protetta marina che è stata proposta, in Italia e in Europa. In più, la politica locale difficilmente acconsentirebbe a mettere dei lacci allo sfruttamento del territorio, che nella zona è una sorgente di lavori edili e clientele. Perché mai questi gruppi dovrebbero rinunciare a quelle che finora sono state le uniche fonti di reddito della zona?

A questa domanda si può rispondere guardando a quello che è successo in zone che sono già diventate aree marine protette, e per le quali esiste già una letteratura scientifica in grado di valutarne gli effetti. Le tendenze che emergono sono abbastanza chiare, tanto da essere state chiamate effetto riserva. L’istituzione di aree marine protette, anche dove l’ambiente è stato seriamente compromesso dalla sovrapesca, dalla cementificazione e dal turismo privo di regole, è servita non solo a riparare le perdite ecologiche, ma anche a dare un impulso massiccio alla creazione di un’economia diversa. La zona protetta, infatti, aiuta la riproduzione di pesci, che riescono a crescere ben oltre la taglia raggiunta in zona di pesca, ed è un impulso al turismo sostenibile e in generale alla presenza di strutture ad alto valore aggiunto ed a basso impatto. Ma i benefici si estendono anche alla zona al di fuori dell’area, che può sfruttare il flusso turistico, ed in cui i pesci, più grandi e liberi di riprodursi, affluiscono più numerosi, assicurando pescato regolare anche alla comunità di pescatori.

Un caso emblematico, in questo senso, è quello delle isole Medas, in Spagna, dove l’area marina protetta è stata istituita nel 1983 su pressione della popolazione, che aveva visto impoverirsi in modo sempre più drammatico la fauna ittica. All’inizio l’area fu pesantemente osteggiata dalla comunità locale dei pescatori, che ritenevano fosse finita un’era di benessere e di ricchezza per il semplice capriccio di qualche ambientalista. Passati alcuni anni, le Medas, secondo tutti gli studi che vengono effettuati nella zona, sono uno dei punti più ricchi di biodiversità del Mediterraneo, con un fiorente turismo subacqueo e naturalistico, e con un raddoppio del pescato. I pescatori hanno finito per essere, anch’essi, sostenitori dell’area marina protetta.

La scommessa di Unep-Map, di Greenpeace e delle diverse associazioni ambientaliste che stanno nascendo nella zona del Canale di Sicilia è, quindi, analoga a quella già vinta in altre aree marine protette. Confrontarsi il più possibile con la popolazione locale, senza la quale non è possibile l’istituzione dell’area. La popolazione locale gioca un ruolo ancora più importante nel rispetto delle limitazioni, che sono la vera ragione d’essere di un’area protetta. Una zona di protezione che viene vista come estranea è del tutto contraria allo spirito della sua istituzione, in senso sia economico che etico. Imporre un’area avrebbe lo stesso significato di lasciare la zona priva di ogni regola. Ma, come è già successo altrove nel mondo, un adeguato dibattito pubblico, in cui a ciascuno fosse data la possibilità di esprimere la propria opinione senza essere scavalcato dagli appoggi politici di altri, avrebbe risultati sorprendenti. Persino in Sicilia, dove la prima reazione a proposte del genere è il pensiero che possano succedere solo altrove, e mai qui. Le sei aree marine protette sulle coste siciliane, dimostrano il contrario.

 

Conclusioni

Il Canale di Sicilia è l’oggetto di attenzioni, e ambizioni, diverse. Da un lato, quelle classiche dell’economia, che ambisce a crescere in maniera indefinita. Dall’altro, nascono dalla società nuove esigenze, che richiedono maggior spazio nell’arena pubblica. L’attuale attivismo delle compagnie petrolifere nella zona è solo una fase, in cui tutte le contraddizioni del sistema economico vigente diventano manifeste. Per garantire la crescita indefinita della società, si fa finta che la crescita sia esente da costi ecologici e sociali. Tali costi invece possono essere drammatici, come ha dimostrato l’incidente della Deep Water Horizon.

A scontrarsi sono, quindi, due modelli di sviluppo. L’esito di tale scontro, che potrebbe sembrare impari, non è affatto scontato, dato che diverse volte la società ha dimostrato di andare contro la prepotenza economica, per salvaguardare interessi di tipo diverso.

[1]    Vedi per esempio i finanziamenti alle energie rinnovabili, oggetto di continui ripensamenti, tagli e adeguamenti normativi, che hanno l’effetto di rendere instabile un mercato in forte crescita.

Il vero vincitore

Inevitabile, ogni febbraio arriva il verdetto del World Press Photo, sulle foto più rappresentative dell’anno, e il premio alla foto dell’anno, quella che verrà maggiormente ricordata. La foto di quest’anno, come si stanno affrettando in molti a dire, ricorda molto una pietà michelangiolesca. L’abbraccio, la pietà, il dolore assoluto, come lo chiama Smargiassi nel suo blog. Foto che, nelle intenzioni della giuria del WPP, dovrebbe trascendere le circostanze concrete in cui è stata realizzata, diventando l’icona di una situazione universale in cui l’umanità sarebbe in questa precisa fase storica.

Niente da dire, ovviamente, sulle scelte della giuria: persone molto più esperte di me, che sicuramente hanno molta più competenza nell’individuare le icone dei nostri tempi. Il punto è che il fotogiornalismo internazionale mi sembra si stia trasformando in una caccia spietata a questo genere di iconicità, più che all’informazione. E questo avviene con il preciso avallo e incoraggiamento del World Press Photo, che ogni anno, nelle categorie di cronaca, sociali e sui fatti dell’anno, premia foto come quelle che hanno vinto quest’anno: dalla pietà michelangiolesca, ai pugni allo stomaco veri e propri, ai bianchi e neri molto estetizzati, che raccontano più la bravura di chi li ha fatti, che della realtà che hanno davanti. E la rete si adegua: ho già letto dei dibattiti in cui si analizza l’estetica formale delle foto che hanno vinto, chiedendosi se il burqa aggiunge o meno valore estetico alla foto, o se non sia una semplice ridondanza formale. Evidentemente, sfugge che dove la foto è stata scattata una donna non può togliersi il velo di dosso a suo piacimento, per fare venire meglio la foto. Ma l’icona ha le sue esigenze.

Sono molto incuriosito, anche, dalla novità dei dati tecnici. Così ora sappiamo che macchina e che velocità di scatto ci vuole per fabbricare una pietà michelangiolesca. Informazioni che, per molti fotografi, saranno molto più rilevanti di quelle contenute nel caption.

Per tutti questi motivi, da molto tempo trovo che le parti più interessanti del World Press Photo siano quella sportiva e quella naturalistica. Sezioni in cui la qualità media è alta, e dove la ricerca formale, sempre molto presente, è assolutamente al servizio del contenuto informativo. Mi vengono in mente diversi premi in cui c’erano foto incredibili: il servizio del 2009 di Paul Nicklen, o di Donald Miralle Jr. del 2005, sono i primi che mi vengono in mente, ma in generale ogni anno ci sono gran belle foto da guardare, gente che sperimenta. E’ un piacere, quindi, trovare Francesco Zizola in questa sezione, nel concorso del 2012, con una foto scattata nei fondali della Sardegna. Una foto che può essere letta a vari livelli, e che mostra un fotografo come sempre attento alle dinamiche del linguaggio che utilizza, consapevole dei problemi posti dal raccontare per immagini.

Per chi è abituato alle classiche fotografie subacquee, la foto di Zizola è quasi deludente: non ci sono gran bei colori, non ci sono i bei soggetti che è quasi obbligatorio ritrarre quando si va giù, non ci sono panorami subacquei mozzafiato. C’è un uomo, chiuso nella sua muta, che fotografa dei tonni. Messa così, sembra la foto più noiosa del mondo. E invece, Zizola ha portato il fotogiornalismo sott’acqua, ritraendo un turista che fotografa una mattanza di animali in via di estinzione. Tali, infatti, sono i tonni nel mediterraneo.

In un solo scatto, dunque, a Zizola riescono diverse operazioni. Si distacca dal fotogiornalismo classico del WPP, allontanandosi dagli scenari obbligati che ogni fotografo deve frequentare per vincere un premio. Non va in Egitto, ma sul fondo della Sardegna. Al tempo stesso, però, del fotogiornalismo continua ad essere un orgoglioso rappresentante, non rinunciando a informare neanche quando va sott’acqua. Ecco, allora, che rappresenta la caccia dei tonni, e l’indifferenza con cui viene fotografata da un turista. E nel fotografare la tonnara, rinuncia anche al linguaggio tipico da immersione subacquea, tutta colori-e-meraviglia. In uno scatto solo: distanza dall’iconismo, ricerca di altri soggetti, fotogiornalismo in mare e distanza dallo stupore a buon mercato della fotografia subacquea. Il World Press Photo, quest’anno, ha confermato che Zizola è uno dei più attenti e consapevoli fotografi italiani, che coltiva e approfondisce il linguaggio fotogiornalistico, rinunciando a ricorrere agli stereotipi visivi cui tanti, troppi grandi fotografi ultimamente ricorrono.

Canale di Sicilia

Qualche aggiornamento su ciò che succede nel Canale di Sicilia, in attesa che “Segno” pubblichi il nuovo numero in edicola, e quindi di poter pubblicare su questo blog l’articolo Un canale, due modelli che ho scritto proprio sull’assalto petrolifero al Canale.

Negli ultimi giorni si sono succedute diverse notizie, che riguardano il petrolio nel Canale di Sicilia. Una buona sintesi è data da questo articolo, oltre che dagli Echi di stampa di Guido Picchetti, un instancabile lottatore per i diritti del mare. Dal maggio 2010, società sconosciute e dalla consistenza ambigua (capitali sociali risibili, sostanziale impossibilità di rintracciare i responsabili) stanno inondando i comuni siciliani di richieste di permessi di prospezione ed estrazione petrolifera. In un caso, sono stato osservatore diretto delle modalità con cui i permessi venivano richiesti. Ricordavano molto i modi della burocrazia degli anni ’50, che approfittava dell’ignoranza del pubblico, e della piccolezza degli uffici di destinazione, per poter poi mettere di fronte al fatto compiuto le popolazioni.

Questo succedeva nel 2010. A un certo punto, un decreto del ministero dell’ambiente vietò ricerca ed estrazione petrolifera a meno di 12 miglia dalle coste. Come se 12 miglia fossero abbastanza, in caso di incidente (no, non lo sono. Guardate qui cosa sarebbe successo se il disastro della Deep Water Horizon avesse avuto luogo nel Canale di Sicilia, con epicentro a Pantelleria). Ma neanche questo limite ha spaventato le società petrolifere, le quali ritengono conveniente estrarre il petrolio dalle profondità del Canale a causa delle basse royalties richieste dallo Stato italiano. Insomma: conviene estrarre in Sicilia, se sei un petroliere.

Le cose si fanno più divertenti quando si va a scavare un pò. Come ha scoperto il comitato Stoppa la Piattaforma, nelle osservazioni al VIA presentate al ministero, le valutazioni di impatto ambientale sono state, in più casi, scopiazzate da altri documenti, redatti per altre zone (in alcuni casi, zone del mare Adriatico), e quindi la particolarità di questa zona non è stata per niente tenuta in considerazione. Ecco perché, quindi, non si è tenuto conto di qualche piccolo particolare: il fatto che i banchi del Canale siano in realtà le pendici di un edificio vulcanico sommerso, Empedocle, di cui fa parte anche l’isola Ferdinandea; il fatto che in questa zona c’è un’importante attività di pesca, che potrebbe essere seriamente compromessa (e va bene, a me non fa tanta simpatia la pesca industriale di questa zona, ma non mi piacerebbe vederla spazzata via dal petrolio); il fatto che il Canale sia un’oasi di biodiversità ed una zona unica dal punto di vista geologico, non ancora pienamente studiata, come rimarcato da Greenpeace nel suo rapporto, presentato proprio in questi giorni. Tutte cosette che potrebbero mettere in allarme le popolazioni della zona, che normalmente, invece, sono bene addormentate, e pensano al proprio cortile (e mi piacerebbe, un giorno, fare una riflessione proprio su questo, su quanto le grandi imprese e i grandi capitali puntino sulla proverbiale arrendevolezza siciliana per potere fare i propri comodi).

Ma le cose più offensive che sono emerse, secondo me, sono due. La prima, è che uno dei firmatari della valutazione di impatto ambientale per il permesso petrolifero a Pantelleria è l’amministratore unico della società che ha richiesto di poter estrarre petrolio. Se la canta e se la suona, in altre parole. Per di più, questo signore, sempre secondo le osservazioni del comitato Stoppa la Piattaforma presentate al ministero, firma la valutazione di impatto ambientale come geologo, essendo stato sospeso dall’albo. Questo, se qualcuno avesse ancora dubbi sull’utilità degli ordini professionali.

La seconda cosa offensiva, se fosse confermata, sarebbe ancora più grave (o normale, a seconda dal paese in cui vivete: se all’estero, o in Italia). Secondo un articolo del Fatto, lo scarso attivismo del ministro più interessato alla faccenda, la Prestigiacomo, sarebbe dovuto agli interessi diretti della famiglia Prestigiacomo nelle estrazioni petrolifere del Canale di Sicilia. Conflitto di interessi, in altre parole.

Ancora siamo alle schermaglie, credo. Le compagnie petrolifere stanno cercando di ottenere permessi di estrazione, e stanno cercando di farlo passando sopra la testa delle persone che abitano in quella zona. E’ un modo di agire che, in verità, si vede abbastanza spesso: ci si fa schermo della burocrazia e della correttezza delle procedure, per mascherare una sostanziale fuga dal confronto pubblico. Se si dovesse arrivare a un confronto vero con la popolazione della zona, si sa che bisognerebbe indorare la pillola, mascherarla da vantaggio. Ed ecco, infatti, che si hanno le prime avvisaglie. Tempo fa, un assessore regionale se ne uscì dicendo che il petrolio potrebbe rappresentare una fonte di lavoro. Ecco la parola magica: fonte di lavoro. Quando ai siciliani viene prospettata l’immagine dell’Imprenditore di Fuori che Porta Lavoro, vanno in brodo di giuggiole, non capiscono più nulla. Con questo metodo, quello del Portare Lavoro, è stato possibile cementificare le coste dell’isola, piazzarci qualche bel petrolchimico qui e là, e lasciare la gente in condizioni di sudditanza spinta.

Un altro modo è quello di richiamarsi alla Patria. E infatti, già si sente parlare di benzina a prezzo ridotto per i siciliani, perché le royalties del petrolio siciliano devono rimanere ai siciliani. Quelle poche che si riesce ad avere. Ma, in ogni caso, la retorica del meridionale derubato funziona in modo molto potente, in questi casi.

Quello che serve, allora, è coinvolgere la popolazione in senso opposto. Mostrare i vantaggi, a lungo periodo, della salvaguardia. Non del no al petrolio, e basta. Proprio della salvaguardia della zona. Tenere in forma il mare, proteggerlo dai petrolieri ma non solo, è la scelta più sensata che si può fare sul lungo periodo. Se no, si finisce di nuovo al vecchio modello del privato che si tiene tutti gli introiti, e scarica sul pubblico, sulla comunità, tutte le perdite, economiche e non. Si chiamano esternalità, non le ho inventate io, e sanno contabilizzarle molto bene, per lasciarle fuori dai bilanci e farle pagare a qualcun altro. Ma una salvaguardia vera si può fare solo coinvolgendo il più possibile la popolazione della zona. Non si può, in nessun momento, compiere lo stesso errore di comportamento, trasformarsi in un movimento minoritario ma organizzato, e imporre scelte, per quanto in buona fede, di salvaguardia ambientale. Bisogna decidere, una volta tanto, con più democrazia, non meno. Questa è la sfida attualmente in corso in questo piccolo spicchio di mondo, e sarebbe bene che tutti gli attori coinvolti ne prendessero coscienza.