Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Un canale, due modelli

Ecco un altro dei pezzi che ho pubblicato su Segno, nel luglio del 2011. Si parla di aree marine protette e del Canale di Sicilia. L’ho appena sforbiciato di mille parole, per lo più una lunga parte sulla decrescita, ma è rimasto lungo. Perché Segno è una rivista che pubblica roba lunga. Buona lettura. 

 

Un ambiente particolare

Nel mare Mediterraneo, il Canale di Sicilia ha lo stesso ruolo di una cerniera. Passaggio obbligato per tutte le navi, punto di separazione tra due bacini,  ma in realtà tra modi diversi di pensare il mondo. A est c’è la Grecia, gli arabi, la porta d’accesso al Grande Oriente. A ovest, la Spagna, l’Oceano, le porte per il nuovo mondo. A nord, gli avamposti del mondo occidentale, meta ambita di flotte di disperati che provengono da sud. Il Canale di Sicilia è un passaggio tra mondi, un punto di raccordo tra tensioni mondiali. Per una strana combinazione di forze naturali e sociali, è qui che tali tensioni si rendono visibili, sotto gli occhi impassibili delle coste siciliane e tunisina che racchiudono questo tratto di mare. La civiltà occidentale è nata qui, qui ha iniziato la sua storia di scambi tra est e ovest, ed è qui che potrebbe, di nuovo, decidere su quale direzione dare al futuro.

Il patrimonio biologico e naturale presente nelle acque del Canale, o Stretto, di Sicilia, e le sue caratteristiche uniche dal punto di vista geografico, hanno reso questo tratto di mare Mediterraneo una zona in cui la pressione, da parte dell’uomo, è altissima. Lo Stretto è il passaggio obbligato di tutto il traffico navale che dall’Asia e dal nord Africa si dirige verso i porti del nord Europa. Le grandi quantità di pesce, dovute a particolari condizioni geologiche e di correnti, hanno reso possibile la nascita di una grossa industria di pesca, che, gravando eccessivamente sulle riserve ittiche, ha messo in pericolo diverse specie protette.

La storia dello sfruttamento economico del Canale di Sicilia è lunghissima e ben documentata. Tuttavia, lo studio delle sue peculiarità ecologiche è iniziato solo di recente. Paradossalmente, come si legge in un rapporto di Greenpeace, c’è una grande disponibilità di informazioni disponibili sul Canale, rispetto ad altre zone d’altura, ma al tempo stesso ci sono ancora delle grandi lacune di conoscenza. Questo perché gli studi fatti fino ad una decina di anni fa erano orientati soprattutto a soddisfare la domanda europea di nuove risorse e di sfruttamento economico. Con l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, lo Stretto di Sicilia ha iniziato ad essere l’oggetto di studi più approfonditi, biologici ed oceanografici.

Gli studi condotti nella zona hanno stabilito che lo Stretto è un hot spot per quello che riguarda la riproduzione, l’habitat e il transito di diverse specie protette e rare. Nella zona sono stati individuati con sicurezza esemplari di squalo bianco, balenottere comuni, zone di transito di capodogli, specie uniche di corallo nero e di gorgonie. Una fauna marina che necessita studi approfonditi. La classificazione delle unicità e criticità del Canale da parte della comunità scientifica, e la loro rielaborazione da parte di diverse organizzazioni non governative, sono alla base della proposta di istituzione di un’area marina protetta nella zona.

 

Lo sviluppo e i suoi sostenitori

L’allarme, lanciato nell’estate del 2010, sembrava essere rientrato dopo pochi mesi. La notizia che società estere, dall’identità poco chiara, cercavano di ottenere permessi per prospezioni petrolifere, allarmò parte della popolazione della fascia costiera sud della Sicilia. A rendere ancora più gravi le cose, erano le modalità in cui tali richieste di permesso venivano svolte. Silenzi, segreti e il tentativo di nascondersi nelle pieghe della burocrazia per evitare di alzare troppa polvere.

Nell’opinione pubblica era ancora fresco il ricordo dell’incidente della Deep Water Horizon, nel golfo del Messico, costato la vita a 11 persone e che ha causato danni ancora incalcolati nell’ambiente marino della Louisiana. Bisognava fare le cose senza farsi notare troppo, contando sul fatto che, probabilmente, le piccole amministrazioni comunali della zona, oberate dalla burocrazia, non avrebbero badato troppo alle domande di ricerche e trivellazioni petrolifere in mare. Per lo stesso motivo, una piattaforma petrolifera della compagnia australiana Audax si materializzò, a luglio, a 13 miglia dalle coste di Pantelleria. Una distanza sospetta: abbastanza lontano da non rientrare nelle acque territoriali italiane; abbastanza vicino da poter studiare con calma il giacimento a ridosso del vecchio vulcano spento.

Poi, il ministero dell’ambiente emanò un decreto, in agosto, che vietava prospezioni ed attività estrattive a meno di 12 miglia dalla costa. Lasciando scontenti, in questo modo, gli attivisti della zona, che si chiedevano come questo limite avrebbe fermato una eventuale fuoriuscita di petrolio in acque più distanti. Il petrolio, il mare, non badano a leggi, ordinanze e confini. Ma per la poco attenta opinione pubblica locale, vero destinatario di un provvedimento tanto pubblicizzato quanto inefficace, giustizia era stata fatta: le ricerche erano state fermate.

A poco meno di un anno di distanza, la guerra in Libia e la battuta d’arresto del nucleare hanno riportato alla ribalta petrolio e gas come i principali vettori di approvigionamento energetico. Con il prezzo del petrolio alto e le altre forme di energia penalizzate[1], le compagnie vanno a caccia di petrolio anche dove una volta sarebbe stato poco conveniente estrarlo. E infatti, nel marzo di quest’anno, le compagnie petrolifere sono tornate alla carica, puntando sul decreto fermatrivelle del ministro dell’ambiente Prestigiacomo, che si limita a scalfire, senza per niente intaccare, le operazioni in zona. La Audax sta per tornare al largo di Pantelleria, intenzionata a trivellare, e la Transunion Petroleum ha avviato, in marzo, le procedure di valutazione per ricerche petrolifere al largo della provincia di Ragusa.

Il Canale di Sicilia diventa così il territorio in cui dare la caccia al carburante della crescita economica. In proposito, è chiarissima la posizione dell’assessore regionale alle risorse agricole e alla pesca, Elio D’Antrassi, che in una intervista ha dichiarato che il petrolio potrebbe essere un affare per la Sicilia, ed occorre trovare un punto di intesa con i pescatori.

I pescatori, fin da quando si è affacciata la notiza che il “loro” mare potrebbe essere interessato da ricerche petrolifere, si sono schierati contro. Uno schieramento che mira a salvaguardare l’economia della zona, basata, oltre che sul turismo, sulla pesca. Ma, anche in questo caso, quello che si vuole fare è continuare, lavorare ancora con il modello attuale di sfruttamento a tempo e prelievo indefinito. I pescatori della zona, in modo molto simile ad altri imprenditori, cercano di massimizzare i guadagni, e di minimizzare le perdite, spesso esternalizzandole e scaricandole sull’ambiente. Questo li porta a “raschiare” il più possibile il fondo del mare con le reti a strascico, spesso oltrepassando di gran lunga la capacità del mare stesso di rimpiazzare le perdite con nuove nascite. In alcuni casi, la pesca di alcune specie è talmente remunerativa da avere messo seriamente in pericolo l’ecosistema. I casi del tonno rosso e del novellame sono emblematici di un sistema che non è in grado di fermare sé stesso, neanche di fronte alla prospettiva dell’autodistruzione. Minacciato di estinzione dal sovrapescaggio, a causa del suo valore sul mercato mondiale, il primo; vietata da norme europee, ma tollerata dalle autorità locali e responsabile dell’impoverimento delle riserve ittiche, la seconda. Pescare specie in via di estinzione, o fare incetta di pesce appena nato con maglie finissime, sono metodi che sfiniscono ulteriormente un ecosistema già in pericolo, e che innescano il classico circolo vizioso. Con meno pesce, i pescatori devono andare ancora più lontano, spendendo di più e incidendo su zone più lontane, che saranno quindi private di riserve importanti.

A questo punto, entra in gioco la politica, a più livelli. I voti dei pescatori e delle loro famiglie sono importanti, e il modo più facile per catturarli è quello di mantenere le cose come stanno. L’industria della pesca, in questa rete di relazioni, finisce per essere finanziata, grazie all’intercessione del ceto politico, dallo Stato italiano, con contributi per l’acquisto di gasolio a prezzo politico, e con infinite deroghe che rendono nulli i provvedimenti europei. In questo modo, a pagare sono i cittadini, nei modi più diversi: pescatori che non possono avvalersi di contributi; ristoranti delle zone in cui non si possono vendere specie protette; contribuenti, che pagano per i proventi di un’industria che distrugge l’ambiente.

Come mai, in questo scenario, chi saccheggia l’ambiente non si ferma? La minaccia dell’esaurimento del pesce, infatti, dovrebbe rendere più sensibili alle istanze ambientali i pescatori, dato che, dopo tutto, l’impoverimento del mare non conviene a nessuno. A questa domanda, però, non esiste una risposta univoca. Si può supporre che il mix di diversi elementi, politici, economici e (soprattutto) culturali, spinga a mantenere le cose come stanno, non guardando al futuro, o fingendo che sarà come e meglio del presente. In altre parole, pescatori, politici e cittadini comuni non hanno nessun interesse a cambiare le cose. Questa politica è stata portata avanti con quella che potremmo definire miopia programmata: alle risposte problematiche che l’ambiente mostra, rispetto alla continua pressione umana, la politica e il mercato si adeguano con misure che cercava di salvaguardare il livello di pressione, e non l’ambiente. Per anni si è proceduto a misure che avevano come obiettivo il nascondere i cambiamenti ambientali, sotto forma di aiuti economici.

 

L’area marina protetta del Canale di Sicilia

Il Canale di Sicilia è stato proposto come area marina protetta da Unep-Map, il Piano mediterraneo del Programma Ambientale delle Nazioni Unite, e da Greenpeace. La proposta è diventata di stretta attualità soprattutto a causa delle operazioni petrolifere. La presenza di un’area marina protetta sarebbe una protezione legislativa di fronte a cui le compagnie petrolifere dovrebbero arretrare.

Paradossalmente, la difficoltà sta nell’immaginare le comunità locali che si schierano a favore di una proposta simile. I pescatori, come si è detto, tendono sempre a volere minori limitazioni, e reagirebbero in modo negativo a un divieto di pescare nel Canale. Un rifiuto del genere si è visto praticamente per ogni area protetta marina che è stata proposta, in Italia e in Europa. In più, la politica locale difficilmente acconsentirebbe a mettere dei lacci allo sfruttamento del territorio, che nella zona è una sorgente di lavori edili e clientele. Perché mai questi gruppi dovrebbero rinunciare a quelle che finora sono state le uniche fonti di reddito della zona?

A questa domanda si può rispondere guardando a quello che è successo in zone che sono già diventate aree marine protette, e per le quali esiste già una letteratura scientifica in grado di valutarne gli effetti. Le tendenze che emergono sono abbastanza chiare, tanto da essere state chiamate effetto riserva. L’istituzione di aree marine protette, anche dove l’ambiente è stato seriamente compromesso dalla sovrapesca, dalla cementificazione e dal turismo privo di regole, è servita non solo a riparare le perdite ecologiche, ma anche a dare un impulso massiccio alla creazione di un’economia diversa. La zona protetta, infatti, aiuta la riproduzione di pesci, che riescono a crescere ben oltre la taglia raggiunta in zona di pesca, ed è un impulso al turismo sostenibile e in generale alla presenza di strutture ad alto valore aggiunto ed a basso impatto. Ma i benefici si estendono anche alla zona al di fuori dell’area, che può sfruttare il flusso turistico, ed in cui i pesci, più grandi e liberi di riprodursi, affluiscono più numerosi, assicurando pescato regolare anche alla comunità di pescatori.

Un caso emblematico, in questo senso, è quello delle isole Medas, in Spagna, dove l’area marina protetta è stata istituita nel 1983 su pressione della popolazione, che aveva visto impoverirsi in modo sempre più drammatico la fauna ittica. All’inizio l’area fu pesantemente osteggiata dalla comunità locale dei pescatori, che ritenevano fosse finita un’era di benessere e di ricchezza per il semplice capriccio di qualche ambientalista. Passati alcuni anni, le Medas, secondo tutti gli studi che vengono effettuati nella zona, sono uno dei punti più ricchi di biodiversità del Mediterraneo, con un fiorente turismo subacqueo e naturalistico, e con un raddoppio del pescato. I pescatori hanno finito per essere, anch’essi, sostenitori dell’area marina protetta.

La scommessa di Unep-Map, di Greenpeace e delle diverse associazioni ambientaliste che stanno nascendo nella zona del Canale di Sicilia è, quindi, analoga a quella già vinta in altre aree marine protette. Confrontarsi il più possibile con la popolazione locale, senza la quale non è possibile l’istituzione dell’area. La popolazione locale gioca un ruolo ancora più importante nel rispetto delle limitazioni, che sono la vera ragione d’essere di un’area protetta. Una zona di protezione che viene vista come estranea è del tutto contraria allo spirito della sua istituzione, in senso sia economico che etico. Imporre un’area avrebbe lo stesso significato di lasciare la zona priva di ogni regola. Ma, come è già successo altrove nel mondo, un adeguato dibattito pubblico, in cui a ciascuno fosse data la possibilità di esprimere la propria opinione senza essere scavalcato dagli appoggi politici di altri, avrebbe risultati sorprendenti. Persino in Sicilia, dove la prima reazione a proposte del genere è il pensiero che possano succedere solo altrove, e mai qui. Le sei aree marine protette sulle coste siciliane, dimostrano il contrario.

 

Conclusioni

Il Canale di Sicilia è l’oggetto di attenzioni, e ambizioni, diverse. Da un lato, quelle classiche dell’economia, che ambisce a crescere in maniera indefinita. Dall’altro, nascono dalla società nuove esigenze, che richiedono maggior spazio nell’arena pubblica. L’attuale attivismo delle compagnie petrolifere nella zona è solo una fase, in cui tutte le contraddizioni del sistema economico vigente diventano manifeste. Per garantire la crescita indefinita della società, si fa finta che la crescita sia esente da costi ecologici e sociali. Tali costi invece possono essere drammatici, come ha dimostrato l’incidente della Deep Water Horizon.

A scontrarsi sono, quindi, due modelli di sviluppo. L’esito di tale scontro, che potrebbe sembrare impari, non è affatto scontato, dato che diverse volte la società ha dimostrato di andare contro la prepotenza economica, per salvaguardare interessi di tipo diverso.

[1]    Vedi per esempio i finanziamenti alle energie rinnovabili, oggetto di continui ripensamenti, tagli e adeguamenti normativi, che hanno l’effetto di rendere instabile un mercato in forte crescita.

L’orgia dei tecnoentusiasti

Continuo la pubblicazione on line dei pezzi che scrivo per Segno, mensile edito a Palermo. Questo articolo è comparso con il titolo Entusiasmo tecnologico e tentazioni autoritarie sul numero di febbraio 2014, e si tratta di un sunto di preoccupazioni, un tentativo di fare chiarezza nel magma in mutamento continuo e contrastante che sono gli studi sull’impatto politico della rete. Nulla di nuovo, tanto per cambiare, ma un buon tentativo, credo, di fare ordine tra gli argomenti emotivi e i fatti, tra le illusioni e quello che la realtà cerca di suggerirci.

 

Il luogo comune suona più o meno così: più rete è uguale a più democrazia. Un maggiore accesso alle reti informatiche significa maggiore partecipazione della cittadinanza alla vita pubblica, sia nelle democrazie che nei regimi autoritari. La prova empirica sarebbe nel ruolo centrale svolto dai social media nelle primavere arabe e nello sviluppo dei movimenti Indignados e Occupy Wall Street, i quali puntavano sulla capillarità della rete per coordinare le proteste e le manifestazioni.

Anche se a volte riesce a cogliere qualche verità, ogni luogo comune punta su aspetti che si credono autoevidenti ma non lo sono affatto. Molto spesso, la rete ha un ruolo marginale nell’innesco di rivolte e cambi di regime. Questo dovrebbe essere chiaro per induzione: i regimi cadevano anche prima che internet esistesse, ed è ragionevole pensare che anche in futuro i regimi cadranno non grazie a Twitter, ma al desiderio di una popolazione di liberarsi della prevaricazione. È vero che nel mondo di oggi la rete svolge un grande ruolo di catalizzatore. Ma negli ultimi anni si può vedere emergere una tendenza opposta, quella di usare la rete per livellare le opinioni e il dissenso. Qualcosa nella rete deve essere cambiato. O al contrario tutto è rimasto uguale a sé stesso, e siamo noi, cittadini e utenti medi, a dover riconsiderare le nostre idee riguardo a internet.

 

La terra promessa

Fino a poco tempo fa la rete, di cui abbiamo iniziato a usufruire in massa solo sul finire degli anni novanta, ci veniva descritta – ma sarebbe meglio dire che ci veniva promessa – come il regno della libertà. Sulla rete c’è spazio infinito, c’è l’infinita possibilità di parlare con infinite persone, non ci sono censure né filtri, nessuno è davvero in grado di controllare quello che facciamo. Significa avere una libertà di stampa enorme, non condizionata nemmeno dagli ingenti investimenti economici necessari a fare partire una testata editoriale. Per chi ha l’inclinazione, internet è una miniera: ci si fa inghiottire dal buio dei circuiti e si riemerge pieni di soldi.

Questo approccio ha alle spalle una grande comunità di entusiasti e di opinionisti tecnocapitalisti alla Wired per i quali la rete è fonte di per sé di libertà e innovazione politica. Una visione che costruisce tutta un’ideologia su come il capitalismo e le sue nevrosi non possano essere cambiati ma solo ritoccati e, bene che vada, migliorati. La premessa nascosta, perché data per scontata, è che la rete lasciata a sé stessa porterà naturalmente a innovazioni economiche e al libero mercato, a cui farà compagnia, quasi per magia, un aumento del livello democratico e delle condizioni generali di vita della popolazione.

Per un molto tempo è stato difficile dare torto all’approccio entusiasta, perché le cose sono andate esattamente in questo modo. La rete ha fatto il suo lavoro e grazie all’impegno di diverse persone si può affermare che c’è più democrazia in circolazione. Diversi monopoli economici sono stati messi in discussione. L’autorità degli stati nazionali è stata messa in ridicolo dal carattere transnazionale delle reti, per cui ciò che era reato in un paese cessava di esserlo non appena si accendeva il modem. Diverse cose che i governi erano abituati a tenere nascoste finirono per essere svelate. Wikileaks rimane un caso storico: dal momento della pubblicazione dei primi cablo diversi milioni di persone hanno riconosciuto alla trasparenza un valore molto più alto, nella vita democratica, del sempre fumoso concetto di “sicurezza nazionale”.

L’apice dell’ideologia delle reti si è raggiunto nel 2011, quando durante le rivolte del mondo arabo non si è mai mancato di fare notare come i partecipanti si organizzassero con mezzi come Twitter e Facebook. Si diceva che il modo più sicuro di capire che le dittature stavano capitolando fosse osservare quando avrebbero indotto uno shutdown delle reti, un isolamento dei sistemi nella speranza disperata di tagliare le comunicazioni ai rivoltosi. A quel punto si poteva puntare l’orologio: il governo dispotico sarebbe caduto in pochissimo tempo, per fare posto a una nuova leva di governanti.

 

Un brusco risveglio

Nessuno di quelli che allora sottolineavano con compiacimento la libertà intrinseca dei social network ha mai fatto notare come gli stessi social network siano adesso usati dall’Esercito Egiziano come organi ufficiali per comunicare restrizioni al diritto di manifestazione e di associazione. O, se lo hanno fatto notare, hanno fatto in modo da tenere ben separate queste notizie da quelle più entusiaste, come se fossero semplici incidenti di percorso. In realtà, il 2013 è stato un anno durante il quale il sogno di avere più democrazia grazie a una rete lasciata a sé stessa ha ricevuto ben più di uno schiaffo.

A tenere banco sono state le rivelazioni di Edward Snowden, con le quali è stato svelato un intricato complesso di spionaggio attraverso cui agenzie governative americane ed europee, di concerto con diverse aziende informatiche, spiavano un numero enorme di cittadini in tutto il mondo, spesso infischiandosene allegramente dei limiti legislativi e dei semplici diritti umani. A colpire sono state soprattutto le modalità di raccolta dei dati. Senza fare ricorso a metodi fantascientifici, le agenzie accedevano ai server delle grandi aziende informatiche e consultavano le registrazioni di gran parte delle comunicazioni on line. Una sorveglianza che si potrebbe definire orwelliana, se non fosse già oltre quello che aveva immaginato lo scrittore inglese. In 1984 la sorveglianza avveniva in modo esplicito attraverso teleschermi. Si era consapevoli di essere sorvegliati. Nel 2014 non si ha neanche il lusso di questa consapevolezza.

Altri segnali, più piccoli e modesti, sono emersi a incrinare l’immagine della rete portatrice di libertà e democrazia. L’elezione del Presidente di uno stato del G8, l’Italia, è stata largamente condizionata da una consultazione on line fatta da un partito d’opposizione, condotta con metodi non trasparenti e del tutto manipolabili. Sembra che l’atmosfera del dibattito on line si stia abbassando sempre di più verso livelli da osteria. Quello che doveva essere uno spazio di libertà si sta trasformando in una cloaca.

La povertà di strumenti retorici e logici, l’inconsistenza degli argomenti e la povertà del linguaggio usato non sono solo un problema estetico. Nessuno è tenuto a farsi piacere un linguaggio brutto, così come nessuno è tenuto a impararne uno bello. Ma se tutto si fermasse alla scarsa qualità ci sarebbe solo da allargare le braccia. Invece, l’inaridimento e l’abbrutimento del dibattito hanno una deriva pericolosa verso l’autoritarismo più smaccato. Molto spesso nei dibattiti on line l’argomentazione è una perfetta sconosciuta, a cui si preferisce lo squadrismo telematico, l’insulto, l’argomento ad hominem, il tentativo di censura. L’assenza di controllo e persino della possibilità di controllo, che dovrebbe essere un punto di forza per la libertà della comunicazione in rete, finisce per essere un suo punto debole. Quando le voci più deboli, o semplicemente meno pazienti e disposte a farsi insultare, sono costrette a lasciare il campo perché non c’è nessun mezzo che le tuteli, la libertà della rete è compromessa. Rimane solo una bella promessa, ma senza nessuna applicazione pratica.

 

I tre vertici della comunicazione

Parlare di mezzi di comunicazione in modo lineare, guardando solo ai contenuti veicolati e considerandoli come fossero dentro una bolla separata dalla società, non ha senso. Bisogna considerare almeno tre grandi aree: la tecnologia che permette un nuovo modo di comunicare, le persone che usano concretamente quella tecnologia, e le regole che una società si dà per controllare persone e tecnologie. Questi settori possono essere considerati come vertici di un triangolo, e a seconda di come si muovono contribuiscono a definire lo spazio occupato da uno strumento di comunicazione in una società. Storicamente, almeno uno dei vertici è stato in una posizione sopraelevata rispetto agli altri. I governi avevano enormi poteri di censura sulla stampa, oppure i mezzi tecnici erano costosi e inaccessibili, limitando di fatto ciò che poteva essere detto attraverso di essi e dando un grande vantaggio a chi si trovava nelle condizioni di controllarli, che potevano imporre una selezione e un controllo molto approfonditi su ciò che poteva o non poteva essere pubblicato.

La rete ha eliminato la posizione di superiorità dei vertici, e questo, fin dall’inizio, è stato il suo carattere più rivoluzionario. Eliminando la difficoltà di accesso ai modi di produzione dell’informazione, trascendendo i limiti fisici e quelli legislativi, ha regalato alla società una grande libertà di parola, quantomeno al livello potenziale. Se i tre vertici del triangolo si equivalgono non c’è potere legislativo o tecnico che possa vietare l’espressione di quello che si vuole, nel modo che si vuole. In teoria questo avrebbe dovuto portare a più democrazia. Di fatto, ha creato il paradosso centrale dell’inizio del secolo: a maggiore spazio, meno libertà. Se in potenza si può dire e fare quello che si vuole, diventano inefficaci anche i mezzi per fermare opinioni tossiche o strategie retoriche volte a impedire all’avversario di esprimersi.

Magia: con il diffondersi della rete si è avuta anche una crescita delle richieste censorie da parte della società. Giornalisti, partiti, funzionari e quel grosso miscuglio di sensazioni autoritarie e perbenismo da classe media che va sotto il nome di società civile hanno iniziato a chiedere con insistenza l’inserimento di filtri legislativi e tecnologici alla comunicazione on line. Poco importa che la giustificazione si ricavi sempre da una qualche emergenza. La lotta alla pedofilia, alla diffamazione, alla diffusione di ideologie terroristiche, alla truffa finanziaria possono essere motivi più che giusti per una vigilanza maggiore da parte della società, ma i modi in cui si pensa a questi interventi sono tanto vaghi e generali da risultare sospetti. Con la scusa della diffamazione o dei crimini si vorrebbe impedire il dissenso, censurando per legge l’espressione di opinioni diverse.

Rientrano allora in scena gli altri due vertici del triangolo, lasciati indietro in un primo momento dalla velocità con cui le nuove forme di discussione si diffondevano on line. Soprattutto i governi, e in generale le agenzie addette al controllo della vita civile, hanno passato un buon decennio a rincorrere la novità di una comunicazione su cui non avevano un reale potere d’interdizione. Sostanzialmente si poteva dire qualsiasi cosa e nessuno poteva farci niente, né tecnicamente né attraverso leggi e controlli. L’illusione, ancora una volta, era di una totale libertà del pubblico. Nel 2013 si è scoperto che questa illusione nasconde una svolta pericolosamente autoritaria. Nel corso dell’anno è diventato sempre più chiaro a che livello un governo o un’organizzazione possano controllare, classificare e guidare il flusso di informazioni, con l’aiuto di chi gestisce l’infrastruttura tecnica. Sempre con la gestione dell’infrastruttura è stato possibile per Grillo e Casaleggio, le due persone a capo del Movimento Cinque Stelle, assumere un potere sempre maggiore all’interno del Parlamento Italiano senza essere mai stati votati in una vera elezione. L’unica legittimazione deriva loro da una rete controllata più da loro che dai sostenitori del Movimento.

La deriva è molto più pericolosa di quello che sembra. I vertici del triangolo comunicativo della rete, come abbiamo detto, sono fatti per rimanere equidistanti. Questo significa che anche il vertice delle persone sarà ridimensionato dagli altri due. Come la crescita della libertà di parola nell’ambito della rete ha significato un aumento del rumore di fondo, la crescita di potere di legislazioni e infrastrutture potrebbe avere conseguenze imprevedibili anche in ambiti che non hanno a che fare solo con la rete. Si deve entrare nell’ordine di idee che il potere degli stati e delle grandi aziende non si concentrerà più sulla censura attiva o sulle operazioni di polizia, ma sulla registrazione e sul controllo ad alto livello.

Cosa si potrà fare con queste informazioni è una domanda aperta a sviluppi futuri. Ma le premesse che si colgono non sono buone. Il governo inglese e quello americano, imitati da tutti gli altri governi europei, propongono periodicamente aggiustamenti alle leggi esistenti o nuove norme per poter usare i flussi di dati. La comunicazione in rete, che sul breve periodo garantisce una maggiore libertà, sul lungo periodo potrebbe diventare lo strumento principale con cui assicurare l’avanzamento di pratiche autoritarie. Deve essere chiaro che non si possono tenere separati i problemi: il maggiore controllo e la maggior libertà sono espressioni dello stesso sistema, della stessa interazione tra tre vertici della comunicazione in rete, così come si sono strutturati negli ultimi venti anni.

 

Nuove regole per una democrazia vera

In un suo bellissimo saggio sulla satira politica nella letteratura di Swift, George Orwell fa considerazioni molto pertinenti sull’ideale di una società senza leggi e obblighi e sulla tendenza totalitaria di un ideale del genere. Quando l’unico arbitro del comportamento è l’opinione pubblica, dice Orwell, non c’è nessuna tolleranza per la diversità. Gli animali gregari sono tendenti al conformismo, e quando si presume che l’unico governo venga dalla ragione o dall’amore, l’individuo è sottoposto a una spinta continua a pensare e comportarsi come ogni altro. In questo modo si raggiunge lo stadio più alto dell’organizzazione totalitaria, lo stadio in cui il conformismo è divenuto talmente generalizzato che non c’è più bisogno di una forza di polizia. (George Orwell, Politica contro letteratura, in Nel ventre della balena, pag. 64, Bompiani 1996)

Scritto con in mente la contaminazione continua tra politica e lavoro letterario, il saggio di Orwell fa venire in mente gli sviluppi più recenti della comunicazione on line. Da un lato, talmente tanta libertà da ricondurre tutto a un conformismo schiacciante; dall’altro, mezzi di controllo che assecondano questo conformismo, limitandosi a correggerlo con strumenti sempre più pervasivi, riuscendo a fare apparire come normali misure amministrative delle prevaricazioni autoritarie.

Se il problema è di sistema non ha tanto senso cercare soluzioni solo dentro la rete. Può essere un primo passo, ma non è sufficiente. A dover cambiare sono l’educazione e l’abitudine democratica, il rispetto di regole sia da parte della popolazione che di chi la governa. Questo significa trovare il modo di regolamentare la rete. Di solito basta accennare a tentativi di regolare la comunicazione on line per fare insorgere tutta la categoria degli entusiasti, ma ormai il problema è ineludibile, e non è con le alzate di scudi che si risolverà. Lasciare la rete allo stato semianarchico in cui è oggi significa condannarla al chiacchiericcio di fondo, e condannare la società a un controllo sempre più pervasivo e al conformismo più grigio.

Questo non significa in nessun modo che le regole sulla rete vadano imposte unicamente dai governi o da altri delegati. Ci sono tanti soggetti interessati a una comunicazione efficace e ad uno svolgimento serio dei dibattiti, e basterebbe iniziare un’autoregolamentazione per migliorare efficacemente gli scambi on line. Sarebbe molto più difficile per una autorità pretendere di controllare tutto e censurare tutto di fronte a un controllo più efficace attuato direttamente sulla rete e da chi in rete ci vive. Per essere libera, internet ha bisogno di un libero controllo, del rispetto della logica e dello spazio di discussione, non dell’autorità di qualcuno o qualcosa che filtri i contenuti. Una maggiore salute della nostra democrazia passa anche dall’imparare a dibattere, e come abbiamo visto le abitudini apprese sulla rete si possono portare anche al di fuori. Può succedere di nuovo, e in meglio.

Cambiare lingua

Con questo, inizio a pubblicare on line i pezzi che ho scritto per la Rivista Segno di Palermo. Sono pezzi lunghi, per lo più su politica e comunicazione, ma in genere sono digressioni in cui cerco di dare forma ai temi su cui mi concentro in un momento particolare, magari usandoli in modo più costruttivo di “ciao, conosco la teoria della rappresentazione sociale come le mie tasche e vorrei fare sesso con te.” 

Questo pezzo è stato pubblicato nel maggio del 2014, e ha fatto incazzare alcuni dei vecchi lettori di Segno. L’idea che il passato sia da lasciare al passato e che nel presente si debbano usare categorie del presente suona quasi come un’eresia. Se non fosse che sono stato educato a non fare il presuntuoso e, da bravo soldatino disciplinato, a cercare attivamente l’auto-sabotaggio, direi che ho indicato qualcosa che doveva restare nascosta. Si può toccare tutto, in Italia, purché lo si faccia con il rispetto per il passato che legittima l’autorità del presente. E dire che il pezzo mi sembra abbia dei difetti evidenti: cerca di giustificarsi troppo, si arrota in lunghe perifrasi per non mettere concetti troppo duri sulla faccia del lettore, cade negli stessi errori di chi sta criticando. Ma se anche in questo modo ha suscitato delle reazioni, si vede che di certe cose non si può proprio parlare. Per questo motivo, eccolo qui.    

 

Un simbolo ingombrante

Se si vive in Italia e si ha un’età compresa tra i 26 e i 36 anni, è impossibile aver trascorso la propria vita senza sentire nominare almeno una volta Enrico Berlinguer. Soprattutto se si è cresciuti con famiglie e frequentazioni di sinistra, il nome di Berlinguer è stato udito, di solito in chiave nostalgica, come ispiratore di una sinistra buona che non aveva tutti i difetti che oggi la portano a perdere, o, se vince, a non essere sinistra. Il segretario del PCI è sempre al centro di bei ricordi, quasi mai se ne sente parlare in modo critico, neanche da parte di chi invece non fa che criticarlo: l’acredine e il parlare male a prescindere sono solo un altro modo di dare spazio a pancia ed emozioni, anche se potrebbero avere l’apparenza di discorsi razionali.

Enrico Berlinguer è un simbolo, tanto evanescente quanto intoccabile. Per rimettere le cose in prospettiva e farsi un’idea sana e distaccata di come si sia ingigantito quel simbolo si potrebbe fare un esperimento, facilitato dalle condizioni in cui alcuni trentenni hanno potuto vivere la propria esperienza universitaria. Si potrebbe usare uno dei programmi di studio all’estero per incontrare un altro nato negli anni ‘80 e chiedere a lui se ha un’idea di chi fosse Berlinguer. Se la persona con cui parliamo non è stata impregnata di storia e tradizione della cultura di sinistra europea – se, cioé, stiamo parlando con un trentenne europeo medio – è molto probabile che dovremo spiegargli chi è stato Berlinguer, cosa ha fatto e perché ancora oggi viene citato, in Italia, come simbolo di una sinistra esemplare che non esiste più.

A questo punto, se lo sventurato non ci ha ancora seppelliti sotto il peso dei suoi sbadigli e siamo riusciti a tenere viva la sua attenzione, ci arriverà la domanda: perché? Perché parlargli di Berlinguer, oggi? Dovrebbe davvero importargliene qualcosa?

Senza scomodare i pesi massimi della militanza di sinistra internazionale, diventati materiale buono per magliette e status seduttivi sui social network, ogni paese europeo ha avuto grandi figure che hanno traghettato la sinistra dentro la vita democratica. È stato un lungo viaggio, quello del socialismo, che partito dalle riunioni di un pugno di complottardi ha finito per ispirare e migliorare la vita di milioni di persone. Una tradizione in cui spiccano alcuni giganti e diverse nobili figure, responsabili di questa crescita e dei grandi risultati ottenuti. Giganti anche perché con declinazioni diverse hanno svolto il loro compito e, quando i tempi sono cambiati o semplicemente la vita ha fatto il suo corso, sono usciti di scena per entrare nei libri di storia. Con l’aiuto di chi proseguiva il lavoro al posto loro, impegnato a lavorare oggi per costruire il domani, e non a rivivere ossessivamente il passato.

In Italia questo processo si è fermato. Una continua rielaborazione storica e nostalgica porta il nostro paese ad appassionarsi delle vicende di persone e idee morte da tempo, parlandone come se fossero cronaca. Gli italiani pensano più al passato che non al presente. Guardano il mondo attraverso uno specchietto retrovisore, come diceva McLuhan, riuscendo a vedere il futuro solo attraverso le immagini che arrivano dal passato. Una nostalgia istituzionale che spesso puzza  di conservatorismo, decidendo cosa va bene nel presente basandosi sui precetti e sui grandi movimenti del passato.

Capita spesso, se si hanno trent’anni nell’Italia del ventunesimo secolo, di chiedersi perché questo paese sembri condannato a vivere nel passato perenne. Ma si può ribaltare la prospettiva: la rievocazione discreta e continua della figura di Berlinguer può servire come spunto utile a capire l’oggi, i meccanismi che tengono questo paese inchiodato a un’immagine statica di sé. L’attualità di Berlinguer, nel dibattito che si svolge a sinistra, sembra essere talmente scontata da non avere bisogno di spiegazioni. Invece,è tutta da dimostrare.

 

Essere come tutti

Il nome di Berlinguer è quello che salta fuori più spesso quando si discute di cosa sia la sinistra, o, in modo ancora più ridicolo, di cosa sia più di sinistra. Una discussione costante, quasi un’ossessione nelle menti di donne e uomini di sinistra italiani, in cui il nome del grande segretario viene invocato come interprete dell’ultima grande idea di sinistra italiana, di un modo di fare politica e di essere di sinistra elitario ed esclusivo, nel senso proprio del termine. A sinistra ci sono i migliori, sotto tutti gli aspetti, quelli che sanno bene come deve cambiare in meglio il paese, e che non accettano altri punti di vista perché sanno di essere già arrivati alla migliore interpretazione possibile. Ai trentenni di oggi Berlinguer arriva attraverso il racconto dei padri, in cui la scomparsa del segretario coincide con la scomparsa di un’Italia, con l’inizio di una decadenza morale e politica che continua ancora oggi, inarrestabile. Berlinguer è uno spartiacque psicologico, prima che politico: al di qua della linea tracciata da lui sulla base di grandi intuizioni ci siamo noi buoni di sinistra, dall’altra parte della linea ci sono loro, tutti coloro che non accettiamo e non potremo mai accettare come nostri pari, e che, ovvio, non sono vera sinistra. Vogliamo essere come tutti, secondo l’intuizione di Francesco Piccolo: non tutti inteso come la totalità del paese, ma come l’unico, vero popolo a cui valga la pena di appartenere. Il resto non è, e non ha diritto ad essere.

Può piacere o meno, ma questo scisma a sinistra è il sottoprodotto delle scelte di Berlinguer, del suo arroccamento sull’identità, della sua resistenza al cambiamento di conquiste ottenute grazie al PCI. Questo non significa, però, togliere valore alla storia politica o alle stesse scelte di Berlinguer. Tutt’altro. Può, e deve, essere lecito analizzare storicamente il modo in cui Berlinguer agì, conducendo il suo partito e una fetta enorme della società italiana verso una posizione di netta separazione identitaria dall’altra Italia, quella che voleva il cambiamento con un’arroganza che vent’anni dopo sarebbe diventata la norma. L’analisi storica però non giustifica che le posizioni di Berlinguer siano state ritenute come le uniche valide e puramente di sinistra degli ultimi trent’anni. Una responsabilità che ricade per intero su chi è venuto dopo ed ha difeso a oltranza certe posizioni perché aveva da guadagnarci: non certo di Berlinguer.

Chi è venuto dopo è la generazione di quelli che, genericamente, possono essere inclusi nella vecchia categoria sociologica dei baby boomers, i nati tra gli anni ‘40 e ‘60. Il continuo rivangare un passato diventato ingombrante, fatto di lotte, di ideologia, di passioni, nelle mani dei baby boomers ha raggiunto livelli parossistici. A sentire parlare alcuni di loro, pare che solo quella generazione abbia avuto una giovinezza, e non è possibile che altre generazioni possano esprimerne una propria, con linguaggi e modalità proprie. Un atteggiamento che si concretizza in una enorme condiscendenza verso tutto quello che è stato fatto dalle generazioni seguenti, e soprattutto in una continua e ossessiva riproposizione di modelli e consumi culturali nati tra gli anni sessanta e settanta. Gli esempi sarebbero infiniti, tanto sono pervasivi e ossessivi nella vita quotidiana, ma volendo restringere il campo si può guardare alla musica, che in Italia non sembra poter andare oltre il concetto di cantautore impegnato, e niente che sia stato prodotto dopo il 1980 sembra avere un qualche valore o qualche dignità.

 

Nostalgia rivoluzionaria permanente

Questo modo di vedere il mondo, come se ci fosse stato un evento talmente grande – una rivoluzione – da congelare ogni spinta culturale, si manifesta con la cristallizzazione di quell’idea di politica e società che, come si è detto, era maturata con Berlinguer, ma che poi sarebbe dovuta cambiare, come ogni cosa dotata di una sua vitalità. Invece, in mano ai gestori della rivoluzione permanente degli anni ‘60 e ‘70, Berlinguer è diventato il fantoccio con cui risolvere le proprie nevrosi. Chiusi in un territorio di superiorità morale auto-appuntata, molti esponenti di quella sinistra con il passare degli anni si sono sentiti obbligati a conciliare la propria militanza passata con l’occupazione di posizioni di potere, cosa che, inevitabilmente, ha significato scendere a compromessi e abbandonare la propria purezza. Dato che la propria autorità discendeva proprio da quella purezza, la scelta è stata di conservazione, di chiusura di fronte a qualsiasi postura politica e culturale alternativa. La linea tracciata da Berlinguer sulla sabbia iniziò a diventare un fossato, che poi venne riempito da un muretto, che poi fu consolidato. Oggi abbiamo una linea di demarcazione chiara, in cui solo l’utilizzo di una retorica e di un armamentario di simboli determinano l’appartenenza al settore buono o cattivo della società. Una linea che fornisce legittimazione e che va presidiata con massicce dosi di nostalgia istituzionalizzata, con la canonizzazione di personaggi che hanno dato il meglio di sé più di trent’anni fa, e con la costituzione di poteri simbolici che si sono posti al di sopra di ogni vaglio critico.

La strategia nostalgica ha funzionato talmente bene da creare nei trentenni la vivida consapevolezza della propria insignificanza, culturale e politica. Di tutte le culture e i movimenti nati dagli anni ‘80 in poi nulla si è mai salvato dai sorrisetti accomodanti e sussieguosi dei baby boomers, che se la ridevano dall’alto dei loro anni mitici, gli unici che sia valsa la pena vivere. E dal loro punto di vista c’era anche da comprenderli: perché mai tentare altre strade, se il meglio si era palesato e tutto quello che si poteva fare era salvaguardarlo e riproporlo? In questo modo è stata creata la generazione più conformista e conservatrice che si sia mai vista: chi oggi ha trent’anni fa politica, suona o scrive scimmiottando i propri padri. L’idea che i linguaggi giusti da usare siano già stati inventati è talmente piantata nelle menti che una sua messa in discussione suscita ironie e astio, una salvaguardia dei confini portata avanti innanzitutto dai trentenni, diventati molto velocemente custodi della tradizione.

Quali sono le responsabilità di Berlinguer, come persona, in tutto questo? Nessuna, a meno che non si voglia ammettere che un segretario scomparso da trent’anni possa ancora influenzare le nostre vite. Con tutto quello che è successo nel frattempo, poi. A fare danno, come sempre, sono i vivi. Berlinguer è diventato un simbolo, maneggiato per legittimare certi comportamenti e un certo modo di intendere il potere. Comportamenti e potere nati quando i trentenni di oggi stavano imparando a camminare.

 

Storia, non cronaca

Si deve lottare, allora, per chiarire al di là di ogni dubbio che quello è un mondo morto. Non c’è più, superato da tanti, troppi avvenimenti. Chi vorrebbe che si continuasse ad agire e pensare come negli anni settanta e ottanta parla una lingua morta, imponendola ai vivi per il vantaggio miserabile di continuare a giocare nel proprio campo con le proprie regole. Stupirsi e ridere con condiscendenza perché un diciottenne scambia Berlinguer per un giocatore di calcio è rivelatore solo di un senso di superiorità cadaverico, con la sola legittimazione dell’anagrafe, dell’esserci stati quando il mondo rappresentato da Berlinguer era vivo, e dell’essersi appuntati da soli la medaglietta di unici interpreti della sinistra. È come dare i buffetti sulla nuca a un bambino. È il modo in cui la sinistra si è trasformata in una delle principali forze reazionarie del paese, ammantandosi di retorica legalitaria e progressista per giustificare i propri obiettivi di potere e nascondere il proprio vuoto di idee.

Se un trentenne di oggi volesse accostarsi serenamente alla figura di Berlinguer, allora, dovrebbe innanzitutto lottare per consegnarlo ai libri di storia, lasciando le valutazioni sulle sue idee ad aule e convegni universitari, e trovandosi altre ispirazioni per le proprie lotte politiche. È un processo difficile, pieno di ostacoli e false piste, ma non si può più rimandare. L’alternativa è il rimanere ostaggi del passato, di tradizioni che non abbiamo mai scelto e di nevrosi che già oggi si manifestano sotto forma di un congresso permanente all’interno del principale partito della sinistra moderata. Continuando a ignorare in questo modo tutta l’altra metà del paese, la maggioranza, che di queste cose non ne vuole sapere, e che è molto stanca di vedersi trattata con condiscendenza da eredi autonominati di una tradizione morta. Peggio ancora, rischiando di ignorare la vitalità di culture che non vogliono essere assimilate nel calderone della sinistra migliore, ma che hanno comunque tanto da offrire e da raccontare al mondo.

La figura di Berlinguer dunque è il modo in cui la sinistra parla e pensa a sé stessa. Confrontarsi con essa è confrontarsi con la cultura politica dei nostri padri, accettarla supinamente o superarla, con tutte le elaborazioni del caso.

La crisi politica che stiamo attraversando oggi inizia con la morte di Berlinguer, del simbolo Berlinguer, con il tramonto di quel modo di intendere la sinistra. Ma questo non significa che l’unica via d’uscita alla crisi sia guardare il futuro dallo specchietto retrovisore, tornando ai valori di Berlinguer. Oggi attaccarsi alla figura del segretario del PCI non è più una soluzione, è il problema. Tracciare una riga e nascondersi dietro l’idea che stare dentro una minoranza sia di per sé motivo di superiorità è una strategia che ha prodotto una cultura politica rancorosa, astiosa, fatta di figure vecchie e tristi concentrate sui propri ricordi da reduci di una rivoluzione simulata. Questa cultura oggi è una delle cause principali della conservazione a oltranza, con l’insopportabile contorno di richiamo a principi morali che evitano accuratamente di sporcarsi le mani nel confronto con la realtà. Superarla significa iniziare a guardare il mondo con i propri occhi, non con quelli dei nostri padri. La responsabilità di chi è nato negli anni della scomparsa di Berlinguer oggi è questa: lasciare riposare Berlinguer, e costruirsi altri modi di essere migliori.

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