Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Category: Cultura pop

Gente per bene: Mike V

Mike Vallely è uno skater che fa un sacco di altre cose: canta e scrive e dirige compagnie di skate. Non si fa tanti problemi sui ruoli che indossa, cerca di vedere un mondo migliore e di sbattersi per ottenerlo. Molto difficilmente lo si troverà a lamentarsi delle cose che non vanno. A modo suo è stato una porta d’accesso a un mondo che difficilmente sarebbe potuto arrivare a un ragazzino della provincia italiana degli anni novanta. Adesso, venti anni dopo, gli sento dire cose di grande importanza e gli vedo fare le stesse cose che piacerebbe fare a me. Non nel senso che vorrei andare in skate e rompermi il naso facendo hockey. Ma Mike V mischia, comunica, scrive poesia, fa skate, va in giro a ispirare i bambini, canta in gruppi punk, fa podcast, fa partire compagnie di skate. È questa intensità, questa temperatura, questo mettere sé stessi nelle cose che si fanno senza compromessi che mi fa pensare parecchio. C’è bisogno di gente come lui, in giro. Provo a spiegare perché.

Il nome di Mike Vallely mi è capitato a tiro in qualche punto agli inizi degli anni novanta. Ero un piccolo dodicenne della provincia più a sud d’italia e cercavo qualcosa che mi piacesse non perché me lo avessero passato i miei genitori, ma perché piaceva a me. Lo skate mi era sembrata da subito un’ottima idea. C’era movimento, c’era la possibilità di fare uno sport divertente, c’erano dei miei amici che già lo facevano. Soprattutto era un passatempo che mi spingeva a stare fuori di casa, mi dava la possibilità di girare per strada in modo diverso dal salire sull’auto di mio padre. Un modo nuovo di scoprire una piccola città, il più basilare: a piedi, con una tavola, sudando e sfrecciando tra i passanti, muovendo il fisico invece che guardando da un finestrino o seguendo percorsi e luoghi obbligati.
Dopo avere comprato una tavola da quattro soldi, una Jacobson in offerta da Treesse a quarantamila lire, ci misi su un paio di ruote enormi e iniziai a darmi da fare per imparare a saltare – a ollare. Poi, dato che fin da piccolo sono stato un secchione con la fissa per l’analisi e per la conoscenza di quello che sto facendo, mi misi a cercare riviste di skate nella speranza di trovare qualche dritta. In realtà è chiaro che stavo cercando un’appartenenza, volevo appropriarmi dei codici della mia nuova tribù. Ma, sorpresa sorpresa, iniziando a leggere quei giornali scoprii che il sud italia non era un luogo in cui la gente faceva davvero skate: noi dovevamo arrangiarci con qualche panchina e la piazza centrale del paese, in cui la gente ancora nemmeno ci guardava disgustata perché non aveva la più pallida idea di chi fossimo o cosa stessimo facendo, mentre al nord si andava nello skatepark, avevano rampe quasi verticali e aggeggi in legno e posti al chiuso, una cosa inconcepibile. Inconcepibile ancora oggi, tra l’altro. Il mio ultimo contatto con la scena skate, a Palermo, si è svolto nella piazza di fronte a Teatro Politeama e sui gradini di fronte a una banca, con i passanti che si incazzavano quando provavo a fermarli perché c’era uno skater lanciato e se avessero continuato a camminare si sarebbero presi una tavolata in testa.
In quelle riviste iniziai a scoprire un mondo. Alcune cose oggi fanno sorridere, come la rivista Skate, la più diffusa nella mia zona, che in seguito scoprii essere diretta dallo stesso tizio che dirigeva Il Paninaro, e infatti fu proprio su Skate che per la prima volta sentii parlare di grunge scambiandolo per un fenomeno di vestiario, dato che si parlava solo di jeans usati e camicie di flanella e non di musica. Poi c’era XXX Skateboard Magazine, altro livello, paginate su paginate di trick e foto e reportage dai contest, il periodo era quello dei flip dappertutto, anche sul cesso ci si metteva a fare Ollie flip frontside shove it 180 to tailflip to nose varial to flip to flip to FLIP, era una cosa che doveva stare dappertutto, poi scoprirono il noseslide e allora ogni trick si doveva chiudere o aprire con il noseslide o il tailslide, poi qualcuno ebbe un’idea e AH! Flip e noseslide insieme! Cosa può esserci di meglio? Si iniziava appena a usare i truck per grindare, ma non mi è mai piaciuto, consumava i venture nuovi e il marmo del parchetto in cui andavamo a skateare non reggeva bene l’impatto di me + la jacobson che pesava più di me, e dovevamo tenerci buoni i guardiani se no non potevamo più entrare.

(Ho trovato un archivio on line delle vecchie copertine di XXX, se c’è qualcuno a cui piace l’archeologia.)

Trick a parte, in quelle riviste si parlava anche di musica. Mi pare fosse proprio su XXX la cronaca del primo concerto punk in assoluto di cui io abbia mai sentito parlare, i NoFx con i Lag Wagon in qualche capannone sperduto in nord italia. Pensavo che i punk fossero roba con jeans stretti chiodo e cresta, dei teppisti, invece me li ritrovavo vestiti come skaters – come me – sulla mia rivista preferita, che tra l’altro metteva come didascalia a una foto de leg uegon singher chen giàmp rilli aigh, un capolavoro assoluto, un contatto con l’HC prima ancora di leggere una qualsiasi rivista musicale.

Insomma, intorno allo skate si coagulava già allora un movimento culturale, di cui Mike Vallely era parte integrante e protagonista. Io da piccolo dodicenne leggevo, andavo in skate e assorbivo, e capivo che il punk era cosa buona prima ancora di averne ascoltato un pò o di avere visto una foto di un punk. Perché? Per via di Mike V e del suo poster e di come ogni tanto prendono una certa piega le cose. “Skate” aveva sempre, nel paginone centrale, dei poster grandi quanto un foglio A4, e uno di questi era una foto di Mike Vallely che saltava una panchina. Uno scatto frontale di un semplice salto, niente di eccezionale. Vallely era serio, la faccia mezza coperta da un cappello con visiera, eppure i segni particolari erano visibili, il muso duro, le scarpe da skate, il braccio steso che mostrava il tatuaggio sul gomito. Non so perché, ma quella foto mi piacque un sacco e la appesi, e dato che mi piaceva così tanto decisi di informarmi di più su chi era quel Vallely, scoprendo che era uno dei due grandi dello skate di allora.

Ok, di grandi ce n’erano un sacco, incluso un certo Tony Hawk, ma allora il vert non andava di moda, si faceva street e i due più in voga erano Vallely e Ed Templeton, che adesso è ancora in circolazione ma non ha più messo piede su uno skate e preferisce fare il (grande) fotografo. Se Templeton, però, era lo skate come lo volevano fare i dodicenni e le case produttrici, che aveva un atteggiamento un pò strano però rilasciava interviste ed era disponibile e insomma skateava e basta, Vallely aveva già allora la fama da duro, era descritto come un attaccabrighe che non aspettava altro che una scusa per menare le mani. Ma il peccato capitale di Vallely era di essere uno skater che non pensava solo e unicamente allo skate. Era un cantante di musica hardcore, gli interessavano altre cose, e questa cosa era vista molto male, se ne parlava con una certa impazienza.

Me ne rendo conto solo adesso, ma allora già mi arrivava questa divisione tra il lato commerciale dello skateboarding, che per me era rappresentato da Templeton, e quello DIY, più lato Vallely. Naturale che io tifassi Templeton, volevo solo andare in skate e avere un’identità da skater, e per di più avevo dodici anni, quindi non sentivo nessuna necessità di sporcare lo skate con cose da grandi come rabbia, pugni, identità.

(inciso per lo storico dello skate di passaggio. Non so se davvero Templeton rappresentasse l’anima commerciale dello skate. In realtà anche lui ha fondato il suo brand e lo mantiene dal 1994, facendo tutte le grafiche e la direzione artistica, e senza fare troppo chiasso anche lui ha sempre avuto un’attitudine DIY. Ma sto parlando di come vivevo questa cosa allora, non di come fosse in realtà).

E però. A me Vallely piaceva, aveva energia, skateava a meraviglia in ambienti urbani e aveva questa attitudine punk, combatteva per il suo diritto di fare skate dove gli pareva e di non avere interruzioni a cazzo se non stava facendo del male a nessuno, atteggiamento che sarebbe poi stato riassunto alla perfezione nel video CKY in cui si mette a fare a botte e a litigare con un sacco di gente. Soprattutto Mike V sembrava tutto quello che nella piccola provincia siciliana non arrivava ed era vietato fare arrivare agli occhi di un dodicenne. Skate, punk, stare per strada, mettere in discussione l’autorità, era sempre rasato e somigliava a uno skinhead e dunque era ovviamente un fascista, roba che a ripensarci oggi mi fa sghignazzare, ma allora dovevo fare molta attenzione a cosa decidevo di mostrare ai miei genitori.

Ora, le cose vanno sempre molto veloci, e a noi piace pensare che siano lineari e che da un punto A si finisca al punto B e ci sia un motivo per cui avviene, un motivo che è possibile spiegare. Ma non sempre è così. A volte salire su uno skate ti fa assaggiare, in modo intuitivo e preverbale (perdonami mamma se ho usato tutta la mia cultura per mettere in uno stupido blog un termine come preverbale) tutto un mondo di significati e contestazioni. Grazie a Vallely e al suo modo di skateare ho scoperto che punk e hardcore non erano necessariamente roba da delinquenti, e quando un annetto dopo incappai in Henry Rollins per me fu chiaro che apparteneva  al mio mondo e iniziai ad ascoltarlo (su Rollins mi fermo qui, perché Bastonate ha detto alla perfezione tutto quello che c’è da dire su cosa abbia rappresentato il buon Henry). C’era tutto un mondo al di fuori della mia piccola cittadina, e bastava andare in skate per scoprirlo.

C’è stato un momento in cui poi Mike V l’ho perso di vista perché ho iniziato ad occuparmi di altro, suonare la chitarra e fare il piccolo punk di provincia degli anni novanta e leggere Marx senza capirci un cazzo. Lo skate era diventato roba da bimbi. Ma questo è quello che mi raccontavo io, in realtà lo skate mi era rimasto sottopelle e pur non andandoci continuava a interessarmi, e quando Tony Hawk riuscì per la prima volta a chiudere il 900 rimasi un sacco di tempo a guardare e riguardare il video, e c’è stato un momento verso i primi anni 2000 in cui in effetti mi vestivo come Tony Hawk, con i pantalonazzi corti e le magliette colorate e le scarpazze da skate, complice anche l’atmosfera no global che ti faceva sentire figo ad andare in giro conciato in quel modo. Chiaro che mi arrivassero anche notizie su Mike Vallely, sul suo mettere insieme ottomiliardi di compagnie e chiuderle un attimo dopo e continuare a fare skate e un sacco di altre cose, fare wrestling e cantare con un gruppo e fare a botte durante la sua prima partita professionistica di hockey e ricavarne un braccio rotto e bontà sua mettersi a cantare con i Black Flag, un corto circuito niente male ora che ci penso, e nulla di tutto questo mi stupisce perché ho sempre saputo che Mike Vallely è uno che vive in quell’ambiente mentale in cui si fanno le cose senza aspettare che ci sia qualcuno, un governo o una grossa casa produttrice, a dirti come farle e quando farle e farle senza offendere il pubblico.

In effetti questa è la cosa che mi è mancata di più, fin dai primi tempi in cui skateavo. In Sicilia l’autoproduzione è sinonimo di sì, va beh. A suo tempo aspettavamo che qualcuno ci costruisse uno skatepark, e quando questo non successe e dei miei amici costruirono una piccola rampa in una casa abbandonata, la trovammo distrutta dopo un paio di sere e un tizio in contatto con la polizia ci fece sapere che era meglio andare a giocare in un altro modo perché c’erano state lamentele e potevamo passare qualche guaio con i tutori della legge – e naturalmente anche oggi ci sarebbe chi dà ragione al Rappresentante di Sto Cazzo, perché le regole e il rispetto e signora mia. Ma certo. Meglio per strada a drogarci. Se guardo alla pagina wiki sulla scena punk italiana ci sono sottosezioni per le scene di qualsiasi regione, tranne che per la Sicilia, dove evidentemente il decoro la fa da padrone, il DIY non ha fatto molta presa e quel genere di rabbia la reprimiamo a man bassa perché come si sa noi abbiamo il sole e il mare ed è il paese migliore del mondo e dire che le cose vanno male è fare il gioco dei polentoni che ci vogliono tanto male. Chiusa parentesi.

Avanti veloce, un paio di anni fa. Mi metto a fare arti marziali, e sempre perché mi piace leggere di quello che faccio incappo in un libro, Per un cuore da Guerriero di Daniele Bolelli. Mi metto ad ascoltare il podcast di Bolelli, e chi è ospite di una delle prime puntate? Mike Vallely. Che adesso ha anche un podcast tutto suo, il Mike V Show, in cui parla di, beh, delle cose importanti di cui bisogna parlare oggi, di mettere un sacco di intensità nelle cose che si fanno, di non chiudersi in un recinto ma di sperimentare con le cose e di farne un sacco e di farle bene e di togliere qualsiasi uomo nel mezzo, qualsiasi filtro, persona o istituzione che magicamente dovrebbe arrivare a risolvere i nostri problemi e metterci nelle condizioni di fare le cose. Stronzate.

Ancora oggi Mike V ha quella attitudine DIY – con qualche soldo in più, sospetto – proprio per i motivi che ho appena detto: non gli va di avere tra i piedi un’industria che gli dice cosa fare, come deve skateare, come andrebbe vissuto lo skate, come andrebbe commercializzato, e non gli va a un livello tale che si permette, pur essendo uno skater professionista tra i più grandi al mondo, di non essere uno skater professionista tutto il tempo. Proprio il suo essere staccato da certe logiche gli permette di essere un cantante e un giocatore di hockey e così via e di spendere sé stesso al massimo, senza sentirsi di tradire nessuno se fa quello che gli pare.

Penso ci sia tanto bisogno di persone come Mike V, a questo mondo. Perché l’alternativa fa schifo. Vallely vive con intensità, ha una sua visione e non si fa gettare per terra dagli inevitabili fallimenti. L’alternativa sono gli individui pigri e squallidi che si vedono in giro, le persone che si sono spente per diventare membri rispettabili della società, che hanno rinunciato a qualsiasi sogno e a qualsiasi visione di una vita migliore per accontentarsi e vivere all’interno della linea di sicurezza, che soccombono alle paure e si trincerano dietro identità e cose per andare avanti. Mike V è l’antidoto – uno degli antidoti, naturalmente – a tutto questo, all’accontentarsi e all’appartenere. Il problema nasce quando si vuole che lo skate – o il mondo, per quello che riguarda – sia tutto così, sia solo così, senza spazio per chi vuole fare dell’altro. Mike Valley invece fa skate come dovremmo vivere tutti. Con intensità ed energia, e cercando di essere un individuo.

Dramma sportivo

Dunque sono finiti i mondiali. Ammetto che mi dispiace. Il calcio non è per niente nelle mie corde, durante l’anno: troppo campionato, troppa gente che lo prende come qualcosa di più di quello che è – uno sport, un cazzo di sport. Con i mondiali invece è una specie di festa, posso guardare gente che gioca bene, non devo seguire faccende che mi annoiano a morte come i cambi di giocatori, i terremoti a livello di gestione delle squadre, i malumori per qualche gol dato o subito e tutto quello che non rientra nella categoria “ricordati che è un gioco, e nemmeno uno dei più belli”. Con i mondiali guardo gente che gioca a calcio e basta.

Il che è del tutto contraddittorio con quello che sto per dire. Dei mondiali, mi sono reso conto guardandoli, mi piace il dramma, la competizione. Lo sport, per essere davvero bello, deve mettere in scena un sacco di passione, fare da palcoscenico a delle storie. Campioni in lotta per un traguardo, che impiegano anni a prepararsi, che poi si giocano tutto in brevissimo tempo, misurandosi con sé stessi e con altri pari. L’entrata in gioco di forze che non sono solo muscolari, l’orgoglio, la resistenza, la voglia di vincere, la capacità di non mollare, la forza trovata anche nel momento in cui cadresti per terra per la stanchezza, la sopraffazione di fronte all’idea della sconfitta. Di tutto questo, se lo sport che si guarda è onesto e se gli atleti lo interpretano al meglio, ogni buona competizione è piena.

Poi la mia convinzione è che la rappresentazione più elementare, lo scheletro di questa impostazione drammatica, sia nel pugilato: due persone, armate solo delle proprie mani e della propria testa, della propria capacità di resistenza portata ai limiti. Chi dice che il pugilato sia solo una questione di picchiarsi dimostra di averlo visto solo in tv, e male per giunta, e di parlare di cose di cui non capisce niente.

Ma questa è solo una nota a margine. Quello che conta è che nello sport ci deve essere quell’elemento drammatico, per funzionare davvero. Durante questo fine settimana ho riletto “La sfida”, un lungo reportage in cui Norman Mailer in forma perfetta raccontò l’arrivo del Rumble in the Jungle, una delle più grandi competizioni del secolo scorso, un incontro di pugilato di cui chiunque ha sentito parlare. Alì contro Foreman in Zaire, una scena e dei personaggi che andavano ben oltre il pugilato, il campione istrionico che recita poesie e fa lo smargiasso prima dell’incontro, nonostante i pronostici siano tutti contro di lui, e fa politica, parla di questioni razziali, di potere dei neri, e dall’altra parte un gigante silenzioso che fa della concentrazione e dell’adesione allo stile di vita americano la sua forza, uno che sembra considerare la cultura dei neri come un accessorio noioso. Uno che fa amicizia con i poveracci del Congo e uno che si presenta con tutti i segni della dominazione belga finita da poco, entourage e tattiche completamente diversi, studi psicologici da una parte e dall’altra, l’orgoglio di due bestie addomesticate, due anime perfette per portare su di sé l’amore, l’odio, la violenza e la dolcezza di popoli interi. In mano a Mailer, questo materiale è diventato un racconto di passione umana, di energie vitali che si scontrano, di carnalità, di vita piena in esplosione violenta. Tutto quello che si chiede alla buona scrittura, e allo sport che abbia il coraggio di definirsi tale.

Appunto. Ci dovrebbe essere tutto questo, nello sport, e molto spesso sono riuscito a vederlo nei mondiali appena finiti. Non ci riesco mai, invece, con il calcio di club. Nel teatro sportivo, il calcio di club mi sembra una di quelle rappresentazioni fatte da attori stanchi, su testi vecchi, con modi di stare sul palco e passioni ormai del tutto cancellate da anni di ripetizioni. Un teatrino, più che un dramma.

 

O magari mi sbaglio, e anch’io cado nell’errore di guardare una storia solo da una parte. Magari il calcio è sempre pieno. Ma serve che qualcuno me lo dimostri, a questo punto.

Guardo: Rumble in the Jungle, direttamente da una notte di Kinshasa.

C’è bisogno di sporco

Mentre dappertutto si cerca di giocare alla rivoluzione, scimmiottandone i linguaggi e cercando di convincersi di essere davvero un fattore di cambiamento e non la solita sottocultura parassitaria, c’è chi invece fa della conservazione la propria ragion d’essere. Il che non è male in sé, ma è strano che un inno alla tradizione e alla purezza dei tempi andati che non torneranno e bisogna preservare arrivi proprio da gente che invece dovrebbe avere nel sangue il guardare avanti, il ribaltare le cose. Il rock, l’ho detto diverse volte, nove volte su dieci è reazione pura, è diventato motivo per segare le gambe a qualsiasi invenzione e tramandare una cultura che dovrebbe essere morta già una trentina d’anni fa. Ah ecco i sorrisetti, ha detto che il rock è morto, eppure senti queste chitarre, senti che bravi i Trikkeballak, fanno indie sperimentale con una virata all’elettronica del campanello di casa.

E’ morto. Facciamocene una ragione e vivremo tutti meglio.

(in realtà il concetto di nove-volte-su-dieci non è proprio mio. L’ho maturato leggendo Bastonate. Che non è responsabile delle cazzate che dico io, ma che dovreste leggere comunque.)

Non è una questione di nostalgia. Non è che bisogna fare quello che si faceva una volta. Proprio il contrario: sto aspettando gente che cerchi di contestare l’oggi, con i linguaggi di oggi, che cerchi di spaccare e spaccarsi in modo nuovo, non seguendo un copione e raccontandosi a vicenda che se fosse il 1974 tutto sarebbe diverso, più bello, più genuino. Come mai tutto, delle band moderne, mi sembra avere appiccicato il bollino “per favore per favore PER FAVORE apprezzateci”? Non solo la musica, che è sempre fatta per rientrare in qualche target fighetto e paraculo, che fa sempre tantissima attenzione a non offendere nessuno con testi a base di scazzo esistenziale medioborghese e lunghe escursioni nel pop che vorrebbero essere ironiche e sono solo tristi. No, qui è proprio tutto un movimento, una generazione di musicisti che dal look barbuto ma indie-inappuntabile alla presenza sul palco alla distorsione delle chitarre, sempre presente ma sempre insopportabilmente gradevole e infiocchettata, non fa che elemosinare attenzione e like, svendendosi al concetto che la musica è tradizione e che per riuscire da qualche parte bisogna pagare tributo a chi è venuto prima di te.

Va bene pagare tributo, si fa dappertutto, è il modo di qualsiasi musicista per crescere. Ma qui si sta esagerando, la musica si fa solo con i tributi, e ancora dopo quarant’anni non riusciamo a toglierci di dosso la scimmia del cantautorato del cazzo, gente che ha avuto qualche idea buona più di trent’anni fa e ora campa di rendita. Anche, e soprattutto, nelle menti dei più giovani. Per questo, quando vedo – esempio – Pelù in televisione a fare i reality, e poi in libreria con un libro in cui vorrebbe ancora fare la parte del ribelle, mi viene da fare una seduta spiritica ed evocare un tossico qualunque della seattle degli anni ’90, che sarà morto asciugato dall’eroina ma almeno, nel tempo che gli è toccato vivere con noi, ha avuto più vita, più palle e più musica di tutta questa gente, che passa il tempo a smussare gli angoli per piacere all’Uomo Comune.

Era un esempio. Pelù ha scritto alcune delle più belle canzoni in italiano che conosca, e mi fa incazzare proprio per questo.

Era un esempio anche su come funziona tutta una cultura. Avremmo bisogno di spirito punk, di voglia di spaccare, di gente disposta a rischiare in prima persona per le sue idee e per vivere una vita, per quanto possibile, autodeterminata, lontana da tutte le cazzate di cui ci facciamo rintronare tutti i giorni. Lo stesso discorso che si fa sulla musica potrebbe essere fatto per la letteratura italiana, per dire. Ma non cambia. E’ pieno di persone che non hanno idea di cosa significhi avere passione, o, se ce l’ha, fa di tutto per nasconderla. Che è peggio, non meglio. Ci sono, come sempre, le eccezioni. Ma il discorso non cambia: nelle canzoni, nei libri, nei film italiani ci sono sempre personaggi che si guardano l’ombelico, e oh com’è brutto sentirsi come mi sento, però dai, ci farò i conti, sono comunque un eroe perché sono normale e mi rassegno a vivere una vita mediocre come tutti gli altri. Siamo talmente fighi che siamo tutti uguali.

Ci vuole un pò di sporco nella scena.

Aspetto: la maglietta di SAMCRO, dovrebbe arrivarmi oggi.

People are stupid

Il modo più elaborato di fare una pernacchia a uno convinto di essere figo grazie al suo cinismo.

Il cattivo pop

Quindi non è vero che il nostro immaginario è diventato una colonia di buoni pensieri e buoni sentimenti. Non è ancora successo che i guardiani del pensiero purificato e le polizie dell’educazione a tutti i costi siano riusciti a imporre una cultura fatta di rinunce. La moderazione obbligata sembra essere diventata la sola ragione di vita di una larga parte del nostro paese, ma il nostro immaginario resiste, si sporca ancora, accetta la triade che riduce gli uomini in cenere e la allarga gioiosamente anche ad altri generi, sessuali e di consumo. Se la salute di una società si misura dalla libertà accordata ai vizi che circolano al suo interno, gli italiani stanno benissimo.

Almeno, questa è l’idea che ci si fa guardando al successo di due colonne portanti della cultura pop nell’ultima fase del 2013. Alla loro uscita, l’ultima serie di Breakin’ Bad e Grand Theft Auto V hanno polverizzato ogni record di ascolti e di vendite anche nella nostra enorme provincia stivaloide, risvegliando anche l’interesse dei pedanti media mainstream. Una serie in cui i personaggi principali sono spacciatori di metanfetamine, gangster autodidatti e difensori di un neoliberismo estremo applicato al mercato delle droghe, e un videogame in cui lo scopo è comportarsi sempre peggio e in modo sempre più violento.  Suona divertente, e va di pari passo con il gradimento di tutta una parte di pubblico per libri film e fumetti in cui si presentano personaggi ai bordi, eccessivi, strafatti di droghe e alcool e coinvolti in vicende criminali. I cattivi funzionano.

Quando poi si esce dal mondo della finzione per passare a quello della realtà, è innegabile il fascino suscitato da certe figure che se ne fregano delle regole di un buon dibattito e vanno avanti in modo assertivo e cinico, spesso circondate da un’aura bohemien e da un consistente fumo di sigaretta e da litri di alcolici. Il (mai abbastanza) compianto Hitch era un maestro in questo, e soprattutto nel mondo anglosassone si vedono un sacco di figure simili, alla Warren Ellis, che non fanno mistero dei propri pensieri al di sopra delle righe spesso pronunciati con vocione roche per il fumo e il bere. Personaggi molto più piacevoli e veri di certi opinionisti pettinati e con la camicia azzura in ordine, il cui unico merito è avere sempre frenato le proprie emozioni e avere imparato a tenere a bada i propri pensieri per venire incontro al gusto medio.

Adesso il gusto medio sembra gradire di più i personaggi sporchi. Viene quasi da cantare vittoria. C speranza di uscire dalla cappa di squallore che ci opprime, e di uscirci non solo grazie alla – sempre più mitica e lontana – ripresa economica, ma anche grazie alla riscoperta del nostro lato peggiore, quello che ci rende persone e non semplici avatar al servizio della macchina sociale, la Grande Bestia 666. Una riscoperta che è bene avvenga non nella realtà, ovviamente, ma nel bel mondo della finzione, dove possono avvenire tutte le catarsi e i riscatti di questo mondo.

Siamo cresciuti? Purtroppo credo che sia vero il contrario. In questa fascinazione per i cattivi deve essere in azione lo stesso meccanismo che in altri contesti si attiva per i supereroi, che ci attirano proprio perché hanno dei superpoteri con cui vincere frustrazioni e battaglie anche nostre. Se n’è parlato a lungo, e non c’è bisogno di ripetersi: Clark Kent passa da sfigato giornalista a gran femminaro forzuto, Spiderman serve – dovrebbe servire – da rivalsa per un normale adolescente, e così via. Quello che ci piace di questi personaggi è che hanno qualcosa che a noi manca, e che vorremmo avere.

Il motivo per cui piacciono i cattivi allora è che siamo una società fin troppo conformista, addomesticata a guardare con sospetto qualsiasi cosa abbia un aspetto minimamente divertente. Riempiamo di grandi concetti e di grandi parole battaglie anche giuste, ma che spesso hanno l’unico effetto di farci diventare mediocri, prevedibili, del tutto normali e infinitamente noiosi. Non fumiamo perché abbiamo paura delle conseguenze (giusto), ma vorremmo un sacco farci un tiro. Imponiamo di abbassare i volumi ai concerti, anche se può capitare per due volte all’anno che siano troppo alti e di disturbo. Mettiamo regole su qualsiasi cosa raccontandoci che è per il nostro bene, e allora com’è che, dopo aver accettato il nostro bene, non stiamo meglio?

George Orwell, nella sua attività saggistica, aveva capito con lucidità che a temere maggiormente la povertà non è il proletariato, ma la classe media, disposta a qualsiasi cosa pur di evitare una discesa sociale. Grazie alla crisi globale e al dominio del neoliberismo dalla fine degli anni ottanta la classe media occidentale si è chiusa dentro tante piccole bolle in cui in teoria dovrebbe riuscire a salvaguardare il proprio benessere e il suo stile di vita, definizione che già in sé è il vero precetto autoritario del nostro secolo. In cambio, si è adeguata a una cultura e ad una struttura produttiva pienamente capitalistica, e ne ha digerito per bene i valori.

Più che una classe media esiste una classe mediocre, che all’avanzata della paura di perdere status si attacca a vecchi valori borghesi. Peggiorando il tutto con la pretesa di rimanere liberali, e dunque al di sopra di qualsiasi critica di conformismo. A questa contraddizione si rimedia proprio con una pretesa di maggiore libertà nelle comunicazioni e nei consumi culturali. In altre parole, la nostra passione per i cattivi significa che come cultura stiamo cercando di vivere i loro vizi per interposto personaggio. La proliferazione di cattivi di successo è un segno della nostra ridotta libertà di pensiero.

KO da noia

Apro youtube, e nella colonna dei video suggeriti trovo questi highlights di Vitali “Dr. Ironfist” Klitschko vs Derek “testa di cazzo” Chisora. Non avevo mai visto quel match, e non ho mai caricato un video su un blog, quindi eccolo qua. Ho appena imparato a fare una cosa che un ragazzino di 15 anni faceva prima del periodo – pippe.

Primo pensiero: meno male che sono degli highlights. Un combattimento intero con quel ritmo non lo avrei sopportato, sarei stato steso dalla noia dopo i primi tre round. Tanto, qualsiasi incontro in cui sia coinvolto un Klitschko finisce con una sua vittoria. In questo modo però mi sono reso conto di stare girando le spalle a tutto quello che nel senso comune – oh, i mitici uomini e donne medi, quelli per cui la boxe è violenta ma che sport è? – fa di un match di boxe un Bell’Incontro della Nobile Arte: legnate, tensione personale, colpi da KO. In Klitschko vs Chisora c’era tutto questo. Com’è che persino l’highlight annoiava a morte, allora?

Il fatto è che non ho ancora capito se mi piace o no la boxe di Klitschko. Lasciamo stare quella di suo fratello Wladimir, la prova che i robot si sono già infiltrati tra noi (incontro tipico di Wladimir Klitschko: jab jab diretto jab, jab montante gancio jab, jab diretto gancio, jab jab diretto gancio montante jab, jab diretto CLAMOROSO! KO!) (Yaaaaawn). No, Vitali in questo è sempre stato più umano, si prende i suoi colpi, li dà belli pesanti. Ecco, magari cambierei quella guardia, ma non perché penso di capirne. Da spettatore sono convinto che con i pugni più alti ne darebbe di più coreografici, e mi divertirei di più. Il punto con Klitschko è che tutto in lui sovrasta talmente tanto gli avversari da rendere il KO o la vittoria finale ai punti una formalità. Klitschko arriva ed è più figo a dare i colpi, a prenderli sul suo corpo da montagna, a non perdere la calma quando le cose si mettono male, a puntare l’avversario con gli occhi di un cecchino e fregarlo quando si scopre. Niente schivate, niente messe alle corde, niente movimento, come se stesse combattendo contro un sacco.

Nei Klitschko-trituramenti non c’è dramma, non ce n’è mai. Sono sicuro che Sun Tzu se la ride, da qualche parte, perché Vitali Klitschko è una delle dimostrazioni più pure delle tesi dell’Arte della Guerra: vince prima ancora di combattere, a quando sale sul ring dà sempre l’impressione di mettere il minimo necessario di energie per arrivare al risultato. Ma la boxe non è solo risultato, né solo KO. Se lo fosse, qualsiasi combattimento da KO sarebbe stupendo. Quello che invece fa di un incontro un gran bell’incontro è il dramma, l’innesco di situazioni e la loro risoluzione immediata da parte di uomini messi sotto pressione dalla minaccia fisica, attraverso qualità che hanno poco a che fare con i pugni. Coraggio, volontà. O, se vi sembrano termini tabù (bella furbata da parte di alcuni, aver regalato alla fascisteria l’uso di questi concetti), lo scatto d’orgoglio, la competizione, l’energia raschiata dal fondo del barile che ci consente di superare i nostri limiti.

La boxe è bella, quando lo è, per questo. È la rappresentazione di uno dei conflitti più puri che ci possano essere, della paura e della vittoria, e incanala quel conflitto in modo sportivo. Vincere non basta: bisogna interpretare il dramma, essere degli attori con una storia da vivere. Altrimenti, diventa tiro al bersaglio.

Va bene, sarà anche perché da poco ho rivisto Pacquiao – Marquez IV, in tre round sono partiti tanti colpi quanti ne hanno dati i due Klitschko in tutta la carriera. E, in generale, preferisco i welter, molto più movimentati dei pesi massimi. Ma cavolo, una volta anche i massimi erano delle garanzie di spettacolo. Nell’incontro con Klitschko l’unico spettacolo è arrivato da Chisora, e fuori dal ring, con una lunga serie di momenti WTF. Auguri, se vuole mettersi sulla strada di Tyson: durante la pesata si è presentato con una bandana a bandiera inglese e ha schiaffeggiato Klitschko. Salito sul ring, sputa al fratello. Presa la sua dose di legnate, va a mettersi di fronte al vincitore con atteggiamento di sfida, come se non si fossero affrontati e non avesse perso per decisione unanime. Durante la conferenza stampa, inizia a litigare con Haye, altro noto gentiluomo della boxe inglese, che lo insulta fino a farlo alzare e fare a pugni. Davvero: dal dramma alla farsa.

Lo stesso Klitschko, per continuare sulla sua linea, ha praticamente smesso di combattere, ed ha annunciato di recente che si candiderà alla presidenza dell’Ucraina. Magari in parlamento avrà qualche botta in più da dare.

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