Arrendersi al terrore

Non è passando davanti a un negozio, o entrandoci, che siamo liberi. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, in questo 2016 che si svolge nella crisi d’ansia più grande della storia recente. Neanche l’attacco alle Torri Gemelle ci spaventò tanto. Allora eravamo alla fine di un bel periodo di pacche sulle spalle, tutto era stato vinto e non c’era più niente da dimostrare, se non che il pezzo di mondo in cui viviamo era ricco e l’unico modo di vivere era quello inventato da noi. Gli aerei arrivarono sulle torri lasciandoci con bocca spalancata e tremori e occhi arrossati per quanto li avevamo stropicciati, un intero vocabolario di nuovi termini e nuove idee entrò nella nostra vita. Un risveglio. La fine di un sogno, l’ingresso del mondo reale nelle nostre vite. Continua a leggere

Cose offensive

Ghost+Perv+Shower

Da un po’ di tempo quando si parla di libertà di espressione salta fuori una parola, veloce, velocissima. Offesa incombe su qualsiasi dibattito come un monitodinapolitano per chiunque si dedichi a pensare, per professione o per hobby, a temi che coinvolgono minoranze, religioni, gruppi che reclamano diritti e chiunque in passato sia stato vittima di una discriminazione. Attento, non devi offendere. Attento, chi offende è spedito dalla parte del torto senza citazione di Brecht. Oppure si arriva al punto surreale in cui si può dire qualsiasi assurdità purché non si sia offensivi. Dobbiamo chiederci se questa attenzione a non offendere gli altri sia così utile, o se non faccia più danno che bene alla libertà di espressione. Continua a leggere

Taoismo da salotto

Taccuino nuovo, penna, tastiera. Tutto pronto, ma non è che abbia proprio tutta questa voglia di scrivere. Meglio aprire un file vuoto e scaldarmi un pò, perché sono le quattro del pomeriggio e io ancora mi sto scaldando, devo entrare nel vivo della mia scrittura quotidiana. Allenamenti al mattino e roba da fare in casa. Va bene. Questo è sidefist, benvenuti in nell’ultima settimana estiva.

Le mie letture del momento sono quanto di più strampalato potessi immaginarmi, il me stesso di qualche anno fa mi prenderebbe per il culo per due giorni se mi vedesse con questi libri accanto. Rompiballe, presuntuoso me stesso di qualche anno fa. Ora sto in una nuvola strana di non fiction italiana e inglese e testi taoisti. Ho scaricato su kindle due edizioni diverse del Tao te Ching e le sto leggendo con gusto, badando alle variazioni tra diverse sfumature. Quest’estate ne avevo letta solo una, ma dopo essere incappato in Alan Watts mi è venuta la curiosità di tornare a girare intorno a quei concetti. Un giro matto, dall’Arte della Guerra di Sun Tzu ai testi taoisti, e poi, ricordandomi di averne comprata una copia diversi anni fa, anche l’i Ching. Chissà per quale diavolo di ragione ne comprai una. Legano bene, e non è un caso, perché da I Ching sono arrivati molti dei concetti del Taoismo, che informa anche l’Arte della Guerra. Mi piace tantissimo soprattutto il sistema logico che intuisco dietro le affermazioni vacue e misteriose dell’I Ching, un vero e proprio modo per spiegare la natura in linguaggio binario, quello degli esagrammi, e con l’introduzione dell’elemento casuale in un sistema stringente di segni. Dietro le figure apparentemente ambigue c’è una vera e propria grammatica costruita su regole sintattiche precise. Peccato che qui in occidente sia stato degradato a sistema di divinazione, alla mercé di ciarlatani. A me sembra uno strumento di conoscenza molto affascinante.

Lo stesso rigore logico e formale non si può trovare nel Tao Te Ching. Ma in compenso è un libro di una bellezza commovente, con dei versi fatti apposta per celebrare e fare comprendere l’armonia del mondo anche quando davanti a noi sembra esserci caos.

Dato che ho scritto “bellezza commovente”, dopodomani il mio maestro di arti marziali mi farà picchiare a mani nude. Succederà, e me lo sarò meritato. in ogni caso, ho ricominciato gli allenamenti da una settimana. Il piede sinistro a tratti mi fa ancora un pò male, ma passerà. Ho tutta l’intenzione di fare almeno un giro sul ring, prima che finisca l’anno. Se a un certo punto dovesse fagliarmi lo spirito, provvederò guardando qualche film di Bruce Lee. Ognuno deve avere dei modelli.

Sto dentro un altro filone di letture per adesso, quello della non fiction con pretese letterarie. Sto leggendo Langewiesche, mi pare il migliore in circolazione, al momento, tra i viventi. So che c’è un universo anche in questo settore. Ne devo leggere ancora di cose.

Da qualche parte nella mia testa tutta questa roba, le arti marziali, il taoismo, lo stile e la letteratura si uniscono tutte insieme in un bel brodo saporito. Ma questo è perché devo essere un pò suonato, e vedo connessioni incredibilmente chiare dove gli altri vedono pallosi testi di filosofia, legnate e coglionazzi dall’ego ipertrofico (sto parlando degli scrittori). Dovrò riempire qualche pagina di taccuino cercando queste connessioni. So già che la risposta finale sarà 42, ma dovrebbe essere divertente arrivarci.

Direi che mi sono scaldato abbastanza, per oggi. Salute, due lettori. Parlate a qualcuno di questo blog, se vi piace.

Rifarsi un ruolo

Sto ancora leggendo il bel libro di Evgeny Morozov, l’Ingenuità della Rete, che analizza l’idea diffusa in questo primo quarto di secolo secondo cui basterebbe fornire accesso a internet a popolazioni che non ne hanno per innalzare la domanda di democrazia e provocare il crollo dell’autoritarismo. Questa idea da tecnoentusiasti è data tanto per scontata che non viene quasi mai messa in discussione, e come ogni cosa che sembra ovvia non ci si dà quasi mai il disturbo di capire quali fattori, culturali e politici, l’abbiano partorita. Morozov invece lo fa, e ne rintraccia l’origine in una scimmiottatura delle politiche della Guerra Fredda, quando, secondo la vulgata, bastarono le fotocopiatrici e le radio finanziate da Reagan per fare crollare il comunismo. O fu il veccho Woytila a farlo crollare? Cambiano gli idoli tirati in ballo di volta in volta, ma guarda caso non si analizzano mai le condizioni strutturali che hanno portato al crollo sovietico.

Questo lascito della guerra fredda, la difficoltà a staccarsene, sta causando anche un altro blocco mentale, più grande e meno visibile, secondo me. Dopo il crollo del comunismo tutte le democrazie occidentali hanno dichiarato vittoria e si sono sedute, rinunciando a fare quello che avevano fatto, più o meno bene, fino a quel momento. Dalla fine degli anni novanta, in pratica, non si parla più di diffondere la democrazia. E quando se n’è parlato, lo si è fatto in modi, tempi e linguaggi che di democratico non avevano nulla. L’aria generale che tira insomma è di rinuncia al proprio ruolo, di arretramento di fronte alle uniche regole del capitalismo – che, come si sa, HA VINTO, e dunque non può più essere messo in discussione.

“Proprio ruolo” ovviamente non significa quel pastrocchio simil-fascista dei primi anni 2000, quando in nome del ruolo civilizzatore dell’uomo bianco si bombardava la gente. Questa cosa succede ancora, ma non possiamo permetterlo, le occupazioni militari a fini di sfruttamento dovrebbero essere chiamate con il loro nome, non democrazia.

Siamo di fronte a un corto circuito su cui bisognerebbe riflettere con molta attenzione. La vittoria del capitalismo ha dato mano libera alla speculazione, che ha travolto la stessa democrazia smantellandone le poche garanzie accumulate in decenni. Molto spesso sono gli stati autoritari ad andare bene al capitale. Ma i democratici, chi avrebbe dovuto resistere a tutto questo, sembrano essere stanchi, come se assistere al trionfo di questo post-tototalitarismo fosse inevitabile. In altri casi, altrettanto tristi, si è provato a fare resistenza, ma con gli stessi linguaggi vecchi di quarant’anni fa, facilissimi da disinnescare.

Le nostre società, e le nostre psicologie, sembrano meno libere oggi di quanto non lo fossero all’inizio degli anni ottanta. Ci siamo tutti arresi a subire le ingiustizie e tenere la testa bassa? Dovremmo attivare processi generali che ci conducano ad avere più libertà, e non meno, come sta accadendo oggi. Una riflessione sul ruolo e sui modi della democrazia nelle nostre vite si impone, così come ancora, secondo me, non è stato studiato a dovere il nuovo totalitarismo dalla faccia scema e dai modi brutali che ci troviamo di fronte. La domanda a cui si dovrebbe rispondere è, soprattutto: come si è arrivati a trasformare semplici gesti che compiamo nella vita di tutti i giorni in meccanismi di sorveglianza e controllo?

Leggo: ancora Evgeny Morozov, l’Ingenuità della Rete.

Paura del telefono

Faccio thai boxe da due anni, con parecchi allenamenti settimanali e conseguenti dolori alle gambe, alle braccia, al viso. All’inizio ero entrato in questa palestra solo per fare pugilato, volevo imparare a prendere a pugni un sacco. Poi il maestro ha iniziato a farmi dare qualche calcio, e mi è piaciuto. In due anni ho saltato pochissime lezioni, segno, per uno volubile come me, che qualcosa mi ha preso. La cosa bella è che ancora non saprei spiegare di preciso cosa. Ci ho provato diverse volte, e il risultato è il giro di parole che si avvicina al bersaglio, ma non lo centra. Ha a che fare con la disciplina, credo, ma anche con l’arte marziale, con il non avere formule esatte ma solo mezzi da interpretare secondo la propria personalità e preparazione. Somiglia tantissimo allo scrivere, e forse non è un caso che, insieme alla thai boxe, è cresciuto anche il tempo che passo scrivendo.

Questa mattina ho fatto il mio primo sparring serio, il che vuol dire niente freni, solo legnate. Le ho prese e le ho date, come capita spesso. Ma non è questo l’importante. Pensavo, mentre stavo tornando a casa, che non mi faccio problemi a salire sul ring con uno più grande di me, mentre su altre cose sono letteralmente bloccato dalla paura. Anzi, non è vero che non mi faccio problemi ad andare sul ring: sono, com’è giusto che sia, nervoso, ma non mi tirerei certo indietro. Invece, in altre cose sono proprio bloccato. Da una settimana, per dire, dovrei telefonare a un certo editore di fumetti, semplicemente per chiedere specifiche sui materiali da mandare. Ho un soggetto pronto, ma vorrei un indirizzo mail a cui mandarlo, e capire se è il caso di inserire altre cose. Semplice, no? No. Pugni al viso e pedate al fegato, sì. Alzare il telefono e parlare con una persona che non ho mai visto, e che con tutta probabilità sarà molto cortese, neanche morto.

Dovrò convincermi ad affrontare le cose allo stesso modo, però. Fare queste telefonate, parlare con queste persone, non è più opzionale. Ne va, semplicemente, del futuro. Sembra una stupidaggine, messa così, ma questa è un’altra delle cose che ho imparato in due anni di thai boxe: non è che ci siano cose complicate, sono proprio quelle semplici a funzionare, o a spedirti a tappeto.

Leggo: L’Ingenuità della rete, di Evgeny Morozov

Economia da bagno

Se uno cade per terra, dà la colpa a qualsiasi cosa: al pavimento, alla disattenzione, ai pantaloni lunghi, alla sbronza del sabato sera anche se oggi è lunedì e bello mio vedi di presentarti in ordine, al lavoro. Ci sarebbe da dire qualcosa anche a proposito degli alcool-test fatti nei luoghi di lavoro per controllare che i dipendenti non si divertano troppo, ma questa, come si dice, è un’altra storia. Stiamo sul pezzo: è molto difficile che, dopo una caduta per terra, qualcuno si rialzi e si metta a dare la colpa alla forza di gravità. Eppure è principalmente a causa sua che è caduto. Tutto questo per arrivare alla bella metafora che ho letto stamattina: in ogni momento la nostra vita è influenzata dall’economia, plasma ogni attimo, guida ogni nostra azione e ogni nostro pensiero tanto quanto il sesso e la morte, solo che, al contrario di queste due, noi raramente ci rendiamo conto di questa influenza, e quasi mai le attribuiamo la giusta responsabilità per quello che ci succede.

Per dire, ho preso questo parallellismo da un libro che questa mattina leggevo al cesso, sul kindle, su cui ho caricato testi comprati alla metà di quanto li avrei pagati dieci anni fa. Cesso, kindle, testi di scrittori americani: quanta economia, ed erano solo le otto del mattino (per chi si stesse chiedendo che cosa c’entra il cesso, sto aspettando una tavoletta nuova, ma essendo quello del bagno della nuova casa un sistema chiuso ho dovuto ordinarla, ci mettono un sacco, pagherò parecchio e nel frattempo ho le chiappe al freddo. Quindi, la prossima volta che avrete la tentazione di osannare un sistema chiuso, pensate alle chiappe fredde). Ogni nostro singolo gesto, relazione, pensiero e aspirazione è plasmato dall’economia, eppure raramente ci facciamo attenzione. Un fenomeno che molti usano per presentarci diverse scelte o prese di posizione come necessarie e ineluttabili, “naturali”.

Questa non è una resa, però. L’economia per fortuna è più malleabile delle leggi fisiche. Dovremmo iniziare a studiarla, e poi ripetere la poetica presa di posizione di Marcos: se andare contro l’economia è come andare contro la forza di gravità, allora abbasso la gravità.

Leggo: Eat the Rich di P.J. O’Rourke, ovviamente.

Respiro

In questi giorni mi è venuto in mente molto spesso Hitch. Figurarsi. Si è avviato da un bel pò a essere una delle mie figure di riferimento, e il bello è che è successo tutto per caso, senza che io abbia provocato niente. Una volta ho trovato un suo libro su uno scaffale, per caso, e da allora non ho fatto che approfondire, tornare sul personaggio, rileggere, cercare di capire. Sembra l’inizio di una storia d’amore, e in realtà lo è, con la stranezza delle storie d’amore intellettuale.

Stavolta non ho pensato tanto alle idee di Hitch, però. Me lo sono tenuto più come riferimento personale. Molto semplicemente sono in mezzo a un trasloco, che sta invadendo tutti i ritagli di tempo da sveglio di cui dispongo e che non mi fa fare nient’altro. Se in questi giorni mi chiedessero cosa faccio nella vita, risponderei “trasloco”. Niente scrittura, niente amici, niente letture. Sì, niente letture: la sera sono talmente stanco che l’unica cosa che riesco a sfogliare è 9gag. Niente di niente. Sono entrato nello stato mentale degradato, quello che mi fa andare in giro per un centro commerciale e invidiare tutte le altre persone perché hanno una vita normale, una casa più o meno ordinata a cui tornare, un lavoro o una passione da riprendere. Quando si arriva a questo stadio, si ha bisogno di ricominciare.

Quanto dramma per un trasloco, vero? Sono d’accordo. E’ solo la stanchezza che parla al posto mio, la frustrazione di non potere più scrivere e leggere con assiduità, cose che mi stanno mancando davvero tanto. Come se mi avessero tolto il respiro, né più né meno. Se scrivo e leggo, ci sono. Se no, sono meno di niente. Ed è qui che mi è tornato in mente Hitch: lui era uno che aveva un sacco di appetito, per la buona scrittura, la buona conversazione, le buone bevute, le sigarette. Sarà capitato anche a lui di traslocare, e chissà come l’avrà presa, come si sarà comportato mentre tutti i suoi libri e i suoi scritti venivano sballottati da un angolo all’altro del mondo, mentre non poteva sedersi al tavolino e scrivere i suoi pezzi con la sua prosa densa e piacevolmente ridondante di aggettivi. Forse se n’è infischiato ed ha continuato a scrivere. O forse era più comodo di me, ed ha affidato a qualcun altro il compito di occuparsi delle sue cose. Forse, come mi pare di intuire dalle pagine della sua biografia, ha cercato di resistere un minuto di più ogni giorno che passava, cercando di scrivere il più possibile e di non mollare fino all’ultimo momento. Lui aveva un sacco di cose da raccontare e di cui occuparsi, d’altronde.

Io invece ho a disposizione solo un argomento e un pensiero: trasloco, trasloco, trasloco. Ho diverse idee per scrivere delle storie (riguardano gente che trasloca), ne ho una in corso di cui sto sviluppando il personaggio. Nei prossimi mesi dovrei anche mettermi a scrivere un altro romanzo, e dovrei dedicarmi alla pubblicazione del primo. Nel frattempo sto cercando di diventare un fumettista, un modo di scrittura che mi sta catturando sempre di più. Scrivo soggetti con in mente le case editrici a cui mandarli, sviluppo personaggi e linee adatte a certe pubblicazioni. In questi giorni sto aspettando risposte da un editore importante. Mi è stato detto che risponde, sempre, ma con un pò di lentezza. Spero solo che il tempo che passa non significhi rifiuto. Magari valutano bene, fanno riunioni. La cosa che distrugge è l’attesa, il dover rimanere attaccato a questo tempo indefinito. Anche perché nel frattempo ci si aspetta da me che diventi un tipo responsabile, che mi trovi un lavoro quale-che-sia. La scrittura per adesso non basta a farmi campare, e mi arrivano sempre più spesso messaggi, più o meno velati, con cui mi si chiede di iniziare a fare dell’altro.

Una vecchia storia, in realtà. Devi essere ragionevole, ascoltare gli altri che ne sanno sicuramente più di te, mettere una pietra sopra le tue sensazioni – che comunque andrebbero censurate sul nascere – e cercare di volare più basso, di non illuderti, di iniziare a essere una persona più o meno normale.

O magari sono io. Magari mi fa comodo vedere le cose in questo modo, dipingere un quadro in cui sono l’incompreso di turno. Magari chi cerca di convincermi a essere ragionevole lo fa perché mi vuole bene, eccetera. Ma allora vuol dire che ho qualche rotella fuori posto, perché è davvero una strana coincidenza che chi mi vuole bene e mi dà consigli lo fa sempre in una sola direzione, quella che mi porta lontano, più lontano, dalla persona che voglio essere. Che mi fa somigliare ai tanti stronzetti narcotizzati che si possono incontrare in qualsiasi angolo di qualsiasi ufficio.

Si, è uno sfogo che sembra quello di un adolescente. Magari però non mi sono ancora arreso, e ho ancora un pò di benzina dentro. Beati voi che invece avete messo la testa a posto.

Mi è mancata tanto, la tastiera. Ora passo a scrivere cose un pò più serie. Ho un’ora, e poi dovrò ricominciare a badare al trasloco. Vedo di scrivere più che posso. Mi basta un’ora per tornare a respirare e sentirmi bene. Perché scrivere è questo: respiro. Minaccia qualcuno di togliergli il respiro, e guarda come reagisce. Non credo che bastino gli inviti ad essere ragionevole, ad accontentarsi di altro. O respiri, o non respiri.

Desiderio represso

Sarei contento se il governo cadesse anche domani stesso sulle unioni omosessuali, sull’erba o su uno qualsiasi dei temi liquidati con una certa supponenza come irrilevanti dall’elettore medio. Quale motivo migliore di una sana, onesta questione di principio con cui arroventare il dibattito? Concentrarsi sul tempismo – sempre sbagliato, guarda caso – con cui si fanno le cose per risparmiarsi il disturbo di prendere una posizione chiara è diventata una tattica ridicola, ma ripetuta, e peggio della vigliaccheria con cui si fugge la discussione c’è solo la smorfia con cui chi fugge rivela di sentirsi furbo, sveglio, dialettico, tattico.

Tattiche e strategie fanno sentire chi le mette in atto dei grandi condottieri, e i politici italiani in questo sono grandi maestri. Riempiono di strategia inutile ogni anfratto di ogni discussione e di tutta la vita pubblica, fino a farla diventare tutt’altro da sé, contaminata da tante di quelle conseguenze possibili da trasformare anche una semplice esternazione di buon senso in un motivo di resa dei conti per un intero paese. L’abitudine alla tattica sterile è un prodotto di cui l’Italia va fiera. La tradizione cita Machiavelli come unico precedente storico veramente importante, a cui vorrebbe disperatamente somigliare un paese che invece ricorda sempre di più un’armata di Azzeccagarbugli. L’ultimo, insignificante governo italiano è un’accozzaglia di ragionieri incapaci di prendere l’iniziativa su qualcosa. Merito della spina dorsale: quando manca del tutto ci si può agevolmente trasformare in molluschi sfuggenti.

Ma sarebbe ingiusto lasciare la responsabilità solo su chi comanda, dimenticandosi delle pance che da trent’anni mandano propri rappresentanti in parlamento aspettandosi solo di potere continuare a vivere in tranquillità. Se il paese va verso i quaranta ruggenti è merito soprattutto della sua molle, viscida, conservatrice, ipocrita e dolcemente totalitaria classe media. La sua fifa come stile di vita viene fuori, potentissima e sonora, tutte le volte che qualcuno prova a a prendersi un pò di quei diritti che secondo la costituzione sarebbero di tutti. Immigrati, omosessuali, donne, giovani, precari, operai, braccianti. Nessuno si salva, se prova ad alzare la testa.

Chi comanda di solito lo fa perché vince, irradiando l’arroganza e la sicurezza sfacciata di chi sa di essere dalla parte della ragione. Ma niente di tutto questo succede nello stivaletto, dove chi comanda, per qualche oscura nevrosi collegata alla giovinezza perduta, deve sempre mettersi il costume di chi è contro, contrasta, è sopraffatto dal governo e dai poteri forti. Non si è mai visto da nessuna parte tanto astio ringhioso da parte di chi comanda e ha più privilegi del resto della società.

Sulle coppie omosessuali, ad esempio. Quanta ipocrisia ci vuole per fare passare delle misure minime civili, come il riconoscimento di alcuni diritti per una coppia di persone che convivono, come una sopraffazione ai danni di gruppi deboli e vessati come i maschi bianchi eterosessuali cattolici sposati e le donne bianche eterosessuali cattoliche sposate? Si fanno battaglie impostate sull’idea che dare qualche diritto agli omosessuali sia una discriminazione. La bile in gola deve essere tanta per vomitare questa roba marcia, questa ossessione sessuale repressa che impedisce di capire che l’omosessualità non è un modo come un altro di stare nel letto, ma un modo di amare, e come tale merita tutto il rispetto che il mondo è capace di dare.

Potete sostituire alla parola omosessuali qualsiasi categoria abbia avuto la sfrontatezza di non adeguarsi alla normalità italiana negli ultimi trent’anni. Gira gira si finisce lì: la nostra classe media è orientata a conservare lo status quo. Quando il mondo cambia prima prova a ignorarlo, poi a fermarlo. La cosa più patetica è vedere anche i più giovani mettersi su questa strada, trasformandosi nelle copie tristi dei loro genitori, senza capire che il mondo non aspetterà per sempre. Collezionando passi indietro non torneremo al punto di partenza, ma diventeremo vecchi molto più in fretta, senza nessuna soddisfazione se non quella di negare ad altri la possibilità di divertirsi. E di vivere.

Compassione

Verso metà dicembre è saltato fuori uno scandalo, tanto per cambiare. Immagini riprese con lo smartphone, ormai un marchio di fabbrica dei telegiornali per suggerire notizie vere e non filtrate, hanno mostrato agli italiani quello che sapevano già da un sacco di tempo ma non potevano più fare finta di ignorare. I migranti nei CIE vengono trattati di merda, puliti con gli idranti ad alta pressione come se fossero scarafaggi. C’è stata la solita sequenza di articoli, manifestazioni isteriche sui social network e inchieste dei giornali preparate in pochissimo tempo. Un enorme dito indice si è alzato dallo stivaletto italico a scaricare indignazione e riprovazione morale verso chi si è comportato in modo sbagliato, non ha trattato come si deve i migranti e, soprattutto, si è fatto sgamare.

In queste situazioni ho sempre qualche dubbio sfuso. Innanzitutto su chi abbia interesse a rendere pubbliche queste cose. Non basta più che un’immagine abbia la qualità di merda degli smartphone per farla diventare una testimonianza genuina da parte del popolo. Come con le intercettazioni, ho iniziato a chiedermi chi dentro i giornali ha interesse a farle venire alla luce, e in base a quale agenda. I giornali hanno sempre, sempre, un’agenda.

Il che mi porta al secondo dubbio. Appena in questo nostro paese maleodorante succede qualcosa saltano subito fuori i giornali a fare fior di inchieste, e un intero popolo è subito pronto a indignarsi per le violazioni dei diritti umani nei propri patri confini. Mai una volta che le inchieste arrivino prima. Per fare qualche esempio, si arriva sempre dopo a scoprire che le ferrovie funzionano male e potrebbe scapparci il morto un viaggio si e l’altro anche, che alcuni settori della sanità siano un far west di clientele giocato sulla pelle dei pazienti, che in certi territori si rischi l’allagamento e il crollo delle case per ogni pioggerella. L’Italia è una repubblica fondata sui fatti già avvenuti.

Ci sono, a dire il vero, giornalisti e testate che fanno fior di inchieste e che anticipano, a volte di anni, i guai e i problemi a cui andiamo incontro giorno dopo giorno con occhi fasciati e allegra incoscienza. Eppure quelle inchieste non ottengono quasi mai le stesse reazioni. A volte ho provato a mettermi nei panni di Milena Gabanelli e alla frustrazione che deve provare quando svela delle cose incredibili e ne ottiene in risposta solo delle alzate di spalle. La differenza, allora, deve stare nel sentimento provato dal pubblico, nella mitica indignazione sempre a posteriori e a cose fatte. Siamo troppo abituati a indignarci per cose già successe, e poco ad alzare la voce per cose che potrebbero ancora succedere.

Verrebbe da dire che siamo un popolo pigro: magari. Significherebbe che con un pò di esercizio potremmo rimetterci in moto. Invece siamo il popolo dello status quo. La nostra indignazione e il nostro senso vivissimo della vergogna servono a manifestare, a modo nostro, compassione, e la compassione è complicità con chi fa del male. Reagiamo alle cose che non vanno con delle piazzate napoletane, ma non ci interessa cambiare davvero. Vogliamo solo manifestare il più possibile empatia con i danneggiati, fare sapere al mondo che ci sentiamo offesi.

La compassione è il modo più ipocrita di nascondere i problemi. Puntando tutto sul coinvolgimento emotivo di chi la prova solleva dalla responsabilità di cercare soluzioni di altro tipo. Spesso, la compassione è la strategia migliore per lasciare le cose come sono. Facendo leva sul sentimento, censura e accusa di aridità chi prova a portare il discorso sul piano dell’azione.

A un livello più profondo, la compassione è reazionaria. Sostituendo un’empatia urlata alla soluzione dei problemi, induce chi è svantaggiato a cercare comprensione. Chi è impegnato a comunicare il proprio disagio, e ad aspettarsi parole di conforto, difficilmente pensa a come migliorare la propria situazione. La compassione e la ricerca di sensibilità ci insegnano a essere schiavi. Non a caso sono tratti centrali del carattere italiano, una nazione in cui la Chiesa ha forgiato le coscienze con massicce dosi di sensi di colpa per quello che si pensa e prova, mai per quello che si fa. Il risultato è una nazione in cui ogni discussione si tinge quasi obbligatoriamente di tinte emotive e isteriche. Uno degli ultimi casi è proprio quello dei migranti di Lampedusa. Isteria, lacrime, indignazione, dopo qualche giorno ci siamo già dimenticati tutto, probabilmente i responsabili saranno reintegrati in compiti migliori quando le acque si saranno calmate. Niente e nessuno mette davvero in discussione l’ordine che permette scempi simili. Niente e nessuno voterà nulla di diverso dai partiti che permettono scene da Reich come quella. Basta far cigolare le ovaie.

Alla compassione dovremmo preferire la dignità, sempre. Forse ci guadagneremo meno punti simpatia con i poveri. Ma pazienza, questo non è X Factor, non dobbiamo raccattare ascolti con un prodotto medio. Preferirei di gran lunga un popolo meno lacrimoso e indignato, ma più disposto a trattare i migranti da esseri umani.

 

Il cattivo pop

Quindi non è vero che il nostro immaginario è diventato una colonia di buoni pensieri e buoni sentimenti. Non è ancora successo che i guardiani del pensiero purificato e le polizie dell’educazione a tutti i costi siano riusciti a imporre una cultura fatta di rinunce. La moderazione obbligata sembra essere diventata la sola ragione di vita di una larga parte del nostro paese, ma il nostro immaginario resiste, si sporca ancora, accetta la triade che riduce gli uomini in cenere e la allarga gioiosamente anche ad altri generi, sessuali e di consumo. Se la salute di una società si misura dalla libertà accordata ai vizi che circolano al suo interno, gli italiani stanno benissimo.

Almeno, questa è l’idea che ci si fa guardando al successo di due colonne portanti della cultura pop nell’ultima fase del 2013. Alla loro uscita, l’ultima serie di Breakin’ Bad e Grand Theft Auto V hanno polverizzato ogni record di ascolti e di vendite anche nella nostra enorme provincia stivaloide, risvegliando anche l’interesse dei pedanti media mainstream. Una serie in cui i personaggi principali sono spacciatori di metanfetamine, gangster autodidatti e difensori di un neoliberismo estremo applicato al mercato delle droghe, e un videogame in cui lo scopo è comportarsi sempre peggio e in modo sempre più violento.  Suona divertente, e va di pari passo con il gradimento di tutta una parte di pubblico per libri film e fumetti in cui si presentano personaggi ai bordi, eccessivi, strafatti di droghe e alcool e coinvolti in vicende criminali. I cattivi funzionano.

Quando poi si esce dal mondo della finzione per passare a quello della realtà, è innegabile il fascino suscitato da certe figure che se ne fregano delle regole di un buon dibattito e vanno avanti in modo assertivo e cinico, spesso circondate da un’aura bohemien e da un consistente fumo di sigaretta e da litri di alcolici. Il (mai abbastanza) compianto Hitch era un maestro in questo, e soprattutto nel mondo anglosassone si vedono un sacco di figure simili, alla Warren Ellis, che non fanno mistero dei propri pensieri al di sopra delle righe spesso pronunciati con vocione roche per il fumo e il bere. Personaggi molto più piacevoli e veri di certi opinionisti pettinati e con la camicia azzura in ordine, il cui unico merito è avere sempre frenato le proprie emozioni e avere imparato a tenere a bada i propri pensieri per venire incontro al gusto medio.

Adesso il gusto medio sembra gradire di più i personaggi sporchi. Viene quasi da cantare vittoria. C speranza di uscire dalla cappa di squallore che ci opprime, e di uscirci non solo grazie alla – sempre più mitica e lontana – ripresa economica, ma anche grazie alla riscoperta del nostro lato peggiore, quello che ci rende persone e non semplici avatar al servizio della macchina sociale, la Grande Bestia 666. Una riscoperta che è bene avvenga non nella realtà, ovviamente, ma nel bel mondo della finzione, dove possono avvenire tutte le catarsi e i riscatti di questo mondo.

Siamo cresciuti? Purtroppo credo che sia vero il contrario. In questa fascinazione per i cattivi deve essere in azione lo stesso meccanismo che in altri contesti si attiva per i supereroi, che ci attirano proprio perché hanno dei superpoteri con cui vincere frustrazioni e battaglie anche nostre. Se n’è parlato a lungo, e non c’è bisogno di ripetersi: Clark Kent passa da sfigato giornalista a gran femminaro forzuto, Spiderman serve – dovrebbe servire – da rivalsa per un normale adolescente, e così via. Quello che ci piace di questi personaggi è che hanno qualcosa che a noi manca, e che vorremmo avere.

Il motivo per cui piacciono i cattivi allora è che siamo una società fin troppo conformista, addomesticata a guardare con sospetto qualsiasi cosa abbia un aspetto minimamente divertente. Riempiamo di grandi concetti e di grandi parole battaglie anche giuste, ma che spesso hanno l’unico effetto di farci diventare mediocri, prevedibili, del tutto normali e infinitamente noiosi. Non fumiamo perché abbiamo paura delle conseguenze (giusto), ma vorremmo un sacco farci un tiro. Imponiamo di abbassare i volumi ai concerti, anche se può capitare per due volte all’anno che siano troppo alti e di disturbo. Mettiamo regole su qualsiasi cosa raccontandoci che è per il nostro bene, e allora com’è che, dopo aver accettato il nostro bene, non stiamo meglio?

George Orwell, nella sua attività saggistica, aveva capito con lucidità che a temere maggiormente la povertà non è il proletariato, ma la classe media, disposta a qualsiasi cosa pur di evitare una discesa sociale. Grazie alla crisi globale e al dominio del neoliberismo dalla fine degli anni ottanta la classe media occidentale si è chiusa dentro tante piccole bolle in cui in teoria dovrebbe riuscire a salvaguardare il proprio benessere e il suo stile di vita, definizione che già in sé è il vero precetto autoritario del nostro secolo. In cambio, si è adeguata a una cultura e ad una struttura produttiva pienamente capitalistica, e ne ha digerito per bene i valori.

Più che una classe media esiste una classe mediocre, che all’avanzata della paura di perdere status si attacca a vecchi valori borghesi. Peggiorando il tutto con la pretesa di rimanere liberali, e dunque al di sopra di qualsiasi critica di conformismo. A questa contraddizione si rimedia proprio con una pretesa di maggiore libertà nelle comunicazioni e nei consumi culturali. In altre parole, la nostra passione per i cattivi significa che come cultura stiamo cercando di vivere i loro vizi per interposto personaggio. La proliferazione di cattivi di successo è un segno della nostra ridotta libertà di pensiero.