Cincischiare

Sì, bello, il sito e tutto il resto, ora ho anche un dominio, ho scritto delle cose e ne sto progettando altre. Fantastico. Però avrei da scrivere e rivedere tipo un milione di parole, un libro da seguire, alcuni soggetti da rivedere, telefonate da fare. Quindi mi sa che fino a domani spengo. Buona giornata.

Prova, prova

Va bene. Prometto che ci proverò. Non a fare un blog normale, come si è fatto sempre, perché di quello non sono capace/non ho voglia/non ho la costanza/navigo nell’oro e non ne ho bisogno/scegliete voi. Ma direi che posso cambiarlo, fare duecento parole su qualsiasi cosa, quando capita, concentrare anche i miei tweet e le altre cose qui, e per il resto pubblicare on line gli articoli che scrivo per le riviste cartacee.
Sintonizzatevi.

Traslochi

Giusto un giro di riscaldamento prima di iniziare a lavorare su qualcos’altro di più impegnativo, stamattina. Ho sempre trovato che scrivere è più simile alla palestra o a un’attività artigiana, uno ha un respiro, un ritmo e un allenamento da seguire, deve prendere il fiato prima di iniziare con la roba più pesante e impegnativa. Molto simile alle arti marziali, per alcuni aspetti. O forse sono io che amo vedere collegamenti con le arti marziali dappertutto.

Questo post non so dove finirà. Forse sul blog del mio vecchio sito da fotografo, o su uno dei tanti blog che ho fatto partire in questi anni, cercando di avere una continuità. Mi piace avere un blog. Mi piace l’idea di avere un blog, una platea da cui dire cosa faccio e come la penso su certe cose, su cui postare cose che non vanno a finire da nessun’altra parte, e che non sono effimere come quelle sui social network. Ma mi sono reso conto che il genere di impegno che è consigliato dai social media guru, quelli che ti dicono che devi postare ogni tot di giorni su un certo argomento, non fa proprio per me. Io vado per accumulo, giorni e giorni senza postare una riga e poi fiumi di aggiornamento. Lontano dalle logiche del web. Ma fanculo le logiche del web, ovviamente.

Però non sarebbe male iniziare a pensare a un sito contenitore, da cui poi diffondere contenuto e spunti anche sui social media. Un pò il concetto di Indie Web, e io un sito ce l’ho già, si tratterebbe di aggiornarlo.

Una volta scrivevo un diario, poi mi sono reso conto che mi faceva pensare con troppa ossessività a me, al mio mondo interiore, e non penso di essere quel tipo di persona (RISATE DALLO SFONDO). Ora mi piacerebbe molto avere un luogo su cui scrivere riflessioni e cose estemporanee, giusto per non trasformarmi nell’Uomo che Urla per Strada. Ma, non avendo i mezzi e la fama di gente che tiene newsletters con migliaia di iscritti e può permettersi di trascurare i blog, l’unica via che ho è proprio questa. Forse, come ho detto più sopra, ristrutturerò il mio vecchio sito da fotografo in modo da farlo diventare una cosa più ibrida, una piattaforma da cui fare partire scritti e considerazioni. Alla fine, l’importante è scrivere. Writers write, e tutto questo genere di cose.

Sto in mezzo a un maledetto trasloco, per ora, per cui il tempo di lavorare e scrivere è poco. Che deve essere il motivo, poi, per cui cose su cui normalmente riesco a passare sopra con un pò di nervosismo mi fanno letteralmente esplodere. Solite cose – solite cose di un più che trentenne nella penisola italiana. E non aiuta il dover contrastare con il crearsi un lavoro, con il doversi pagare l’affitto con quello che si vuole fare.

Ho mandato due soggetti a un’Importante Editore di un Importante Settimanale a Fumetti. Conosco i personaggi benissimo, e delle quattro storie che avevo preparato ne ho mandate due. Belle storie, mi sono divertito un sacco a scriverle, con in più il piacevole e necessario contorno da scrittore maledetto: ero in una casa di un amico, in riva a un lago, e dopo dieci ore a lavorare andavo in un pub a bere Black Bush o Connemara. Deve essere anche per questo umore generale del periodo che per ora ho voglia di rimettermi a fumare.

(seriamente: se siete di quella zona, andate allo Shamrock. Gran bella atmosfera, gente simpatica, e un menù a parte per gli Irish Whiskey.)

Stamattina lavorerò invece a un progetto più lungo, per un’altra Casa Editrice Milanese Importante. Scrivo quelli che nel gergo televisivo americano si chiamerebbero Spec Script, tentativi di fare vedere che sono figo e professionale. Speriamo non mi scoprano, ho un sacco di musica punk e una fissa per il whisky che mi fregherebbe.

Parlando di serie televisive americane, adesso ne sto guardando tre. True Detective, Black Sails e la terza stagione di Sons of Anarchy. Tutte ugualmente belle, e tutte fatte benissimo. Non sono uno appassionatissimo di serie tv (non sono neanche un appassionato di tv, e a dirla tutta, in definitiva, per me quelli della televisione dovrebbero tutti bruciare all’inferno in una enorme melassa puzzolente, con un coro di metallari ubriachi che pisciano sulle loro teste), ma queste che sto guardando sono di altissimo livello. Prodotte benissimo e tutte basate sulla scrittura, sull’intreccio, sui colpi di scena e sullo sviluppo dei personaggi. Oltre che sull’atmosfera e sulla caratterizzazione, che in SOA è fatta talmente bene da aver procurato a Kurt Sutter, autore della serie, una nuvola costante di ammiratori che gli offrono favori sessuali e di qualsiasi altro tipo. Bella la vita, eh?

Non so per quanto ho scritto fino ad adesso. Mi sa che è l’ora di tornare a scrivere cose e cercare di farle funzionare per vivere. Avevo in mente di scrivere altro stamattina, cose oblique sul rapporto con gli altri, scritte con il tono di considerazioni generali quando in realtà vorrei parlare direttamente con certe persone in particolare, e chiedergli perché devono per forza rendere il mondo un posto di continue richieste sugli altri, di tentativi di farli sentire inadeguati e di aspettative in via di compressione rapida. Ma credo di avere ruminato abbastanza questa mattina. Per cui buon giorno, e a risentirci nei prossimi, se non rimarrò sepolto da qualche scatolone con tutta la mia collezione di Linus.

Procedendo…

Con questa storia di riunire la famiglia in occasione di un week end lungo, mi sono trovato a scrivere nella vecchia cameretta in cui facevo i compiti e mi ritiravo stonato di marjiuana sperando che i miei non mi sgamassero. Il che significa che non sto scrivendo quanto vorrei. Avere genitori e fratelli intorno e seguire la stessa tabella di marcia di sempre è praticamente impossibile. Troppe distrazioni, anche escludendo gli amici che si fanno avanti per una birretta in nome dei vecchi tempi, e mio fratello, diavolo tentatore, ha portato GTA V, su cui metterò le manacce nel pomeriggio.

Sono riuscito a non fermarmi, però:

– ho finito la terza parte su quattro del mio romanzo. A tratti suona fantastico, in altre parti rallenta un pò, che è quello che voglio. Non vedo l’ora di finire;

– soggetto, progetto, trattamento e breakdown per la mia graphic novel breve sono pronti, da questa mattina. Devo iniziare la sceneggiatura, e penso che per la prossima settimana sarà finita. La cosa più difficile però sarà fare girare il progetto, e immagino che inizierò a pensarci da lunedì. Non so come fare, a dire il vero. Penso che prima di bussare direttamente alla porta di qualche editore chiederò qualche consiglio a chi già ci lavora. Sperando che non mi pianti in asso, come l’ultimo con cui mi ero sentito;

– ho un altro racconto in cantiere, e un altro soggetto per fumetti. Mi sa che ne parlerò da metà mese in poi. Per adesso, tutte le risorse sono sul romanzo, e su questa sceneggiatura che scrivo come modo per rilassarmi un pò, e sul blog;

– a tal proposito, penso che scriverò qualcosa sull’MMA, e su come curiosamente sia un ottimo modo per comprendere il carattere di qualcuno.

A parte lo scrivere, questa settimana sono in pausa da palestra, e già mi sento il corpo tutto offeso che mi chiede di rimediare. Rimedierò con sedute continuate di GTA V. Il mio fitbit dice che continuo ad avere i ritmi del sonno un pò tirchi, non riesco a dormire più di sei ore a notte e l’ideale sarebbe otto. Vorrei leggere un sacco di cose, incontrare un sacco di gente, fare una passeggiata in spiaggia e andare a un concerto, sabato.

Per tutti questi motivi, il blog sarà, per lo più, in silenzio per il resto della settimana, a parte qualche aggiornamento occasionale. Fate un buon fine settimana, e che la forza sia con voi.

El jobbo

Mentre mi riprendo dai colpi che ho preso questa mattina in allenamento ricomincio a lavorare al mio romanzo. In questo momento sono nel mezzo della rilettura finale. Poi sarà il momento di trovargli una casa.

Mi sono reso conto che adoro fare questo genere di lavori di lunga portata, ma al tempo stesso ho bisogno di lavori – lubrificante per mandarli giù bene. Scrivere un romanzo ti prende, se va bene, un anno di tempo, e se uno è come me ogni tanto ha bisogno di un pò di solletico all’ego. Che è il motivo per cui scrivo qui: un attimo dopo aver ticchettato a caso sulla tastiera è pubblico.

Sto anche lavorando a un altro paio di cose. Ho dei fumetti da parte, nel caso foste anche voi dei disegnatori troppo scarsi per pagarvi uno sceneggiatore. Ho spedito una sinossi a uno scrittore abbastanza serio, ed essendo serio, dopo un primo scambio è sparito senza spiegarmi perché. No ma è ok, lo so che va così in questo mondo, niente di personale. Se ti becco ti picchio con il crik.

Di un’altra storia sto finendo il progetto, tre pagine che vorrei mandare in giro per editori. È una bella cosa in sedici tavole, in cui un’ambientazione distopica e di analisi sociale serve a nascondere la vera storia, un noir su un killer a cui hanno rapito la donna per fatti di droga. Nelle mie storie ultimamente entra sempre più spesso la droga, e dato che non fumo da quasi dieci anni, devo iniziare a chiedermene il motivo.

Va bene, era solo per fare nascere la categoria “El Jobbo”, che aggiornerò, spero, settimanalmente, spero. Ci sono cose anche più interessanti, e ovviamente del tutto inutili, che si prenderanno una categoria a sé (tipo le mie esperienze con il FitBit, ad esempio).

Buon lavoro.

Recovery

photocrati gallery

Ho scritto diverse volte, su questo blog, del mio viaggetto di maggio/giugno sulla Sarmiento de Gamboa. Ma mi sono reso conto di non avere mai spiegato bene il significato della foto che apre tutto il lavoro.

La missione, in sé, era semplice: andare nel Golfo di Cadice, recuperare una stazione sismica  di allarme precoce per tsunami posata sul fondo del mare, e fare rotta su Barcellona, via Gibilterra. Semplice, pulito. Il problema, come sempre, si nasconde nei dettagli: Geostar, come si chiamava la stazione, era stata posata a più di tremila metri sul fondo del mare, e pesava intorno alla tonnellata. Sicuramente non si potevano usare pinne e maschera per riportarla sul gommone. Molto meglio usare una nave oceanografica (anzi: una bellissima nave oceanografica), un equipaggio di professionisti, e un Modus.

Modus è una grande campana, con un attacco nella sua sezione interna, disegnata appositamente per agganciare stazioni come Geostar e rimanerci attaccata. Tutto l’apparato, poi, viene tirato su con un grosso cavo metallico, che ha la funzione di tenerlo attaccato alla nave, e di renderlo manovrabile da una consolle in remoto. Per agganciarsi alla “sua” stazione, infatti, Modus viene pilotato dalla nave, ed è per questo che è dotato di telecamere e thrusters, che consentono la sua manovrabilità. Una di queste telecamere, piazzata all’interno, a un certo punto ha mostrato Geostar, mentre Modus si avvicinava ad essa, ed io l’ho fotografata. Ma, prima e dopo, ho potuto avere un breve, bellissimo scorcio del paesaggio a tremila metri di profondità. Un paesaggio lunare, in cui il colore svanisce e, se non fosse per le luci di Modus, non si vedrebbe nulla. Ma che mi ha affascinato: l’abisso nero, quello che ancora oggi è praticamente sconosciuto.

L’ operazione di discesa e recupero, in apparenza semplice, è in realtà una specie di incubo logistico. La nave deve stare ferma, il più possibile, per non portarsi a zonzo per il mare cavo e Modus; il verricello che aziona il cavo deve essere manovrato al centimetro, dato che, se è troppo corto, non arriva alla stazione, e se è troppo lungo fa finire Modus posato sul fondo. E lo stesso Modus, ovviamente, deve essere pilotato da mani esperte. Una operazione così, in altre parole, richiede la coordinazione perfetta di un team di almeno dieci persone, che devono tenere la nave in posizionamento dinamico e con prua al vento, per ridurre al minimo il rollio, devono calare il cavo con Modus, farlo scendere in modo ordinato, tenerlo stabile quando arriva a destinazione, agganciare la stazione, farla risalire in modo ordinato e farla arrivare sana e salva sul ponte. Roba molto, molto difficile.

Il recupero di Geostar è riuscito al primo tentativo, ritardato un pò solo da un paio di metri d’onda. Dopo aver visto riuscire il tutto al primo tentativo, e aver visto la calma e la compostezza con cui tutta l’operazione era stata condotta, ho capito che livello di competenza e professionalità ci volevano per condurre un’operazione così.

Anche se. Guardando bene, potrete vedere che il pilota di Modus ha, per guidare il Salvatore di Geostar, un bellissimo gamepad da playstation 1. Videogame d’alto mare. Mi pare fosse Crichton che diceva che in realtà ingegneri e scienziato sono semplicemente dei bimbi cresciutelli, che realizzano giocattoli più grandi. E, guardando il serio pilota di Modus lavorare come se stesse videogiocando, ho pensato fosse vero.

Confinamento inerziale

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Due laser ad alta energia, che convergono su un bersaglio. Energia che viene liberata dall’implosione su sé stesso del bersaglio. Sostanzialmente, il confinamento inerziale è questo. Molto semplice a dirsi, ma difficilissimo a farsi. Ed ancora più a fotografarsi, visto che la scelta è tra non avere laser visibile, o farsi scalfire da laser ad alta energia.

Verso i primi di aprile di quest’anno ho potuto visitare il Centro Ricerche ENEA di Frascati, dove si svolgono gli studi italiani sulla fusione nucleare. I ricercatori dell’Enea studiano le tecnologie con cui si potrebbe fondere insieme atomi di idrogeno, al fine di ricavarne energia pulita e virtualmente illimitata. Per un fotografo che si occupa di scienza e di documentare la ricerca italiana, l’ Enea di Frascati è semplicemente imprescindibile.

In un primo momento, dovevo accedere solo a FTU, una sorta di reattore a fusione (anche se, a essere precisi, il termine reattore non è corretto). Poi ho saputo che avrei avuto accesso, primo in venti anni, all’impianto per il confinamento inerziale ABC. Ho portato con me un minimo di attrezzatura di illuminazione, ho seguito tutta la trafila di entrata nella camera bianca dei laser, ed ho immediatamente iniziato a fotografare i bancali su cui il laser segue il suo percorso di amplificazione (clicca QUI per le foto di ABC).

Il laser, dopo essere stato amplificato e portato ad alta energia, converge su un bersaglio da due punti, in un apparato, la camera-bersaglio, pieno di strumenti diagnostici. Ovviamente, mi è stato subito chiaro che era necessaria una foto della camera bersaglio, magari in piena attività, per raccontare bene la ricerca sul confinamento inerziale. L’unico problema era che non si poteva, per ovvie ragioni di sopravvivenza, attivare il laser ad alta energia, pena la formazione di enormi buchi su qualsiasi cosa non fosse stata protetta (ovvero: tutto, tranne la camera bersaglio, che quindi rimane chiusa). L’alternativa era il laser di controllo, quello con cui i ricercatori fanno la manutenzione dell’impianto.

E qui nasce un altro problema: il laser, a meno che non incontri qualcosa, è sostanzialmente invisibile. Normalmente questo problema si può superare spruzzando del fumo, o qualcos’altro, sul percorso del laser. All’INFN di Frascati, ad esempio, ho usato dell’azoto liquido. Ma dentro ABC non si poteva. Come fare, allora?

Uno dei disponibilissimi ricercatori, a questo punto, ha avuto un’idea: mettendo un foglio di carta sul percorso del laser si riesce a vedere un punto. Poco, ma già qualcosa. Ho pensato che muovendo il foglio di carta lungo il percorso, si sarebbe potuto mostrare, in un insieme di punti, tutto il laser. Per fortuna taaaaaanto tempo fa avevo fatto un pò di light – painting. Ho iniziato, quindi, a dare indicazioni a due ricercatori, facendogli passare un foglio di carta avanti e indietro nella camera bersaglio, per catturare la luce del laser in una lunga esposizione. L’effetto era di un’onda, più che di un fascio laser, ma l’effetto mi piaceva, quindi ho deciso che andava bene. L’unico problema era la camera bersaglio: illuminato con il light-painting, il laser era troppo debole per illuminare il resto della scena, quindi rimaneva tutto troppo buio. Ho provato a fare qualche esposizione in luce ambiente, ma i neon del laboratorio (i neon di tutti i laboratori, per la precisione) erano orribili.

La soluzione è stata usare il flash come altra fonte di luce nel light-painting. Settato il white balance su tungsteno, per avere una dominante blu, ho iniziato una serie di esposizioni. Con il flash in mano aprivo l’otturatore e sparavo subito dei lampi che illuminavano la camera bersaglio; poi davo il via ai ricercatori con la carta, per illuminare il laser; e poi ripassavo con altri lampi flash e chiudevo l’otturatore. La cosa ha richiesto un pò di prove, per settare bene il giusto equilibrio luce flash/luce laser, ma nell’insieme ho ottenuto qualcosa che mi piaceva, e che racconta bene il confinamento inerziale.

Non ho usato esposimetri per calcolare l’esposizione, né del flash né della luce laser. Mi sono affidato a un pò di esperienza per valutare potenza del flash e diaframma da utilizzare, e agli istogrammi del monitor lcd per capire quanta luce stava colpendo effettivamente il sensore.

Il ringraziamento, come sempre, va al Dr. DeAngelis ed a tutto l’ufficio stampa Enea, per avermi dato l’opportunità di realizzare quella visita, e per tutto l’aiuto che mi hanno offerto durante la mia giornata al Centro Ricerche Enea di Frascati.

A summer walk

Da qualche minuto, ho messo in linea, sulla mia pagina Vimeo, un breve video che ho realizzato questa estate in Sardegna. Si tratta di un diario di viaggio, un riassunto di quello che ho visto andando in giro per quella splendida isola che riserva sorprese dietro ogni angolo.

Tra l’altro, ho anche sperimentato un pò. Nel senso che sto esplorando le possibilità che mi offre il video come mezzo d’espressione, e lo sto facendo con pochi manuali, solo con una videocamera in mano. Questa volta volevo vedere come si potesse raccontare un posto seguendo una logica puramente visiva. Niente cronologia, niente soggetto e niente storia da raccontare, niente logica lineare né circolare: solo un diario di immagini che legano tra di loro, in ordine sparso non casuale, aiutate da suoni in presa diretta.

Ho intenzione di scrivere altro circa il mio rapporto con il video e con le possibilità che dà a un narratore per immagini. Credo che sia una modalità narrativa complementare alla fotografia: il video fa nascere un flusso di immagini che invece la fotografia arresta. Ma ci sarà tempo per parlarne.

Come sempre, consigli, critiche e suggerimenti sono bene accetti.

 

 

Buone cose

photocrati gallery

E’ iniziata, quindi, la Settimana Alfonsiana, di cui per il secondo anno sarò il fotografo. Ieri c’è stato un bellissimo concerto all’Oratorio di Santa Cita, un posto che mi ha molto impressionato per la quantità di stucchi. L’atmosfera era molto particolare, con la prima pioggia seria di quest’autunno che minacciava di scatenarsi da un momento all’altro e il quartetto che suonava Mozart nella penombra. Per chissà quale motivo, mi è venuto in mente il periodo natalizio (il che, a sua volta, mi ha fatto venire in mente una domanda sulle immagini natalizie. A cui, però, penserò quando sarà il periodo, perché pensare al Natale a fine settembre è un pò triste).

Da oggi la Settimana si sposta in via Badia 52, a Palermo, con i dibattiti e le conferenze. Come sempre, QUI si può scaricare il programma. E, come dicono gli americani, come say hi….

Venerdì sera sono stato a fotografare un reading del mio amico Vittorio Bongiorno, che sta portando in tournée il suo il Duka in Sicilia insieme al contrabbassista Matteo Zucconi ed a vari amici che si aggiungono strada facendo. Una bella serata di letteratura, jazz e vino, e persone stimolanti. Per l’occasione, ho deciso che avrei sperimentato un pò, e il risultato si può vedere nella galleria che ho pubblicato sul mio profilo FB.

A condire il tutto, sto ascoltando un disco di Raphael Gualazzi che mi ha consigliato mio fratello, e che consiglio di ascoltare a chi piaccia il buon jazz, quello che ancora è fatto insieme agli ascoltatori, e non per il solo gusto dei musicisti.

Buona settimana a tutti!

Settimana Alfonsiana 2011

 Come l’anno scorso, anche quest’anno avrò l’onore di fotografare i lavori della Settimana Alfonsiana di Palermo, dal 24 settembre al 2 ottobre. Si tratta di una serie di conferenze organizzate dai Padri Redentoristi di Uditore, e dalla rivista Segno (con la quale ho collaborato, quest’anno, per il mio articolo sul Canale di Sicilia – che per inciso in questi giorni metterò on line).

Il tema delle conferenze è dato semplicemente da una frase del Vangelo, che quest’anno è I suoi uscirono per prenderlo. Dicevano infatti: è fuori di sé. Su questa frase, intervengono ed elaborano personaggi del mondo della cultura, della politica e delle istituzioni, con il loro personale punto di vista. Tra gli altri, quest’anno ci saranno Massimo Cacciari, Gioacchino Lanza Tommasi, musicologo, Paolo Ricca, della facoltà teologica Valdese, Vito Mancuso, teologo dell’Università S. Raffaele di Milano. Ma assicuratevi di passare, se vi trovate in zona Palermo: lo spirito della manifestazione è fare circolare il più possibile le idee, e rinfrescare le menti, e capita spesso di trovare, insieme ai grandi nomi e alle conferme, delle persone e delle idee stupefacenti.

Programma, contatti e indirizzi si possono scaricare QUI.