Non siamo in grado di fare le Olimpiadi

Finalmente da Roma arriva una notizia chiara, le Olimpiadi del 2024 non si faranno nella Capitale. Questo mette fine all’inconcludenza esibita dalla giunta Raggi fin dall’inizio della sua avventura, dato che quella sulle olimpiadi è la sua prima vera decisione. Il Comitato Olimpico e chiunque sperava in un palcoscenico internazionale di rilancio per Roma si rassegnerà o passerà a città che hanno già dimostrato di saper organizzare eventi internazionali, come Milano.

Anche se decidere qualcosa è sempre meglio di niente, è utile vedere qual è il processo che porta a una decisione e quali saranno le sue conseguenze. Continua a leggere

La sfida della mia generazione

Abbiamo guardato l’Europa sgretolarsi, negli ultimi mesi. La crisi sui migranti, il referendum per l’uscita della Gran Bretagna, l’insofferenza degli stati a est ai regolamenti a cui loro stessi hanno scelto di aderire sono tutti colpi all’Unione Europea. L’idea che possa esserci, al di là delle differenze statali e dei diversi sistemi di potere, un’azione politica ed economica comune in tutto il continente europeo sembra oggi illusoria e persino pericolosa, dato che diverse forze politiche attribuiscono proprio all’Unione Europea la responsabilità della crisi del mondo occidentale. Invece è proprio oggi che bisogna rendere più forte l’Unione, superare le piccolezze nazionali che l’hanno tenuta finora al guinzaglio e l’hanno trasformata in un covo di burocrati inefficienti e manovrabili. L’obiettivo di qualsiasi onesto cittadino europeo dovrebbe essere una federazione di rappresentanti eletti che attuano una politica estera, economica e militare comune a tutti gli stati, e più tempo tardiamo a rivendicare questo obiettivo, più facciamo in modo che vincano i populisti. Continua a leggere

Due minuti, centoquaranta caratteri

Questo post l’ho pubblicato lunedì su Medium. Lo metto qui per avere tutto in un solo posto, in attesa di traslocare ogni singolo post sul mio sito. Rimanete sintonizzati, salute. 

 

Non c’è neanche il tempo di fermarsi a pensare. Dal mattino, quando arriva la notizia della morte di uno famoso, è un bombardamento social, immagini che si rincorrono tra loro, il mondo che si attiva nel grande rito collettivo di commemorazione di uno che è entrato a vario titolo nella sua vita. Nel farlo usciamo fuori allo scoperto, piccoli esseri umani concentrati soprattutto su di noi e sulla nostra avventura, pieni di vizi e comportamenti talmente piccoli che dovremmo chiamarli foruncoli, non vite. La grande orchestra umana si attiva e ciascuno è la star del suo film, ciascuno si affretta a comunicare al mondo quanto sia prevedibile la sua reazione di fronte al più prevedibile e previsto degli eventi.
Prima la notizia, secca, che piomba sul mondo e che chiunque dotato di un qualsiasi profilo su social network rilancia immediatamente. David Bowie è morto. È morto. Morto. David Bowie. Davvero: David Bowie è morto, pace all’anima sua. Dopo una coraggiosa battaglia con il cancro. Non voglio neanche immaginarmi cosa stiano nascondendo pudicamente queste parole, le trafila amara, il treno di speranze che si spengono un’analisi dopo l’altra, una operazione dopo l’altra. L’immagine nello specchio, lo stesso viso che abbiamo visto cambiare un milione di volte, che si ostina a cambiare contro la volontà del suo possessore, che si sgonfia. Un calvario umano. Pace all’anima sua, ovunque si trovi in questo momento (nella mia testa immagino Bowie un pò spaesato, simile alla gif di John Travolta, che non capisce cosa gli sta succedendo ma che presto troverà il modo di adattarsi. Lo ha fatto sempre, era la sua specialità, perché non dovrebbe farlo anche oggi?)
Ma torniamo a noi, la massa di mammiferi bipedi uguali a Bowie che apprendono della morte di Bowie. Dopo il primo momento in cui si rilancia la notizia cercando di diffonderla il più possibile si entra nella fase delle esternazioni di lutto più o meno ispirate. In questo momento – e nel caso di David Bowie è arrivato davvero presto, nel giro di due ore dalla prima conferma – qualsiasi essere umano connesso a un social network manifesta il suo lutto affranto invocando il nome del defunto e augurandosi che, da quel lassù in cui inevitabilmente viene a trovarsi qualsiasi anima che abbia la fortuna di grattare un pò di fama su questa terra prima di lasciarci, possa insegnare agli angeli a suonare il marranzano, a recitare o a fare qualsiasi cosa in cui Egli fosse bravo. Da questo momento Lui inizia ad assumere proporzioni ancora più mitiche nella testa delle persone, che piangono e invocano il padreterno: perché si prende sempre i migliori? Perché proprio oggi, proprio di lunedì (lunedì di merda) deve morire proprio lui, che ci aveva fatto sognare con i suoi dischi, che ha recitato, che ha cambiato la storia del rock e, per dirlo con Bastonate, lo ha fatto almeno cinque volte?
Mondo infame, quello in cui le rockstar devono morire. Che ne dite se per dimostrare il nostro disgusto preconfezionato e provare il brivido di avere delle emozioni vere, ogni tanto nella vita, inondiamo lo spazio pubblico di dichiarazioni affrante un tanto al chilo che non vogliono dire nulla? Vai, allora. Mettiamo canzoni prese da youtube, scriviamoci sotto che adesso il mondo non sarà più lo stesso e inizierà a ruotare in un altro senso e si fermerà nella posizione dell’equinozio di primavera, quando le notti sono un pò fresche e le stelle sembra che brillino più forte per commemorare Lui. Le foglie torneranno immediatamente sugli alberi ma si posizioneranno a mezz’asta, i cani non si annuseranno neanche una volta in segno di rispetto, le nascite saranno annullate. Oggi è morto Bowie, per chi non lo sapesse. Il mondo è un posto diverso.
Ma questo è ancora l’inizio, per la miseria. Ancora si devono aprire le scatole della più patetica umanità, quella bassa che vive nella bambagia delle sue fortune senza avere idea di quanto se la passi bene e deve inventarsi motivi di tristezza anche quando succede l’inevitabile. Se ancora nessuno se ne fosse accorto, le persone muoiono. Si può ritardare in modo indefinito quando arriverà quel momento, ma arriverà, e più passa il tempo più è probabile che accada. Nella nostra società questo discorso è impopolare, nessuno ama che gli venga ricordato che prima o poi dovrà schiattare, ma è esattamente così: prima o poi moriremo tutti, e tutti, nessuno escluso, hanno o avranno qualche lutto in famiglia. Dunque, risparmiamoci tutta la solfa di sì ma per me è diverso, appena ti morirà qualcuno ne riparliamo. No, per te non è diverso. Sei fatto di merda e tornerai nella merda. Insieme a tutti noi.
Questa patetica umanità sta producendo lunghi lamenti sul compianto Bowie. Ci sono, ovviamente, molte cose bellissime da dire su di lui. Le canzoni che hanno segnato un’epoca, il trasformismo portato ad arte, la recitazione, una musica che è entrata nel sistema. Ascolti Bowie ed entri in una specie di dimensione fantascientifica, pensi a viaggi nello spazio e poi allo zoo di Berlino e a un video di Moby e poi alle migliaia di cose, a volte riuscite altre meno, che era in grado di tirare fuori da quella sua testa. Era imprevedibile, e bisognerebbe salutare questa imprevedibilità, costruire su quello che ci è stato dato, e andare avanti.
Questo, credo, sarebbe il modo migliore di ricordarlo. Invece in queste situazioni saltano fuori gli avvoltoi travestiti da pinguini, quelli che con gli occhioni gonfi di lacrime e il cuore ridotto in cenere dalla propria stessa mediocrità iniziano a dirti che adesso tutto sarà più difficile, i migliori se ne stanno andando e non possiamo più rimpiazzarli, un’era si sta chiudendo e noi non possiamo fare altro che assistere impotenti al suo tramonto e scriverne l’epitaffio. Piccoli scribacchini con la sviolinata precoce scriveranno di Bowie per dire quanto siano insoddisfatti della musica di oggi e di come gli anni <aggiungere -anta qui> fossero i migliori.
A noi resta solo la tristezza. Quella siamo bravi ad amministrarla. Scriviamo del passato pensando al presente e troviamo nuove conferme alla nostra patologica arrendevolezza, la nostra incapacità di creare qualcosa di nuovo. Non ci basta tirarci indietro, dobbiamo giustificare perché lo abbiamo fatto, e come se non celebrando un grande facendolo diventare ancora più grande, un Titano?
Nuove notizie in cronaca: i Titani nascono, crescono, suonano qualcosa, invecchiano, muoiono. Non vi rende più grandi o romantici il comportarvi come se non lo sapeste. Tutte le persone che nella nostra cultura proiettata sul passato celebriamo per cercare nevrotiche conferme della nostra grandezza prima o poi moriranno, e non servirà a niente ripeterci che erano i Più Grandi, che non possono lasciarci, che adesso il mondo è più solo senza di loro. Il mondo continuerà a girare.
Ma chi gira con il lutto pronto in canna non pensa davvero che il mondo sarà un altro posto, più solo e più grigio. Chi lo pensa davvero è chi si mette all’opera e scrive altri libri, altre canzoni, gira altri film, vive altre vite per portare un pò di colore a questo posto di merda. Gente che raramente ha il tempo di piangersi troppo addosso. No, chi va in giro con il cuore affranto per il Titano è, lui stesso, parte del problema, piccola infinitesima causa del grigiore del mondo. Il bisogno di esternare il proprio dolore non ha nulla a che fare con chi muore. Non è neanche una cosa nuova, i lutti pubblici sono sempre esistiti, e continueranno a esistere. Ma questa gara a chi è più sensibile e dice la cosa più toccante è ridicola, a farsi un giro sui social network in questi casi sembra davvero che siano caduti i pilastri esistenziali di centinaia di milioni di persone, cosa che, mi auguro, non è vera. Perché comportarsi come se lo fosse, allora? Perché dà un’immagine di sé. Ci fa apparire persone sofisticate e sensibili in un colpo solo. Come in un mega specchio vediamo noi stessi nei messaggi di cordoglio degli altri e restituiamo agli altri la loro immagine.
Tutto questo si ripeterà al prossimo giro. Chiusi nelle nostre stanzette a fare vite di merda e a fingere di avere avuto un’emozione grossa, una volta in macchina mentre ascoltando David Bowie cercavamo di scoparci Marta, la tizia del secondo anno che ci aveva messo mesi ad accorgersi che eravamo degli animi tormentati. Un’emozione che ci ha spinti piano piano sotto quel reggiseno e quelle mutandine colorate, e che è finita in due minuti e 140 caratteri di cordoglio.

Se non si fosse capito

Sto un po’ smuovendo le cose, in questi giorni. Sto scrivendo un po’ più regolarmente e ho finalmente messo mano al mio vecchio sito, che in questo momento è in condizioni pietose perché, beh, problemi tecnici. Non ho voglia di lasciare scritti a fluttuare sulla mia scrivania come se fossero stronzi in attesa di finire nella loro fossa biologica, per cui facciamo che questo, che ho scritto ieri, lo metto qui. Quando avrò un sito vero cercherò di spostare le poche cose che non fanno schifo lì. Nel frattempo, grazie per la collaborazione, e fottetevi. 

 

Quello che è successo a Colonia il primo giorno dell’anno sta lentamente scivolando dai titoloni al nulla assoluto nella tipica mossa da deficit dell’attenzione dei giornalisti italiani. Cose più importanti arrivano sul piatto, il parlamento italiano riapre e quei cattivoni dell’Isis non hanno mancato di farsi vivi con un attentato in un luogo turistico. Cosa di cui non li ringrazieremo mai abbastanza, ci riempiono i titoli di carne fresca e hanno avuto anche il buon senso di andare in un posto molto fotografato e frequentato da turisti occidentali, non quelle robe che nessuno si caga neanche per sbaglio.
Dunque, qualsiasi cosa sia successo, siamo costretti a non sentirne più parlare da una logica di cui nessuno si assume la responsabilità. Dovremo accontentarci di quello che si è saputo fino ad adesso. C’è stato un attacco coordinato, ma forse no, di non si sa quante persone a non si sa quante donne, e non si sa quanti uomini di non si sa quale nazionalità sono stati fermati per non si sa quale capo d’accusa.
Il momento per parlarne sul serio e sguinzagliare reporter che fanno domande a destra e a manca sarebbe proprio questo, e invece, con mossa da maestri, i giornali italiani hanno iniziato la ritirata verso il fondo delle home page. L’inferno di Colonia, come se fosse stato un altro Bataclan (con tutto il rispetto per le donne molestate a Colonia, sono due cose diverse). L’attacco coordinato e pianificato sulla rete, ovviamente, anche se nessuno ha prove di un simile coordinamento. Il fatto che fossero tutti neri forse costituisce prova a carico.
Lo so, sono un fissato, ma non è colpa mia. È il sistema dei media, il sistema politico, è come funzionano le nostre teste. Diamo più attenzione alla rappresentazione che non a come vanno le cose, ci piace divertirci con i nostri filmini mentali, come se ci gustassimo ogni volta una bella pugnetta raccontandola poi ai nostri amici come se fosse la migliore delle scopate della nostra generazione. Il modo in cui viene raccontata e recepita la vicenda di Colonia dice tantissimo su di noi, prima ancora che su immigrati e rapporti con le donne. Quando ci si allena a lungo a reagire a certi stimoli in un certo modo poi si acquisisce uno stile: succede nello sport e in un sacco di altre cose divertenti – politica, sesso, guerra, gelato. Il modo in cui si reagisce a stimoli analoghi ci può dire molto su come è fatta una persona, un gruppo, una società.
Questo, a parità di stimolo. E lo stimolo, per Colonia, è confuso. I giorni passano, le inchieste sono in corso, e le cose che si sanno sono poche. Sono state presentate 516 denunce da altrettante donne per quella notte, di cui “il 40% per molestie sessuali” (ma i numeri cambiano velocemente per ora). Sono stati fermati, finora, 19 uomini, tutti stranieri, alcuni irregolari e alcuni con permesso di soggiorno. Sono state raccolte diverse testimonianze di donne che quella sera si trovavano a Colonia e sono state molestate. Su alcune c’è stato un tentativo di stupro. Le indagini continuano, una frase che normalmente dovrebbe essere rassicurante ma che, superata l’età in cui si crede ancora che la polizia non menta (cinque anni), suona più come “stiamo cercando un atterraggio morbido”. Sicuramente la polizia ha giocato male fin dall’inizio, cercando di coprire gli avvenimenti, poi di minimizzarli, poi di fare passare sotto silenzio tutte le sue mancanze.
Quello che si sa, che si sa davvero, è tutto qui. Il resto sono tutte cose che ci mettiamo noi, che proiettiamo, come si direbbe sul lettino di uno psicanalista, su una storia confusa e ancora priva di contorni. Il nostro cervelluzzo privo di immaginazione (maledetti proibizionisti) detesta le cose prive di contorno e allora cerca di aggiustarle a modo suo, con gli elementi che ha e secondo le sue predisposizioni e preferenze porcelle. In questo caso, perversioni vere e proprie radicate nella psiche dell’uomo bianco da almeno tre secoli: il Terribile Uomo Nero con Cazzo Lungo che viene a toglierci le Nostre Donne e a violentarcele, l’Invasore Selvaggio che noi accogliamo amichevolmente e ce lo mette nel culo. Se come me avete avuto la curiosità di seguire la vicenda dall’inizio e appartenete alla Kasta di chi sa usare Google Alerts e le liste news di Twitter (perdonami Hank Moody per come sto sputtanando la mia stessa lingua), avrete visto che la parola “nordafricani” è apparsa fin da subito negli articoli che davano notizia della notte delle molestie a Colonia, e con “fin da subito” intendo dire nel cazzo di occhiello dei titoli. Prima ancora che si sapesse bene che cosa fosse successo. Suggerimento: non si sa bene neanche adesso. Come mai si parlava già allora di nordafricani, di gente che strappava il permesso di soggiorno in faccia ai poliziotti? In che lingua lo avrebbero detto al poliziotto tedesco, in inglese, in tedesco, direttamente in nordafricano per fare prima, sperando che i poliziotti tedeschi parlassero il dialetto berbero?
Questo ci porterebbe a concludere che no, non possono essere stati assolutamente degli immigrati, dei richiedenti asilo. Altra minchiata. Potrebbe essere stato chiunque. Il punto, come spero sia chiaro, è: non ne sapete un cazzo. Non potete parlarne, nemmeno per difendere a tutti i costi il multiculturalismo o quale che sia la bandiera che vi fa sentire degli esseri umani migliori in questo periodo, e non potete parlarne perché non avete elementi in mano per farlo. Chiudete il becco.
Che poi, in che modo, esattamente, i crimini di una decina, un centinaio, fosse anche un migliaio di immigrati dovrebbero ricadere sul rimanente milione? Ma non era una società democratica questa, in cui la responsabilità è personale e in cui non si fanno processi sommari a interi gruppi sociali?
Il che ci porta all’argomento successivo, quello della violenza di genere. A Colonia è questo che è successo. Degli uomini hanno aggredito delle donne in quanto tali, pensando di essere legittimati a farlo, pensando di poterla fare franca. Anche in questo caso, però, ci sono diversi casi di ridicolo di cui ci si dovrebbe occupare. Ah. Il ridicolo. Che grosso problema aver abbassato così la tacca. Qualcuno pensa di avere degli argomenti solo per il fatto di essere offeso da qualcosa. Il mondo deve FARE QUALCOSA per riparare all’offesa. Beh, che io ricordi, essere offesi è uno stato d’animo e non significa proprio un cazzo nel mondo dell’argomentazione razionale. Da quando gli stati d’animo hanno dignità nel discorso pubblico? Da quando abbiamo perso il senso del ridicolo, appunto.
Ma divago. Dicevamo delle violenze di genere, altra reazione automatica del nostro cervello collettivo nutrito ad antidepressivi di fronte a casi come questo. Giustamente, giustamente. Però non vedo la necessità di incolpare l’intero genere maschile per quello che hanno fatto un migliaio di rappresentanti, a volere proprio andare di mano larga, dei suoi rappresentanti. Li conosco, tutti quei discorsi sulla cultura patriarcale e su come gli uomini siano tenuti a caricarsi sulle spalle la colpa di essere nati con una nerchia pendula in mezzo alle gambe. Ma posso assicurarvi che io e molte altre migliaia di persone simili a me non abbiamo nulla a che spartire con quelli che passano la sera di capodanno palpeggiando. Siamo splendidi esemplari di uomini occidentali etero e bianchi capaci di rispettare le donne, il loro posto nel mondo, i loro diritti, la loro identità. Non abbiamo nulla a che fare con quelli lì, e non sono disposto ad assumermi responsabilità per cose che non ho fatto solo perché sono come sono, non più di quanto sia disposto ad assumermi responsabilità per quello che fanno altri odiosi esseri umani bianchi quando si lanciano in qualche stupida follia neocoloniale. Mi spiace, ma me ne tiro fuori. Passate quando avrete capito il significato delle parole responsabilità individuale.
Detto questo, la cosa curiosa di questo argomento è il modo in cui molti uomini bianchi etero eccetera genuinamente misogini e razzisti si stiano scoprendo femministi al solo scopo di alimentare il proprio razzismo e, in sovrappiù, di prendersela con il femminismo vero. Che sì, avrà un mucchio di pecche teoriche, ma non ce li vedo questi qui impegnati in un seminario su Simone de Beauvoir. Molti vedono il femminismo come un raduno di isteriche impegnate a bullizzare il più possibile gli uomini, ma questa visione cosa accidenti c’entra con quello che è successo a Colonia la notte di capodanno? Perché tra i commenti on line e nella mia timeline Twitter, quella cloaca a cui mi sono tanto affezionato, devo leggere cose come 121 donne stuprate a Colonia, grazie tante femministe?
Ci si vuole togliere i sassi dalle scarpe, va bene. Ma allora perché non tirare in ballo altra roba? 512 denunce, grazie mille buco nell’ozono. Il femminismo c’entra, nella testa di alcuni poveretti, perché si tratta di donne, argomento di cui il femminismo, talvolta, si occupa. Quindi, daje. Lanciamoci contro un movimento di pensiero perché ehi, a capodanno è successo qualcosa di strano di cui ancora non abbiamo un’idea chiara, ma sicuramente dato che si tratta di donne devono entrarci loro, le femministe che vanno in piazza a chiedere uguali diritti ma poi l’uguaglianza se la scordano quando è l’ora del conto al ristorante. Ah! SGAMATE!
Essendo cresciuto durante quella follia della Guerra al Terrore riesco a sentire puzza di reazione quando ancora le carcasse sono dietro l’orizzonte, e questo, credetemi, è uno di quei casi. Le Nostre Donne, la Minaccia Nera. Manca solo la richiesta di maggiore protezione. Ah no, ecco: si deve iniziare a controllare meglio gli accessi, e naturalmente bisogna impiegare più uomini e mezzi della polizia. Mio Dio, non vi sentireste molto più tranquilli anche voi, se decine di poliziotti in più venissero impiegati a salvaguardare l’onore e l’integrità delle Nostre Donne?
Finiamo così. Una volta mi invitarono a una festa. Doveva essere una mangiata di pizza con annesse birre, ma una volta arrivati in quell’appartamento buio e pieno di fumo nel centro di Bologna scoprii che non c’era da mangiare, e non c’era neanche la birra, solo tre bottiglie di tequila, due di Jagermester e altri superalcolici di colore chiaro di cui non ricordo l’etichetta. Rifiutare sarebbe stato scortese, e poi un bicchiere cosa mi avrebbe potuto fare? Ovviamente due ore dopo ero ubriaco marcio, e a stomaco vuoto, e ricordo anche di avere avuto un attimo di euforia prima di collassare stordito e iniziare a vomitare interi barili e stare male per le successive ventiquattro ore.
Ecco. L’idea di risolvere i nostri problemi di sicurezza mettendo più polizia in giro mi fa esattamente lo stesso effetto: prima un pò di ebrezza, poi sto male, poi ho idea che non mi riprenderò mai più. Imparate a dire di no, lo dicono anche le pubblicità progresso, le fa lo stesso governo a cui chiediamo di proteggerci. Fidatevi di loro una volta tanto. E se proprio dovete vomitare fatelo in bagno, non nella testa della gente.

Un nuovo ruolo per la Russia in Medio Oriente

Se la bontà di una strategia si vede dagli effetti più che dalle intenzioni, in questo momento la Russia sta conducendo in medioriente una partita più efficace di quello occidentale. Nei vari movimenti di truppe russe in Siria di questi giorni si possono vedere le avvisaglie di un nuovo assetto del Medioriente.

Gli Stati Uniti hanno svelato, ieri, che genieri russi sono al lavoro per costruire una grande base militare a sud di Latakia, in Siria, l’ennesimo tassello di un avanzamento tanto discreto quanto profondo nel territorio del regime di Bashar al Assad. Poco dopo Putin ha confermato l’impegno russo nella zona. Da mesi si parla della presenza degli osservatori e degli ufficiali militari di Mosca sulla sponda siriana del mediterraneo, a cui ha fatto seguito la costituzione di un ponte aereo con cui i russi avrebbero portato in Siria attrezzature militari e logistiche nell’ambito della collaborazione decennale con Assad.

A segnare una svolta nella complicata posizione russa nel conflitto siriano sarebbe stata proprio la scoperta che ci sarebbero truppe militari, carri armati, aerei e torri di controllo in territorio siriano, un ampliamento rispetto alla presenza di semplici osservatori che farebbe presupporre un ruolo più attivo dei russi nella guerra civile ormai in corso da quattro anni. Non è ancora un’escalation, ma non è una mossa di pace.

Oltre all’impegno sul terreno tattico c’è anche un maggiore impegno diplomatico e politico. Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, ha spesso avanzato proposte di negoziazione per fare cessare le ostilità, aumentando anche in questo caso il peso della Russia nella vicenda siriana. Tutte le proposte prevedono il coinvolgimento del rappresentante del vecchio regime, Bashar al Assad, in qualsiasi trattativa di pace per stabilizzare la Siria e sconfiggere l’avanzata della lo Stato islamico.

A mettere in crisi i governi occidentali è soprattutto l’ambiguità della politica russa. Da un lato Putin cerca di mostrare alle opinioni pubbliche una facciata moderata, proponendosi come mediatore. La Russia ha già assunto, nel 2012, il ruolo di pompiere della polveriera mediorientale, fermando l’avanzata bellica degli Stati Uniti che ritenevano inevitabile un intervento per l’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. L’immagine di statista affidabile continua a essere la maggiore garanzia di autorevolezza di Putin. Al tempo stesso la Russia si sta posizionando militarmente in Siria, in modo da sostenere il proprio alleato ed avere uomini e mezzi già pronti sul terreno nel momento in cui i titubanti governi occidentali dovessero decidere un intervento sul terreno. In quel momento, infatti, la Russia avrebbe dei soldati già pronti, e sarebbe molto difficile chiedere a Putin di farsi da parte. Come già in Crimea la Russia sta portando avanti una politica del doppio binario, puntando a mettere la comunità internazionale di fronte a un fatto compiuto.

L’obiettivo di Mosca è giungere a una Siria pacificata e in cui l’assetto geopolitico della zona sia ancora garantito dal suo storico alleato Assad, che in questo modo continuerebbe a garantire l’unica base sul mar Mediterraneo di cui disponga la flotta russa. Non a caso negli ultimi tempi si è parlato di ingrandire la piccola base di Tartus. A questo si sommerebbe un coinvolgimento nella crisi siriana di soggetti che metterebbero in posizione di svantaggio gli Stati Uniti d’America, come l’Iran, Hezbollah, lo stesso Assad. L’obiettivo finale in altre parole sarebbe ridisegnare il Medioriente secondo le esigenze russe, mettendo in discussione gli interessi economici e politici degli Stati Uniti in quella zona.

La risposta occidentale, e in particolare statunitense, è confusa. L’Occidente è stato colto di sorpresa al sorgere della crisi dello Stato islamico, di fatto una creatura dell’invasione statunitense dell’Iraq. Quando l’ISIS prese Mosul alcuni diplomatici americani dissero che gli uomini di al Baghdadi non erano una minaccia seria e che bisognava occuparsi dei veri terroristi, quelli di al Qaeda. L’avanzata dello Stato islamico diventò in fretta troppo grande per essere trascurata o nascosta, e i governi occidentali, privi di una qualsiasi politica e costretti a subire l’iniziativa, iniziarono a spedire dei bombardamenti aerei sulla zona, mettendo in chiaro da subito che la disponibilità occidentale a risolvere il problema dello Stato islamico si fermava di fronte alla possibilità di un intervento concreto. L’occidente, in altre parole, non faceva altro che un intervento di rappresentanza.

Il desiderio neanche tanto nascosto era che ci pensassero altri a risolvere il problema. Intorno all’estate del 2014 si fece un gran parlare dei Peshmerga curdi, descritti come la sola speranza occidentale per arginare l’avanzata dell’ISIS. I curdi venivano usati come fanteria da parte delle cancellerie occidentali, o almeno questo era il disegno, del tutto perfetto fino a che non si è dovuto fare i conti con la realtà: i curdi sono sempre stati i nemici principali del governo turco, che in quella zona è il maggior alleato strategico dell’Occidente e che per mesi ha impedito di usare le sue basi alla Nato, consentendo invece ai militanti dello Stato islamico di passare attraverso il confine con la Siria sia per lottare contro il regime di Assad che per attaccare le postazioni curde. Nessun governo occidentale ha mai accennato a niente di tutto questo, se non per evocare la possibilità di ulteriori bombardamenti cosmetici.

Dunque siamo di fronte a a un Occidente senza nessuna strategia. A mancare è, soprattutto, il disegno politico. Se ci fosse sarebbe più facile invocare un intervento militare, cercando quantomeno di fermare l’avanzata dello Stato Islamico e il consolidamento al potere di Bassar al Assad. Ma proprio questo è un altro dei problemi: c’è talmente tanta confusione che non si sa bene cosa si vuole, chi si dovrebbe mettere al posto del governo della nuova Siria, in che modo si dovrebbe consolidare il suo potere. L’Occidente vorrebbe la Russia fuori dalla Siria e dal Mediterraneo, tenere fuori Assad dal potere e al tempo stesso sconfiggere gli islamisti. Un po’ troppo, e troppo contraddittorio, per il tipo di forze che ci sono sul campo. Allo stato attuale, gli Stati Uniti e i governi europei sono davanti alla scelta tra lottare contro il jihadismo, appoggiando involontariamente Assad, o lottare contro quest’ultimo, appoggiando involontariamente il jihadismo. Una contraddizione che in passato ha già portato alla crescita incontrollata del potere dei militanti islamici, e ad altre scelte miopi come rifiutare offerte di un negoziato con Assad.

Dall’altro lato, la strategia della Russia è molto chiara. Giocando sulla politica a doppio binario Putin vuole accreditarsi come l’unico e il più grande mediatore per la pace della Siria, cercando di darsi un’immagine di nemico dei terroristi. Disponendo di uomini sul campo che lottano contro lo Stato islamico e del peso politico guadagnato negli ultimi anni in medio oriente, il governo russo cercherà di fare sedere il governo di Bassar al Assad a un tavolo delle trattative per la pace e di accreditarlo come alleato nella lotta al terrorismo. In uno scenario di lungo periodo, la Russia manterrà la sua posizione nel Mediterraneo e disegnerà un riequilibrio strategico del Medioriente in cui a pesare non saranno più gli interessi degli Stati Uniti ma la Russia e e i suoi alleati.

Quello su cui i governi occidentali dovrebbero concentrarsi dunque è l’elaborazione di una politica chiara di intervento in Siria e l’individuazione dei mezzi più adatti a riuscirci. Non c’è più il tempo di cercare soluzioni che sulla carta potrebbero accontentare tutti. Bisogna lasciarsi alle spalle le paure del decennio scorso e, banalmente, fare ciò che è giusto, perché nel momento in cui l’unico linguaggio che si parla è quello militare non si può sperare di convincere gli altri con le buone maniere. Esistono forze che devono essere fermate, e occorre una forza di interposizione. Non a scopi offensivi, ma per permettere ai siriani di scegliersi l’assetto di potere che ritengono più opportuno, e di consolidare quell’assetto.

Inadatti agli esteri

Sono successe due cose importanti nel mondo, ieri. Un aereo è stato abbattuto sui cieli dell’Ucraina, un Boeing diretto a Kuala Lumpur tirato giù da un missile terra aria, sparato non si sa bene da chi. Nel pomeriggio, Israele ha invaso di nuovo la striscia di Gaza.
Le due cose non sono legate, se non dalla corrente sotterranea che mi sembra stia attraversando il mondo in questo momento. Un ritorno prepotente della geopolitica, del mondo al di fuori dei nostri gretti e provinciali confini di occidentali ricchi, che criticano – esempio – gli israeliani perché guardano i bombardamenti in televisione. Geniale: critichiamo gli israeliani perché si comportano esattamente come noi. Il mondo sta bussando alla nostra porta e lo fa da tempo, attraverso flussi migratori e guerre che ci riguardano sempre più in prima persona, eppure la nostra reazione è sempre la stessa, l’anestetizzazione attraverso dosi massiccie di pattumiera televisiva con cui convincerci che in fondo quello che succede da un’altra parte non riguarda davvero noi, che ci penserà qualcun altro, e che noi abbiamo ben altre cose da risolvere.

Il mondo globale è questo. Quello che succede a un Palestinese a Gaza, a un Israeliano a Tel Aviv, a un olandese su un boeing diretto a Kuala Lumpur tirato giù da un missile di nazionalità ancora sconosciuta, è tutta merda che ci riguarda. I nostri commerci, gli scambi di persone e culture, le decisioni che prendiamo o che deleghiamo altri a prendere hanno influenze dirette su quello che succede a qualcun altro nel mondo. Per questo mi cadono le braccia quando vedo comportamenti arrendevole, come se fossimo impotenti e non avessimo possibilità di cambiare le cose. Giorni fa Federica Mogherini, ministro degli esteri italiano, si è prodotta in una dichiarazione che, sfrondata della pessima sintassi standard a cui chiunque faccia politica si sente obbligato, diceva sostanzialmente che il ministro è una madre, e che per questo capisce cosa sta succedendo a Gaza e sarebbe meglio per tutti fermarsi. Complimenti. Ci voleva un ministro degli esteri per una posizione del genere. Sulla posizione della diplomazia italiana a Israele, su come il governo italiano veda il governo di Hamas, su quali negoziati si sono aperti, si possono aprire, si ha intenzione di aprire, su quali canali con l’ambasciata israeliana, su quali mediazioni per chiedere una tregua, sempre chiesta ma non si sa sulla base di cosa, non è pervenuto nulla.

Sull’Ucraina, stessa cosa. Non ci si aspetta che il governo italiano, e il ceto che ama definirsi intellettuale, prenda una posizione netta su un atto di guerra come l’abbattimento del boeing. Le notizie sono ancora confuse, nessuno sa bene cosa sia successo. Però. Però però però. Qui stiamo riscuotendo quello che abbiamo seminato in anni di smargiasserie con poca sostanza alle spalle, di mancanza di spina dorsale che questo governo, invece che rimediare, sta portando a livelli più avanzati. Ora non c’è più un tizio che fa finta di essere uno dei grandi della terra quando in realtà la sua strategia è dare pacche sulle spalle. Ora c’è uno, circondato da altre nullità come lui, convinto che la politica estera sia come uno scambio di tweet in lingua inglese. Mettiamo in fila qualche episodio: scoppia una guerra in Ucraina dalle conseguenze potenzialmente disastrose per l’Italia, e il governo italiano balbetta cose insignificanti sulla difficoltà di capire quali sono le forze in campo. Cambia regime, e ancora non si capisce da che parte stia l’Italia, non lo sanno nemmeno quelli che dovrebbero decidere in tal senso (posso aiutare io il Governo: stiamo dalla parte della Russia, come da dieci anni a questa parte. A meno che a un certo punto i ribelli non comincino a vincere, e allora l’Italia si produrrebbe in un altro dei voltafaccia riconosciuti giustamente come suo marchio di fabbrica in politica estera). Uccidono Andy Rocchelli, un fotoreporter italiano, e a parte le frasi di circostanza non si sa più niente e nessuno sembra essere interessato a capire chi lo abbia ucciso e perché. Se fossi un complottista direi che puzza di insabbiamento, ma purtroppo mi limito a guardare i fatti, e a concludere che chi sta governando è del tutto inadatto a gestire questa crisi geopolitica. Il che ci porta al boeing precipitato. La presidenza dell’Unione Europea – toh! È il turno dell’Italia. Non ce lo avevano mai detto in questi mesi – ha niente da dire a proposito di una guerra sui suoi confini che mette a rischio lo spazio aereo attraversato da migliaia di suoi velivoli commerciali, merci e cittadini?

Magari Renzi sta cercando il modo per infiocchettare una presentazione smart e dirci che grazie alle nuove tecnologie risolverà i problemi internazionali. Manda un tweet se vedi un missile sparato sul tuo aereo, o metti un like di indignazione sulla petizione italiana per colorare di giallo i carri armati israeliani (e di rosa i razzi di Hamas). Il che sarebbe l’ennesima confermaa della sua incapacità, del suo essere semplicemente un bullo che non le ha mai prese e continua a fare il bullo. Piacerebbe avere risposte, dal Presidente del Consiglio, e una visione. Cosa intende fare con l’avanzata sempre più sfacciata di un nuovo tipo di totalitarismo, anche nel cuore dell’Europa? Come intende, se intende, contrastarlo?

Dalle risposte che si daranno dipenderanno gli anni a venire. Si può scegliere di intervenire attivamente e di promuovere per quanto possibile la democrazia. O si può raccontare la storiella che non siamo in grado di intervenire su cose che sono più grandi di noi. Il che ci darebbe la conferma di essere governati da gente inadatta, che dovrebbe lasciare il posto a persone più preparate e con più fegato a prendere posizione su quello che sta succedendo nel mondo.

Ascolto: un sacco di musica punk.

Solo comprare va bene

Sto scrivendo questo post con il telefonino e una tastierina bluetooth, per cui dimenticate la buona formattazione e i link. Un’altra volta. Chiudete il becco.

Oggi sarà tutto vita reale, giri per negozi, cose da sistemare. Fine settimana in cui cerco di appartenere a pieno titolo alla classe media, uscendo a comprare delle cose e consumare per fare andare meglio un qualche aspetto della mia vita. Oggi mancano delle scarpe e un paio di altre cose. Domani sarà qualcos’altro. Ma si tratta sempre di problemi che in definitiva si risolvono comprando.

Tempo fa ho scritto un articolo che parlava dei centri commerciali e di come intorno a loro si fosse costruita una socialità basata sul consumo, con leggi e riti a parte. Tutto, nei mall, è fatto apposta per il consumo, anche le poche panchine disponibili, piazzate davanti ai negozi per offrire un pò di riposo. La prova del nove rimane sempre quella: provate a portarvi del cibo da casa, nei mall, e a improvvisare un pic nic, e vedete cosa succede. Ci sarà il corpo di polizia privata che vi farà rispettare la legge del luogo.

Quell’articolo l’ho scritto per Segno. Lo ripubblicherò qui, a breve.

Ultimamente sta saltando fuori una tendenza simile, complementare alla prima. I centri città, secondo molti, sarebbero sulla via dellla (perdonatemi, ma è sabato mattina e non ho voglia di cercare termini piu’ belli) mallizzazione. Da spazi pubblici, starebbero diventando spazi in cui quello che si può e non si può fare è determinato da interessi privati. Negozi che decidono cosa si può fare nelle piazze antistanti. Leggi che impongono comportamenti “decorosi”, che potremmo riassumere con non-fare-nulla-che-non-sia-comprare. La battaglia per vietare a skaters, giocolieri e altra gente di stare nelle piazze è continua, ad esempio. Il messaggio è sempre che se non stai in un posto per comprare qualcosa, anche se solo un gelato, sei sospetto, e quindi passibile di controllo.

Le nuove trovate architettoniche e giudiziarie sono state fatte proprio per aiutare questa tendenza. Leggi che danno discrezione totale alla polizia per allontanare la gente da un luogo. Arredo urbano fatto per allontanare i senzatetto. E’ un chiaro tentativo di trasformare le città in fortini per le classi medie, per trasportare anche nei luoghi pubblici la tranquillità blindata dei quartieri agiati.

Va bene, è abbastannza per oggi, e poi devo andare a comprare della roba. Credo che domani non scriverò, giorno libero. Buon fine settimana, tutti.

Mancano i microfoni

I’m Doug Stanhope, and that’s why I drink.

Una cosa che manca davvero nella cultura italiana è la stand-up comedy. Mancano anche gli spoken word, che non sono proprio la stessa cosa, ma che secondo me rientrano nella stessa categoria di cultura fatta da persone con un microfono in mano e con qualcosa da dire. Per importare i poetry slam ci stiamo mettendo una vita, e per ora, da quello che so, sono ancora localizzati intorno alle grandi città, soprattutto Roma. C’è, insomma, un vuoto gigantesco nel panorama, dove dovrebbero esserci le persone che non sono necessariamente belle o dotate dal punto di vista della scrittura o della presenza televisiva, ma che vogliono comunque dire qualcosa e calpestare un palco.

Per entrare in un qualsiasi punto dell’industria culturale italiana bisogna per forza rientrare in uno dei canoni rognosi e puzzolenti di decomposizione che costituiscono la cultura italiana, un vero archivio ragionato di tipi umani: l’intellettuale pensoso, la canaglia, il politico paraculo, il duro e puro a fasi alterne, il poeta ritirato e metafisico, il filosofo che non si sa bene come riesca a farsi la barba la mattina e infatti non se la fa, la macchietta, il presentatore – contenitore vuoto, il cabarettista, il comico impegnatissimo. Al di fuori di questo, non c’è nulla.

Uno come Doug Stanhope, per dire, qui in Italia non esiste, non viene proprio fuori. E non solo perché Stanhope è folle e vive uno spirito tutto suo. Userei la definizione rock’n’roll, se non fosse che negli ultimi tempi il rock è conservazione pura, ma ci siamo capiti: Stanhope, soprattutto il primo Stanhope, è un concentrato di droghe, avventure assurde, strani pezzi gonzo – comic in cui racconta di cose viste in prima persona e le reinterpreta in due modi, attraverso la follia del momento che racconta e attraverso quella del momento in cui racconta. Rabbia e quella che una volta si chiamava voglia di spaccare. Ora, nel panorama conformista dell’Italietta di oggi uno così non viene fuori non solo perché i comici sono tutti impegnati a scodinzolare per racimolare qualche contrattino pubblicitario e qualche comparsata nei circuiti teatrali, ma perché nel panorama italiano Stanhope non sarebbe vendibile. Vedi sopra: o si rientra in una di quelle categorie, in grado di far cassa tra un pubblico che a molti piace vedere come conservatore, o non si hanno spazi. Silenzio, niente microfono.

Un altro che mi viene in mente è Scroobius Pip. Nasce come poeta, inizia a fare rap senza abbandonare gli spoken word, conduce programmi radio e fa regolarmente MMA. Qui in Italia siamo ancora ai gangsta de noantri, per carità, è l’unica vera ventata di novità degli ultimi anni, ma bisognerà introdurre altre idee prima o poi.

Naturalmente il problema non è solo di industria. Da noi manca proprio la tradizione, sia dello stand – up che dello spoken word, del recitare i propri versi davanti a un pubblico. Ma di nuovo, non riesco a non sentire il puzzo di vecchio. I nostri scrittori e poeti devono essere, per contratto, dei noiosi scassapalle che si guardano l’ombelico, che alla sola idea di confrontarsi con un pubblico vero rabbrividiscono e assumono la classica posa del tanto non mi capisce nessuno sono tutti dei cafoni. Stessa cosa per i comici: o cerchi di solleticare il pubblico basso, che a te conviene vedere come basso, e fare pezzi su cacca e guerra dei sessi, oppure cerchi di scrivere dei saggi a tesi politica e di metterci qualche risata di mezzo. La satira, questa sconosciuta.

Bellissima eccezione, in questo ragionamento, il collettivo Wu Ming. Che fa presentazioni, si spende coi microfoni e i ragionamenti, ha una bella libreria audio sul proprio sito, usa molto internet, mette insieme la scrittura il teatro e quant’altro e negli ultimi tempi ha anche messo su una band, in cui i testi non sono recitati ma neanche cantati, e insomma un bel mischione di idee che cercano espressione. Uno di loro è anche maestro di muay thai e chitarrista punk, vedete un po’. Non è che sia obbligatorio, essere degli scrittori noiosi. Si può anche essere altro. E c’è anche chi ci prova, a fare altro, e ci riesce. Ci sono gruppi che cercano di lanciare la stand up, ed esiste una Lega Italiana di poetry slam. Ma sono ancora piccole macchie. Bisogna diffonderle.

L’assenza di stand-up e di spoken word è una spia, il segno di una cultura che ragiona ancora a comparti fissi. Si dovranno trovare gli spazi prima o poi, iniziare a portare avanti le idee come si fa anche negli altri paesi, e non cercando in ogni momento l’approvazione della gang di riferimento. Appropriarsi dei microfoni, anche senza chiedere permesso.

Ascolto: Joe Rogan Podcast.

Lavoratori della logistica

Mentre a Topolinia si litiga su strani decreti per rifinanziare Banca d’Italia, ci sono delle importanti lotte che vanno avanti nel mondo del lavoro. Si ripetono scene da primi del novecento, per dirla con Valerio Evangelisti. Gente picchiata perché ha osato scioperare, picchetti forzati, cariche di polizia a cazzo.

La cosa più triste che vedo è che questa gente è lasciata sola. Non un partito, non un’associazione, nemmeno un briciolo di attenzione da parte di chi dovrebbe difendere il mondo del lavoro. E in questo, davvero, non si salva nessuno.

Per quel poco che vale, quindi, vorrei dare la mia piccola solidarietà a quei lavoratori in picchetto. Siamo tutti lì, anche se crediamo che a noi andrà meglio e riusciremo a infilarci nelle maglie del sistema. Invece no. Se non facciamo attenzione ora, finiremo tutti a dover subire trattamenti schiavistici.

Anche se so che questo blog è proprio una macchiolina di merda nella enorme fogna di internet, magari qualcosa rimane. Meglio di un messaggio su un social network per lavarmi la coscienza, comunque.

Un po’ di link sulla questione:

I comunicati di WuMing, Evangelisti, Prunetti, De Michele, sul blog di Wu Ming e Carmilla.

Un gran bel reportage di Leonardo Bianchi, su Vice.

Lo scontro nel settore della logistica, su Global Project.

Cultural hacking

La sottomissione a qualcosa più grande di sé. Ad alcuni sembra un concetto tanto onorevole ed alto da ritenere di dover sacrificare la vita alla ricerca di qualcosa a cui sottomettersi. Considerano degno di disprezzo chi non ha una parte per cui giocare, un padrone da servire.

In un saggio di Erich Fromm che sto leggendo in questi giorni, “Fuga dalla libertà”, il carattere autoritario viene definito non sulla base della sua brama di comando, ma di quella di sottomissione. Partendo dalla psicologia individuale Fromm riesce a passare dal terreno culturale preparato dal protestantesimo e dal capitalismo alle strutture caratteriali di chi cerca di vincere il proprio senso di isolamento e di impotenza, causati dal vivere in una società atomizzata e capitalistica, annullando il proprio io e i propri desideri individuali all’interno di una relazione. Questo annullamento ha molto in comune con la psicologia sadomasochistica: nel caso del masochismo, si cerca di annullare completamente sé stessi. Nel sadismo, il senso di smarrimento è tale che si cerca di puntellarlo con il dominio su un’altra persona. In ogni caso, c’è un certo odio e paura di sé, e il desiderio di svanire, di togliersi di dosso la responsabilità di vivere la propria vita.

Per non confondersi con le definizioni cliniche, Fromm parla di carattere autoritario quando la psicologia sadomasochistica esce dalla patologia per trasferirsi nella vita quotidiana. E sono molto interessanti i tratti con cui descrive il carattere autoritario. L’autoritario ricava la sua forza dall’appoggiarsi a un potere superiore, e tutto viene visto come rapporto di superiorità o inferiorità. Qualsiasi relazione – sessuale, razziale – viene vista in questo senso. Dipendendo da un atto di sottomissione, il carattere autoritario ama i limiti, e tende a vedere il mondo e la vita come pieni di destini immutabili.

In campo economico, questo spinge a vedere il mercato, la crisi e la prosperità non come fenomeni umani, che possono essere cambiati, ma come l’espressione di un potere superiore al quale ci si può solo sottomettere.

Molto, molto interessante che Fromm scrivesse queste cose nel 1941, nel pieno del buio più pesto della notte europea. Perché sembra individuare uno sviluppo del sistema sociale che stiamo vedendo ancora oggi. Se la mentalità autoritaria ha bisogno di vedere qualcosa di più grande che guida l’uomo a cui ci si può solo sottomettere, allora credo che un modo di identificare una società autoritaria sia osservarne il linguaggio, cercando quali siano le entità a cui la società si sottomette o è invitata a sottomettersi. È ovvio che questa sottomissione, nella nostra epoca, non avviene più nel modo brutale e aperto dei regimi. Ma è, solo per questo, meno totalitaria nei fatti?

Linguaggio odierno: il mercato decide e reagisce come se fosse una persona, si arrabbia o premia o punisce a suo insindacabile giudizio. L’unica cosa da fare è assecondarlo, o perire. Oppure: la tecnologia è inarrestabile, non si può fermare né indirizzare né discuterne i presupposti sociali e politici. Si può solo accettare. Ancora: la fine del movimento operaio, l’avanzata dell’egoismo come sistema culturale è ormai un dato di fatto. Si può solo vivere meglio che si può il sistema odierno. Provare a cambiarlo è illusorio.

Tutti esempi presi dai telegiornali degli ultimi giorni. In tutti e tre i casi, c’è un’entità vista come indiscutibile, una forza sovrannaturale a cui è saggio sottomettersi senza discutere. L’unica cosa sensata da fare sarebbe cercare di raccogliere le briciole migliori.

Ecco in cosa la nostra società si dimostra autoritaria. Nel caricare di un destino ineluttabile dei processi e dei fenomeni che sono e saranno umani, e che come tali possono essere trattati. Non esiste nessuna mano invisibile, nessuna decisione dei mercati, nessuna tecnologia che va accettata insieme a tutte le sue conseguenze. Esistono gli uomini, che possono essere spinti ad accettare con rassegnazione il proprio destino, oppure no.

Questo non significa diventare luddisti. Una delle più stupide maniere di reagire, quando si mette in discussione l’avanzata tecnologica, è quella di dare dell’apocalittico a chi muove delle critiche. Ma andare ad aprire una scatola nera e guardarne i circuiti non significa non volere più quella tecnologia. Significa voler capire come funziona, come si può sfruttare, in che direzione si può indirizzare. In fondo tutta l’informatica moderna è progredita così, sul principio dell’hacking. Perché mai adesso dovremmo tornare indietro e accettare a scatola chiusa la tecnologia e i suoi presupposti sociali ed economici?

Questa è politica. Chiamiamola cultural hacking, se vogliamo. Il principio è quello di mettere in discussione qualsiasi idea o forza che abbia una qualche influenza sulle nostre vite, e che viene data come ineluttabile e naturale. Quando arrivano questi discorsi, meglio armarsi di elmetto, perché sta arrivando una salva di stronzate fatta apposta per rendere naturale quello che è assolutamente artificiale. Tutti i regimi si giustificano in questo modo, e a noi spetta il compito di difenderci smontando tutto quello che è naturale. Solo le risate sono naturali. Il resto è merda autoritaria.