Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Cose offensive

Ghost+Perv+Shower

Da un po’ di tempo quando si parla di libertà di espressione salta fuori una parola, veloce, velocissima. Offesa incombe su qualsiasi dibattito come un monitodinapolitano per chiunque si dedichi a pensare, per professione o per hobby, a temi che coinvolgono minoranze, religioni, gruppi che reclamano diritti e chiunque in passato sia stato vittima di una discriminazione. Attento, non devi offendere. Attento, chi offende è spedito dalla parte del torto senza citazione di Brecht. Oppure si arriva al punto surreale in cui si può dire qualsiasi assurdità purché non si sia offensivi. Dobbiamo chiederci se questa attenzione a non offendere gli altri sia così utile, o se non faccia più danno che bene alla libertà di espressione.

Ricorda un’altra mania del passato, quando con l’etichetta di politically correct veniva ripulito il linguaggio da modi di parlare che potevano discriminare alcune categorie. Si sono sprecati i proverbiali barili di inchiostro contro il politicamente corretto, i suoi ministri, i suoi esegeti e la sua polizia. Senza scomodare Orwell e la neolingua, è strano per una società che fa bandiera della libertà di opinione mettere in piedi un sistema per limitare quella stessa libertà. In Italia era soprattutto la sinistra a recepire questo modo di pensare. Il paradosso di una parte politica che cerca di stabilire chi può e chi non può parlare ha sempre scatenato la rabbia della destra conservatrice più o meno moderata, che avendo sempre avuto un’enorme invidia penis e non avendo mai avuto argomenti che andassero oltre la gara di rutti è sempre stata insofferente al politicamente corretto. (Ok, è ingiusto e scontato, non tutta la destra conservatrice parla con i rutti. Ho conosciuto degli intellettuali di destra e leggevano Hitchens. Senza capirlo. Tra un rutto e l’altro.)

Chi da destra attacca il politicamente corretto di solito ne fa una questione di ipocrisia e di censura pura e semplice: a sinistra si fanno belli con i buoni propositi ma si guardano bene dal condividere lo stile di vita di chi dicono di voler supportare, e poi coprono di belle parole delle autentiche schifezze come, mio Dio mio Dio, dei frociazzi che si baciano. Fanno tanto i comunisti ma hanno la casa al mare. Quello che è peggio, gli alfieri del pensiero corretto si sentono migliori. Giudicano. Sono radical chic o ––  usato particolarmente spesso – maestrine, una figura che ossessiona talmente tanti conservatori da rendere inevitabile chiedersi da quali fantasie siano ossessionati i nostri amici di destra.

Questa lotta conservatrice contro il politically correct e la sua surrettizia censura spesso non ha altro scopo che la rivendicazione della propria rozzezza, il piagnucolio di chi vuole essere lasciato in pace a ridere quando dice cacca. Ipocriti, maestrine,  voglio vedere se mi sculacciate (vi piacerebbe). Ma ciò non toglie che il linguaggio sia davvero pattugliato da una specie di gendarmeria, e che chi va contro questa atmosfera da manette alla mente di solito ha anche le intuizioni più acute. La correttezza, più che un modo per non offendere altri e non scatenare il pensiero discriminatorio, è diventata a sua volta un modo per intimidire, per eliminare voci dal dibattito, per silenziare.

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Negli ultimi tempi però non si parla più di politicamente corretto (tranne che sul Foglio, vedi questione dell’invidia penis), e molto più spesso si invoca l’offesa come argomento definitivo per togliere la parola a qualcuno. Si fa confusione, volutamente, tra la difesa delle minoranze, cosa sacrosanta e a cui tutto è subordinato, e l’offesa di una singola persona o di un gruppo, che è qualcosa di sgradevole ma forse non è qualcosa da cui qualcuno dovrebbe essere protetto per legge. Essere offesi, soprattutto in un dibattito, non è un argomento: è un sentimento, qualcosa di assolutamente personale, soggettivo, non negoziabile. Esperienze personali e reazioni private, per quanto forti e dolorose, non dovrebbero essere motivo per censurare la libertà di pensiero e di espressione di qualcun altro. La cosa invece è sfuggita di mano. Chi è offeso diventa subito una vittima e non deve fare più niente se non attendere che la riparazione del torto. Libri, film, monologhi, articoli che contengono opinioni o fatti potenzialmente offensivi non devono essere diffusi se non dopo un’adeguata pulizia. Nel caso più estremo gli offesi hanno preso un mitragliatore e qualche poveretto ha insinuato che fossero comunque delle vittime, offese da qualcuno che aveva manifestato il proprio pensiero nel modo che aveva ritenuto più opportuno.

Stati Uniti e Gran Bretagna sono prime linee di questa battaglia silenziosa tra libertà di pensiero e censori autoritari di qualsiasi colore. Campus universitari, articoli di giornale, siti di informazione e social network sono attraversati da social justice warrior che molto spesso hanno il solo obiettivo di fare sparire opinioni non conformi alla dottrina della uguaglianza sociale. Intorno alle democrazie si sta creando un campo magnetico che cerca di proteggere le persone da qualsiasi opinione sgradevole. Per il loro bene, ci mancherebbe altro.

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In Italia dibattiti di questo tipo non si tengono, almeno non sul tenore di quelli americani e inglesi. Però da anni è in corso un dibattito sulla satira, che di solito si riattizza quando qualche vignettista ha la fortuna di provocare la reazione di qualche politico stupido. Come si sa, qui siamo tutti per la libertà d’espressione, purché rimanga all’’estero. Siamo tutti Charlie ma ci accaniamo contro i nostri vignettisti quando sono “irrispettosi”. Siamo per i diritti dei manifestanti in Turchia ma decisamente a favore dei poliziotti in Italia. Siamo per la libertà di satira ma solo finché è satira, e naturalmente ciascuno ha la sua definizione, molto personale, sentimentale di satira.

Senza nemmeno pronunciare le parole politicamente corretto, ci stiamo mettendo le manette da soli senza accorgercene, regalando un potere incredibile a chi ha tutto l’interesse a fare tacere, a togliere di mezzo le voci difformi, a uniformare il tutto. Non a caso, i maggiori distinguo – ma non i soli – quando si parla di difesa della libertà di parola arrivano dalla Chiesa, che non gradisce per niente che si offenda il sentimento religioso. Alla chiesa piace pensare – e non da ora, e nonostante Papa Ciccio – che la religione sia un motivo sufficiente per limitare per legge la libertà d’espressione e di pensiero. La struttura di pensiero della chiesa è usata da un sacco di gente, molto spesso persone che si dichiarano, e credono di essere, dei sinceri liberali, ma che invocano a giorni alterni la pulizia mentale, il decoro, la discussione per bene e tutti gli altri specchietti dietro cui nascondere un enorme desiderio di censura. A queste persone dovremmo rispondere che non siamo d’accordo, e farlo nel modo più irriverente, ironico e pungente possibile. O anche no, basta un dito medio. Sarà un gesto da poveracci, ma lo è meno che mascherare con il galateo il proprio fascismo discreto.

 

Nuova ciccia

Bene, bene, benissimo. Sto lavorando a questo sito un po’ lentamente perché, beh, sto scrivendo un mucchio di altro materiale. Quindi questo è solo un post di aggiornamento sulle cose che ho riordinato. Sto lavorando anche a un paio di post, promesso.

– Ho fatto confluire tutti i post del mio blog sidefist.org su questo dominio. Quel blog l’ho tenuto per un anno, è stato uno sfogatoio su cui ogni tanto parlavo di politica estera con qualche incursione nella cultura pop. I post che vengono da lì ora hanno un’apposita categoria. Tra i miei preferiti, Inadatti agli Esteri, in cui parlavo della politica estera di questo governo quando ancora tutto lo psicodramma di Daesh era ancora di là a venire; Un nuovo ruolo, con cui cercavo di fare il punto su come si stanno riposizionando le grandi potenze in medio oriente; Mancano i microfoni e C’è bisogno di sporco contengono la mia insoddisfazione per tutto il potenziale sprecato che vedo in Italia, gente che invece di spaccare sedie sta lì a scodinzolare per ottenere un pò di attenzioni; Dramma Sportivo e Gente per Bene invece parlano di mie grandi passioni, del perché mi piace guardare il calcio ma non tutto l’anno, perché adoro l’etica DIY, perché il pugilato è una rappresentazione drammatica e perché essere incappato nello skateboarding quando ero un preadolescente sfigato mi ha salvato la vita. Menzione speciale per Economia da Bagno, con immagini che rimarranno, immortali, nella storia del blogging italiano.

– Sotto la categoria “Segno” ci sono alcuni degli articoli che ho scritto per la rivista di cui sono redattore. Non tutti, ovviamente, ma segnano bene lo stile.

– Biografia e contatti sono aggiornati all’altro ieri. Nel frattempo ho solo mangiato una bistecca, dormito e svolto regolarmente tutte le mie funzioni fisiologiche.

– Ancora non ci sono i contatti social, e ancora c’è qualche problema con la paginazione, ma risolverò. Sono anche sparite le immagini dai post, ma quello dipende dal plugin che usavo nel vecchio template che gestiva il sito.

Direi che è tutto. A risentirci presto, se non verrò seppellito dalla mole di articoli e ricerche che devo leggere.

Ne è passato di tempo

Sono passati quanti, quattro anni? Più o meno. Nell’ultimo post che ho scritto su questo sito dicevo di essere in una fase di ripensamento del mio modo di fotografare, e l’ho ripensato talmente a fondo che pochi mesi dopo quel post ho completamente smesso di fotografare per rimettermi a scrivere. Senza rancore, fotografia, ma non ci piacevamo.

Nel frattempo ho scritto un romanzo, ho collaborato con una rivista culturale, ho scritto fumetti, ho traslocato. Ho anche tenuto altri blog di nascosto, e ora mi dannerò la testa per cercare di riunificare tutti quei testi con questo sito, che, ehi, porta ancora il mio nome, quindi è qui che sarebbe meglio che la mia scrittura apparisse.

Questo è semplicemente un post di ripresa di contatto. Non prometto niente, e non lo manterrò. Prossimamente aggiornerò la biografia e la parte dei contatti, e inizierò a mettere i contenuti che in questi anni ho sparso altrove. L’idea, dato che mi sto occupando di nuovo di politica internazionale, è di avere un luogo su cui pubblicare le mie riflessioni. Ma questo è solo un pretesto. La verità è che ho voglia di scrivere, di mettere parole nero su bianco e di farlo per un pubblico. Questo sito mi sembra meno effimero degli altri. Vedrò di farlo funzionare. A presto.

Silenzio

Scusate il silenzio, negli ultimi mesi. Un sacco di cose stanno succedendo, da queste parti, e non ho avuto molto tempo, né voglia, di (de)scrivere.

In sintesi: sto riorganizzando le mie foto. Ripensando il mio modo di fotografare. Cose per cui ci vuole tempo.

Nel frattempo, date un’occhiata, e venite a salutarmi: http://antoniogiordano.tumblr.com/

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Sorry ai miei due lettori per essere mancato, negli ultimi tempi. Spostamenti a zonzo per l’Italia, appuntamenti per portare avanti qualche progetto, e ora, finalmente, qualche scatto per portare avanti “Bordo Sud”. Tutte cose che non si conciliano bene con un blog, soprattutto se si vuole usare il blog per andare oltre il chiacchericcio della rete.

Mentre preparo qualche scatto in anteprima, provate a pensare: che ruolo ha la strada, nella fotografia di reportage? E’ semplicemente qualcosa che si attraversa, che bisogna percorrere per raggiungere dei soggetti lontani? O è qualcosa che diventa parte stessa del racconto, dell’emergere del senso?

A presto, dudes.

Keep going

photocrati gallery

Remo Bodei e Mauro Pesce chiacchierano durante la Settimana Alfonsiana.

E così, la Settimana Alfonsiana è finita. Cinque giorni di dibattito libero sullo stesso tema, che quest’anno aveva a che fare con la follia di Gesù, così come traspare dai Vangeli. Come sempre, è stato molto stimolante, e soprattutto utile, in termini di pensiero. Ho avuto idee per un paio di articoli, che adesso vorrei sviluppare come si deve. L’idea è di fare una ricognizione di come il genere di pazzia di cui si è parlato durante la Settimana sia stato rappresentato in fotografia o al cinema. E poi, vorrei scrivere qualcosa di lungo a proposito della comunicazione dell’esperimento dell’Infn, quello di cui avevo già parlato una decina di giorni fa.

Ma, soprattutto, ho potuto fotografare delle autentiche autorità morali della filosofia e della teologia contemporanee.

Da adesso, mi concentrerò soprattutto sulle attività di ricerca in mare. L’oceano è grande e ancora pressoché sconosciuto, e avvengono tantissime cose sotto la sua superficie. Ed io voglio essere lì a documentarle.

Buona settimana, dudes.

Behance

Poco meno di un anno fa, mi sono iscritto a Behance, network di creativi, uno dei tanti social network che sono nati nel tentativo di imitare il successo di FB. Funzionando come ogni social network, se uno non ci dedica del tempo è difficile che si approdi a qualcosa. Ma ho comunque messo lì qualche galleria, e presidiato la posizione, per così dire. Non si sa mai cosa potrebbe nascere, e comunque questi spazi virtuali sono dei modi per tenere d’occhio il mondo, fare attenzione che salti fuori qualcosa di interessante.

Ultimamente sono stato contattato da una galleria berlinese, per una relazione di lavoro, che mi ha scoperto proprio su Behance. Ma di questo parlerò in seguito. Per adesso, gustatevi la nuova galleria con la raccolta dei miei lavori scientifici più recenti. Niente di nuovo per chi naviga il mio sito: giusto un riassunto sintetico delle gallerie che si possono trovare qui.

LEGGIMI! Post con foto sparite….

Per un cambio di plugin, fatto stamattina, molte foto di vecchi post sono sparite. Cercherò di ripristinare il danno, appena possibile. Nel frattempo, potremmo fare un gioco: immaginate le foto che avevo messo nei post (per esempio, in quello su Doisneau, che è molto cliccato), e commentate quelle.

Saluti, e scusate il disagio: stiamo lavorando per voi.

Rientro

photocrati gallery

E buongiorno, tutti quanti. Appena rientrato dalle vacanze, è un pò difficile riprendere il filo del blog. Ma rieccoci, dopo un pò di Sardegna e di immersioni, a riprendere la fila di email, un luuuuungo discorso fatto sulle tastiere dei computer. Bello vivere in Sicilia, ma ti fa stare di più davanti al computer e ad un telefono, e meno a fare aperitivo. In ogni caso, ecco un pò di novità:

  • Finito il video da consegnare all’INGV, quello che documenta l’operazione Geostar Recovery. Si può vedere sul mio canale vimeo, insieme a quello che avevo già pubblicato su questo blog.
  • Ho passato un pò di tempo in Sardegna, dove ho nuotato, nuotato, nuotato. La Sardegna è davvero una terra impervia, e da bravo isolano me la aspettavo un pò più simile alla Sicilia. Invece è molto più aspra, e forse è proprio per questo che si sta salvando. I palazzinari, ovviamente, cercano di cementificarla più che possono, dato che buttare giù tonnellate di calcestruzzo è l’unico modo che conosciamo in questo paese di “dare lavoro” (splendida espressione, che mi fa pensare a visioni d’altri tempi, a gente seduta, le braccia incrociate e il broncio, ad aspettare che arrivino quelli del nord a dare lavoro). In ogni caso, non ci si può perdere il trenino Arbatax – Mandas, che in cinque ore si arrampica sul Gennargentu, mostrando dei panorami che non potranno essere visti in nessun altro modo.
  • In Sardegna ho fatto la mia prima immersione in relitto. A una trentina di metri, una piccola nave da carico che si chiamava Nasello, e che fu affondata a cannonate da un sottomarino inglese, durante la seconda guerra mondiale. Non so se gli altri relitti si presentano allo stesso modo, ma vedere apparire la sagoma della nave poggiata sul fondo, e poi il fasciame metallico, e poi una cernia di non so quanti chili, è stata una sensazione incredibile. Diciassette minuti di fondo, quaranta minuti di immersione totale.
  • Mi ha contattato una galleria berlinese, mi hanno chiesto qualche foto da vendere come stampa. Credo abbiano visto Bordo Sud. Il che mi fa ricordare un paio di cose: la prima, che non ho ancora pubblicato sul mio sito Bordo Sud, cosa che va rimediata al più presto; la seconda, che Bordo Sud è un progetto ancora incompleto, che verrà ripreso questo autunno.
  • E, a proposito di mettere foto sul sito, mi sono reso conto che non ho ancora messo nessuna delle foto che ho fatto nel 2011. A presto su questi schermi.
  • Nell’attesa, potreste avere voglia di un pò di musica. Io questa mattina ho sperimentato questo: sono andato sul sito dei Radiohead, dove i cinque matti, ogni tanto, pubblicano delle playlist di quello che stanno ascoltando. Dopodiché ho aperto Grooveshark, che per chi non lo conoscesse è il regalo più bello che la rete ha fatto agli appassionati di musica, ed ho riprodotto la playlist di Thom York. Ho capito da dove salta fuori “King of the limbs”. Adesso credo che continuerò con un disco dei Digitalism.
  • Sto leggendo Cryptonomicon, di Neal Stephenson. Questo tizio ancora non è riuscito a scrivere nulla che non mi sia piaciuto.
  • Una questione ambientale che mi interessa da vicino. In seguito all’intensificarsi della pressione delle case petrolifere sul Canale di Sicilia, Greenpeace ha pubblicato un nuovo rapporto sulle peculiarità naturali della zona, messe in pericolo dalla ricerca petrolifera. Il rapporto può essere scaricato qui. Sullo stesso argomento ho scritto un articolo, che è ancora disponibile su “Segno” di questo mese, intitolato “Un canale, due modelli”. Il mio piccolo contributo, solo il primo, per una cosa che mi sta molto a cuore, e a cui vorrei dedicare sempre più tempo.
  • Ah: la foto qui sopra è dell’eclissi di luna di un paio di mesi fa. Fatta in circostanze logistiche penose, dato che avevo lasciato il treppiedi a Palermo, e, trovandomi a Sciacca, ho dovuto improvvisare con sgabelli, sedie, cuscini, libri e via dicendo. Mi piace, però: la Luna, dopo essersi eclissata, torna sempre ai suoi ritmi.

E, come sempre, continua a scarseggiarmi la pazienza. Vorrei essere di nuovo in mare, ma vorrei esserci adesso, non tra qualche mese. E ok, bisogna costruire con pazienza. Salute a tutti, dudes.

Notes from a trip to Gibraltar

E’ online un video con alcune riprese che ho fatto durante la mia campagna sulla Sarmiento de Gamboa. Non ci sono riprese delle operazioni scientifiche, perché quelle sono in fase di edit finale, e in ogni caso devono essere prima consegnate a chi me le ha commissionate. Qui c’è solo qualche immagine che ho ripreso durante il viaggio, e che mi sembrava un peccato lasciare a fare la muffa dentro un hard disk.

La colonna sonora è “Chromakey dreamcoat”, dei Boards of Canada.

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