Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Testa vuota

Ho dieci minuti per dirvi perché da un sacco di tempo non aggiorno questo blog. Impiegherò dieci secondi: fottetevi.

Vediamo di fare ripartire le cose. Mi sono perso come sempre dietro mille minchiate e dubbi su cosa scrivere e altre stronzate assolutamente personali, le classiche seghe mentali che, fondamentalmente, hanno la sola funzione di impedire di scrivere. Poi è iniziata la fase “sì, ma di cosa scrivo?” (risultato: non si scrive). Poi è stato il turno di “ok, ma scrivo solo in privato” (risultato: si scrive in privato, ma ci si sente come l’Uomo che Urla alla Fermata).

Va bene. Provo a ripartire, con un approccio più a cazzo, ma a scrivere. Saluti. A presto.

Taoismo da salotto

Taccuino nuovo, penna, tastiera. Tutto pronto, ma non è che abbia proprio tutta questa voglia di scrivere. Meglio aprire un file vuoto e scaldarmi un pò, perché sono le quattro del pomeriggio e io ancora mi sto scaldando, devo entrare nel vivo della mia scrittura quotidiana. Allenamenti al mattino e roba da fare in casa. Va bene. Questo è sidefist, benvenuti in nell’ultima settimana estiva.

Le mie letture del momento sono quanto di più strampalato potessi immaginarmi, il me stesso di qualche anno fa mi prenderebbe per il culo per due giorni se mi vedesse con questi libri accanto. Rompiballe, presuntuoso me stesso di qualche anno fa. Ora sto in una nuvola strana di non fiction italiana e inglese e testi taoisti. Ho scaricato su kindle due edizioni diverse del Tao te Ching e le sto leggendo con gusto, badando alle variazioni tra diverse sfumature. Quest’estate ne avevo letta solo una, ma dopo essere incappato in Alan Watts mi è venuta la curiosità di tornare a girare intorno a quei concetti. Un giro matto, dall’Arte della Guerra di Sun Tzu ai testi taoisti, e poi, ricordandomi di averne comprata una copia diversi anni fa, anche l’i Ching. Chissà per quale diavolo di ragione ne comprai una. Legano bene, e non è un caso, perché da I Ching sono arrivati molti dei concetti del Taoismo, che informa anche l’Arte della Guerra. Mi piace tantissimo soprattutto il sistema logico che intuisco dietro le affermazioni vacue e misteriose dell’I Ching, un vero e proprio modo per spiegare la natura in linguaggio binario, quello degli esagrammi, e con l’introduzione dell’elemento casuale in un sistema stringente di segni. Dietro le figure apparentemente ambigue c’è una vera e propria grammatica costruita su regole sintattiche precise. Peccato che qui in occidente sia stato degradato a sistema di divinazione, alla mercé di ciarlatani. A me sembra uno strumento di conoscenza molto affascinante.

Lo stesso rigore logico e formale non si può trovare nel Tao Te Ching. Ma in compenso è un libro di una bellezza commovente, con dei versi fatti apposta per celebrare e fare comprendere l’armonia del mondo anche quando davanti a noi sembra esserci caos.

Dato che ho scritto “bellezza commovente”, dopodomani il mio maestro di arti marziali mi farà picchiare a mani nude. Succederà, e me lo sarò meritato. in ogni caso, ho ricominciato gli allenamenti da una settimana. Il piede sinistro a tratti mi fa ancora un pò male, ma passerà. Ho tutta l’intenzione di fare almeno un giro sul ring, prima che finisca l’anno. Se a un certo punto dovesse fagliarmi lo spirito, provvederò guardando qualche film di Bruce Lee. Ognuno deve avere dei modelli.

Sto dentro un altro filone di letture per adesso, quello della non fiction con pretese letterarie. Sto leggendo Langewiesche, mi pare il migliore in circolazione, al momento, tra i viventi. So che c’è un universo anche in questo settore. Ne devo leggere ancora di cose.

Da qualche parte nella mia testa tutta questa roba, le arti marziali, il taoismo, lo stile e la letteratura si uniscono tutte insieme in un bel brodo saporito. Ma questo è perché devo essere un pò suonato, e vedo connessioni incredibilmente chiare dove gli altri vedono pallosi testi di filosofia, legnate e coglionazzi dall’ego ipertrofico (sto parlando degli scrittori). Dovrò riempire qualche pagina di taccuino cercando queste connessioni. So già che la risposta finale sarà 42, ma dovrebbe essere divertente arrivarci.

Direi che mi sono scaldato abbastanza, per oggi. Salute, due lettori. Parlate a qualcuno di questo blog, se vi piace.

Un canale, due modelli

Ecco un altro dei pezzi che ho pubblicato su Segno, nel luglio del 2011. Si parla di aree marine protette e del Canale di Sicilia. L’ho appena sforbiciato di mille parole, per lo più una lunga parte sulla decrescita, ma è rimasto lungo. Perché Segno è una rivista che pubblica roba lunga. Buona lettura. 

 

Un ambiente particolare

Nel mare Mediterraneo, il Canale di Sicilia ha lo stesso ruolo di una cerniera. Passaggio obbligato per tutte le navi, punto di separazione tra due bacini,  ma in realtà tra modi diversi di pensare il mondo. A est c’è la Grecia, gli arabi, la porta d’accesso al Grande Oriente. A ovest, la Spagna, l’Oceano, le porte per il nuovo mondo. A nord, gli avamposti del mondo occidentale, meta ambita di flotte di disperati che provengono da sud. Il Canale di Sicilia è un passaggio tra mondi, un punto di raccordo tra tensioni mondiali. Per una strana combinazione di forze naturali e sociali, è qui che tali tensioni si rendono visibili, sotto gli occhi impassibili delle coste siciliane e tunisina che racchiudono questo tratto di mare. La civiltà occidentale è nata qui, qui ha iniziato la sua storia di scambi tra est e ovest, ed è qui che potrebbe, di nuovo, decidere su quale direzione dare al futuro.

Il patrimonio biologico e naturale presente nelle acque del Canale, o Stretto, di Sicilia, e le sue caratteristiche uniche dal punto di vista geografico, hanno reso questo tratto di mare Mediterraneo una zona in cui la pressione, da parte dell’uomo, è altissima. Lo Stretto è il passaggio obbligato di tutto il traffico navale che dall’Asia e dal nord Africa si dirige verso i porti del nord Europa. Le grandi quantità di pesce, dovute a particolari condizioni geologiche e di correnti, hanno reso possibile la nascita di una grossa industria di pesca, che, gravando eccessivamente sulle riserve ittiche, ha messo in pericolo diverse specie protette.

La storia dello sfruttamento economico del Canale di Sicilia è lunghissima e ben documentata. Tuttavia, lo studio delle sue peculiarità ecologiche è iniziato solo di recente. Paradossalmente, come si legge in un rapporto di Greenpeace, c’è una grande disponibilità di informazioni disponibili sul Canale, rispetto ad altre zone d’altura, ma al tempo stesso ci sono ancora delle grandi lacune di conoscenza. Questo perché gli studi fatti fino ad una decina di anni fa erano orientati soprattutto a soddisfare la domanda europea di nuove risorse e di sfruttamento economico. Con l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, lo Stretto di Sicilia ha iniziato ad essere l’oggetto di studi più approfonditi, biologici ed oceanografici.

Gli studi condotti nella zona hanno stabilito che lo Stretto è un hot spot per quello che riguarda la riproduzione, l’habitat e il transito di diverse specie protette e rare. Nella zona sono stati individuati con sicurezza esemplari di squalo bianco, balenottere comuni, zone di transito di capodogli, specie uniche di corallo nero e di gorgonie. Una fauna marina che necessita studi approfonditi. La classificazione delle unicità e criticità del Canale da parte della comunità scientifica, e la loro rielaborazione da parte di diverse organizzazioni non governative, sono alla base della proposta di istituzione di un’area marina protetta nella zona.

 

Lo sviluppo e i suoi sostenitori

L’allarme, lanciato nell’estate del 2010, sembrava essere rientrato dopo pochi mesi. La notizia che società estere, dall’identità poco chiara, cercavano di ottenere permessi per prospezioni petrolifere, allarmò parte della popolazione della fascia costiera sud della Sicilia. A rendere ancora più gravi le cose, erano le modalità in cui tali richieste di permesso venivano svolte. Silenzi, segreti e il tentativo di nascondersi nelle pieghe della burocrazia per evitare di alzare troppa polvere.

Nell’opinione pubblica era ancora fresco il ricordo dell’incidente della Deep Water Horizon, nel golfo del Messico, costato la vita a 11 persone e che ha causato danni ancora incalcolati nell’ambiente marino della Louisiana. Bisognava fare le cose senza farsi notare troppo, contando sul fatto che, probabilmente, le piccole amministrazioni comunali della zona, oberate dalla burocrazia, non avrebbero badato troppo alle domande di ricerche e trivellazioni petrolifere in mare. Per lo stesso motivo, una piattaforma petrolifera della compagnia australiana Audax si materializzò, a luglio, a 13 miglia dalle coste di Pantelleria. Una distanza sospetta: abbastanza lontano da non rientrare nelle acque territoriali italiane; abbastanza vicino da poter studiare con calma il giacimento a ridosso del vecchio vulcano spento.

Poi, il ministero dell’ambiente emanò un decreto, in agosto, che vietava prospezioni ed attività estrattive a meno di 12 miglia dalla costa. Lasciando scontenti, in questo modo, gli attivisti della zona, che si chiedevano come questo limite avrebbe fermato una eventuale fuoriuscita di petrolio in acque più distanti. Il petrolio, il mare, non badano a leggi, ordinanze e confini. Ma per la poco attenta opinione pubblica locale, vero destinatario di un provvedimento tanto pubblicizzato quanto inefficace, giustizia era stata fatta: le ricerche erano state fermate.

A poco meno di un anno di distanza, la guerra in Libia e la battuta d’arresto del nucleare hanno riportato alla ribalta petrolio e gas come i principali vettori di approvigionamento energetico. Con il prezzo del petrolio alto e le altre forme di energia penalizzate[1], le compagnie vanno a caccia di petrolio anche dove una volta sarebbe stato poco conveniente estrarlo. E infatti, nel marzo di quest’anno, le compagnie petrolifere sono tornate alla carica, puntando sul decreto fermatrivelle del ministro dell’ambiente Prestigiacomo, che si limita a scalfire, senza per niente intaccare, le operazioni in zona. La Audax sta per tornare al largo di Pantelleria, intenzionata a trivellare, e la Transunion Petroleum ha avviato, in marzo, le procedure di valutazione per ricerche petrolifere al largo della provincia di Ragusa.

Il Canale di Sicilia diventa così il territorio in cui dare la caccia al carburante della crescita economica. In proposito, è chiarissima la posizione dell’assessore regionale alle risorse agricole e alla pesca, Elio D’Antrassi, che in una intervista ha dichiarato che il petrolio potrebbe essere un affare per la Sicilia, ed occorre trovare un punto di intesa con i pescatori.

I pescatori, fin da quando si è affacciata la notiza che il “loro” mare potrebbe essere interessato da ricerche petrolifere, si sono schierati contro. Uno schieramento che mira a salvaguardare l’economia della zona, basata, oltre che sul turismo, sulla pesca. Ma, anche in questo caso, quello che si vuole fare è continuare, lavorare ancora con il modello attuale di sfruttamento a tempo e prelievo indefinito. I pescatori della zona, in modo molto simile ad altri imprenditori, cercano di massimizzare i guadagni, e di minimizzare le perdite, spesso esternalizzandole e scaricandole sull’ambiente. Questo li porta a “raschiare” il più possibile il fondo del mare con le reti a strascico, spesso oltrepassando di gran lunga la capacità del mare stesso di rimpiazzare le perdite con nuove nascite. In alcuni casi, la pesca di alcune specie è talmente remunerativa da avere messo seriamente in pericolo l’ecosistema. I casi del tonno rosso e del novellame sono emblematici di un sistema che non è in grado di fermare sé stesso, neanche di fronte alla prospettiva dell’autodistruzione. Minacciato di estinzione dal sovrapescaggio, a causa del suo valore sul mercato mondiale, il primo; vietata da norme europee, ma tollerata dalle autorità locali e responsabile dell’impoverimento delle riserve ittiche, la seconda. Pescare specie in via di estinzione, o fare incetta di pesce appena nato con maglie finissime, sono metodi che sfiniscono ulteriormente un ecosistema già in pericolo, e che innescano il classico circolo vizioso. Con meno pesce, i pescatori devono andare ancora più lontano, spendendo di più e incidendo su zone più lontane, che saranno quindi private di riserve importanti.

A questo punto, entra in gioco la politica, a più livelli. I voti dei pescatori e delle loro famiglie sono importanti, e il modo più facile per catturarli è quello di mantenere le cose come stanno. L’industria della pesca, in questa rete di relazioni, finisce per essere finanziata, grazie all’intercessione del ceto politico, dallo Stato italiano, con contributi per l’acquisto di gasolio a prezzo politico, e con infinite deroghe che rendono nulli i provvedimenti europei. In questo modo, a pagare sono i cittadini, nei modi più diversi: pescatori che non possono avvalersi di contributi; ristoranti delle zone in cui non si possono vendere specie protette; contribuenti, che pagano per i proventi di un’industria che distrugge l’ambiente.

Come mai, in questo scenario, chi saccheggia l’ambiente non si ferma? La minaccia dell’esaurimento del pesce, infatti, dovrebbe rendere più sensibili alle istanze ambientali i pescatori, dato che, dopo tutto, l’impoverimento del mare non conviene a nessuno. A questa domanda, però, non esiste una risposta univoca. Si può supporre che il mix di diversi elementi, politici, economici e (soprattutto) culturali, spinga a mantenere le cose come stanno, non guardando al futuro, o fingendo che sarà come e meglio del presente. In altre parole, pescatori, politici e cittadini comuni non hanno nessun interesse a cambiare le cose. Questa politica è stata portata avanti con quella che potremmo definire miopia programmata: alle risposte problematiche che l’ambiente mostra, rispetto alla continua pressione umana, la politica e il mercato si adeguano con misure che cercava di salvaguardare il livello di pressione, e non l’ambiente. Per anni si è proceduto a misure che avevano come obiettivo il nascondere i cambiamenti ambientali, sotto forma di aiuti economici.

 

L’area marina protetta del Canale di Sicilia

Il Canale di Sicilia è stato proposto come area marina protetta da Unep-Map, il Piano mediterraneo del Programma Ambientale delle Nazioni Unite, e da Greenpeace. La proposta è diventata di stretta attualità soprattutto a causa delle operazioni petrolifere. La presenza di un’area marina protetta sarebbe una protezione legislativa di fronte a cui le compagnie petrolifere dovrebbero arretrare.

Paradossalmente, la difficoltà sta nell’immaginare le comunità locali che si schierano a favore di una proposta simile. I pescatori, come si è detto, tendono sempre a volere minori limitazioni, e reagirebbero in modo negativo a un divieto di pescare nel Canale. Un rifiuto del genere si è visto praticamente per ogni area protetta marina che è stata proposta, in Italia e in Europa. In più, la politica locale difficilmente acconsentirebbe a mettere dei lacci allo sfruttamento del territorio, che nella zona è una sorgente di lavori edili e clientele. Perché mai questi gruppi dovrebbero rinunciare a quelle che finora sono state le uniche fonti di reddito della zona?

A questa domanda si può rispondere guardando a quello che è successo in zone che sono già diventate aree marine protette, e per le quali esiste già una letteratura scientifica in grado di valutarne gli effetti. Le tendenze che emergono sono abbastanza chiare, tanto da essere state chiamate effetto riserva. L’istituzione di aree marine protette, anche dove l’ambiente è stato seriamente compromesso dalla sovrapesca, dalla cementificazione e dal turismo privo di regole, è servita non solo a riparare le perdite ecologiche, ma anche a dare un impulso massiccio alla creazione di un’economia diversa. La zona protetta, infatti, aiuta la riproduzione di pesci, che riescono a crescere ben oltre la taglia raggiunta in zona di pesca, ed è un impulso al turismo sostenibile e in generale alla presenza di strutture ad alto valore aggiunto ed a basso impatto. Ma i benefici si estendono anche alla zona al di fuori dell’area, che può sfruttare il flusso turistico, ed in cui i pesci, più grandi e liberi di riprodursi, affluiscono più numerosi, assicurando pescato regolare anche alla comunità di pescatori.

Un caso emblematico, in questo senso, è quello delle isole Medas, in Spagna, dove l’area marina protetta è stata istituita nel 1983 su pressione della popolazione, che aveva visto impoverirsi in modo sempre più drammatico la fauna ittica. All’inizio l’area fu pesantemente osteggiata dalla comunità locale dei pescatori, che ritenevano fosse finita un’era di benessere e di ricchezza per il semplice capriccio di qualche ambientalista. Passati alcuni anni, le Medas, secondo tutti gli studi che vengono effettuati nella zona, sono uno dei punti più ricchi di biodiversità del Mediterraneo, con un fiorente turismo subacqueo e naturalistico, e con un raddoppio del pescato. I pescatori hanno finito per essere, anch’essi, sostenitori dell’area marina protetta.

La scommessa di Unep-Map, di Greenpeace e delle diverse associazioni ambientaliste che stanno nascendo nella zona del Canale di Sicilia è, quindi, analoga a quella già vinta in altre aree marine protette. Confrontarsi il più possibile con la popolazione locale, senza la quale non è possibile l’istituzione dell’area. La popolazione locale gioca un ruolo ancora più importante nel rispetto delle limitazioni, che sono la vera ragione d’essere di un’area protetta. Una zona di protezione che viene vista come estranea è del tutto contraria allo spirito della sua istituzione, in senso sia economico che etico. Imporre un’area avrebbe lo stesso significato di lasciare la zona priva di ogni regola. Ma, come è già successo altrove nel mondo, un adeguato dibattito pubblico, in cui a ciascuno fosse data la possibilità di esprimere la propria opinione senza essere scavalcato dagli appoggi politici di altri, avrebbe risultati sorprendenti. Persino in Sicilia, dove la prima reazione a proposte del genere è il pensiero che possano succedere solo altrove, e mai qui. Le sei aree marine protette sulle coste siciliane, dimostrano il contrario.

 

Conclusioni

Il Canale di Sicilia è l’oggetto di attenzioni, e ambizioni, diverse. Da un lato, quelle classiche dell’economia, che ambisce a crescere in maniera indefinita. Dall’altro, nascono dalla società nuove esigenze, che richiedono maggior spazio nell’arena pubblica. L’attuale attivismo delle compagnie petrolifere nella zona è solo una fase, in cui tutte le contraddizioni del sistema economico vigente diventano manifeste. Per garantire la crescita indefinita della società, si fa finta che la crescita sia esente da costi ecologici e sociali. Tali costi invece possono essere drammatici, come ha dimostrato l’incidente della Deep Water Horizon.

A scontrarsi sono, quindi, due modelli di sviluppo. L’esito di tale scontro, che potrebbe sembrare impari, non è affatto scontato, dato che diverse volte la società ha dimostrato di andare contro la prepotenza economica, per salvaguardare interessi di tipo diverso.

[1]    Vedi per esempio i finanziamenti alle energie rinnovabili, oggetto di continui ripensamenti, tagli e adeguamenti normativi, che hanno l’effetto di rendere instabile un mercato in forte crescita.

Nel frattempo…

Deve essere un secolo che non scrivo su questo sito. Potrei controllare e scrivere con esattezza l’ultima data in cui mi sono degnato di fare apparire qualcosa, ma ok, il senso è quello. Dopo una fiammata, il buio. Vacanze, giri in Sardegna e Sicilia, basta palestra a causa di una brutta botta al piede sinistro, e un sacco di vino e cibo, e dormire come non dormivo da un anno, e letture, un sacco di letture. Pizzolatto (l’autore di “True Detectives”), Wu Ming, l’Arte della Guerra di Sun Tzu, un libro sullo stile di Glenn O’Brian più altre cose minori. Ho giocato molto con il concetto di stile e di arte marziale, di gesti ripetuti ogni giorno per creare un atteggiamento mentale preciso in ogni ambito della vita, dal vestire a come si beve o si mangia a come si fa esercizio fisico a come si scrive. Sperimentazione ancora in corso. Magari potrei scrivere qualcosa.

Con calma, pachidermica calma, l’idea è di ricominciare a scrivere le mie note, qui. Non ho ancora una collocazione precisa da dare agli scritti per il web, per come sono fatto preferisco riempire pagine e pagine di note su un quaderno in grafia puntuta e illeggibile con l’idea di usarle poi in seguito, senza ammorbare l’internet con i miei appunti su qualsiasi cosa mi capiti a tiro. Vorrei trovare una via di mezzo tra il non usare nulla e usare tutto. Ci sono pensieri che nascono per essere buttati in rete e morire il giorno dopo e va bene così. Nel frattempo, dovrei preparare un articolo sull’Iraq, delle note preparatorie per un soggetto, fare ricerche e via così. Una volta qualcuno mi ha detto che il primo settembre è il capodanno dei workhaolic. Per me rimane il primo settembre, con un sacco di lavoro davanti, e per dare inizio alla campagna d’autunno è ancora presto, l’autunno inizia tra tre settimane. Ma c’è un sacco di lavoro da fare, di cose da andarsi a prendere, e oggi si comincia di nuovo con la disciplina e la via adatte ad arrivarsi, si riaccendono i motori e si inizia a scaldarli. Buona settimana.

Inadatti agli esteri

Sono successe due cose importanti nel mondo, ieri. Un aereo è stato abbattuto sui cieli dell’Ucraina, un Boeing diretto a Kuala Lumpur tirato giù da un missile terra aria, sparato non si sa bene da chi. Nel pomeriggio, Israele ha invaso di nuovo la striscia di Gaza.
Le due cose non sono legate, se non dalla corrente sotterranea che mi sembra stia attraversando il mondo in questo momento. Un ritorno prepotente della geopolitica, del mondo al di fuori dei nostri gretti e provinciali confini di occidentali ricchi, che criticano – esempio – gli israeliani perché guardano i bombardamenti in televisione. Geniale: critichiamo gli israeliani perché si comportano esattamente come noi. Il mondo sta bussando alla nostra porta e lo fa da tempo, attraverso flussi migratori e guerre che ci riguardano sempre più in prima persona, eppure la nostra reazione è sempre la stessa, l’anestetizzazione attraverso dosi massiccie di pattumiera televisiva con cui convincerci che in fondo quello che succede da un’altra parte non riguarda davvero noi, che ci penserà qualcun altro, e che noi abbiamo ben altre cose da risolvere.

Il mondo globale è questo. Quello che succede a un Palestinese a Gaza, a un Israeliano a Tel Aviv, a un olandese su un boeing diretto a Kuala Lumpur tirato giù da un missile di nazionalità ancora sconosciuta, è tutta merda che ci riguarda. I nostri commerci, gli scambi di persone e culture, le decisioni che prendiamo o che deleghiamo altri a prendere hanno influenze dirette su quello che succede a qualcun altro nel mondo. Per questo mi cadono le braccia quando vedo comportamenti arrendevole, come se fossimo impotenti e non avessimo possibilità di cambiare le cose. Giorni fa Federica Mogherini, ministro degli esteri italiano, si è prodotta in una dichiarazione che, sfrondata della pessima sintassi standard a cui chiunque faccia politica si sente obbligato, diceva sostanzialmente che il ministro è una madre, e che per questo capisce cosa sta succedendo a Gaza e sarebbe meglio per tutti fermarsi. Complimenti. Ci voleva un ministro degli esteri per una posizione del genere. Sulla posizione della diplomazia italiana a Israele, su come il governo italiano veda il governo di Hamas, su quali negoziati si sono aperti, si possono aprire, si ha intenzione di aprire, su quali canali con l’ambasciata israeliana, su quali mediazioni per chiedere una tregua, sempre chiesta ma non si sa sulla base di cosa, non è pervenuto nulla.

Sull’Ucraina, stessa cosa. Non ci si aspetta che il governo italiano, e il ceto che ama definirsi intellettuale, prenda una posizione netta su un atto di guerra come l’abbattimento del boeing. Le notizie sono ancora confuse, nessuno sa bene cosa sia successo. Però. Però però però. Qui stiamo riscuotendo quello che abbiamo seminato in anni di smargiasserie con poca sostanza alle spalle, di mancanza di spina dorsale che questo governo, invece che rimediare, sta portando a livelli più avanzati. Ora non c’è più un tizio che fa finta di essere uno dei grandi della terra quando in realtà la sua strategia è dare pacche sulle spalle. Ora c’è uno, circondato da altre nullità come lui, convinto che la politica estera sia come uno scambio di tweet in lingua inglese. Mettiamo in fila qualche episodio: scoppia una guerra in Ucraina dalle conseguenze potenzialmente disastrose per l’Italia, e il governo italiano balbetta cose insignificanti sulla difficoltà di capire quali sono le forze in campo. Cambia regime, e ancora non si capisce da che parte stia l’Italia, non lo sanno nemmeno quelli che dovrebbero decidere in tal senso (posso aiutare io il Governo: stiamo dalla parte della Russia, come da dieci anni a questa parte. A meno che a un certo punto i ribelli non comincino a vincere, e allora l’Italia si produrrebbe in un altro dei voltafaccia riconosciuti giustamente come suo marchio di fabbrica in politica estera). Uccidono Andy Rocchelli, un fotoreporter italiano, e a parte le frasi di circostanza non si sa più niente e nessuno sembra essere interessato a capire chi lo abbia ucciso e perché. Se fossi un complottista direi che puzza di insabbiamento, ma purtroppo mi limito a guardare i fatti, e a concludere che chi sta governando è del tutto inadatto a gestire questa crisi geopolitica. Il che ci porta al boeing precipitato. La presidenza dell’Unione Europea – toh! È il turno dell’Italia. Non ce lo avevano mai detto in questi mesi – ha niente da dire a proposito di una guerra sui suoi confini che mette a rischio lo spazio aereo attraversato da migliaia di suoi velivoli commerciali, merci e cittadini?

Magari Renzi sta cercando il modo per infiocchettare una presentazione smart e dirci che grazie alle nuove tecnologie risolverà i problemi internazionali. Manda un tweet se vedi un missile sparato sul tuo aereo, o metti un like di indignazione sulla petizione italiana per colorare di giallo i carri armati israeliani (e di rosa i razzi di Hamas). Il che sarebbe l’ennesima confermaa della sua incapacità, del suo essere semplicemente un bullo che non le ha mai prese e continua a fare il bullo. Piacerebbe avere risposte, dal Presidente del Consiglio, e una visione. Cosa intende fare con l’avanzata sempre più sfacciata di un nuovo tipo di totalitarismo, anche nel cuore dell’Europa? Come intende, se intende, contrastarlo?

Dalle risposte che si daranno dipenderanno gli anni a venire. Si può scegliere di intervenire attivamente e di promuovere per quanto possibile la democrazia. O si può raccontare la storiella che non siamo in grado di intervenire su cose che sono più grandi di noi. Il che ci darebbe la conferma di essere governati da gente inadatta, che dovrebbe lasciare il posto a persone più preparate e con più fegato a prendere posizione su quello che sta succedendo nel mondo.

Ascolto: un sacco di musica punk.

Raucedine on line

Continuo a tenermi informato sulla situazione nella Striscia di Gaza e sull’operazione militare di Israele. Ho ancora le idee confuse, e le tengo per me. Una delle cose che mi fanno più incazzare girando per social network e siti di notizie, infatti, è la tendenza a vomitare opinioni non richieste e non qualificate, basate sull’assunto che chiunque abbia diritto comunque a esprimersi e l’opinione dell’ultimo degli stronzi sia tanto legittima quanto quella di gente che studia da una vita il conflitto Israelo – Palestinese.

Ecco. C’è gente in giro che, solo per aver scritto Israelo – Palestinese, averlo scritto con le maiuscole, averlo scritto in quest’ordine, averlo scritto usando quei termini, averlo scritto usando la parola “conflitto”, è pronta a cacare il cazzo, a inquadrare le opinioni degli altri sulla base di categorie come filoisraeliano/filopalestinese, ad agitarsi perché la propria posizione da tifoseria, nei loro piccoli occhi, è stata sfidata.

In queste ore sull’escalation di Gaza se ne leggono di tutti i tipi, di solito da gente che non ha mai messo piede nella zona e che non ha mai aperto un libro in proposito. Per forza poi tutto si riduce a posizioni partigiane. Anche chi cerca di capire qualcosa, cercando di rimanere non dico al di sopra delle parti, ma lucido abbastanza da considerare tutto quello che avviene, viene accusato di fare il gioco di qualcuno, di scegliere la terzietà come modo di fuga o di appoggio occulto. Ieri ho letto un bravo giornalista musicale, uno davvero avanti nei suoi scritti, prendere delle banalissime posizioni sui bombardamenti in corso tra Israele e Gaza. Non è che glielo avesse ordinato il dottore, di prendere posizione su qualcosa di cui, palesemente, non sa nulla più dei quattro stereotipi contrabbandati dai media. Eppure. Dall’altra parte, per non essere da meno, c’era uno che, al minimo sentore di opinione contraria alla sua, se n’è uscito con il maglio delle discussioni on line: troll. Mi stai trollando. Va via troll. Qualsiasi punto di vista dissonante è trollaggio adesso.

Insomma, continuo a saperne poco, a vedere la cosa a modo mio, e a cercare di capire chi da più tempo di me studia la situazione di quel pezzo di terra. Ma farsi un’idea, nella cacofonia on line, sta diventando sempre più difficile. Verrebbe la tentazione di fare il solito discorso: quando non c’era la rete, la causa di tutto è la rete, è la rete che ci fa diventare così. Ma non è vero. La rete ottiene degli effetti giganteschi, ma sono pilotati dal contesto in cui si inserisce. In Italia questo abbaiarsi a vicenda opinioni irrilevanti deve essere qualcosa che si è sviluppato nel nostro carattere. Mi piacerebbe, una volta tanto, che si facesse una differenza, e che a valere qualcosa fossero le opinioni di chi ne sa qualcosa, non di tutti per tutti, in nome di una democrazia che serve solo a livellare tutto sul livello più mediocre possibile.

Leggo: i pezzi di Giovanni Fontana sul Post e di Anna Momigliano su Rivista Studio.

Day off

Questa mattina ho scritto un sacco di appunti, soprattutto sull’attacco in corso a Gaza. L’intenzione era pubblicarli, ma rileggendoli mi sembrano di nessuna utilità, a parte per me, per chiarirmi le idee. Quindi questa mattina Sidefist.org si prende giornata libera. Buona giornata.

Leggo: l’articolo sul roof-knocking, una nuova tattica militare impiegata da Israele, che ha fatto da detonatore alle mie riflessioni.

Scrittura e voce

A volte la voce di uno scrittore è riconoscibile alla perfezione, ha un suono sulla pagina che è suo e soltanto suo. Sono voci estrose, o molto particolari, che uno riuscirebbe a distinguere da altre anche se gli fosse passata una pagina a caso durante una maratona di lettura. Altri scrittori non hanno una voce così esuberante, si concentrano molto su quello che dicono e lo stile sembra essere meno spigoloso, sembra che ci facciano meno attenzione. Il che ovviamente non è così: a volte la voce di uno scrittore è tanto autorevole e personale quanto mimetica, riesce a farti scivolare sulla pagina come se nulla fosse, ma se vai a guardare bene scopri che quella voce così naturale, quello stile così fluido, in realtà è il frutto di un lavoro durissimo, che spesso non ha nulla a vedere con il talento ma ha a che fare con il leggere, rileggere e leggere ancora, e correggere e tagliare e aggiungere e cambiare.

Persino Hemingway, che ti faceva sentire come se stessi pattinando su ghiaccio, diceva che ogni prima bozza è merda. Bisogna lavorarci.

Ho parlato di voce, e non unicamente di stile, perché mi sono fatto l’idea che mentre lo stile sia qualcosa che riguarda esclusivamente i segni che metti sulla pagina, il suono che hanno quando sono letti a voce alta e il significato che assumono messi in un certo ordine, la voce comprende anche i temi di cui parla uno scrittore. La voce di Hunter Thompson è secca e rapida, e può esserlo non solo perché spesso la sua scrittura prendeva la forma di un elenco – l’apertura di Paura e delirio! – ma anche perché scriveva di politica e sport e mischiava tutto con alcool e droghe. Un cavallo lanciato al galoppo, non puoi guardare solo come muove le zampe, devi vedere dove va. Stessa cosa per Mailer: si arrota e allunga i periodi e diventa duro, costruisce le frasi in modo da fare indispettire qualsiasi insegnante di buona scrittura, eppure quando scrive cose come The White Negro o Pubblicità per me stesso o The armies of the Night senti che è nato per scrivere quella roba, sono proprio i suoi temi, selve psichiche egocentriche in cui non si può staccare molto e usare periodi brevi.

La voce viene dal coraggio, a sentire molti scrittori. Dei tre che ho citato, tutti ne hanno parlato, in modo più o meno diretto. Hemingway è quello che ne ha fatto una scuola; Mailer, non volendo essere da meno, ne faceva una questione di scrittura, di scrivere con vigore e con la giusta dose di ego; Hunter Thompson inventò il Gonzo quando smise di fare compromessi con chiunque, e decise – testuale – di alzare la voce. Tutti e tre hanno scritto dei libri onesti, ed è per questo, soprattutto, che mi piacciono. Senti che quello che scrivono non è costruito per stare bene sulla pagina o stupire qualcuno, ma perché c’è urgenza di dirlo, e non hanno trovato altro modo di dirlo che quello.

Per questo l’ultimo Hemingway, e l’ultimo Thompson, sono un pò tristi. Perché cercavano di imitare sé stessi. Erano diventati poco onesti.

Coraggio, temi, voce. Scrivere è questo. Un lungo lavoro per non lasciarsi dominare dalle parole e dalla convenzione imperante di tutti i giorni. La decisione di essere sé stessi, ogni giorno che passa.

Leggo: La sfida, di Norman Mailer.

Dramma sportivo

Dunque sono finiti i mondiali. Ammetto che mi dispiace. Il calcio non è per niente nelle mie corde, durante l’anno: troppo campionato, troppa gente che lo prende come qualcosa di più di quello che è – uno sport, un cazzo di sport. Con i mondiali invece è una specie di festa, posso guardare gente che gioca bene, non devo seguire faccende che mi annoiano a morte come i cambi di giocatori, i terremoti a livello di gestione delle squadre, i malumori per qualche gol dato o subito e tutto quello che non rientra nella categoria “ricordati che è un gioco, e nemmeno uno dei più belli”. Con i mondiali guardo gente che gioca a calcio e basta.

Il che è del tutto contraddittorio con quello che sto per dire. Dei mondiali, mi sono reso conto guardandoli, mi piace il dramma, la competizione. Lo sport, per essere davvero bello, deve mettere in scena un sacco di passione, fare da palcoscenico a delle storie. Campioni in lotta per un traguardo, che impiegano anni a prepararsi, che poi si giocano tutto in brevissimo tempo, misurandosi con sé stessi e con altri pari. L’entrata in gioco di forze che non sono solo muscolari, l’orgoglio, la resistenza, la voglia di vincere, la capacità di non mollare, la forza trovata anche nel momento in cui cadresti per terra per la stanchezza, la sopraffazione di fronte all’idea della sconfitta. Di tutto questo, se lo sport che si guarda è onesto e se gli atleti lo interpretano al meglio, ogni buona competizione è piena.

Poi la mia convinzione è che la rappresentazione più elementare, lo scheletro di questa impostazione drammatica, sia nel pugilato: due persone, armate solo delle proprie mani e della propria testa, della propria capacità di resistenza portata ai limiti. Chi dice che il pugilato sia solo una questione di picchiarsi dimostra di averlo visto solo in tv, e male per giunta, e di parlare di cose di cui non capisce niente.

Ma questa è solo una nota a margine. Quello che conta è che nello sport ci deve essere quell’elemento drammatico, per funzionare davvero. Durante questo fine settimana ho riletto “La sfida”, un lungo reportage in cui Norman Mailer in forma perfetta raccontò l’arrivo del Rumble in the Jungle, una delle più grandi competizioni del secolo scorso, un incontro di pugilato di cui chiunque ha sentito parlare. Alì contro Foreman in Zaire, una scena e dei personaggi che andavano ben oltre il pugilato, il campione istrionico che recita poesie e fa lo smargiasso prima dell’incontro, nonostante i pronostici siano tutti contro di lui, e fa politica, parla di questioni razziali, di potere dei neri, e dall’altra parte un gigante silenzioso che fa della concentrazione e dell’adesione allo stile di vita americano la sua forza, uno che sembra considerare la cultura dei neri come un accessorio noioso. Uno che fa amicizia con i poveracci del Congo e uno che si presenta con tutti i segni della dominazione belga finita da poco, entourage e tattiche completamente diversi, studi psicologici da una parte e dall’altra, l’orgoglio di due bestie addomesticate, due anime perfette per portare su di sé l’amore, l’odio, la violenza e la dolcezza di popoli interi. In mano a Mailer, questo materiale è diventato un racconto di passione umana, di energie vitali che si scontrano, di carnalità, di vita piena in esplosione violenta. Tutto quello che si chiede alla buona scrittura, e allo sport che abbia il coraggio di definirsi tale.

Appunto. Ci dovrebbe essere tutto questo, nello sport, e molto spesso sono riuscito a vederlo nei mondiali appena finiti. Non ci riesco mai, invece, con il calcio di club. Nel teatro sportivo, il calcio di club mi sembra una di quelle rappresentazioni fatte da attori stanchi, su testi vecchi, con modi di stare sul palco e passioni ormai del tutto cancellate da anni di ripetizioni. Un teatrino, più che un dramma.

 

O magari mi sbaglio, e anch’io cado nell’errore di guardare una storia solo da una parte. Magari il calcio è sempre pieno. Ma serve che qualcuno me lo dimostri, a questo punto.

Guardo: Rumble in the Jungle, direttamente da una notte di Kinshasa.

Rifarsi un ruolo

Sto ancora leggendo il bel libro di Evgeny Morozov, l’Ingenuità della Rete, che analizza l’idea diffusa in questo primo quarto di secolo secondo cui basterebbe fornire accesso a internet a popolazioni che non ne hanno per innalzare la domanda di democrazia e provocare il crollo dell’autoritarismo. Questa idea da tecnoentusiasti è data tanto per scontata che non viene quasi mai messa in discussione, e come ogni cosa che sembra ovvia non ci si dà quasi mai il disturbo di capire quali fattori, culturali e politici, l’abbiano partorita. Morozov invece lo fa, e ne rintraccia l’origine in una scimmiottatura delle politiche della Guerra Fredda, quando, secondo la vulgata, bastarono le fotocopiatrici e le radio finanziate da Reagan per fare crollare il comunismo. O fu il veccho Woytila a farlo crollare? Cambiano gli idoli tirati in ballo di volta in volta, ma guarda caso non si analizzano mai le condizioni strutturali che hanno portato al crollo sovietico.

Questo lascito della guerra fredda, la difficoltà a staccarsene, sta causando anche un altro blocco mentale, più grande e meno visibile, secondo me. Dopo il crollo del comunismo tutte le democrazie occidentali hanno dichiarato vittoria e si sono sedute, rinunciando a fare quello che avevano fatto, più o meno bene, fino a quel momento. Dalla fine degli anni novanta, in pratica, non si parla più di diffondere la democrazia. E quando se n’è parlato, lo si è fatto in modi, tempi e linguaggi che di democratico non avevano nulla. L’aria generale che tira insomma è di rinuncia al proprio ruolo, di arretramento di fronte alle uniche regole del capitalismo – che, come si sa, HA VINTO, e dunque non può più essere messo in discussione.

“Proprio ruolo” ovviamente non significa quel pastrocchio simil-fascista dei primi anni 2000, quando in nome del ruolo civilizzatore dell’uomo bianco si bombardava la gente. Questa cosa succede ancora, ma non possiamo permetterlo, le occupazioni militari a fini di sfruttamento dovrebbero essere chiamate con il loro nome, non democrazia.

Siamo di fronte a un corto circuito su cui bisognerebbe riflettere con molta attenzione. La vittoria del capitalismo ha dato mano libera alla speculazione, che ha travolto la stessa democrazia smantellandone le poche garanzie accumulate in decenni. Molto spesso sono gli stati autoritari ad andare bene al capitale. Ma i democratici, chi avrebbe dovuto resistere a tutto questo, sembrano essere stanchi, come se assistere al trionfo di questo post-tototalitarismo fosse inevitabile. In altri casi, altrettanto tristi, si è provato a fare resistenza, ma con gli stessi linguaggi vecchi di quarant’anni fa, facilissimi da disinnescare.

Le nostre società, e le nostre psicologie, sembrano meno libere oggi di quanto non lo fossero all’inizio degli anni ottanta. Ci siamo tutti arresi a subire le ingiustizie e tenere la testa bassa? Dovremmo attivare processi generali che ci conducano ad avere più libertà, e non meno, come sta accadendo oggi. Una riflessione sul ruolo e sui modi della democrazia nelle nostre vite si impone, così come ancora, secondo me, non è stato studiato a dovere il nuovo totalitarismo dalla faccia scema e dai modi brutali che ci troviamo di fronte. La domanda a cui si dovrebbe rispondere è, soprattutto: come si è arrivati a trasformare semplici gesti che compiamo nella vita di tutti i giorni in meccanismi di sorveglianza e controllo?

Leggo: ancora Evgeny Morozov, l’Ingenuità della Rete.

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