Murales parlanti

photocrati gallery

Quando andrete via da Orgosolo, avevo letto, avrete gli occhi stanchi. Dallo stesso momento in cui arriverete, sarà una stimolazione continua, un continuo inseguirvi di colori e messaggi.

Quest’estate mi trovavo nella zona di Orgosolo, ed ho deciso, su suggerimento della mia ragazza, di andare a visitare il paese della Barbagia. Prima di allora non ne avevo mai sentito parlare, e credo sia anche per questo che ci sono andato abbastanza tranquillo: ho scoperto in seguito che Orgosolo ha una cattiva fama (non so quanto meritata, oggi), per quel che riguarda il banditismo e la criminalità, ed ogni volta che dicevo a qualche sardo di essere stato a Orgosolo, quello sbarrava gli occhi, chiedendomi che cosa ci fossi andato a fare, di grazia. La risposta a vedere i murales spesso non era soddisfacente. Ma questo l’ho capito da subito, dal momento stesso in cui ho messo piede in paese. Orgosolo ha l’aspetto, e la fama, di quella che una volta era Corleone per i Siciliani. Le due situazioni sono imparagonabili, ovviamente, per tanti motivi. Ma non per la reazione che suscita l’idea di una visita nei corregionali.

Quando sono arrivato il panorama era quello, a cui sono abituato – fin troppo – di una città della profonda provincia italiana. Le case senza prospetto, il silenzio, la dimensione ristretta che si annuncia fin da subito dallo sguardo delle persone sedute al bar. Il panorama qui è nobile, impervio e duro, il Supramonte si staglia come un bastione, e Orgosolo riflette bene tutte queste caratteristiche. In più, qui ci sono i segni, diventati comuni – troppo – in Italia, dell’eccessiva separazione della provincia rispetto al resto del paese. Scarsa pianificazione urbanistica, e un generale livellamento verso il basso dell’economia, testimoniato dalla scarsità di iniziative pubblicizzate. I segni di una stagnazione, per chi vuole coglierli, ci sono tutti.

Ma prima ancora di vedere tutto questo, il paese si annuncia attraverso i suoi murales. Tanti, più di 150 secondo qualche scrittore della zona, e di argomenti politico – sociali. Passeggiando per le vie di Orgosolo, si ha l’impressione di fare un ripasso della storia recente, italiana e mondiale, sotto forma di pittura murale. Un ripasso che può avere percorsi imprevedibili e del tutto personali, tanti quanti sono i modi di percorrere le vie del paese. Può capitare di trovare Guernica accanto alle due torri gemelle, e poi di passare accanto a Neruda, a Carlo Giuliani, ed approdare a un ritratto di un bandito, per poi tornare all’occupazione delle terre in Sardegna, o al rispetto dell’ambiente. Sembra esserci un termometro sensibile, a Orgosolo, per i fatti che rimangono impressi nella memoria pubblica.

Camminando per le vie del paese, si ha spesso l’impressione di essere finiti in una grossa contraddizione. Il panorama somiglia molto, come ho detto, a quello di tante province italiane. Cemento grezzo, silenzi eloquenti quando passeggi per strada. Eppure, proprio questo luogo produce una delle forme più belle di muralismo e di espressione (secondo me, autenticamente popolare) che abbia mai visto in Italia. Un movimento di murales è qualcosa che ci si aspetta in qualche quartiere di una grande città, in una zona di Berlino per esempio, in cui è facile trovare gente in grado di esprimersi in questo modo, e dove si può anche trovare il giusto ambiente per esprimersi. Invece, a Orgosolo il sentimento comune ha scelto di esprimersi attraverso le immagini, pitture disegnate sui muri del paese, che in questo modo si assume, per così dire, la responsabilità di quello che il murales esprime. Il murale viene realizzato da un artista (previo un accordo con il proprietario del muro), ma poi è tutto il paese ad “adottarlo”.

Un ripasso di storia e idee importanti. E’ istruttivo che i muralisti di Orgosolo abbiano scelto proprio le immagini, per raccontarlo. Come se fossero consapevoli che le immagini sono un modo più efficace delle parole e di ogni altro discorso, per sintetizzare il senso comune degli orgolesi. Le immagini compaiono sul muro, e in quel modo prese di posizione, opinioni e proclami parolai fanno un passo indietro. Le immagini diventano rappresentanti di ogni orgolese.

Si va via da Orgosolo con la sensazione di avere la testa piena, satura, in un continuo rimando tra i murales e le situazioni reali che li hanno ispirati. Ammiro molto questa città che ha trovato questo modo, silenzioso ma fiero e incisivo, di comunicare il proprio modo di pensare. Ci ricorda che il dialogo non è mai qualcosa di codificato in formule, scritto nella pietra, e che in qualsiasi momento possono nascere modi imprevedibili di espressione popolare.

Improvvisazione, Rob Gonsalves

Sono ancora in Sicilia, per lavorare al mio progetto sulla costa del sud. Essendo ancora proprio agli inizi del progetto, ho stilato una lista di cose che sono curioso di fotografare, per avere qualcosa che mi spinga a uscire fuori di casa. Poi, cerco di lasciare aperto il flusso, cercando di non farmi condizionare troppo dalla lista stessa, e di fotografare le cose che mi colpiscono.

Qualche giorno fa, per esempio, ho visto una barca a vela tirata in secca, su una spiaggia, e anche se non era nella lista l’ho fotografata. Soprattutto perché dietro si muoveva un cagnolino, che ha attraversato tutta la spiaggia, e il mare stava cominciando a diventare burrascoso. Insomma, a un certo punto le cose hanno cominciato a incastrarsi. Di fatto, di fronte a me stavano succedendo un mucchio di cose, ma dubito che qualcuno senza una macchina fotografica lo avrebbe capito.  C’era un cane che passeggiava, delle nuvole, una barca, ed è stato l’occhio, con la macchina fotografica, a metterle insieme.

Cose come queste, l’improvvisazione che ti porta a scoprire cose che non avevi neanche immaginato, o la costruzione di fatti, eventi e caratteri dentro la fotocamera, succedono di continuo quando fotografi. E’ come se a un certo punto le cose si allineassero, per una combinazione di caso e volontà di forzarlo (se non fossi uscito di casa a fotografare, e se non avessi scelto di andare in spiaggia mentre ci sono le nuvole, non avrei visto nulla). Ne hanno già parlato diversi fotografi e critici, ben più autorevoli di me. Su tutti, Robert Frank, il cui “The Americans” è interamente basato su richiami di questo tipo, le quali rendono il suo lavoro molto più di tipo poetico e musicale, che di reportage in senso stretto. Dopo averlo letto tante volte sto cercando di sperimentarlo anch’io.

E’ interessante vedere come questo genere di concordanze nate dall’improvvisazione vengano gestite in un linguaggio visivo diverso, quello della pittura. In questo caso si ha poco modo di fermare l’attimo, di collimare le cose su un vetrino o una tela; se non altro, per una questione di rapidità di esecuzione, che, per quanto possa essere veloce un pittore, non potrà mai eguagliare quella di una fotografia. Al contrario, credo che il pittore abbia molte più cose da mettere contemporaneamente sulla tela: non c’è bisogno che tutto sia presente fisicamente di fronte a lui.

Ho pensato a tutto questo osservando le opere di Rob Gonsalves, pittore canadese dal tocco magico, che alcuni hanno paragonato a M.C. Escher. Può darsi: i temi, i giochi con la prospettiva, lo ricordano molto. Però, dove Escher sembrava più concentrato sull’aspetto matematico dei suoi lavori, Gonsalves privilegia di più quello onirico – magico. Il linguaggio è simile, ma il mondo che descrive mi sembra del tutto diverso. Soprattutto, Gonsalves sembra usare, e parecchio, quel genere di improvvisazione controllata di cui parlavo prima. Il pittore canadese fa succedere delle cose, non mettendo delle azioni nei suoi quadri, ma semplicemente giustapponendo immagini e concetti:

[singlepic id=248 w=420 h=340 float=]

Il vento che danza, reso attraverso una modulazione tra le tende e i danzatori. Notevole, no?

Altre volte, la giustapposizione era lì, presente nelle menti di tutti, e Gonsalves si limita a renderla visibile:

[singlepic id=247 w=420 h=340 float=]

Ma le mie preferite sono quelle in cui le sfasature prospettiche sembrano fare il verso a certi giochi a che il linguaggio fotografico usa molto spesso. Ci sono le differenze di grandezza tra soggetto e sfondo, l’esibizione della tecnica con cui si rende la profondità in una superficie piana, e le immagini dentro le immagini che descrivono il soggetto:

[singlepic id=245 w=420 h=340 float=]

[singlepic id=244 w=420 h=340 float=]

[singlepic id=243 w=420 h=340 float=]

Mi piace tantissimo l’idea di descrivere ogni ruolo sociale attraverso l’architettura di cui di solito si serve, e mi sembra anche parecchio ironico il mostrare in questo modo la burocratizzazione estrema di certe funzioni essenziali della società. Non solo, ma questa ironia si realizza proprio in questo gioco di immagine nell’immagine, per cui non si sa più chi rappresenta cosa, e chi è inghiottito da cosa…..

[singlepic id=246 w=420 h=340 float=]

In questo caso, l’autoreferenzialità è portata all’estremo: il puzzle è completato da sé stesso, il soggetto dell’immagine è completato da altri pezzi della stessa immagine. Il riferirsi a sé stesse delle immagini di Gonsalves mi fa tornare all’improvvisazione che fa costruire eventi solo e unicamente dentro la fotocamera. In un certo senso, foto di questo genere sono sempre autoreferenziali, dato che rimandano ad una realtà che è solo, ed esclusivamente, fotografica, che si può trovare solo in quella o in altre foto. Ma spesso questa autoreferenzialità è meno esibita, più mimetica, di quella dei quadri di Gonsalves. A volte (come nel caso delle classiche foto in cui si fa finta di sostenere la torre di Pisa) viene fuori più chiaramente. Ma è come se fosse molto più difficile farla emergere, visto che, apparentemente, è tutto normale. C’è una strana ritrosia, da parte della fotografia, a parlare direttamente di sé stessa. Forse è per questo che un sacco di fotografi hanno passato la vita a farsi autoritratti: non volevano descrivere sé stessi, volevano descrivere come la fotografia li cambiava.

Tutta questa autoreferenzialità e questo guardarsi l’ombelico, comunque, mi ha fatto venire voglia di leggerezza. Mi sa che il prossimo lavoro che farò lo farò in Australia, sul surf.

(credit per tutte le immagini: Rob Gonsalves. Una galleria completa dei suoi lavori può essere vista QUI)

Francesca Woodman

Milano è piena di mostre interessanti, in questo periodo. E se uno ci si trova di passaggio, è d’obbligo andarci, anche per respirare un pò. Sono andato a vedere Francesca Woodman a Palazzo della Ragione, giorni fa. Mostra che, questa volta, è stata allestita meglio di quella di McCurry nello stesso luogo, in cui si finiva a vagare in questa foresta di cavi e fotografie, senza avere esattamente un’idea dell’ordine di lettura suggerito. E’ importante avere un ordine di lettura a una mostra: se no, come posso dire di guardare le foto a casaccio?

Come la volta precedente, neanche questa volta conoscevo tanto dell’opera della Woodman. Sta diventando una specie di abitudine, questa di andare alle mostre senza sapere nulla, o quasi, di quello che sto andando a vedere, e nemmeno mi sembra malaccio: le uso per imparare. In realtà sulla Woodman avevo letto qualche saggio (soprattutto nel libro, fondamentale, di David Levi Strauss), visto qualche foto sparsa, ma non avevo mai affrontato in modo approfondito la sua opera. Mi ha molto colpito la coerenza della fotografa, considerando, tra l’altro, l’età in cui si è svolta la sua attività. Dai tredici ai ventidue anni. Una coerenza che è innanzitutto di temi: il proprio corpo, la propria identità, la definizione di sé stessa e degli altri in relazione al mondo, alle cose. E, poi, anche formale: bianchi e neri in formato quadrato, stampati sempre molto scuri.

L’identità, dicevo. Sono state spese un sacco di parole su Francesca Woodman e su questa sua ricerca, quasi ossessiva, di un’identità. Ricerca che era fotografica, e che tirava in ballo anche il mezzo fotografico. Guardando le foto della Woodman, infatti, si ha la certezza che rifiutasse la definizione normale di autoritratto, e che fosse in cerca di altri modi di definirsi. Nelle sue foto, in cui lei praticamente sempre era la modella, si vede molto raramente il suo viso, di solito sfuocato o tagliato via o coperto. Molto più frequente è il suo corpo nudo, che vaga nel fotogramma in cerca di un riferimento, di un’interazione con l’ambiente e con la stessa macchina fotografica. Una cosa che colpisce, infatti, è che la Woodman rende sempre molto chiaro che l’interazione è anche con il mezzo fotografico, con il suo sguardo, con lo sguardo di un osservatore. In questo modo, la ricerca della Woodman diventa una ricerca di sé stessa, agli occhi di sé stessa. La definizione di sé che passa dal contatto con l’ambiente.

Tutto questo emerge gradualmente guardando le foto in esposizione a Milano. In cui la Woodman fa uso abbondante di segni che riguardano l’identità (la cancellazione del viso, ma anche la riflessione negli specchi, l’apparizione di parti selettive del corpo, i vetri). La cosa più interessante, però, è vedere che la Woodman sembra avere elaborato un codice molto preciso, per parlare di sé e del suo corpo. Quando è nuda e vaga in una stanza, senza interagire con nulla che non sia il pavimento, di solito il corpo, o sue parti, sono sfuocate, come se l’assenza di riferimenti rendesse difficile la propria autodefinizione, anche di fronte alla macchina fotografica. Quando invece entra in gioco qualcosa, le cose si fanno più chiare. E questo qualcosa può essere semplicemente lo spazio (o i suoi limiti, come detto dalla Woodman stessa, in una citazione riprodotta all’interno della mostra), o altre cose, imposte dalla società (vestiti, oggetti che definiscono normalmente l’identità femminile come lingerie intime, scarpe ecc…).

In questi casi, la Woodman è sempre fissa e a fuoco nel fotogramma. Ma è come se si fosse perso qualcosa, nell’atto di rendere la propria identità più chiara. Come se l’identità, nel definirsi, si fosse ridotta, piegata a essere qualcosa che non vuole essere. Altre volte, Woodman gioca con il concetto stesso di identità che si definisce fotograficamente: mi riferisco, soprattutto, alla foto in cui si vedono tre donne nude, tutte e tre con il viso nascosto da una fotografia con il volto della stessa Woodman. Solo una delle tre ha le scarpe, e basta quel segno per differenziarla dalle altre. Suppongo, per aver visto le stesse scarpe in altre fotografie, che quella fosse la vera Woodman. Ma dopo un pò è difficile raccapezzarsi in tutto questo gioco di rimandi a sé e alla definizione, e non si capisce più quale sia la “vera Woodman”: quella che mostra il viso, quella sfuocata, quella nella foto, quella che fa le foto? Forse non lo sapeva neanche lei, ed è proprio in questo il nocciolo della sua ricerca.

Ricerca continua, profonda, coerente. Un lavoro che è difficile trovare in fotografi ben più maturi, figurarsi in una ragazzina. Ma, a dirla tutta, a me questo modo di fotografare non piace. Non perché non ne riconosca il valore. Ma perché sono convinto, e l’ho detto altre volte, che buona fotografia, buoni corpi di lavoro, siano al tempo stesso rivolti a guardarsi dentro, e a guardare al di fuori di sé. Per tornare alla vecchia metafora di Szarkowski, esistono lavori che usano la fotografia come specchio, che guardano dentro di sé e riflettono sul proprio mondo interiore, e altri che la usano come finestra sul mondo, per descriverne certi aspetti o la sua complessità. Per me questa distinzione è utile a riconoscere le buone storie fotografiche, che sono al tempo stesso sia finestre che specchi. Nel caso della Woodman, pur nella complessità che riconosco, mi sembra che ci sia un ossessivo lavoro su di sé, e poca attenzione a quello che succede intorno. Il che, per carità, posso capirlo, in una adolescente. Ma resta da chiedersi, allora, che cosa avrebbe potuto fare, con il suo incredibile talento, quando fosse cresciuta.

La mostra è ancora aperta fino al 24 ottobre, al palazzo della Ragione, Milano.

Vivere (ovunque)

Non è solo in Italia che si è obbligati a spostarsi nella grande città. Per poi spostarsi di nuovo per lavorare sul serio:

I am a Minnesotan. Writers are allowed to live where they live. But there’s something about being an artist that historically meant you had to move to New York. It’s really stupid, if you think about it. Because the subject matter, presumably, exists out there. And all these photographers that I know in New York can’t photograph in New York, and they go other places to photograph. I am of this place. It drives me crazy, and I fantasize about living other places, but New York is not one of them. I am interested in regional art in that there are these little regional differences to things that are quite interesting.

Alec Soth, via Walkerart Blog.

Internet Creativa

Mi piace vivere questi tempi. Nonostante siano duri e difficili e il futuro sia abbastanza incerto (ma quando, esattamente, il futuro è stato certo e tranquillo?), stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti radicali e di progresso. Un’epoca che è interessante vivere e respirare (e di cui mi piacerebbe essere l’umile testimone).

Per esempio, è di ieri la notizia secondo cui Google avrebbe inventato l’automobile automatica, che si muove da sola nel traffico, capisce quando evitare un incidente, e, immagino, suggerisce la strada migliore in base alle condizioni di traffico. Cose che si erano solo lette nei libri di fantascienza, e viste in qualche film, ora potrebbero diventare realtà nel giro di pochi anni.

Questa mattina ho ricevuto un link. E’ una presentazione di Google intitolata The Creative Internet, in cui vengono mostrati tutti i cambiamenti più interessanti nella cultura odierna (o, quantomeno, i tentativi più interessanti di cambiamento). Cambiamenti guidati da internet, o che nella rete trovano il loro sbocco. Prendetevi del tempo per fare caricare le slides (sono cariche di video e foto) ed esploratele con calma. C’è molta roba, e molto interessante a volte. Per esempio, i video di Pes, tutta la sezione sul Data Journalism, i video che uniscono Stop Motion e Light Painting, il sito BBC che rapporta le grandezze dei fatti del mondo ad altre zone geografiche (per esempio: che sarebbe successo se il disastro del golfo fosse avvenuto in mediterraneo?), il racconto – Mongoliad – che Neal Stephenson sta scrivendo con una comunità on line…..

Il mio preferito? Lo User-Generated Star Wars, Star Wars Uncut. Mi ha messo voglia di fabbricarmi una stanza – Millenium Falcon.

Fotografi e artisti/3

Ancora sul tema di cui ho parlato negli ultimi due post. C’è un intervento interessante di Michele Smargiassi a proposito dell’aiutino vergognoso: la fotografia, agli inizi, non fu per niente accettata dalla comunità artistica, e ci furono diverse reazioni. Conoscevo quella, famosa, di Baudelaire, che rimproverava alla fotografia di essere una sorta di ripiego per artisti incapaci. Ma non conoscevo altre sfumature: chi passò dalla parte del “nemico”, o chi, addirittura, distruggeva la fotografia da cui si era ispirato per fare un ritratto.

Se non altro, quello era un periodo in cui si avevano idee chiare. La fotografia era bassa, popolare, artigiana. E, quindi, non artistica, garantito al cento per cento.

Il post di Smargiassi si trova QUI.

Ancora su artisti e fotografi….

Sempre a proposito del tema che ho affrontato ieri, della definizione di artisti e fotografi. Leggo da Conscientious:

A photographer might take photographs of her children to talk about her family. An artist takes photographs of her children to talk about the human condition. A photographer might take photographs of a particular region to portray it, mostly for the sake of the people living there. An artist takes photographs of a particular region to ultimately produce images of no particular region other than the one that we all share, regardless where we live. A photographer might stick to that tried, old method and produce the same photographs, using the same style, for many years. An artist will not shy away from experimentation – and the potential of astounding success, at the risk of sometimes even more astounding failure.

Sembra che, da un lato, confermi quello che sostenevo ieri: il fotografo è uno che si limita a usare una tecnica per riprodurre il reale, magari nel modo più bello possibile, ma senza dirci di più sulla natura di questo reale; l’artista fa altro, parla di sé e di noi come genere umano, ci e si mette davanti allo specchio. Ma Colberg aggiunge qualcosa di interessante, accennando al fatto che i fotografi si accontenterebbero di riprodurre uno stile collaudato, mentre gli artisti si accollerebbero più rischi creativi.

Per me questo post solleva più domande di quelle che risolve. Se essere fotografi significa padroneggiare la tecnica e ripetere un certo stile in modo pedissequo, allora in un certo qual modo sono fotografi tutti i fotoamatori armati di buona volontà, teleobiettivi esagerati e conoscenze tecniche eccellenti (migliori, a volte, di chi è un professionista – qualunque cosa questa parola voglia dire)? E se essi lo sono, come si differenziano da fotogiornalisti, fotografi di architettura o ritrattisti che si guadagnano da vivere in questo modo? Si torna da capo: basta un insieme di conoscenze tecniche e/o economiche, per essere fotografi? E quando queste conoscenze evolvono verso l’arte?

Immettere titolo qui

Come ogni mattina, scendo a prendere il giornale. Lo so, sono una specie di dinosauro, non ho ancora fatto trent’anni e già mi attacco a questo feticcio cartaceo, pieno di notizie già vecchie, e che quanto prima scomparirà a causa della crisi. Ma il giornale è ancora l’unica tecnologia che, senza bisogno di fili, collegamenti, attesa per caricare il sistema operativo, e ricerca su Google, mi dà un quadro chiaro di quello che succede in Italia e, soprattutto, nella città.

A dire il vero, la vera ragione per comprare il giornale, per ora, è questa: una serie di notizie locali, e l’agenda. Tutte cose che a cercare su internet ci sono, ma sparse nel purgatorio dei siti di livello locale. E io non ho voglia di cercare per un quarto d’ora se ci sono mostre interessanti. Mi faccio una prima idea con il cartaceo. E l’idea che mi sono fatto, questa mattina, è che c’è una certa confusione con i termini.

Prendiamo, per esempio, una mostra fotografica. Quand’è che l’autore deve essere chiamato “artista”, e quando “fotografo”? Sembra, a una osservazione empirica, che il titolo di artista valga di più di quello di fotografo: i giornalisti usano artista quando vogliono dipingere un personaggio un pò strambo che fa della Ricerca su concetti alti. Una cosa intellettuale, una specie di libro, ma fatto con le fotografie. In questo caso, l’Autore è avvicinato di più al Pittore, l’Artista per antonomasia, che crea a partire da un’idea che ha dentro di se, e la rende visibile. La fotografia come specchio, per riprendere la metafora usata da John Szarkowski nella sua mostra Mirrors and windows. Un modo per riflettere la propria identità e la propria psicologia, e scavarci dentro.

Il termine fotografo, invece, sembra essere più utilizzato con finalità alchemico/artigianali. Il fotografo è quello che, per qualche motivo, sa usare meglio della media macchine, pellicole e luci, e che combina tutti questi ingredienti per farci vedere delle cose, belle, brutte o strane. L’autore è quindi uno come noi, che non fa altro che rendere visibili delle cose che già ci sono. La fotografia usata come finestra sul mondo che ci circonda, come punto di osservazione, più o meno oggettivo, su una realtà misurabile. Anche se secondo me in ogni fotografia ci sono aspetti dell’uno e dell’altro modo di intendere il mezzo (specchio e finestra), i giornali, in quanto rappresentanti di un senso comune più largo, tendono a considerare, e nominare, come artistico e alto ciò che mette mano sulla realtà, e come artigianale ciò che si “limita” a prenderne atto.

Non che le cose siano così semplici. Mi è capitato più di una volta di sentirmi chiamare “fotografo”, e sempre per un motivo diverso. E sempre più di una volta mi è capitato che il titolo di fotografo mi fosse negato, sempre per i motivi più diversi. Ad esempio, quella volta che mi hanno proposto di partecipare a una mostra amatoriale, riservata a non professionisti. Ho fatto notare che quella clausola mi impediva di partecipare, e mi è stato risposto “perché, tu già ti senti professionista?” Ho dovuto rispondere che la maggior parte del mio tempo e delle mie risorse sono dedicate sempre a realizzare fotografie, e che i miei unici introiti arrivano da questa attività. Dunque, non so se ci si debba sentire o meno professionali, ma in quella condizione credo che si, si sia un fotografo.

Altre volte, mi si chiamava fotografo perché maneggiavo macchine più grandi della media. Altre ancora, ero un fotografo perché parlavo di fotografia e cultura dell’immagine. Insomma, ci sono delle idee un pò confuse, e non solo nei giornali. Pare che essere un fotografo dipenda, di volta in volta, dal sapere utilizzare attrezzature complicate, da un fatto economico, o dall’essere incasellati in figure professionali precise (il fotoreporter, il paparazzo, e così via). Mentre sull’essere artisti ci sono altre idee in merito, ma ho l’impressione che siano idee che tendono a escludere i motivi per cui si è fotografi. Per dire, ricordo un’intervista a Berengo Gardin in cui il maestro escludeva categoricamente di essere un artista, ma di essere un umile fotografo: i veri artisti, diceva, sono i suoi soggetti, che si sono disposti in un certo modo. Lui si è limitato a fare scattare l’otturatore.

Quand’è, allora, che ci si può definire fotografi, e quando artisti? E’ davvero così netta, la distinzione? E se lo è, per quali motivi e quali linee di demarcazione? Non sono responsabili anche i fotografi per questa confusione? Essere fotografi significa mettere insieme una serie di pratiche, economiche e tecniche, o si va anche oltre?