Dramma sportivo

Dunque sono finiti i mondiali. Ammetto che mi dispiace. Il calcio non è per niente nelle mie corde, durante l’anno: troppo campionato, troppa gente che lo prende come qualcosa di più di quello che è – uno sport, un cazzo di sport. Con i mondiali invece è una specie di festa, posso guardare gente che gioca bene, non devo seguire faccende che mi annoiano a morte come i cambi di giocatori, i terremoti a livello di gestione delle squadre, i malumori per qualche gol dato o subito e tutto quello che non rientra nella categoria “ricordati che è un gioco, e nemmeno uno dei più belli”. Con i mondiali guardo gente che gioca a calcio e basta.

Il che è del tutto contraddittorio con quello che sto per dire. Dei mondiali, mi sono reso conto guardandoli, mi piace il dramma, la competizione. Lo sport, per essere davvero bello, deve mettere in scena un sacco di passione, fare da palcoscenico a delle storie. Campioni in lotta per un traguardo, che impiegano anni a prepararsi, che poi si giocano tutto in brevissimo tempo, misurandosi con sé stessi e con altri pari. L’entrata in gioco di forze che non sono solo muscolari, l’orgoglio, la resistenza, la voglia di vincere, la capacità di non mollare, la forza trovata anche nel momento in cui cadresti per terra per la stanchezza, la sopraffazione di fronte all’idea della sconfitta. Di tutto questo, se lo sport che si guarda è onesto e se gli atleti lo interpretano al meglio, ogni buona competizione è piena.

Poi la mia convinzione è che la rappresentazione più elementare, lo scheletro di questa impostazione drammatica, sia nel pugilato: due persone, armate solo delle proprie mani e della propria testa, della propria capacità di resistenza portata ai limiti. Chi dice che il pugilato sia solo una questione di picchiarsi dimostra di averlo visto solo in tv, e male per giunta, e di parlare di cose di cui non capisce niente.

Ma questa è solo una nota a margine. Quello che conta è che nello sport ci deve essere quell’elemento drammatico, per funzionare davvero. Durante questo fine settimana ho riletto “La sfida”, un lungo reportage in cui Norman Mailer in forma perfetta raccontò l’arrivo del Rumble in the Jungle, una delle più grandi competizioni del secolo scorso, un incontro di pugilato di cui chiunque ha sentito parlare. Alì contro Foreman in Zaire, una scena e dei personaggi che andavano ben oltre il pugilato, il campione istrionico che recita poesie e fa lo smargiasso prima dell’incontro, nonostante i pronostici siano tutti contro di lui, e fa politica, parla di questioni razziali, di potere dei neri, e dall’altra parte un gigante silenzioso che fa della concentrazione e dell’adesione allo stile di vita americano la sua forza, uno che sembra considerare la cultura dei neri come un accessorio noioso. Uno che fa amicizia con i poveracci del Congo e uno che si presenta con tutti i segni della dominazione belga finita da poco, entourage e tattiche completamente diversi, studi psicologici da una parte e dall’altra, l’orgoglio di due bestie addomesticate, due anime perfette per portare su di sé l’amore, l’odio, la violenza e la dolcezza di popoli interi. In mano a Mailer, questo materiale è diventato un racconto di passione umana, di energie vitali che si scontrano, di carnalità, di vita piena in esplosione violenta. Tutto quello che si chiede alla buona scrittura, e allo sport che abbia il coraggio di definirsi tale.

Appunto. Ci dovrebbe essere tutto questo, nello sport, e molto spesso sono riuscito a vederlo nei mondiali appena finiti. Non ci riesco mai, invece, con il calcio di club. Nel teatro sportivo, il calcio di club mi sembra una di quelle rappresentazioni fatte da attori stanchi, su testi vecchi, con modi di stare sul palco e passioni ormai del tutto cancellate da anni di ripetizioni. Un teatrino, più che un dramma.

 

O magari mi sbaglio, e anch’io cado nell’errore di guardare una storia solo da una parte. Magari il calcio è sempre pieno. Ma serve che qualcuno me lo dimostri, a questo punto.

Guardo: Rumble in the Jungle, direttamente da una notte di Kinshasa.

KO da noia

Apro youtube, e nella colonna dei video suggeriti trovo questi highlights di Vitali “Dr. Ironfist” Klitschko vs Derek “testa di cazzo” Chisora. Non avevo mai visto quel match, e non ho mai caricato un video su un blog, quindi eccolo qua. Ho appena imparato a fare una cosa che un ragazzino di 15 anni faceva prima del periodo – pippe.

Primo pensiero: meno male che sono degli highlights. Un combattimento intero con quel ritmo non lo avrei sopportato, sarei stato steso dalla noia dopo i primi tre round. Tanto, qualsiasi incontro in cui sia coinvolto un Klitschko finisce con una sua vittoria. In questo modo però mi sono reso conto di stare girando le spalle a tutto quello che nel senso comune – oh, i mitici uomini e donne medi, quelli per cui la boxe è violenta ma che sport è? – fa di un match di boxe un Bell’Incontro della Nobile Arte: legnate, tensione personale, colpi da KO. In Klitschko vs Chisora c’era tutto questo. Com’è che persino l’highlight annoiava a morte, allora?

Il fatto è che non ho ancora capito se mi piace o no la boxe di Klitschko. Lasciamo stare quella di suo fratello Wladimir, la prova che i robot si sono già infiltrati tra noi (incontro tipico di Wladimir Klitschko: jab jab diretto jab, jab montante gancio jab, jab diretto gancio, jab jab diretto gancio montante jab, jab diretto CLAMOROSO! KO!) (Yaaaaawn). No, Vitali in questo è sempre stato più umano, si prende i suoi colpi, li dà belli pesanti. Ecco, magari cambierei quella guardia, ma non perché penso di capirne. Da spettatore sono convinto che con i pugni più alti ne darebbe di più coreografici, e mi divertirei di più. Il punto con Klitschko è che tutto in lui sovrasta talmente tanto gli avversari da rendere il KO o la vittoria finale ai punti una formalità. Klitschko arriva ed è più figo a dare i colpi, a prenderli sul suo corpo da montagna, a non perdere la calma quando le cose si mettono male, a puntare l’avversario con gli occhi di un cecchino e fregarlo quando si scopre. Niente schivate, niente messe alle corde, niente movimento, come se stesse combattendo contro un sacco.

Nei Klitschko-trituramenti non c’è dramma, non ce n’è mai. Sono sicuro che Sun Tzu se la ride, da qualche parte, perché Vitali Klitschko è una delle dimostrazioni più pure delle tesi dell’Arte della Guerra: vince prima ancora di combattere, a quando sale sul ring dà sempre l’impressione di mettere il minimo necessario di energie per arrivare al risultato. Ma la boxe non è solo risultato, né solo KO. Se lo fosse, qualsiasi combattimento da KO sarebbe stupendo. Quello che invece fa di un incontro un gran bell’incontro è il dramma, l’innesco di situazioni e la loro risoluzione immediata da parte di uomini messi sotto pressione dalla minaccia fisica, attraverso qualità che hanno poco a che fare con i pugni. Coraggio, volontà. O, se vi sembrano termini tabù (bella furbata da parte di alcuni, aver regalato alla fascisteria l’uso di questi concetti), lo scatto d’orgoglio, la competizione, l’energia raschiata dal fondo del barile che ci consente di superare i nostri limiti.

La boxe è bella, quando lo è, per questo. È la rappresentazione di uno dei conflitti più puri che ci possano essere, della paura e della vittoria, e incanala quel conflitto in modo sportivo. Vincere non basta: bisogna interpretare il dramma, essere degli attori con una storia da vivere. Altrimenti, diventa tiro al bersaglio.

Va bene, sarà anche perché da poco ho rivisto Pacquiao – Marquez IV, in tre round sono partiti tanti colpi quanti ne hanno dati i due Klitschko in tutta la carriera. E, in generale, preferisco i welter, molto più movimentati dei pesi massimi. Ma cavolo, una volta anche i massimi erano delle garanzie di spettacolo. Nell’incontro con Klitschko l’unico spettacolo è arrivato da Chisora, e fuori dal ring, con una lunga serie di momenti WTF. Auguri, se vuole mettersi sulla strada di Tyson: durante la pesata si è presentato con una bandana a bandiera inglese e ha schiaffeggiato Klitschko. Salito sul ring, sputa al fratello. Presa la sua dose di legnate, va a mettersi di fronte al vincitore con atteggiamento di sfida, come se non si fossero affrontati e non avesse perso per decisione unanime. Durante la conferenza stampa, inizia a litigare con Haye, altro noto gentiluomo della boxe inglese, che lo insulta fino a farlo alzare e fare a pugni. Davvero: dal dramma alla farsa.

Lo stesso Klitschko, per continuare sulla sua linea, ha praticamente smesso di combattere, ed ha annunciato di recente che si candiderà alla presidenza dell’Ucraina. Magari in parlamento avrà qualche botta in più da dare.