Tag Archives: Citazioni

La finestra sul cortile

Non è una sensazione solo mia, allora:

la fotografia giornalistica continua a evolvere in un genere meglio svolto dai dilettanti che dai professionisti, dal momento che ci sono parecchi dilettanti con fotocamera in giro in ogni momento. L’immaginario stilizzato dei professionisti che ripetono gli stereotipi dell’informazione visuale non è più utile come strumento di comprensione. Il territorio del professionismo nel contesto giornalistico resta il foto-saggio di lunga durata, e mentre molti stanno lavorando nella modalità  che è insieme vecchio-stile e necessaria della testimonianza, altri cercano di reinventarla aggiungendo complessità e sfumature e sforzandosi di coinvolgere il lettore in diversi modi. Ciò che ora serve più che mai sono curatori e direttori consapevoli che aiutino a dare un senso al sovraccarico visuale.

Fred Ritchin, tradotto da Michele Smargiassi.

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Fotografia e letteratura

We often find that literature offers answers that can be applied to the field of photographic narrations. Although literature has dealt with all kind of themes, it still captures the reader’s attention. The story a writer tells is different from the rest when he looks into the world from his own particular point of view and he creates his own narrative structure to tell the story.

In photography it is necessary to develop a similar process that will exceed the mere copying or repetition of successful methodologies that have already been used in the art market or with publishers; it is necessary to risk in the search of our own grammar, a grammar that should be consistent with our inner world and/or our own culture; to extend the lifetime of a photograph by adding multiple layers of meanings into the image, going beyond the mere anecdote, eliminating tautologies and introducing visual signs that will make the spectator reflect on the interpretation of the image.

Alejandro Castellote, via CPN.

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Come la fotografia divorziò dall’editoria

Ci si arriverà, secondo me, se la gente continua ad essere trattata così a pesci in faccia.

You know what’s funny ? I’ll tell you what’s funny. By continuing to put so much financial pressure on photographers and photography, the media will loose it’s source of imagery .

With declining space rates and assignment rates, increasingly obscene rights grabbing bordering on copyright infringement, unacceptable usage agreements and overall disrespect of the photography trade, publishers are literally pushing the photo industry to look for new revenues, and respect, somewhere else.

Via Thoughts of a Bohemian.

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Bisogna dirlo a chi vorrebbe tornare indietro di 30 anni

Nowadays, just about anyone can take a pretty good photograph because the tools have become so easy to use.  And since amateurs don’t really have the fear of failure because they don’t have as “much at stake” – they tend to take more chances and good things come when you are willing to do that.  You can no longer define a professional photographer as one who just knows how to operate a camera proficiently. And if a pro positions himself/herself by the tools that they use, it’s only a matter of time that they become out of fashion as their tools become obsolete.

So rather than get defensive about being a professional and feeling threatened by the amateur – maybe we pros should take a lesson from them and focus on the joy of creating imagery.

Via Strictly Business.

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Vivere (ovunque)

Non è solo in Italia che si è obbligati a spostarsi nella grande città. Per poi spostarsi di nuovo per lavorare sul serio:

I am a Minnesotan. Writers are allowed to live where they live. But there’s something about being an artist that historically meant you had to move to New York. It’s really stupid, if you think about it. Because the subject matter, presumably, exists out there. And all these photographers that I know in New York can’t photograph in New York, and they go other places to photograph. I am of this place. It drives me crazy, and I fantasize about living other places, but New York is not one of them. I am interested in regional art in that there are these little regional differences to things that are quite interesting.

Alec Soth, via Walkerart Blog.

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Ancora su artisti e fotografi….

Sempre a proposito del tema che ho affrontato ieri, della definizione di artisti e fotografi. Leggo da Conscientious:

A photographer might take photographs of her children to talk about her family. An artist takes photographs of her children to talk about the human condition. A photographer might take photographs of a particular region to portray it, mostly for the sake of the people living there. An artist takes photographs of a particular region to ultimately produce images of no particular region other than the one that we all share, regardless where we live. A photographer might stick to that tried, old method and produce the same photographs, using the same style, for many years. An artist will not shy away from experimentation – and the potential of astounding success, at the risk of sometimes even more astounding failure.

Sembra che, da un lato, confermi quello che sostenevo ieri: il fotografo è uno che si limita a usare una tecnica per riprodurre il reale, magari nel modo più bello possibile, ma senza dirci di più sulla natura di questo reale; l’artista fa altro, parla di sé e di noi come genere umano, ci e si mette davanti allo specchio. Ma Colberg aggiunge qualcosa di interessante, accennando al fatto che i fotografi si accontenterebbero di riprodurre uno stile collaudato, mentre gli artisti si accollerebbero più rischi creativi.

Per me questo post solleva più domande di quelle che risolve. Se essere fotografi significa padroneggiare la tecnica e ripetere un certo stile in modo pedissequo, allora in un certo qual modo sono fotografi tutti i fotoamatori armati di buona volontà, teleobiettivi esagerati e conoscenze tecniche eccellenti (migliori, a volte, di chi è un professionista – qualunque cosa questa parola voglia dire)? E se essi lo sono, come si differenziano da fotogiornalisti, fotografi di architettura o ritrattisti che si guadagnano da vivere in questo modo? Si torna da capo: basta un insieme di conoscenze tecniche e/o economiche, per essere fotografi? E quando queste conoscenze evolvono verso l’arte?

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Ancora un po’ di fanta….

Nell’ultimo post parlavo di fotografia e fantascienza, chiedendomi come mai non ci fosse una produzione di fotografie fantascientifiche. Cinema e illustrazione, da sempre, ci fanno vedere ciò che è impossibile vedere.

La fotografia, quando si occupa di scienza e fantascienza, sembra invece mostrarci la via più semplice per capire cose complicate. Ma ammetto che detto così non sembra tanto professionale. E, soprattutto, non spiega come la fotografia ci mostri questa via più semplice, con quale meccanismo comunicativo.

Se non che, leggendo il blog (autorevolissimo, interessante: una lettura obbligata per qualsiasi appassionato di fotografia) di Michele Smargiassi, trovo un post in cui, parlando della mostra di Eleonora Rossi a Lucca che ha per tema il pentimento, l’autore si occupa di un argomento che ha parecchie affinità (mi sembra) con quello che volevo dire io.

Scrive Smargiassi:

L’ebbrezza di onnipotenza che continua a fluire nelle vene della fotografia a dispetto di mille smentite ha prodotto nel corso della storia parecchi tentativi di fotografare l’invisibile, l’astratto, se non addirittura il metafisico e l’ultraterreno.

Si, decisamente si. Atteggiamento che è semplificato alla perfezione da Garcia Marquez nel suo Cent’anni di solitudine, in cui a un certo punto Josè Arcadio Buendia si mette a usare il dagherrotipo per trovare la prova scientifica dell’esistenza di Dio. E, proprio come nel romanzo, la fotografia ha sempre mostrato una certa testardaggine nel perseguire questo compito.

Fino a quando la fotografia, con mezzi più o meno costosi, può mostrare degli oggetti, è, diciamo così, al sicuro. La riproduzione di microbi, particelle, o parti dello spazio profondo, o di fenomeni della fisica (l’esplosione di una mela al passaggio di un proiettile) è ancora un’impronta, un indice, una testimonianza della compresenza fisica di oggetto fotografato e supporto fotografico. Ma con oggetti meno facili? Inconoscibile, invisibile, metafisica…. Che dire, allora, del mondo fisico che ci circonda? Come si mostra, con le immagini, una particella di materia, un’onda gravitazionale, l’energia, la teoria della relatività?

Smargiassi, a proposito del pentimento, propone una spiegazione, che faccio mia:

la fotografia, quando osa affrontare argomenti che vanno oltre il sensibile e il tangibile, non può che diventare metonimia: ovvero non può offrirci che oggetti visibili per significare concetti invisibili.

In effetti. Quello che i fotografi che si occupano di scienza e scoperte scientifiche fanno, quando devono far vedere un concetto che va oltre il tangibile, non è altro che usare la parte per il tutto. Per esempio, Louie Psihoyos, quando deve mostrare una cosa come il sovraccarico di informazioni, la ridondanza e l’eccesso di materiale informativo nella nostra società, si serve di un mezzo – gli schermi televisivi – per significare quello che i Living Colour chiamavano Information Overload in una bellissima canzone.

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Ma, a ben pensarci, c’è un genere particolare della fotografia che fa sempre uso della metonimia: il reportage. Che non fa altro che selezionare pezzi di un continuum, che è la realtà, per rappresentarla. In questo caso, però, ad essere diversa è la finalità: non mostrare l’invisibile, ma riassumere un sistema – la realtà – che non si può osservare nella sua totalità senza mettere in opera una selezione, un taglio. Il che ci porta a discorsi sulla conoscibilità del reale, o sul disordine cui naturalmente tende il mondo. Disordine che la fotografia ha sempre cercato di contrastare, con i suoi strumenti: inquadratura, messa a fuoco, tempo dello scatto, luce. Tutti mezzi con cui selezionare qualcosa e lasciarne altre fuori, ridurre il rumore, trovare un codice. Di nuovo, il senso di onnipotenza. Se non altro, quando qualcuno mi dirà di sistemare quel macello sulla scrivania, potrò farmi trovare con la fotocamera montata sul cavalletto, e sostenere che sto mettendo ordine. Chissà se sarò credibile.

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Standard

Industry best practices are not creative. Best practices are maintenance and benchmarking is linear: this leads to that, variation is less professional.  The state of the art didn’t arrive by formula or recipe.

Via Permission to Suck

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Non aprite quella porta….

Bam Marghera è al lavoro per noi. Nei luoghi più inaspettati. E non vuole dilettanti tra i piedi.

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Fighting Talk: The New Propaganda

Most of all, it’s about the terror of power and the power of terror. Power and terror have become interchangeable. We journalists have let this happen. Our language has become not just a debased ally, but a full verbal partner in the language of governments and armies and generals and weapons. …

Robert Fisk, in un articolo sull’Independent. Seguito dalla  ancora più condivisibile chiosa di Jim Johnson, sul suo blog di politica e fotografia:

If we need always ask ‘who is using this photograph and for what purpose,’ the same is true too of words.

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